martedì 2 gennaio 2018

IL VOTO NELLA DEMOCRAZIA LIBERALE: TRA CORRUZIONE SISTEMICA E COMPETIZIONE CONSERVATIVA

Here’s a quick visual overview from the study:



I grafici soprastanti risulteranno ben chiari, ci auguriamo, alla fine della lettura del post.

1. Cerchiamo di capire in modo sistematico, cioè attraverso un ragionamento che consenta di interpretare  il momento attuale dentro un quadro istituzionale di cui si comprendano la continuità e i presupposti che lo rendono inalterabile nella sostanza -  la questione del "male minore".
Mi perdoneranno quelli che credono di non aver (più, o...mai avuto) bisogno di approfondimento teorico: la questione del male minore è (metaforicamente)...di navigazione. Se si traccia una rotta non disponendo di una carta nautica esatta nei suoi rilievi, e comunque non preventivamente compresa nei suoi parametri, la mia successiva rotta effettiva mi porterà inevitabilmente ad una destinazione diversa da quella prefissata. E mi obbligherà a correzioni empiriche che, se pure possibili (potrei aver naufragato o accumulato un ritardo che vanifica le ragioni stesse del viaggio intrapreso), comportano l'estrema difficoltà di un risultato utile e, ancor più, di riuscire a escludere, per il futuro, il ripetersi dell'errore (problema di enorme importanza, se si sarà riusciti a sopravvivere).

2. L'inutilità della scelta del male minore, quindi, può essere compresa solo definendo esattamente il campo entro cui ci si muove: il male minore è esattamente l'accettazione di un campo d'azione/espressione (la carta nautica) comunque definito in modo da portarci fuori rotta, cioè da escludere in partenza che si possa, nella manifestazione attiva della propria partecipazione politica, tutelare e veder rappresentati i propri interessi (materiali e culturali). Per quanto, cioè, ci venga in apparenza prospettata, e anzi PROPRIO PER QUESTO prospettata, un'alternativa di scelta meno appetibile e più manifestamente contraria ai propri interessi.
E dunque: il problema del voto si inscrive un questa schematizzazione sistematica, per cui esso dovrebbe stabilire l'indirizzo politico dello Stato, cioè la volontà a cui il plesso governo-parlamento dovrebbe corrispondere nella sua azione, ma non può essere disgiunto dalla comprensione della forma di Stato in cui si svolge il processo elettorale.

3. Semplificando, si può dire che se ci si muove all'interno di una democrazia pluriclasse, cioè di una democrazia sociale che tende a instaurare, al di là dei rapporti di forza socio-economici preesistenti (cioè della c.d. "costituzione materiale", ciò che pure costituisce un enorme problema, come abbiamo visto qui) un sistema di partecipazione al potere politico nonché di redistribuzione del potere economico (presupposto della prima), inclusivo di tutti i cittadini (onde la sovranità viene attribuita al popolo nel suo insieme e gli "appartiene"), questioni di centralità e prerogative del parlamento (rispetto a quelle dell'Esecutivo), ovvero di governabilità, sono definibili entro la questione delle "forme di governo".
Come ci spiega Mortati, (Istituzioni, vol I, pagg 134 e ss.), queste sono suscettibili di alcune varianti relative al modo in cui lo Stato-apparato entra in rapporto con la sua base sociale che, per necessità, si articola in nuclei associativi indispensabili e connaturati (Mortati fa l'esempio di partiti e regioni) al fine esercitare diversi gradi di autonomia politica, preparatoria o complementare a quella dello Stato-apparato (in senso tradizionale, per quanto questa definizione vada, in questa sede, delimitata alla formazione dello Stato unitario italiano, per molti versi debitore del centralismo franco-napoleonico).

4. Ma se ci troviamo nella forma di Stato della "democrazia liberale", lo Stato-apparato tende a coincidere con la forma di governo, nel senso che è esclusa strutturalmente la rilevanza dello Stato-comunità (sociale, nel suo insieme), poiché, in questa forma di Stato è preselezionata la "base sociale" che abbia potere effettivamente decidente, essendo questa forma di Stato "a composizione classista" e che pertanto "concentrava solo nei gruppi appartenenti al ceto dominante il potere di indirizzo politico, mentre la massa delle popolazioni era esclusa dalla partecipazione, o ammessa solo con un ruolo non preminente" e dunque "la forma di governo si risolveva per intero nell'ordinamento dello stato-apparato". 

4.1. La contrapposizione tra individui e Stato che quindi caratterizza l'ipotesi conflittuale "liberale" è dunque propria solo della forma di Stato che i liberali si propongono, dato che l'esigenza prioritaria è quella di affermare la prevalenza di una "opinione pubblica" extra, o meglio, sovrastituzionale che affermi l'invariabilità dell'indirizzo politico, dapprima in contrapposizione con la tirannia dei re e dei feudatari, poi sulla scorta del timore che qualsiasi strumento di rappresentanza, - in primis i parlamenti elettivi (come apertamente teorizzato da Spencer in derivazione del costituzionalismo USA; qui, p.2)-, conduca alla "costruzione" di norme che neghino il "diritto naturale" (o, più tardi, le leggi scientifiche che regolano l'economia di mercato) che precede la costituzione dello stesso apparato statale.
4.2. Tali norme sono appunto paventate come intrusive sullo svolgersi del libero gioco delle forze del mercato, - coincidenti con quelle dei titolari della (già "allocata" ed "efficiente") proprietà di terra-oro-, che non tollera interferenze sull'equilibrio superiore raggiungibile attraverso la sua "mano invisibile".
In concreto, una volta introdotto il suffragio universale, esso viene automaticamente bollato come l'incombente pericolo della nuova tirannia della maggioranza sulla minoranza, escludendosi ogni legittimità di tale "prevaricazione", definita come perseguimento di "interessi sezionali" (come dice esplicitamente il Manifesto di Ventotene, p.10), in violazione degli interessi generali "naturali" e come tali inviolabili,  della classe proprietaria dei mezzi di produzione

5. Il postulato necessario, più o meno esplicito - in Einaudi, ad esempio, e non solo, qui, p.3, è particolarmente esplicito -, di questa concezione è l'inammissibilità, e quindi la radicale delegittimazione, di qualsiasi legge parlamentare che non sia soggetta ai limiti prevalenti dell'interesse della classe proprietaria; intesa, naturalmente, come assetto (magicamente, o teologicamente, primigenio) della relativa titolarità precedente a quello che lo Stato, qualsiasi Stato, volesse modificare in senso redistributivo.
Da qui, del tutto ovvia, è l'esigenza assoluta e inderogabile, segnalata da Gramsci (pp.1-2) di bilanciare la (eventuale) concessione del suffragio universale con il dispiegamento degli enormi mezzi che controllano il "processo di numerazione" dei voti, attraverso il finanziamento costante dei "centri di irradiazione" e del sistema mediatico, al fine di relegare la massa delle popolazioni, come ci dice Mortati, ad un ruolo non preminente nella determinazione dell'indirizzo politico.

