domenica 9 novembre 2014

FLEXICURITY E REDDITO DI CITTADINANZA . DEFLATION & DEFLATION








L'Unione europea si basa sull'idea di mercato del lavoro c.d. neo-classica cioè, in chiave storica UE, ordoliberista; un'idea comunque condivisa, a livello culturale più o meno cosciente, da tutti gli economisti e politici che hanno influenzato la redazione del trattato di Maastricht.

Questa idea di mercato, come in questa sede si è detto più volte, si incentra sulla perfetta flessibilità verso il basso dei livelli salariali, come mezzo principale se non unico di riaggiustamento degli equilibri di mercato, alterati per qualunque motivo.

Nella pura visione neo-classica "Marshalliana" la crisi congiunturale del sistema economico non esiste, o meglio non "può" esistere, perchè non esiste una forza che possa impedire che si dispieghi questo meccanismo naturale di riequilibrio, riportando in opera in senso riallocativo-ottimale l'invisibile mano del mercato.
Più precisamente, a fronte della reazione che i "fatti" sociali hanno opposto alla pretesa realtà scientifico-naturale della visione dell'equilibrio neo-classico liberista, e cioè a seguito della progressiva attivazione della solidarietà tra lavoratori mediante l'auto-organizzazione sindacale, la versione liberista del meccanismo di riequilibrio delle (transitorie) crisi è stata riformulata in modo più esteso ma significativo. 
Si è cioè detto che la perfetta flessibilità verso il basso del prezzo del lavoro conduce inevitabilmente al riequilibrio delle fasi negative, salvo che il mercato del lavoro sia distorsivamente irrigidito dalla presenza delle resistenze e rivendicazioni sindacali.

Questa è in particolare la visione dei vari "liberali" o liberisti che portò alla costruzione europea. Dalla visione negativa degli "interessi sezionali" portati avanti dai sindacati, quale formulata da Spinelli (sotto l'influenza di Einaudi), fino alla vaste argomentazioni che contraddistinguono von Hayek, von Mises, Lippman, Roepke, Eucken, - e cioè l'insieme indistinto dell'ordoliberismo-, l'europa nasce all'insegna del RIPRISTINO DEL LAVORO-MERCE.

Si vuol dire che ogni formulazione teorica alla base di quanto espresso nei trattati si impernia su questo concetto, ritenuto essenziale
Non importa quale sia la dichiarazione esteriore di presunta "attenzione" al lavoro, ed alle questioni sociali, contenuta in un trattato europeo: e questo, quantomeno, a partire dalla formulazione dell'Atto unico del 1986, o in qualunque fonte attuativa UE. 
Una tale dichiarazione avrà sempre un effetto precettivo pari a zero, cioè risulterà COSMETICA, di facciata. Nel mentre, tuttavia, la sostanza dell'assetto perseguito da queste fonti, sarà invariabilmente quella di garantire la massima flessibilità dei SALARI-REDDITI DA LAVORO. 
Tale flessibilità, nella chiave cosmetica, si esplica:
a) nella più o meno esplicita enunciazione della preferenza per il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, priva di ogni meccanismo sanzionatorio preciso ed univoco; 
b) nella indifferenza, "permissiva" per implicito, nel consentire ogni possibile ampliamento della  risolubilità del rapporto di lavoro; il silenzio del trattato sul punto, conduce cioè a un'esilissima tutela contro il licenziamento e riqualifica l'instabilità sostanziale del formalmente auspicato rapporto a tempo indeterminato. La "stabilità", da norme non cogenti del trattato, è infatti lasciata alla ipotesi residuale del licenziamento "discriminatorio", secondo una formula soggetta peraltro a progressiva restrizione interpretativa.

Com'è che l'ordoliberismo, o in generale il neo-liberismo imperante in Europa, denunzia questa sua preferenza circa il mercato del lavoro? 
Attraverso la ben nota norma "costituzionale-chiave" del Trattato sull'Unione, cioè l'art.3, par.3, che predica una "piena occupazione" che si accompagna ad un'economia sociale di mercato fortemente competitiva e caratterizzata dall'obiettivo principale della stabilità dei prezzi
Rendendo contemporaneamente applicabili questo insieme connesso di supremi principi ne risulta il concetto di lavoro-merce, sopra descritto.
Poichè lo scopo ultimo di ciò è quello di rendere perfettamente flessibile verso il basso il prezzo del lavoro, gli strumenti cosmetici che si accompagnano a questo obiettivo cercano di dissimulare che per rendere flessibili i lavoratori sul salario (prima ancora che sullo strumentale aspetto del licenziamento), occorre disattivare la sostanza dell'azione sindacale e portare le politiche deflattive (di perseguimento della stabilità dei prezzi) a una tale coerenza e durata che la disoccupazione si attesta strutturalmente ad un livello molto alto, fiaccando sia la forza del sindacato, sia il potere contrattuale dei disoccupati, e di chi si affaccia sul mercato del lavoro (ovviamente, quanto al poter negoziare il livello di accesso o di crescita reale dei salario).

Gli strumenti per completare la cosmesi che rende persino irrilevante la "preferenza" europea per il lavoro a tempo indeterminato, una volta che la disoccupazione strutturale, l'ammissibilità di un numero infinito di contratti di lavoro atipici e l'ampia licenziabilità senza causa, abbiano operato verso la sostanziale instaurazione del lavoro-merce, sono riassumibili in una formula: la FLEXICURITY.
Silvana Sciarra
Avvertenza preliminare: in effetti è un'idea che va vista sempre nel quadro del fiscal compact e del pareggio di bilancio: altrimenti non se ne può nè formulare in astratto, nè stimare attendibilmente,  l'impatto.

