giovedì 12 luglio 2018

RAZZISMO, XENOFOBIA: LE FRONTIERE DELLA MISTIFICAZIONE.


RAZZISMO, XENOFOBIA: LE FRONTIERE DELLA MISTIFICAZIONE.



Post di Arturo

Se avete un qualsiasi contatto con i media non potrete fare a meno di notare la reiterata, direi ossessiva, accusa di razzismo, quando non di fascismo, rivolta, oltre che al nuovo governo, agli elettori della maggioranza che lo sostiene.
Emblematica, tra le molte fonti pertinenti, un’intervista a Camilleri, che esordisce con questa surreale preterizione: “Non voglio fare paragoni ma intorno alle posizioni estremiste di Salvini avverto lo stesso consenso che a dodici anni, nel 1937, sentivo intorno a Mussolini. Ed è un brutto consenso perché fa venire alla luce il lato peggiore degli italiani, quello che abbiamo sempre nascosto.



Vorrei soffermarmi in particolare su due aspetti: l’accusa di razzismo; il significato politico di tale accusa. In questo post mi concentrerò sulla prima, mentre rimando l’esame del secondo a un’altra occasione.

Vorrei iniziare recuperando osservazioni chiarificatrici avanzate a suo tempo da un intellettuale del calibro di Lévi-Strauss, autore fra l’altro di due famosi interventi sull’argomento, entrambi redatti su commissione dell’UNESCO: Razza e cultura, nel 1952; Razza e storia, nel 1971 (per tutte queste notizie, e le citazioni che seguono, sto utilizzando C. Lévi-Strauss, D. Eribon, Da vicino e da lontano, Rizzoli, Milano, 1988, cap. 16).
Osserva Lévi-Strauss, intervistato da Eribon:
Però i giornali, la radio, eccetera, richiedono spesso il suo parere sulla questione del razzismo, e lei generalmente rifiuta di rispondere…
Non ho voglia di rispondere perché, in questo campo, si naviga in piena confusione, e qualunque cosa si dica so in anticipo che sarà male interpretata. Come etnologo sono convinto che le teorie razziste siano allo stesso tempo mostruose e assurde. Ma banalizzando la nozione di razzismo, applicandola a sproposito, la si svuota di contenuto, e si rischia di giungere al significato opposto a quello che si persegue. Infatti, che cos’è il razzismo? Una dottrina precisa, che si può riassumere in quattro punti. Uno: esiste una correlazione tra il patrimonio genetico da un lato e le abitudini intellettuali e le inclinazioni morali dall’altro. Due: questo patrimonio, da cui dipendono queste attitudini e queste inclinazioni, è comune a tutti i membri di certi raggruppamenti umani. Tre: questi raggruppamenti chiamati “razze” possono essere ordinati secondo una scala in funzione della qualità del loro patrimonio genetico. Quattro: queste differenze autorizzano le “razze” dette superiori a comandare, sfruttare gli altri, eventualmente a distruggerli. Teoria e pratica insostenibili per numerose ragioni che dopo altri autori, o contemporaneamente ad essi, ho enunciato in “Razza e cultura” con altrettanto vigore che in “Razza e storia”. Il problema dei rapporti fra culture si situa su un altro piano.

Qui sta la mistificazione su cui si gioca!

Quindi, secondo lei, l’ostilità di una cultura nei confronti di un’altra non è razzismo?
L’ostilità attiva sì. Niente può autorizzare una cultura a distruggere o reprimere un’altra. Quella negazione dell’altro si fonderebbe inevitabilmente su ragioni trascendenti: quelle del razzismo, o ragioni equivalenti. Ma che certe culture, pur rispettandosi, possano sentire maggiori o minori affinità le une per le altre, è una situazione di fatto che è esistita in ogni tempo: è di norma nei comportamenti umani. Denunciandola come razzista si rischia di fare il gioco del nemico, perché molti sprovveduti diranno: se il razzismo è questo, allora io sono razzista.
[…]
Se comprendo bene la sua definizione di razzismo, lei ritiene che non vi sia razzismo nella Francia di oggi.
Si osservano fenomeni inquietanti, ma che – salvo quando si uccide un arabo perché è arabo, cosa che si dovrebbe punire all’istante e senza pietà – non appartengono al razzismo nel senso forte del termine. Ci sono e ci saranno sempre comunità inclini a simpatizzare con quelle i cui valori e il cui genere di vita non contrastano con i propri; e meno con altre. Ciò non impedisce che anche con queste ultime i rapporti possano e debbano restare sereni. Se il mio lavoro richiede il silenzio e se una comunità etnica si trova bene nel rumore o se ne compiace perfino, non la biasimerò e non metterò sotto accusa il suo patrimonio genetico, preferire tuttavia non abitare troppo vicino, e non mi piacerebbe che con quel falso pretesto si cercasse di farmi sentire in colpa.