6. Questo quadro si chiarisce (non più che dalla lettura dei post sinora linkati), in una prospettiva storica che sintetizzi l'evoluzione apparente del ruolo della istituzione parlamentare così come del processo elettorale, secondo una risposta (che ho opportunamente esteso) il cui spunto lo ha fornito un commento di Arturo, breve ma contenente due links di grande importanza. 
Come vedrete, muovendo dal come si controlla il suffragio universale si finisce inevitabilmente a trattare del problema della corruzione e della parte di essa che sia considerata meritevole o, piuttosto, intollerabile. Si tratta essenzialmente di una questione di predeteminazione di investimenti e di insofferenza verso costi che ne abbassino il rendimento preventivato: 

6.1. Arturo: Sono d'accordissimo, ma l'equivoco, se vogliamo chiamarlo così, mi pare semplicemente il frutto di una separazione fra storia filosofico-politica e storia giuridica.
Se si evita l'apologetica della prima e ci si concentra sulla seconda, la "normale" apribilità dello stato di eccezione (ricordo la citazione di Bin che avevo riportato qui e quella di Zagrebelsky qui, punto 1.4) e la prevalenza dell'esecutivo sui parlamenti (vedi la citazione di Bagehot riportata da Nania qui) risultano fatti acquisiti.  
7. Quarantotto: Ci sarebbe da chiedersi perché i parlamenti siano stati, comunque, nel corso del tempo, anche esaltati dal capitalismo anglosassone, che è poi il modello di riferimento del sempre autorazzista spirito imitativo delle elites italiane.

Volendo farla breve, la ragione principale di tale concorrente "vena" della facciata etica del capitalismo liberoscambista, e implicitamente mercantilista-imperialista (come evidenziò Joan Robinson), è la CORRUTTIBILITA', - cioè la considerazione del modus agendi di chi è investito di funzioni pubbliche deliberanti alla stregua di un servizio acquistabile su un normale "mercato". 

Questa corruttibilità si fonda su una sostanziale dipendenza strutturale delle forze politiche dal finanziamento occulto e palese della loro organizzazione e dei loro uomini di punta, erogato da veri e propri sistemi, stabilmente attivi, che determinano e promuovono rapissime ascese politiche (p.6). E, com'è empiricamente prevedibile, questa dipendenza strutturale viene variamente convertita in controllo diffuso delle compagini parlamentari, preorientativo delle deliberazioni assembleari (fenomeno che, oggi più che mai, vediamo essere divenuto una mitologia pop trasposta in serials USA come House of cards o "The Boss", di cui consiglio la visione a chi se lo fosse perso).

7.2. In sostanza, la prevalenza dell'Esecutivo porta a un certo qual consolidamento di rapporti di forza che si incentrano sui più eminenti operatori economici "tradizionali" e, in qualche modo, legati all'accumulo di terra-oro nel territorio nazionale. 

Quindi, nella dialettica interna allo Stato liberale, dominato dal mercato (cioè esattamente la situazione in cui ci troviamo a seguito dell'adesione ai trattati €uropei), la prevalenza dell'Esecutivo sul legislativo è indice tendenziale di una conservazione dello status quo in favore di coloro che hanno imposto la Grundorm dell'ordinamento (cioè hanno in definitiva stabilito la norma sulla normazione: che prescrive chi debba legiferare e con quali fonti).
Ora se la Grundnorm diventa una fonte estranea alla Costituzione, e coincide con un trattato liberoscambista internazionale, può aversi un progressivo conflitto tra nuovi proprietari esteri dei mezzi di produzione e vecchi proprietari che, pure hanno promosso quella stessa Grundnorm per propria convenienza politica. 
L'esecutivo riflette così una tendenza naturalmente più conservativa, favorevole alle precedenti oligarchie, data la lentezza di adeguamento dei quadri dell'apparato da esso dipendente insita nell'abitudine sia alla frequentazione che al favor di tali forze; mentre, il parlamento mostra una maggior fluidità di orientamento, lasciando aperta la porta ad un rinnovamento di "uomini" (o anche a uomini rinnovati nelle loro convinzioni), più sensibili alle forze innovative che raccolgono le risorse per sostituire le tendenze mediatiche e gli influencers più  adatti al gioco concorrenziale sulle "istituzioni".
Ma, ripetiamo, si rimane sempre all'interno di una classe di soggetti dominanti non alterata nella sua legittimazione e nella sua vocazione monoclasse alla gestione dello Stato.

7.3. Si tratta, ovviamente, pur in questa chiave di alternanza, anzitutto di banchieri, della cui "morale" prevalente Bazaar ha evidenziato l'essenzialità relativamente alla pretesa incondizionata di imporre le regole naturali pregiuridiche, nonché delle grandi industrie di "prima generazione" (tutti, banche e grandi industrie, possono passare di mano, preferibilmente, in questa congiuntura italiana, in mani straniere); questo complesso consolidato, in quanto tale, tende a condizionare l'opinione pubblica e quindi la legislazione "a valle" di essa.

In altri termini, gli operatori economico-finanziari, resa rispettabile la propria condizione, tendono irresistibilmente ad assumere funzione e ruolo delle vecchie aristocrazie (che hanno espulso dal potere) ed "occupano" le strutture istituzionali, cioè lo stesso Cabinet e le "filiere" pubbliche dell'esercito e della diplomazia (e della magistratura). Non lo fanno direttamente, se non altro per una questione di numeri (un'oligarchia è composta da un numero crescentemente ristretto di soggetti) e anche di remunerazione (le filiere decidenti subordinate a quella executive del settore privato sono molto meno retribuite anche se, all'occorrenza, un regime speciale può essere previsto per una partecipazione diretta al settore pubblico, compensata dal meccanismo delle "porte girevoli", prima e, specialmente, dopo la carica dirigenziale pubblica).

