sabato 19 ottobre 2019

IL DESTINO DELL'ITALIA (3): JAPANIFICATION. LE ELITE "INCATENATE" AL SUCCESSO DEL VINCOLO ESTERNO

Apriamo questa terza "puntata" con un riassunto delle tendenze individuate nelle precedenti. Esamineremo poi, dal punto 3., la fenomenologia della Japanification.

1. Lo scenario tratteggiato nell'ultimo post ha posto in luce alcune tendenze evolutive di premessa (che comunque risultano nell'aggiustamento dell'attuale paradigma ma non delineano un "nuovo mondo"):
1a) il ciclo svalutativo del dollaro (sia o meno ravvisabile una tendenza realmente durevole per 15 anni) corrisponde a un oggettivo interesse di aggiustamento strutturale dell'economia USA (eccessivamente finanziarizzata per via della globalizzazione e delle difficoltà che la stessa ha, com'era prevedibile, generato)

1b) Tale "ciclo" include un certo grado di reindirizzo degli investimenti finanziari USA, che si orienterebbero verso impieghi meno rischiosi di quelli attualmente incentrati sull'assetto, industriale e in connessione finanziario, domestico, dirigendosi verso commodities quali l'oro, e assets espressi in euro e yen. 
Con la Cina, la controversia commerciale, e pure valutaria, attualmente in corso, - e ben lungi dall'aver trovato soluzione - porterebbe invece a escludere una inclusione in questo "reindirizzo" (appunto in quanto svalutativo verso le aree più commercialmente aggressive e politicamente avverse alla ripresa industriale USA). Rispetto alla Cina, peraltrosi tratterebbe (il condizionale è d'obbligo) di una notoria "inversione di tendenza", determinata dagli effetti negativi sia del precedente grande spostamento di capitali in delocalizzazioni, che, soprattutto, della legislazione cinese di "cattura" delle tecnologie di proprietà dell'investitore straniero trasferitosi nel territorio della Repubblica;

1c) questo reindirizzo (a effetto svalutativo) si inserisce, comunque, in una fase del mercato azionario USA che, data la sua traiettoria, giunta ai prezzi massimi da circa 150 anni, sconta comunque una forte aspettativa di correzione verso il basso. Il reindirizzo ipotizzato (reso necessario da esigenze previdenziali legate, in definitiva, per via finanziaria, alla debolezza industriale USA) precederà ma, anche accelererà (e seguirà) la correzione di Wall Street; questo, però, in un'ottica di attenuazione, mediante un comportamento difensivo preventivo dei risparmiatori/investitori USA, della portata recessiva, americana e mondiale, della correzione attesa sui mercati finanziari USA;

1d) nel complesso, questa strategia - che rimedierebbe simultaneamente alle varie connesse esigenze, previdenziali e di competitività, del sistema economico-industriale statunitense - implica, nella sua proiezione sull'eurozona, una forte spinta alla conservazione e alla stabilizzazione della moneta unica, in modo da limitare il rischio "di cambio" del potenziale afflusso di capitale finanziario da oltreoceano.

2. Queste premesse determinano alcune conseguenze problematiche, di difficile soluzione, determinate dalla già manifesta situazione di difficoltà strutturale in cui versa l'eurozona:

2a) in sintesi, se pure una strategia di "attenuazione" preventiva degli effetti di una recessione finanziaria globale può ritenersi un obiettivo apprezzabile, la connessa esigenza di conservare la  moneta unica e la sua stabilità di valore rispetto al dollaro, - ed anzi, più esattamente, una costante e durevole rivalutazione della moneta unica sul secondo -, incontra enormi difficoltà.

2b) queste difficoltà le abbiamo così riassunte: "Salvare capra (eurozona) e cavoli (area deflazionista a cambio "esterno" forte e stabile, ma votata al mercantilismo), appare un rompicapo quasi irrisolvibile: l'unica soluzione possibile e realistica, è che vi sia una sincronizzazione di politiche e misure razionalmente coordinate tra gli alleati atlantici. Magari politiche oggi insospettate".