Alla luce di queste utili riflessioni potremmo quindi concludere che: salvi episodi criminali, da condannare senza esitazione, non ha senso parlare di razzismo in relazione a posizioni ostili all’immigrazione; sarebbe forse più pertinente evocarlo, congiuntamente al classismo, a proposito di chi si augura un arrivo di immigrati per svolgere mansioni che gli italiani, molto ipoteticamente, rifiuterebbero, quasi che l’immigrato debba essere naturalmente relegato a lavori faticosi e poco remunerativi. Su questo argomento tornerò dopo.





Ci si potrebbe però allora domandare se non sia invece fondata l’accusa di “xenofobia”.

Io direi proprio di no: xenofobia evoca un timore irrazionale, una paura priva di fondamento; qui però di infondato c’è ben poco.



Come su questo blog è stato detto e ripetuto, il controllo dell’immigrazione costituisce una prerogativa dello Stato nel diritto internazionale, il cui esercizio il nostro diritto costituzionale vincola ai fini di una sovranità democratica fondata sul lavoro (vedi soprattutto qui, in particolare n. 7 e n. 8).
Che l’immigrazione possa rappresentare una duplice minaccia, economica e politica, per i cittadini e lavoratori del paese di arrivo, è stato ampiamente argomentato citando il già linkato Chang, l’American Socialist Party, Barba e Pivetti (n. 6), Engels e Korpi mentre un utile esame di fonti marxiane è stato compiuto da Visalli e da Moreno Pasquinelli.

(Per duplice minaccia, non fosse chiaro, si intende sia l’attacco diretto ai salari, sia la moltiplicazione di conflitti sezionali di tipo culturale (menzionati qui, n. 13.1; per l’osservazione che si tratta di un caso specifico di una più generale prassi delle élite globaliste, di oggi e di ieri, vedi le osservazioni di Rodrik, riportate qui, n. 4).

Qui intendo riportare ulteriori fonti, non bastassero quelle già esaminate: cominciamo con Dean Baker, economista americano non certo di destra.
Nel suo libro, The Conservative Nanny State. How the Wealthy Use the Government
to Stay Rich and Get Richer,  Center for Economic and Policy Research, Washington DC, 2006 (che potete peraltro scaricare liberamente qui), figura un interessante paragrafo dal titolo: “Immigrazione: un altro strumento per la compressione salariale”. Citerò, traducendo, da pagg. 23 e 24.
Vediamo un po’: L’immigrazione è stato un altro importante strumento per deprimere i salari di un segmento significativo della forza lavoro. Il meccanismo con l’immigrazione è esattamente lo stesso che col commercio: si approfitta dei miliardi di lavoratori nei paesi in via di sviluppo disponibili a lavorare per un salario più basso dei lavoratori americani per abbassare i salari in un ampio ventaglio di professioni.
Le leggenda dello “stato balia” conservatore è che gli immigrati fanno lavori che i lavoratori americani non vogliono più fare [mi ricorda qualcosa questa argomentazione…], come per esempio custodi, lavapiatti e raccoglitori di frutta, tutti lavori con salari molto bassi. Il problema con questa leggenda è che la ragione per cui è poco probabile che i lavoratori autoctoni vogliano svolgere questi lavori è perché sono poco pagati, non perché sono sgradevoli in sé. Lavoratori autoctoni sono stati disponibili a fare molti lavori spiacevoli, se ben retribuiti. Il confezionamento della carne è un ovvio esempio di un industria che offriva lavori relativamente ben pagati, molto ricercati dagli autoctoni, anche se nessuno sarebbe particolarmente felice di lavorare in un macello. Questo è meno vero oggi che nel passato, perché l’industria di confezionamento della carne ha approfittato della disponibilità di lavoratori immigrati per peggiorare i salari e le condizioni di lavoro del settore. Il risultato è che oggi gli immigrati costituiscono una vasta porzione della forza lavoro nell’industria di confezionamento della carne.
Lo stesso avviene per tutti i lavori che in teoria i lavoratori autoctoni non vorrebbero fare: sarebbero in realtà disponibili a lavare piatti, pulire gabinetti e raccogliere pomodori per 20 $ l’ora. Quanto i conservatori “statalisti” affermano che non riescono a trovare autoctoni per questi lavori intendono che non riescono a trovarne ai salari che vogliono pagare, nello stesso modo in cui la maggior parte di noi non troverà un dottore o un avvocato autoctono disponibile a lavorare per 15 $ l’ora.