7.4. Se la burocrazia diviene così esponenziale dello Stato borghese-liberale, incarnato dalla tendenziale prevalenza dell'Esecutivo, lo diviene in un modo particolare: cioè, inevitabilmente autoconservativo di certi rapporti di forza "interni" alla classe capitalistico-mercantile.
Allora, in questa situazione, le forze nuove che operano sull'evoluzione dei traffici commerciali e delle filiere industriali, in chiave (neo)colonialista e (neo)mercantilista, entrano in concorrenza con l'establishment del capitalismo (pro-tempore) divenuto rispettabile (ma non meno attento a conservare la prevalenza nel conflitto sociale interno).

7.5. Per indurre politiche che siano anche protettive e promozionali dei nuovi settori emergenti, che spesso, in poco tempo, divengono i più lucrativi, questi ultimi tendono a comprare l'indirizzo legislativo tramite il parlamento, di cui si assicurano un crescente numero di esponenti eletti e foraggiati, nelle loro prese di posizione, dai nuovi flussi finanziari (questo fenomeno è stato ampiamente studiato nell'esperienza politico-elettorale USA, ma non si può più realisticamente affermare che i suoi meccanismi non siano penetrati negli ordinamenti europei). 
Attenzione: sia chiaro che questa forma di "compra" dell'indirizzo legislativo agisce in forme storicamente sofisticate, che dipendono dalle leggi elettorali, dalla (non) presenza di eventuali forme di finanziamento pubblico ai partiti, e dalla convenienza "ottimizzatrice" di concentrare il potere su pochi leaders in grado di controllare, a propria volta, mediante la prospettiva fidelizzante della ri-elezione, i più numerosi peones, che sono così indotti a legare il proprio futuro allo zelo con cui appoggiano la linea dei leaders di volta in volta individuati come "chiavi di volta" del sistema politico.

7.6. Sul punto, rammento; http://orizzonte48.blogspot.it/2016/04/la-mano-invisibile-che-affida-la.html (relativo alla guerra dell'oppio; esempio paradigmatico che può essere esteso a molte altre successive ed analoghe vicende, anche negli Stati Uniti).
Questa, in fondo, è la logica dei checks and balances: essa presuppone cioè la possibilità di avvicendamento interno tra settori o fazioni del potere economico, storicamente mutevoli (per l'evoluzione tecnologica e dell'assetto geo-politico) e in dialettica rispetto agli assetti autoconservativi interni alla classe oligarchica (nella sua precedente identità consolidata).

Dunque, sulla base di alcuni principi organizzativi quali l'idraulicità delle elezioni, garantita dal controllo dei media, e i meccanismi delle leggi elettorali (invariabilmente tesi anche a selezionare l'elettorato passivo, laddove l'astensione è una diretta convenienza del sistema di controllo oligarchico che si intende instaurare), i parlamenti sono considerati accettabili (purché) come espressione della "Mano Invisibile" proiettata nel campo del controllo concorrenziale delle istituzioni: ma sempre in una competizione ascrivibile all'interno di una sola classe sociale...

7.7. Al di fuori di queste rigide condizioni, e spesso proprio per la inefficienza in termini di benessere collettivo di questi meccanismi delimitati, i parlamenti "entrano in crisi": cioè finiscono per dover rappresentare diversi gradi di malcontento sociale.
A questo punto, anzi, ogni cedimento alla protesta popolare, - spesso autoconservativo di quel consenso senza il quale verrebbe meno lo stesso ruolo di garante dello status quo da parte della classe politica elettiva, che è quindi costretta, dallo spirito utilitaristico di autoconservazione, a rallentare l'azione per la quale è stato effettuato l'investimento da parte dell'oligarchia - viene tacciato di corruzione legalizzata, come ci dice Hayek (qui, p.8).
Ed è allora che la solidarietà della classe finanziario-industriale viene ritrovata e si muove l'attacco sistematico ai parlamenti.

7.8. Inutile dire che la causa di ciò sono diversi gradi di compromesso: cioè allorquando si accetta il suffragio (più o meno) universale e/o accedono alla burocrazia esponenti di altri ceti sociali, o "peggio", si organizza il potere sindacale.
Il parlamentarismo va bene, dunque, purchè non si realizzi neppure un minimo di Stato pluriclasse e l'idraulicità sopporti soltanto stress soggetti all'agire di forze, in evoluzione, tutte interne all'oligarchia. La complessità del sistema odierno consiste tutta nelle diverse azioni, ed accelerazioni, impresse dall'oligarchia in funzione della sua trasformazione, segnata dalle lotte interne e dalla internazionalizzazione, o più spesso, dalla titolarità estera, dei suoi interessi portanti.

7.9. Oggi, dai veloci (e spesso violenti) arricchimenti coloniali, siamo passati all'affermarsi delle "nuove tecnologie" come dinamiche caratterizzanti questa dialettica, considerata accettabile e che, solo entro questi limiti, fa ancora conservare i parlamenti e i processi elettorali.
In pratica: solidali quando si tratta di scongiurare la "dittatura della maggioranza"; in concorrenza, anche feroce, quando di tratta di sostituire una "dittatura della minoranza" ad un'altra.
Il rapporto normale del capitalismo con le pubbliche istituzioni politiche, dunque, è la corruzione, che rappresenta l'applicazione del metodo concorrenziale - entro il limite di un'efficacia direttamente proporzionale alla maggior crescita oligopolistica ed organizzata degli interessi economico-finanziari - al processo di formazione dell'indirizzo politico (si tratta, a ben vedere, di un corollario della formazione dei prezzi in regime oligopolistico). 

7.10. Intendiamo con ciò l'esistenza di un continuo flusso di finanziamento, diretto o indiretto (il sostegno mediatico e la cooptazione di influencers addestrati  alla comunicazione politica ne sono il maggior esempio visibile), che selezioni e sostenga la designazione elettorale di una classe politica che sia fedelmente rappresentativa degli interessi privati delle forze capitalistiche dominanti (e in un'economia fortemente aperta queste sono sempre meno "nazionali"), fino al punto che l'indirizzo politico sia riflesso principalmente in decisioni che distribuiscono l'utilità economica dell'azione statale esclusivamente verso i controllori del processo, veri e propri investitori sul settore mediatico e sulla preselezione della classe politica a vario titolo "finanziata".

7.11. Oggi, più tecnocraticamente (and out of political correctness), la designano capture e anche, lobbying, ma il principio è sempre lo stesso.