3. La Giapponificazione dell'eurozona.
L'implicita premessa di questa complessiva strategia, la cui attitudine ad un essenziale coordinamento (delle politiche adottabili su entrambe le sponde dell'Atlantico) è tutta da verificare, risiede peraltro in un bias deflazionistico, (in prosecuzione dell'attuale!) che verrebbe ad essere scaricato dagli USA sull'eurozona.
Basti dire che il più recente dato sull'inflazione nell'area euro è di 0,8 (0,2 per l'Italia!).

La definizione di una via d'uscita da questa difficoltà (un'area mercantilista, rigidamente istituzionalizzata dai trattati come tale, non può tollerare un prolungato ciclo di cambio rivalutato rispetto al suo principale mercato di sbocco) ci porta a esaminare il fenomeno, più volte accennato della Japanification.

3.1. L'articolo da cui prendiamo spunto, non casualmente, prende le mosse da un parallelismo con l'Europa (sarebbe più esatto dire, l'eurozona). 
E non casualmente ci descrive una realtà che l'americano medio non conosce (e che potrebbe portare i suoi policy-makers a ignorare i costi, aggiuntivi che potrebbero derivare dalla strategia di "reindirizzo svalutativo").
"Un recente tema dei media finanziari è quello della Japanification of Europe.
La Giapponesizzazione si riferisce a una serie di condizioni economiche e finanziarie che hanno caratterizzato l'economia giapponese durante gli ultimi 28 anni: una persistente stagnazione unita a deflazione, un'economia a bassa crescita e bassa inflazione, politiche monetarie molto accomodanti, una banca centrale che procede attivamente a monetizzare il debito ovvero a creare moneta dal nulla per acquistare il debito statale, e un governo che finanzia "ponti che portano al nulla" e altri stimoli alla domanda per impedire all'economia di finire in un'aperta contrazione. (NdQ: pare un efficace riassunto di quanto viene detto in questa sede).
Ma la prosecuzione dell'articolo è ancora più impressionante:
"I parallelismi con l'eurozona sono ovvi ma non finiscono qui: il mondo intero sta virando verso quello "status quo zombificato"finanziario, economico, sociale e politico,  che è il cuore della Giapponificazione.
Sebbene la maggior parte dei commentatori si focalizzi sui caratteri economici del fenomeno, quelli di stagnazione politica e sociale sono egualmente rilevantissimi. Se infatti misurassimo solo la stagnazione economico/finanziaria, ne risulterebbe quasi che Giappone e Eurozona se la stiano cavando in qualche modo, ovvero mantenendo lo status quo per mezzo di crescita e tassi di  interesse near-zero.
Ma se misuriamo il deterioramento sociale e politico, l'erosione è innegabile. Eccone un esempio. Pochi americani hanno accesso o guardano la TV giapponese, e così sono inconsapevoli dei senzatetto come carattere permanente del Giappone urbanizzato. La propaganda centralizzata dello Stato è focalizzato a incoraggiare il turismo, una rara oasi dell'economia moribonda giapponese, a perciò non si troverà una copertura mediatica sui senzatetto o su altri segni sistemici di collasso sociale.
Ma se si guardano i telefilm giapponesi delle serie "detective / police, procedural dramas", tuttavia, si trovano costanti riferimenti a persone senzatetto e a accampamenti di senzatetto; i detectives cercano testimoni di un omicidio nel più vicino accampamento; un homeless che vive in una fabbrica abbandonata è trovato, etc.
Ed è in ciò il nodo dinamico della "zombification / Japanification": il top 25% sta facendo qualunque cosa sia necessaria per mantenere lo status quo, perché funziona piuttosto bene per loro. Ma il sistema sta abbandonando il bottom 75%, che deve essere, politicamente, socialmente ed economicamente neutralizzato, affinché non "rompa le uova nel paniere" ."