Salta agli occhi come l’armamentario retorico che ci viene propinato, da noi a quanto pare ritenuto più spendibile se imbellettato con un’allure “progressista”, è precisamente quello denunciato da Baker.

Un’altra fonte utile, e direi abbastanza devastante, per studiare gli effetti sociali e culturali dell’immigrazione di massa è questo paper di Robert Putnam.
Notate bene che l’autore è favorevole all’immigrazione, ma un esame onesto dei dati e della vasta letteratura lo costringe a dipingere un quadro piuttosto scoraggiante, per usare un eufemismo.
Ve ne riassumo i punti principali.
In primo luogo Putnam ammette (pag. 142) che la “contact hypothesis”, sostenuta, io direi in assai dubbia buona fede, dai multiculturalisti, secondo cui la diversità aumenterebbe la tolleranza e la solidarietà sociale, non è supportata dalla maggioranza degli studi, che tende invece a convalidare la “conflict theory”, secondo cui la “diversità alimenterebbe la sfiducia extra-gruppo e la solidarietà intra-gruppo”, cioè sostanzialmente la ghettizzazione.
Quello che è interessante del lavoro di Putnam è che in realtà le sue conclusioni sono ancora peggiori di così. Studi empirici svolti in USA, Australia, Svezia, Canada e Gran Bretagna riscontrano una correlazione fra immigrazione, riduzione della solidarietà sociale e addirittura dell’investimento in beni pubblici. L’aspetto però più disturbante dei risultati di Putnam è che la solidarietà sociale non tende semplicemente a restringersi a un più piccolo gruppo di “simili”, ma cade in generale, anche all’interno dei vari gruppi etnici. La conclusione (pag. 149) è che la “differenza tende a innescare non una divisione fra esterni e interni al gruppo, ma anomia e isolamento sociale. In termini colloquiali, la gente in ambienti etnicamente differenziati tende a ritirarsi nel proprio guscio, come una tartaruga”. E questo vale per tutti i gruppi esaminati, con modeste differenze per età, sesso e convinzioni politiche.
Non molto incoraggiante per chi ritiene importanti valori come solidarietà e impegno; appetibile per chi da sfiducia e astensionismo ha tutto da guadagnare.
In effetti l’happy end multiculturale di Putnam si riduce a un “hunch” (pag. 163), un’intuizione. Andiamo bene. Naturalmente però irrazionale e razzista è sempre il popolino ignorante.   

Con ciò, sia chiaro una volta per tutte, non si intende affatto rinunciare a valori come universalismo e solidarietà, ma semplicemente prendere atto che per affrontare in modo quanto più democratico possibile situazioni complesse e fra loro molto diverse, si richiede un’articolata pluralità di mediazioni politiche, non bambineschi, ma interessati, “we are the world”, imposti a colpi di ciniche strumentalizzazioni di tragedie del passato.