La rilevanza penale dell'erogazione di un corrispettivo o altro beneficio per sè o per altri, peraltro, è di difficilissimo accertamento, specialmente per la separazione tra momento decisionale e devoluzione del "compenso", nelle molte forme che ciò ormai può assumere, nonché per la estrema difficoltà di accertare l'elemento soggettivo del dolo, allorché un intero ambiente culturale, e soprattutto mediatico, auspichi come tecnicamente opportuna e anzi urgente l'adozione di una certa misura normativa.
La corruzione-brutta - quella delle classifiche promosse dai più grandi corruttori (su scala industriale)- è solo quando intermediari non appartenenti alle elites si inseriscono nel meccanismo ed alzano il costo della competizione politica "interna", rendendo "inammissibilmente" più incerto e oneroso un esito favorevole (cioè ottimo-allocativo paretiano).
 

20 commenti:

  1. Ma come si esce da un meccanismo simile?

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    1. Si esce se si capisce questo:

      E in sostanza, si ha la clamorosa conferma che la sovranità è un concetto equivoco, se non ingannevole, se ci affidiamo alle generalizzazioni mediatiche e perdiamo di vista la nostra Costituzione e 150 anni di conflitto sociale che la precedettero: la "democrazia liberale", alla fine, è inevitabilmente tendente all'idraulica. Sovrana o meno che sia.
      Questioni di gerarchia nella politica internazionale non interessano le masse dei disoccupati ma scaldano i cuori di qualche oligarchia-aristocrazia "nazionale".
      La solidarietà internazionale tra popoli, come insegnano Basso e Rosa Luxemburg, è concepibile solo tra Stati sovrani che siano democrazie sociali; altrimenti, si ha inevitabile competizione per una posizione gerarchica nella comunità internazionale e soprattutto economica.
      L'Italia, anche se non è quasi più consentito dirlo - in un crescendo di neo-autoritarismo realizzato per via mediatica-, è una democrazia "sociale", non una democrazia "liberale": la nostra Costituzione lo afferma con chiarezza.
      La democrazia sociale è un di più, perché tutela anche i diritti di libertà, ricomprendendo in sè le garanzie apprestate dalle carte liberali. Chi vi parla dell'Italia come democrazia liberale, lo fa per affermare la soppressione del "di più", in termini di democrazia, che è sancito dalla nostra Costituzione, cioè dei diritti sociali.
      Ma por fine a questo autolesionismo in danno del popolo sovrano, cioè di quella globalità di interessi differenziati che la Costituzione intende armonizzare, dipende da noi e solo da noi...

      http://orizzonte48.blogspot.com/2016/06/uk-italia-e-la-sovranita-la-sua-ragion.html?spref=tw

      continua

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  2. In teoria nazionalizzando gli oligopoli, regolandone la gestione in funzione dell'interesse della maggioranza e affermando la cogenza del vincolo giuridico democraticamente orientato contro quella dei rapporti di forza mercatisticamente riprodotti. In teoria.

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  3. Perché?:

    Quarantotto13 giugno 2016 10:12

    Tuttavia, porre la questione su un piano etico rischia il soggettivismo filosofico ("accademico", che finisce per essere immancabilmente il riflesso di un pensiero dominante, espressione dei rapporti di forza mediatico-culturali).

    Sul piano giuridico-fenomenologico, a noi basta poter dire che, SE non si vuole rinunciare alla sovranità popolare fissata nell'articolo 1 Cost. (e su questo punto occorrerebbe chiarezza e assunzione di responsabilità collettiva), reclamare la nostra sovranità implica voler continuare, almeno in teoria, a risolvere in modo armonico e solidaristico il conflitto sociale (o "contrasto di interessi" inevitabile all'interno di una società pluralisticamente considerata). Cioè il voler continuare ad avere il "vincolo costituzionale".

    Se si vuole definitivamente rinunciare alla democrazia sociale, per tornare a una democrazia "liberale", dunque, bisogna che, chi prende tale decisione politica, dicesse chiaramente che si svuole svincolare il potere politico da ogni superiore limite giuridico: cioè, che si vuole reinstaurare ciò che Calamandrei indicava come la situazione della "politica allo stato puro", pre-giuridico, che presuppone che la Costituzione sia "distrutta" e che si instauri un nuovo ordine di fatto.

    Da qui la naturale diffidenza verso chi dà per scontata la legittimità di un riferimento ad una prevalente "Costituzione materiale", che, al di fuori di ben precisi limiti, è pura eversione rispetto al Potere Costituente, ancora legittimo, del 1948.

    L'importante è che gli italiani se ne rendano conto: questo passaggio a un nuovo ordine estracostituzionale è insito, e usa come suo strumento, l'Unione europea.
    Non l'Europa, a cui apparterremmo sempre e comunque, in termini culturali e geo-politici.

    http://orizzonte48.blogspot.com/2016/06/uk-italia-e-la-sovranita-la-sua-ragion.html?showComment=1465805569082#c8892975766435515339

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  4. Mi pare un’ottima descrizione del tendenziale normale funzionamento di una “democrazia" liberale, in termini in pratica riconosciuti anche dai teorici elitisti. Scriveva ad esempio Schumpeter: “il metodo democratico è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare”, laddove “la volontà popolare è il prodotto, non la forza propulsiva, del processo politico” (citazioni riportate da G. Bedeschi, Storia del pensiero liberale, Laterza, Roma-Bari, 2005, pag. 307).

    L’esercizio del potere politico esclusivamente attraverso un apparato coercitivo è costoso, rigido e pericoloso (rischio pretoriani); salvaguarda molto meglio gli interessi comuni alle varie fazioni della classe dominante un meccanismo di coordinamento che garantisca l’accesso al potere a chi se lo può comprare, lasciando l’opzione del ricorso alla forza bruta come extrema ratio, in caso di conflitti, verticali, ma anche orizzontali (guerra di secessione americana?), non componibili entro il perimetro delle “regole del gioco”.

    Il salto di qualità compiuto dal neoliberismo, se non mi sbaglio, è quello di eliminare tendenzialmente ogni remora teorica all’aperta estensione della logica economica all’ambito politico.