NdQ: su quest'ultimo passaggio, ci limitiamo a citare, senza alcun ulteriore commento, il famoso brocardo di Hayek (p.1) sul reddito di cittadinanza (rammentando che nel primo post di questa serie abbiamo esplicitamente premesso che avremmo affrontato un...viaggio nella realizzazione concreta della distopia hayekiana):
«Nel Mondo Occidentale, fornire agli indigenti e agli affamati per cause al di fuori del loro controllo una qualche forma di aiuto è una pratica oramai accettata come dovere dalla comunità. In una società industriale nessuno dubita che una qualche forma di intervento sia in questi casi necessaria, fosse anche solo nell’interesse di coloro che devono essere protetti da eventuali atti di disperazione da parte dei bisognosi.».
"A seconda dell'economia/società considerate, si potrebbe argomentare che è il top 40% che difende lo status quo e emargina il bottom 60%, ovvero che sia il top 20%  a emarginare il bottom 80%. La percentuale esatta non rileva; ciò che conta è che lo status quo non funzioni più per la maggioranza. Ma questa è priva di potere nel cambiare il sistema poiché è controllato dalla minoranza che beneficia così grandemente dall'essere bloccati nel presente assetto. 
L'altra dinamica della zombification / Japanification è: un (eventuale) successo passato"incatena" le elites al potere a un modello già ormai fallito...
E in tal modo le elites di potere insistono ancor più nel fare ciò che ha condotto al fallimento, in dosi aggiuntive estreme. 
...
Quando anche questa insistenza fallisce nel muovere l'ago (della crescita), manipolano le statistiche per far apparire che tutto procede per il meglio. Nelle parole immortali di Mr. Junker"Quando il problema si fa serio tu devi mentire, e adesso è sempre serio"
La necessità di neutralizzare politicamente, socialmente ed economicamente, la maggioranza si manifesta in 2 modalità distruttive: i giovani che si chiamano fuori (o sono congelati al di fuori) dello status quo fallimentare, non si sposano e non hanno figli, non comprano case, nuove automobili, etc. Ciò innesca una bomba demografica a orologeria (sets off a demographic time bomb) che...garantisce l'implosione delle promesse finanziarie fatte dagli egotici e arrivisti al servizio dello status quo.
...
Ovviamente, se i giovani non hanno più figli e non hanno più abbastanza reddito per comprare case e automobili, l'economia è condannata alla stagnazione e al declino... Ciò lascia l'intera spesa e l'intera richiesta di credito al top 10% che se la cava splendidamente. Ma questo top 10% non potrà sostenere l'intera economica per lungo tempo
...
Sia come sia, il fragile status quo collassa o per via della rivolta politica o della depressione sociale, o per il prosciugamento vitale che deriva dal perseguire misure ancor più estreme a difesa dei "vincenti" dello  status quo a spese dei tanti  losers."

Fin qui, cose ben dette, ma non nuove in queste pagine: si tratta della registrazione degli effetti ultimi, post-moderni, della distopia hayekian-liberale, in cui, naturalmente, la democrazia "liberale" è una mera facciata, poiché, a prescindere da qualsiasi esito del processo elettorale, comanda una minoranza timocratica a scapito di una crescente maggioranza; che viene privata dalla "libertà" effettiva, in nome...della libertà (dei pochi...sempre qui, p.7).
Così come abbiamo sottolineato che si tratta sostanzialmente di una restaurazione, culmine programmatico della "rivoluzione liberale".

Ma poiché l'Italia è nell'eurozona, dove questo fenomeno generale presenta un'accentuata propensione delle elites a "incatenarsi" alle politiche del passato - giungendo persino a ideare una vera e propria censura contro qualsiasi forma di dissenso -, dovremo esaminare anche l'altro concetto di riferimento che abbiamo introdotto nel post precedente: la Irlandesizzazione...

(segue-3)

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