Per esempio che l’emigrazione risulti dannosa per il paese che vi fa ricorso – ne abbiamo parlato a proposito di un intervento dei vescovi africani (n. 7) – è un fatto noto da lunga pezza alla letteratura economica dello sviluppo.
Nei lontani anni ’50 Myrdal (An International Economy, Harper & Brothers, N. Y., 1956, pag. 95) scriveva: “Chiedere ai paesi ricchi di aprire le loro frontiere all’immigrazione di massa sarebbe davvero una discutibile forma di idealismo. Se in un paese persiste una situazione di eccedenza di manodopera in quanto lo sviluppo economico non tiene il passo con l’aumento di popolazione, occorre aumentare il ritmo dello sviluppo quanto le risorse del paese consentono. Se non è comunque possibile conseguire il pieno impiego, l’aumento della popolazione dovrebbe essere controllato. Affidarsi ai paesi stranieri perché si scelgano lavoratori formati che, seppure non rappresentano un gran valore produttivo nel loro paese, finché esso rimane sottosviluppato, costituiscono comunque costi notevoli spesi per loro fino a quando non sono pronti per emigrare, rappresenta la via alla povertà permanente.

Insomma, con tutti i quantocicosta con cui ci bombardano quotidianamente, potrebbero degnare di un minimo di attenzione la tragedia sociale, e costituzionale, dell’emigrazione italiana, che da anni si consuma sotto i nostri occhi. (E che ovviamente non si intende minimamente ridurre a un problema di poste contabili…).  










12 commenti:

  1. "Si osservano fenomeni inquietanti, ma che – salvo quando si uccide un arabo perché è arabo, cosa che si dovrebbe punire all’istante e senza pietà – non appartengono al razzismo nel senso forte del termine. Ci sono e ci saranno sempre comunità inclini a simpatizzare con quelle i cui valori e il cui genere di vita non contrastano con i propri; e meno con altre."

    La convivenza forzata (e/o indesiderata) di comunità diverse, specialmente all'interno degli imperi (o aspiranti tali, come la EU), porta indubitabilmente ed ineluttabilmente al fenomeno dell'estraneazione/alienazione sociale (cioè la “differenza tende a innescare non una divisione fra esterni e interni al gruppo, ma anomia e isolamento sociale. In termini colloquiali, la gente in ambienti etnicamente differenziati tende a ritirarsi nel proprio guscio, come una tartaruga”).

    Basta leggere il libro ''L'étranger'' di Albert Camus.

    Il protagonista del romanzo (un impiegato francese) è talmente alienato (senza che se ne renda conto) che, al giudice che lo interroga sulle ragioni dell'accoltellamento di un arabo nella torrida Algeri dell'estate del 1942, risponde: "l'ho ucciso perché faceva caldo".

    Comunque gli italiani, ai tempi dell'impero, non fecero in tempo ad 'estraniarsi' a sufficienza ed il regime fu costretto a promulgare le leggi sul meticciato per contrastare la totale mancanza di razzismo della popolazione (ed ancora oggi è così).

    Comunque Camilleri non è Camus e sarà ricordato ed amato per i racconti di Montalbano, non certo per i suoi ricordi del 1937...

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  2. Mentre per Lévi-Strauss si può pensare ad un gran buon senso, al di là della cultura antropologica, la questione dell'anomia e dello sgretolamento sociale è assolutamente illuminante.

    Dialogavo in un bar - bar à la Bukowski, per intenderci - con un massiccio pastore calabrese appena immigrato dall'Aspromonte.

    Si chiacchierava e non si riusciva ad esprimere quella mancanza di calore umano che si respira al nord; essendo profondamente padano e amante dell'eridanetà, non mi andava di scadere nei soliti stereotipi antisettentrionali, soprattutto perché cosciente non essere pertinenti ad usi e costumi: non è che essere meneghini significa non conoscere nessuno della propria scala perché meneghini.

    Il nord Italia è stato in gran parte distrutto dall'immigrazione: la sfiducia, la mancanza di affabilità e l'isolamento delle classi subalterne non ha nulla neanche a che fare con la vita urbana. Perché nei paesi dell'hinterland succede lo stesso.