    Un ottimo esempio mi pare sia la sentenza Citizens United della Corte Suprema americana, a cui Wendy Brown dedica un capitolo del suo libro.
    Osserva l’autrice: “Economization of the political occurs not through the mere application of market principles to nonmarket fields, but through the conversion of political processes, subjects, categories, and principles to economic ones. This is the conversion that occurs on every page of the Kennedy opinion. If everything in the world is a market, and neoliberal markets consist only of competing capitals large and small, and speech is the capital of the electoral market, then speech will necessarily share capital’s attributes: it appreciates through calculated investment, and it advances the position of its bearer or owner. Put the other way around, once speech is rendered as the capital of the electoral marketplace, it is appropriately unrestricted and unregulated, fungible across actors and venues, and existing solely for the advancement or enhancement of its bearer’s interests. The classic associations of political speech with freedom, conscience, deliberation, and persuasion are nowhere in sight.” (Undoing the Demos, Zone Books, N. Y., 2015, pag. 158).

    E’ interessante osservare che la fogliolina di pungitopo che ancora rimane per evitare di ammettere apertamente che il potere politico si compra e si vende è la (molto) teorica indipendenza (parola magica…) dei super PACS. Come dice la majority opinion: “The appearance of influence or access, furthermore, will not cause the electorate to lose faith in our democracy. By definition, an independent expenditure is political speech presented to the electorate that is not coordinated with a candidate. See Buckley, supra, at 46, 96 S.Ct. 612. The fact that a corporation, or any other speaker, is willing to spend money to try to persuade voters presupposes that the people have the ultimate influence over elected officials.”.

    Free to choose!

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  5. L’ipocrita democrazia liberale altro non è che:

    il tentativo di sussumere le esigenze democratiche negli schemi elaborati dal liberalismo”… Scrive il Burdeau: …gli stessi che esigono l’astensione del Potere furono i primi a reclamare il suo intervento quando giovava loro…le classi dirigenti non si sono fatte scrupolo di servirsi di un Potere di cui , in sede dottrinale, affermavano il carattere nocivo.

    La collusione tra politica e affari, che fu una delle tare del regime liberale, non ha fatto che crescere fino al punto di rendere sospetta qualsiasi attività politica…Il capitalismo ha dovuto crearsi un suo diritto. I suoi teorici ripetevano: lasciate fare, ma i suoi uomini d’affari domandavano ai legislatori i mezzi per fare. Non gli è bastato che la libertà permettesse, ma ha ottenuto che essa fosse operante. Lo sviluppo prodigioso della legislazione durante il diciannovesimo secolo, l’ampliarsi prodigioso dei bilanci nazionali sarebbero inesplicabili se i governanti si fossero limitati a lasciar fare…
    ” [L. BASSO, Il Principe senza scettro, Milano, 1958, 23 e 31].

    E’ la Legge ferrea dell’oligarchia di R. Michels: i partiti politici sono invariabilmente governati da oligarchie impegnate a servire interessi particolari e ad autoperpetuarsi ad ogni costo.

    Corruzione e malaffare sono allora il metodo e lo strumento della competizione oligarchica, dove nessun pasto è gratis. “…Chiunque abbia assistito ad una elezione sa benissimo che non sono gli elettori che eleggono il deputato, ma ordinariamente è il deputato che si fa eleggere dagli elettori: se questa dizione non piacesse, potremmo surrogarla con l’altra che sono i suoi amici che lo fanno eleggere.

    Ad ogni modo questo è sicuro, che una candidatura è sempre l’opera di un gruppo di persone riunite per un intento comune, di una minoranza organizzata che, come sempre, fatalmente e necessariamente s’impone alle maggioranze disorganizzate…
    ” [G. MOSCA, Teorica dei governi e governo parlamentare, in Scritti politici, a cura di G. Sola, Torino, 1982, I, 476]. (segue)

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  6. Con riferimento alla situazione italiana, dall’unità in poi, Lelio Basso la descrive in maniera meticolosa in tre scritti (I, II e III) del 1956 pubblicati su “Mondo operaio” e dal titolo “Problemi e limiti dello sviluppo democratico in Italia”.

    L’insufficiente sviluppo economico, e poi da un lato le illusioni del laissez faire, “la speranza della borghesia italiana che “dal libero gioco delle forze economiche scaturis[se] senz’altro il benessere generale, la speranza che la libertà e l’unità [fossero] la panacea di tutti i mali … illudendo le masse che la sua sola ascesa al potere in un’Italia unificata avrebbe rappresentato la soluzione di tutti i problemi” nonché, dall’altro, “la preoccupazione di tener imbrigliate le masse, di evitare contraccolpi e agitazioni, di obbligarle al silenzio fino a che il generale benessere non avesse automaticamente eliminato ogni causa di malcontento”, aggravarono la situazione del Paese.

    Uno sviluppo squilibrato, una volontà tesa a raggiungere obiettivi che eran possibili altrove ma a cui mancavan da noi le premesse, poneva l’Italia nella situazione tipica di quei paesi che, come dice Marx con felice espressione, soffrono ad un tempo dei mali del capitalismo e dei mali dell’insufficiente sviluppo del capitalismo stesso… La nuova struttura fondata sul capitalismo e sul liberalismo penetrava lentamente nel vecchio tessuto sociale, quanto era sufficiente per disgregare i vecchi rapporti e rompere il vecchio equilibrio, ma non aveva forza bastevole a sostituirvi un equilibrio nuovo. Penetrava abbastanza per ridurre all’estrema miseria i contadini, perché la concorrenza capitalistica distruggeva l’industria tessile a domicilio diffusa nelle campagne e il piccolo artigianato rurale; perché la liquidazione degli usi civici e la vendita dei beni comunali privava i contadini di risorse che erano essenziali al loro sostentamento, senza che essi potessero giungere alla proprietà libera sia del suolo che del capitale d’esercizio; perché infine con la vecchia struttura precapitalistica tramontava anche la vecchia organizzazione assistenziale che leniva le miserie più gravi…”.

    Se a ciò aggiungiamo le velleità di prestigio e di potenza di un “capitalismo rachitico”, le situazione non poteva che volgere verso il disastro. E così:
    …le delusioni succedute all’unità hanno contribuito ad un nuovo orientamento delle nostre classi dirigenti. Il Risorgimento era stato dominato da motivi libero-scambistici: la soppressione dei piccoli stati e dei mercati chiusi avrebbe dovuto generare automaticamente una fase di prosperità. Cadute rapidamente queste illusioni, AL MOMENTO DEGLI IDEALI SUCCEDEVA IL MOMENTO DEGLI INTERESSI… CHE SI TRASFORMÒ RAPIDAMENTE NELLA CACCIA AL FAVORE SINGOLO E NELLA TUTELA DI INTERESSI SEZIONALI…” [L. BASSO, Problemi e limiti dello sviluppo democratico in Italia, I, “Mondo operaio”, marzo 1956, n. 3, 157-162]. (segue)

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  7. … la borghesia italiana si [è] trovata, al termine del processo unitario, alla testa di un grande stato, senza avere né i mezzi né lo spirito di una moderna classe capitalistica e perciò senza la capacità di dirigerlo sulla via di un moderno sviluppo economicopolitico. La Destra rappresentava ancora Il governo dei notabili, nella maggior parte grandi e medi proprietari terrieri del Nord e in parte del Centro, convinti che la proprietà fosse il segno distintivo di una superiorità sociale da cui derivava il diritto a governare l’intiera nazione. L’avvento della Sinistra rappresentò un’estensione della piattaforma di governo, a cui ebbero accesso tanto i ceti dirigenti del Mezzogiorno quanto i nuovi strati borghesi del Nord, fra cui soprattutto i banchieri e i grandi speculatori i quali volevano che la conquistata libertà si estrinsecasse in una maggior libertà per essi di fare i propri affari e di arricchirsi e rivendicavano tal fine una maggiore e più diretta influenza sul potere statale

    … la sproporzione fra le esigenze della finanza moderna e le risorse del paese, dati i timori che cagionava lo sviluppo industriale per la “questione sociale” che ne sarebbe derivata e a cui non sarebbe stato possibile ovviare a breve scadenza, ne conseguiva che - anziché impegnarsi a fondo in un processo di sviluppo economico che avrebbe richiesto mezzi, energie e capacità di iniziativa e di rischio che facevan difetto ai capitalisti italiani – i gruppi dirigenti preferirono darsi a un’economia di speculazione e in certa misura di rapina condotta assicurandosi i favori dello stato.

    Speculazioni bancarie, edilizie e ferroviarie; forniture ed appalti statali sia in materia di lavori pubblici che di riarmo …; sovvenzioni e protezioni di ogni genere furono le risorse di una classe capitalistica che non poteva o non voleva…assolvere ai propri compiti storici, che restava una classe dominante senza diventare una vera classe dirigente... La lotta politica in Italia fu perciò caratterizzata dallo sforzo di nuovi gruppi sociali per assidersi al banchetto e per spartirsi i favori dello stato: dopo i banchieri gli industriali, dopo gli industriali il ceto medio. Mancò sostanzialmente quel che è il fondamento di una vita democratica: il conflitto di partiti e di idee, la partecipazione alla lotta delle grandi masse, l’alternarsi al governo di gruppi sociali e di movimenti politici contrapposti.

    Se, a misura che la ricchezza della nazione cresceva, si estendeva la cerchia dei privilegiati, non è detto che i nuovi privilegiati godessero sempre di eguali benefici: accanto ai privilegi maggiori, vi erano quelli minori, che si risolvevano in sede locale con i lavori pubblici o le forniture delle amministrazioni comunali e provinciali, con le amministrazioni delle opere pie, o, ancor più semplicemente, con impieghi, prebende, promozioni e onorificenze. Ma anche in questa forma minore, la caccia al favore e al privilegio rimase sempre l’aspetto distintivo della vita politica italiana: anche il ceto medio, di fronte alle scarse possibilità di una normale promozione sociale, come quella che il progresso economico veniva realizzando negli altri paesi, si attaccò disperatamente alla raccomandazione, alla protezione, al favore massonico. Sopravviveva probabilmente in questo costume la vecchia mentalità corporativo-feudale del “privilegio”, della “concessione”, della “patente”…
    (segue)

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  8. Questa situazione spiega come si sia venuta consolidando la mentalità della nostra classe capitalistica, ansiosa di assicurarsi dei profitti senza rischi, aliena da ogni preoccupazione di interesse veramente nazionale, pronta sempre ad identificare il “paese” con se stessa e a sacrificare ogni cosa allo sfruttamento delle proprie posizioni di favore, a sacrificare soprattutto lo sviluppo economico nazionale ai propri interessi sezionali e corporativi per perpetuare questo sistema bisognava che il consorzio dei privilegiati NON PERDESSE MAI IL CONTROLLO ASSOLUTO DEL POTERE STATALE, donde la necessità del partito unico di governo, del partito cioè che non ammette la possibilità di un’alternativa al proprio esclusivo dominio...

    Nei confronti delle masse non privilegiate, cioè della immensa maggioranza del paese esclusa da quest’oligarchia e quindi esclusa da ogni forma di partecipazione al potere, gli strumenti adoperati furono vari e complessi. Basterà qui enumerarne i principali. In primo luogo la ristrettezza del suffragio…. Ma nonostante questa ristrettissima base, IL GOVERNO NON RINUNCIÒ MAI AD ADDOMESTICARE LE ELEZIONI CON LA CORRUZIONE, CON LA FRODE E CON LA VIOLENZA. Questi metodi elettorali furono introdotti dalla Destra, perfezionati da Depretis, portati da Giolitti a un alto grado di raffinatezza…

    Sulla corruzione - sia in senso letterale che in senso politico - di capi o di gruppi dirigenti del movimento democratico o addirittura di strati di ceto medio che avrebbero utilmente potuto esercitare una funzione di leadership, non è il caso di soffermarsi: è fenomeno ben noto nella storia recente e anche recentissima d’Italia, e non soltanto del Mezzogiorno

    Queste tendenze delle classi dominanti non sono mutate neppure in questo dopoguerra, perché non è mutata la struttura fondamentale dello stato, SOGGETTO PIÙ CHE MAI AL RICATTI E ALLE PRESSIONI DEGLI INTERESSI SEZIONALI. Lo sviluppo economico è ancora insufficiente e il reddito nazionale ancora troppo basso per consentire ad un tempo tranquilli profitti senza rischi ai gruppi dominanti e condizioni umane di vita alle masse. Perciò i gruppi dominanti considerano più che mai necessario tenere strettamente il potere nelle proprie mani ed escludere qualunque possibilità di alternativa democratica. Tutta la politica di questi anni ha continuato a servirsi degli strumenti tradizionali di dominio che abbiamo descritto…
    ”[L. BASSO, Problemi e limiti dello sviluppo democratico in Italia, III, “Mondo operaio”, aprile 1956, n. 4, 215-221]. Dal “quarto partito” non potevamo aspettarci altro.

    Ora, se l’oligarchia è ormai, negli sviluppi attuali, sopranazionale ed apolide, quegli “strumenti tradizionali” saranno applicati con riferimento ai collaborazionisti autoctoni nello scenario e per le finalità descritti dalla Sassen. Lo Stato-apparato, in mano alle classi dominanti di volta in volta designate, diventa strumento di spoliazione di massa a favore degli “amici”. I quali di certo non hanno problemi ad elargire prebende.