    La globalizzazione e il liberalismo, con il conseguente "multiculturalismo", sono un orrore nichilista.

    Inoltre si segnalava lo stralcio di Chang relativo all'immigrazione in 23 Things they Don’t Tell you about Capitalism: « I salari nei paesi ricchi sono determinati più dal controllo dell'immigrazione che da qualsiasi altra cosa, inclusa qualsiasi legislazione sul salario minimo [...] la qualità della vita della maggioranza delle persone nei paesi ricchi dipende criticamente dall'esistenza del controllo più draconiano sul mercato del lavoro – il controllo dell'immigrazione. A dispetto di questo, il controllo dell'immigrazione è invisibile ai più, ed è deliberatamente ignorato dagli altri, quando parlano in merito alle virtù del libero mercato. »

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    1. "La globalizzazione e il liberalismo, con il conseguente "multiculturalismo", sono un orrore nichilista."

      Concordo. Ma secondo me ancora di più. Per riconoscere come affine qualcuno che sia sostanzialmente diverso (l'operazione che ci richiede fino allo sfinimento tutto l'establishment) l'unica possibilità é essere privo di punti di riferimento consolidati. In una parola riconoscere a stento se stessi. Che infatti risulta essere l'obiettivo vero che l'elite
      persegue.

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  3. Un articolo interessante. Grazie.
    Espresso in termini - a mio avviso - piú terra-terra: "razzismo", nel senso negativo e deprecabile del termine, presuppone una discriminazione attiva, un'impostazione persecutoria nei confronti di un'altra razza. Studiare le differenze esistenti fra le diverse razze, tenerne conto nei vari ambiti della vita (pubblica e privata), traendone ovviamente le relative conseguenze (ad esempio in merito a temi come compatibilità culurale, capacità di integrazione, facoltà di apprendimento e cosí via) non è "razzismo" ma, molto banalmente realismo. Non ritengo ragionevole accusare di "razzismo" chi sceglie, come cane da guardia, un mastino e non un pechinese. I tanti "intellettuali" che passano il proprio tempo a distribuire a destra e manca etichette di "razzismo" - quasi fossero coriandoli - si rifiutano dogmaticamente di prendere atto delle conseguenze di queste realtà (differenze) oggettive, che non sono - ahimé - solo culturali ma anche (piaccia o meno) anche genetiche, con particolare riferimento alle capacità intellettive (cioè: quoziente QI medio delle singole popolazioni). È incontestabile - al di là della preclusione mentale dei nostri difensori dell'accoglienza incondizionata - che le capacità di apprendimento siano un presupposto essenziale in vista di una potenziale integrazione (o non-integrazione). Ma il tema ci porterebbe in un campo estremamente ampio...
    Alla fine - e al di là delle parole - contano, e parlano, comunque le realtà. Una di queste, a titolo di esempio, è che cinquant'anni fa, se volevo conoscere la Turchia, dovevo andare a Istanbul o in Anatolia. Adesso mi basta fare un salto a Berlino-Kreuzberg.

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    1. Gli esseri umani però non sono né cani né cavalli e se una biologizzazione dello studio delle società umane, un orientamento scientifico anche oggi, di là dal razzismo, tutt’altro che scomparso, costituisca un avanzamento della conoscenza o l’ennesimo tentativo di veicolare giudizi di valore e naturalizzare assetti sociali attraverso la scienza, mi pare per lo meno dubbio (vedi per esempio, in generale, le critiche di Marshal Sahlins alla psicologia evolutiva; o Giorgio Israel, che mi pare un po’ difficile considerare un utopista sessantottino, commentare con preoccupazione un’analisi tendente ad attribuire a fattori genetici i risultati scolastici, guarda caso finanziata e sventolata a scopi “riformisti” dalla Confindustria spagnola).
      Quel che dall’esterno si può osservare con una certa sicurezza è che non si tratta per nulla di risultati incontroversi (mentre sicura è la loro strumentalizzazione politica. Per una critica radicale della presunta scientificità del ricorrente materialismo biologico, ancora Israel).