    Con buona pace per la democrazia sostanziale

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    1. Passiamo ora all’altra parte della costellazione:
      quali sono gli effetti di questa erosione sull’azione
      e sul potere dello Stato? Nel suo "Fuori controllo" Saskia Sassen
      sostiene che la globalizzazione «ha portato con sé una parziale
      denazionalizzazione del territorio nazionale e una parziale dislocazione
      di alcune componenti della sovranità statuale presso
      altre istituzioni, dalle entità sovranazionali fino al mercato
      globale dei capitali». Ciò non significa che gli Stati hanno cessato di essere attori importanti e potenti a livello mondiale.
      Piuttosto, sottolinea Sassen, il loro ruolo e status nella politica
      nazionale e internazionale sono stati alterati dall’azione di due
      forze gemelle, la denazionalizzazione dello spazio economico e
      la rinazionalizzazione del discorso politico, che hanno separato
      la sovranità dagli Stati.
      Sostengo che questa alterazione complica la tesi di Derrida per
      cui se si danno Stati sovrani si danno anche Stati canaglia, dato
      che la sovranità, agendo oltre la legge, genera e autorizza essa
      stessa la categoria di canaglia. L ’approfondimento derridiano
      di Schmitt è tecnicamente corretto ma, nella politica globale e
      nazionale postvestfaliana, canaglia può anche essere quello Stato
      che va perdendo presa sul potere sovrano. Come accennavo
      all’inizio del capitolo, lo Stato canaglia che si manifesta, tra
      l’altro, nella costruzione di muri - può apparire una ipersovranità,
      ma in realtà spesso sta compensando una perdita di sovranità.
      Mancando di supremazia e maestà sovrana, continuando
      ad appellarsi alle prerogative e risorse della sovranità, gli Stati
      postsovrani diventano attori internazionali di un tipo nuovo e
      singolare.
      L ’ostentazione e l’iperbole che ne risultano sono solo una delle
      manifestazioni tipiche degli Stati senza sovranità nell’epoca
      tardomoderna. Gli Stati rimangono attori globali importanti
      sui mercati mondiali, nel discorso politico-morale internazionale
      dei diritti umani e in numerose relazioni internazionali e
      transnazionali governate dalla Realpolitik. Il disastro finanziario
      dell’autunno 2008, ad esempio, ha reso evidente anche a
      chi ne dubitava quanto rimanga vitale il ruolo svolto dagli Stati
      nello stabilizzare i mercati e nelPallestire condizioni favorevoli
      all’accumulazione di capitali. Tuttavia, lungi dall’essere un
      esercizio di sovranità, questi interventi hanno rivelato la subordinazione
      degli Stati al capitale. Anzi, il fatto che agiscano da
      attori neoliberisti - e neoliberalizzati (o, nel lessico di Foucault,
      «governameli! alizzati») - è un importante indicatore della loro
      perdita di sovranità politica. Gli Stati non dominano e non
      regolano i movimenti e gli imperativi del capitale, reagiscono,
      come tanno di fronte ad altri fenomeni globali, dal cambiamento
      climatico alle reti del terrorismo internazionale.
      WENDY BROWN Stati murati, sovranità in declino pag 63/64

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    2. Grazie Francesco…. E vorrei ricordare questo discorso di Basso:

      E tutto questo può risultare chiaro e fondamentale, purché sia chiara la ragion d'essere del sistema proporzionale, una volta calato dentro il sistema di poteri, certamente "governabili" (e in effetti "governati" con successo), della nostra Costituzione del 1948:
      "Oggi invece ogni Costituzione moderna, che risponda alle esigenze della vita moderna, considera che IL FULCRO DELLA VIA COSTITUZIONALE, IL CENTRO, IL PUNTO DI EQUILIBRIO DELLA VITA COSTITUZIONALE, NON È PIÙ QUESTO EQUILIBRIO FRA L'ESECUTIVO E IL LEGISLATIVO, inteso il legislatore come rappresentante della volontà indistinta di tutto il popolo, ma è viceversa L'EQUILIBRIO FRA MAGGIORANZA E MINORANZA, fra una parte del popolo e un'altra parte del popolo; diremmo, se volessimo introdurre il concetto in termini nostri, marxisti, FRA CLASSI DOMINANTI E CLASSI DOMINATE E OPPRESSE.
      Ma se non vogliamo tradurlo in termini marxisti, fra maggioranza parlamentare da cui si esprime il governo, che è quindi un tutt'uno con il governo, con coloro cioè che presiedono alla funzione esecutiva, e la minoranza che ha viceversa una funzione costituzionale di stimolo e di freno, a seconda dei casi, e di controllo dell'attività della maggioranza.
      Non vi è, dicevo, nessun dubbio, che la dottrina costituzionalista moderna ha posto a fondamento della vita costituzionale di uno stato democratico non più semplicemente il rapporto fra esecutivo e legislativo e non più semplicemente l’affermazione del principio maggioritario come espressione della volontà di tutto il popolo, ma un principio maggioritario e minoritario, cioè di un certo equilibrio che deve essere tenuto fra maggioranza e minoranza, equilibrio per cui la maggioranza legiferi con il rispetto della minoranza, con il rispetto dei diritti fondamentali che le Costituzioni moderne riconoscono alle minoranze…
      Lo scopo delle elezioni non [è] quello di indicare una maggioranza e di darle un largo margine perché essa possa meglio governare secondo i propri principi, ma [è] invece quello di INDIVIDUARE LE DIVERSE CORRENTI POLITICHE E DI ATTRIBUIRE A CIASCUNA IL SUO REALE PESO, IN MODO CHE IL GOVERNO POSSA POI TENERE CONTO DELLE DIVERSE ESIGENZE, E NEI LIMITI DEL POSSIBILE, CONTEMPERARLE.
      … se la presenza e la funzione della minoranza è di rilievo costituzionale (e, ripeto, non v'è dubbio che sia di rilievo costituzionale, talché la nostra Costituzione attribuisce diritti alle minoranze, e fra l'altro appunto quello di far convocare il Parlamento ai sensi dell’art. 62), essa minoranza deve essere presente con il suo peso effettivo.
      Se il rapporto minoranza-maggioranza, che è un rapporto fondamentale, basilare nella vita dello stato moderno è artificiosamente alterato, è artificiosamente alterata la base e la vita dello stato moderno. La minoranza viene privata delle possibilità, delle podestà, dei diritti, delle garanzie che la Costituzione le offre; LA TUTELA COSTITUZIONALE È PRATICAMENTE ANNULLATA…”.
      [L. BASSO, La violazione dei diritti del corpo elettorale, in Mondo Operaio, 20 dicembre 1952, n. 24, 7-10].

      http://orizzonte48.blogspot.com/2016/11/il-boomerang-inconsapevole-respinto-il.html?spref=tw

      p.s. sempre grazie Francesco

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  9. Quindi bisogna sperare che si sbranino tra oligarchi...

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    1. Non servirebbe in ogni caso: trovano sempre il modo per ricompattarsi sul fatto di sbranare prima noi

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  10. proprio oggi un giovane catalano mi ha detto che pur preferendo un "progetto spagnolo" ha votato per l'indipendenza vista l'impossibilità di dialogare con un governo nazionale "troppo corotto": che la sua preferenza a livello nazionale era andata a Podemos, ma che questo era stato isolato e mai preso minimamente in considerazione né da destra né da sinistra, che tanto vale allora vivere in uno staterello dove il controllo democratico diretto è più facile (non credo che i Maltesi la pensino così) e che forse l'UE funzionerebbe meglio se fatta di 300 staterelli piuttosto che di 28 nazioni.

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    1. "Ma certo":

      “…penso che la battaglia per la democrazia nei singoli paesi debba essere prioritaria rispetto ai fini federalisti…ci sono cose che vanno, secondo me, profondamente meditate. A me, se così posso dire, la sovranità nazionale non interessa; però c’è una cosa che mi interessa: è la sovranità democratica... Nella Costituzione abbiamo scritto, nel primo articolo: “L’Italia è una Repubblica democratica”; poi abbiamo aggiunto quelle parole forse sovrabbondanti “fondata sul lavoro”; e poi abbiamo ancora affermato il concetto che la “sovranità appartiene al popolo”.

      Sembra una frase di stile e non lo è. Le costituzioni in genere hanno sempre detto “la sovranità emana dal popolo” “risiede nel popolo”; ma un’affermazione così rigorosa, come “la sovranità appartiene al popolo che la esercita” era una novità arditissima. Contro la concezione tedesca della “sovranità statale”, di quella francese della “sovranità nazionale”, noi abbiamo affermato la “sovranità popolare” quindi democratica. A questo tipo di sovranità io tengo…” [37]. La sovranità costituzionale è tutto.
      (L. BASSO, Consensi e riserve sul federalismo, L’Europa, 15-30 giugno 1973, n. 10/11, 109.118).

      http://orizzonte48.blogspot.com/2017/09/timo-catalunyaet-dona-ferentes.html?spref=tw

      da leggere anche i commenti

      p.s. da leggere anche questo post http://orizzonte48.blogspot.com/2017/10/stati-uniti-deuropa-e-rgionalismo.html?spref=tw

      più i commenti di Francesco Maimone

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  11. L’amico catalano sarà un seguace (certamente inconsapevole) di von Mises secondo cui, nemmeno a dirsi, la corruzione è la logica conseguenza dello statalismo-brutto. Essa sarebbe cioè “… un fenomeno comcomitante e inevitabile dell’interventismo statale…”[L. VON MISES, Autobiografia di un liberale, Rubettino, 1996, 81].

    E infatti, “…In un’economia libera di mercato capitalisti e imprenditori non possono aspettarsi vantaggi dalla corruzione di pubblici funzionari e dei politici. Dall’altro lato, i pubblici funzionari e gli uomini politici non sono in grado di ricattare i commercianti e di estorcere loro guadagni illeciti.
    In un paese interventista i gruppi di pressione mirano ad assicurare ai loro membri privilegi a spese dei gruppi e degli individui più deboli. Allora i commercianti possono ritenere conveniente proteggersi contro atti discriminatori da parte dei funzionari dell’esecutivo e della legislatura mediante la corruzione; una volta adottato questo metodo, essi possono addirittura tentare di impiegarli per assicurarsi privilegi
    ” [L. VON MISES, L’azione umana. Trattato di economia, Torino, 1959, 265-266].

    Perché non si riesce a capire che per i “commercianti” – povere stelle! - la corruzione è solo un mezzo di difesa nei confronti dello Stato (democratico)? Se non ci fosse quest’ultimo, sicuramente tutto andrebbe a meraviglia e gli oppressori non sarebbero costretti a corrompere. Quindi, lo Stato democratico si tolga definitivamente dalle scatole. Mai che ai liberisti passi per l’anticamera del cervello che a scansarsi dovrebbero essero proprio loro.

    (mi pare che l’amico catalano - così come qualsiasi amico italiano mediatizzato – abbia solo una grave pulsione suicida)

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    1. L'amico catalano mi pare non attrezzato a comprendere la realtà in cui è immerso: condizione del tutto normale e perseguita dalla elite che propugna l'economica "libera" di mercato. Può riuscire a sganciarsi da questo condizionamento? Poco probabile.
      Se ne pentirà mai? Forse, sì. Ma più probabilmente no.
      Il sistema di ESSI funziona...

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  12. purtroppo la conversazione è stata molto breve, trattandosi di autostoppista ventottenne, rimasto senza lavoro, aspirante meccanico per biciclette, che si dirigeva ad un raduno peace&love&nature (per darvi un po' di contesto).
    La mia impressione è stata quella di gran confusione (concordo con il commento di Quarantotto) ma comunque di ricerca di "alternative", non passiva: ho riportato il suo punto di vista perchè mi sembrava rappresentare bene come il problema analizzato nel post e nei commenti (la corruzione sistemica e la questione "governabilità") pur in qualche modo percepito, venisse rielaborato rimanendo nella mappa concettuale del pensiero liberale, rafforzandone l'azione invece che opporvisi.

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    1. Tempo permettendo ho seguito un po' il dibattito spagnolo. Pur non mancando figure di grande spessore (una su tutte: il vecchio Julio Anguita), definirlo confuso mi pare un eufemismo. Innalzare la bandiera della "casta", come ha fatto Podemos, non contribuisce certo a fare chiarezza (ma questo i vertici, che intendono menare il can per l'aia, lo sanno perfettamente. Se te la cavi con lo spagnolo, puoi dare un'occhiata a questa puntata di Fort Apache: ascolta bene gli scambi Iglesias-Arrizabalo).

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