      Qui l’impostazione è ben diversa: non ci sono determinismi, solo lezioni di esperienze concrete (che, tra l’altro, non l’ho detto, ma non riguardano solo paesi occidentali: Putnam fa riferimento a studi che confermano il prodursi di effetti sociali negativi associato a un aumento dell’immigrazione anche in Pakistan); i giudizi di valore, miei o contenuti in decisioni politiche (la Costituzione), sono chiari ed espliciti. Si tratta insomma si razionalità pratica, il famoso “per lo più” aristotelico. Di deresponsabilizzanti lodicelascienza mi pare che ne abbiamo avuti, e ancora ne abbiamo, abbastanza.

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  4. Ottimo articolo, interessante. Grazie...
    Al di là delle intelligenti e condivisibili distinzioni di Lévi-Strauss, rilevo tuttavia una frase che mi lascia qualche perplessità: quella in cui definisce forfettariamente "mostruose e assurde" le "teorie razziste". Non vorrei che in questo modo si finisca per buttare il classico bambino con l'acqua sporca. Concordo, ovviamente, sulla forte presenza - nella "tradizione" letteraria razzista - di una componente farneticante, a-scientifica e, appunto, assurda. Non penso si possa però cancellare cosí, tranchant, la totalità degli studi antropologici condotti (non solo in area tedesca, ma soprattutto nel mondo coloniale anglo-francese) nell'ultimo quarto dell''800 e nei primi trent'anni del '900. Spesso si è trattato di vasti, approfonditi studi sul campo, condotti con metodologia scientifica, che indagavano - a quei tempi, ancora svincolati da dettami ideologici marca "ONU" - sulle realtà antropologiche ed etnico-culturale di allora. Oggi buona parte di quegli studi verrebbe (e viene certamente) etichettata come razzista.
    Personalmente penso che si tratti invece di documenti, testimonianze di incalcolabile valore scientifico, e che il volerle ignorare oggi - in quanto politicamente molto scomode - sia un errore gravissimo. Tutto questo "rigetto" anti-razzista, aprioristico ed indifferenziato, mi fa tornare alla mente una frase letta tempo fa, attribuita a Lord Halifax padre, che cita (vado a memoria): "L'utopia è la vittoria della speranza contro l'evidenza". Questa vittoria - che si paga poi regolarmente a caro (carissimo) prezzo (ricordiamoci l'orgia di utopia chiamata "'68", e le sue conseguenze)- è quella cui i nostri "sinistri" non sanno/vogliono rinunciare.
    Detto questo, non posso che condividere il buonsenso di Lévi-Strauss: non ho niente contro le zebbre, ma sul mio prato preferisco vedere un cavallo...

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  5. Esempio di anomia OT ma molto inquietante...

    L'affare vaccini negli USA si ingrossa a seguito di una azione legale (da noi, mutatis mutandis, potrebbe essere accaduto qualcosa di simile, visto che le multinazionali all'opera sono le stesse in tutto il pianeta): il "Department of Health and Human Services" (HHS) in 32 anni non ha mai redatto uno solo dei rapporti annuali previsti sui miglioramenti della sicurezza (i.e. eventuale pericolosità) delle vaccinazioni!

    "The result of the lawsuit is that HHS had to finally and shockingly admit that it never, not even once, submitted a single biannual report to Congress detailing the improvements in vaccine safety."

    http://icandecide.org/government/ICAN-HHS-Stipulated-Order-July-2018.pdf

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  6. @arturo
    grazie per il significativo -e significante, per quanti vogliono cogliere - contributo al blog di '48 che cresce e alimenta le consapevolezze.

    Significante (ricco di densità espressiva):

    "L'utopia è la vittoria della speranza contro l'evidenza".
    Questa vittoria - che si paga poi regolarmente a caro (carissimo) prezzo (ricordiamoci l'orgia di utopia chiamata "'68", e le sue conseguenze)- è quella cui i nostri "sinistri" non sanno/vogliono rinunciare.

    Detto questo, non posso che condividere il buonsenso di Lévi-Strauss: non ho niente contro le zeb(b)e, ma sul mio prato preferisco vedere un cavallo ...

    Giunto, irriverente qual sono, che nei prati mi piace vedere, ascoltare, sentire - oltre quello che viene allevato - anche i COLORI, la POESIA.

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  7. Per non fare arrabbiare Bazaar che dice che non capisco quando sono d'accordo, poiche' "non dissento" sul post mi permetto di ricordare :
    https://it.wikipedia.org/wiki/James_Dewey_Watson#Posizioni_riguardo_all'eugenetica_e_alle_razze
    Il problema centrato per me e' qui , dove la razza non c'entra un tubo :
    https://www.youtube.com/watch?v=LPjzfGChGlE

    La mia esperienza mi porta a dire: il cervello e' come un muscolo, se lo nutri per generazioni e lo addestri da piccolo ottieni miglior funzionamento , pertanto le aggregazioni umane funzionano come gli allevamenti di cavalli ed animali , solo in tempi correlati alla durata delle generazioni umane.

    La scienza e la genetica unita alla statistica riscontra effetti quantitativi (vedi sopra) laddove la selezione naturale ed umana del passato ha prodotto effetti quantificabili (es.: schiavismo: i piu' "ribelli" venivano eliminati , i piu' docili sopravvivevano , fate questo per 200 anni ..., mettete sul rogo le streghe per 500 anni e vi trovate una popolazione che nel DNA perde la possibilita' di avere individui con un collegamento con lo spirito..., ecc ) .

    Inoltre si deve tenere conto, nella selezione naturale collegata alla generazione della sovrastruttura economica, del "PIL di Adamo ed Eva": se la natura da' di piu' gratis gli umani hanno meno necessita' di sviluppare accorgimenti per il lavoro: i paradisi tropicali sono un esempio.
    Questa condizione non e' valutabile dal punto di vista economico/econometrico in quanto qualsiasi variazione della domanda non fa variare i prezzi perche' ogni esigenza in equilibrio con la natura viene soddisfatta .

    Esempio da: "Circuiti economici in Darfur", in Grendi, E. (a cura di), L'antropologia economica. Torino: Einaudi, 1972 .

    Erano un popolo mite e felice nel Darfur , con usanze strane ma positive: usavano la birra come moneta ed ogni momento era buono per scambiarsi la moneta “usandola” . Privi di frigoriferi , non avevano possibilita' di lunga conservazione. Le grotte fredde erano contate , e li' stava il tesoro della comunita' , continuamente arricchito dalla nuova produzione.
    Poi vennero gli arabi ( conquistatori armati) con le lattine di birra (inglesi) , l' economia ne fu sconvolta e l'intera identita' nazionale fu persa perdendosi il valore della moneta.

    Per i cristiani indecisi ed “accoglientisti” ricordo Matteo 7:“6 Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.”

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  8. Altra immigrazione.
    Parlando con amici della Repubblica Dominicana mi hanno detto che loro sono preoccupati (eufemismo) della immigrazione dal Venezuela. Quelli che arrivano da quel paese (disatrato per motivi politici pur seduto su un mare di petrolio) sono borghesia e lavoratori specializzati che sono scappati e che lavorano bene e con capacita' imprenditoriale e competenza .
    Pertanto i lavoratori qui si sentono fra l'incudine (lavoratori Haitiani a bassa competenza che accettano salari bassissimi) ed il martello , professionisti ed imprenditori venezuelani fuggiti anche con capitali che lavorano con professionalita' al top della zona nei vari comparti.
    Il PIL aumenta per effetto dell'introduzione di nuovi capitali e Santo Domingo diviene ogni anno piu' pulita e piu' "vivibile" nel senso europeo del termine, ma al costo di aumentare il divario sociale ma sopratutto quello citta'/campagna.

    Morale: cosi' come importare poveri e' tafazzismo , importare lavoratori ricchi e capaci e' pure tafazzismo ove lo stato sia uno "stato-nazione" .

    (Gli USA per es.: non sono uno stato-nazione infatti si puo' chiedere la cittadinanza portando capitali )


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