Inevitabilmente, "nuovo", idoneo a fronteggiare la "sfida della globalizzazione", e le "iniquità" per i lavoratori da essa derivanti, giammai dal modello ordoliberista del trattato  ("because of the inequity brought about by global – namely non EU – trade."; cfr; pag.10), il sistema della flexicurity è, naturalmente, "multilevel": cioè ci si può mettere dentro tutto quello che, per l'occasione, può assumere ruolo cosmetico di sedativo in quanto occasionato dalla iniquità del "non EU-trade" (!), cioè dalla finanza cattiva, dalla Cina minacciosa e da tutte le ingiustizie che si perpetrano fuori dal mondo perfetto dell'UE-M.

Ma state certi che la flexicurity, oltre ad una congerie di formule "meravigliose", su come ti assisteranno, in caso di disoccupazione, con nuovi tipi di riqualificazione, nuova formazione orientata alle nuove professionalità, in nuove forme di nuova compartecipazione tra nuovi lavori dipendenti e nuove tipologie di impresa, legate alle nuove tecnologie, tenderà ad imporre:
1) forme, vecchie e nuove, di salario minimo;
2) forme vecchie e nuove, di reddito universale o di cittadinanza, ovvero sussidio generalizzato di disoccupazione (per forme anche nuove di "inoccupazione" che si coniughino con nuove tutele delle pari opportunità).

Il primo strumento fissa un livello di fondo, nella flessibilità salariale verso il basso, che il fronte del capitale-datori di lavoro, è autorizzato a toccare in ogni settore industriale e rispetto ad ogni possibile segmento professionale: cioè è un minimo di paga unico per tutto (o quasi) il mercato del lavoro e stabilito d'autorità, bypassando ogni trattativa sindacale nazionale per comparti.
Il suo effetto è quello di portare ogni settore professionale di lavoro, indipendentemente da contenuti e livelli, ad una restribuzione che sia durevolmente stabilizzata verso il bench-mark del salario minimo (un giovane ingegnere potrà, di fatto, avere un minimo potere contrattuale individuale per pretendere solo pochi decimali di maggiorazione rispetto al lavoratore di livello professionale più basso: cioè chi studia ingegneria e si mantiene con un mc-job, potrebbe scoprire che avrebbe potuto farne a meno e...rimanere a vita precario nel mc job, perchè tanto non cambia molto....).

Il secondo strumento l'abbiamo descritto varie volte su questo blog (ma rimane proprio "quello che non vogliono capire"...ma proprio non "vogliono").
Con qualunque formula di attribuisca un reddito a chi non può arrivare ad un autonomo sostentamento, l'effetto fondamentale del "reddito di cittadinanza" non cambia: estenderlo ai sottoccupati a livelli reddituali sotto-soglia, ai pensionati poveri, alle casalinghe-madri che hanno rinunciato a cercare lavoro, agli studenti e ai giovani "falsi-partita IVA", è solo una questione di "platea degli aventi titolo" e di relativo finanziamento a carico pubblico. 

Potrebbe sembrare che allargando la platea al massimo, cioè facendone un reddito universale (o la consimile "imposta negativa" di Friedman), si rallenterebbe la deflazione salariale; e ciò appunto in quanto sarebbe erogato un tale livello combinato di benefici a classi intrecciate di beneficiari da riattribuire al fronte dei disoccupati-sottoccupati un certo potere contrattuale nei confronti dei potenziali datori di lavoro. 
Ma non è così. 
Si dimentica che il reddito di cittadinanza lo paga lo Stato e che, poichè questo è sprecone e corrotto e bisogna disciplinarlo con limiti al deficit o il pareggio di bilancio, il finanziamento del reddito di cittadinanza è SOSTITUTIVO di altre spese dello Stato. Esso deve cioè essere finanziato LIMITANDO O ABROGANDO IL RESTO DEL WELFARE
Più è ampia la platea degli aventi titolo più ciò sarà realizzato in tempi concentrati
L'effetto di ciò non è una mera redistribuzione, fra diversi destinatari, della spesa pubblica
Il finanziamento del reddito di cittadinanza, mediante distruzione del welfare costituzionale, è infatti una gigantesca misura combinata di deflazione salariale, distruttiva di ogni livello di reddito e della stessa quota salari su PIL.

Infatti, il reddito di cittadinanza si accompagna alla regola giuridica che chi, comunque, supera una certa soglia di reddito perde il beneficio pubblico; ciò in tutto o in parte,  a seconda dell'ammontare della soglia e della possibile considerazione di elementi di status familiare. 
Tale regola è completata da un'altra, altrettanto coessenziale al sistema: cioè che, per non perdere il beneficio, occorra dimostrare di essere attivamente alla ricerca di lavoro, NON rifiutando offerte di lavoro che risultino attestate - secondo scarti anche percentualmente inferiori, fissabili dall'autorità della legge- intorno al livello dello stesso reddito di cittadinanza (o anche rapportate  al salario minimo).
E' evidente come il sole che, in presenza di un alto livello di disoccupazione, il reddito di cittadinanza diventerà la soglia massima "diffusa" di reddito che  i datori di lavoro saranno disposti a dare ai nuovi occupati e a numerosi disoccupati in cerca di lavoro.

Contemporaneamente, poi, il finanziamento del reddito di cittadinanza in sostituzione - ovvero in drastica limitazione del livello di erogazione- del sistema pensionistico, come primo ovvio punto di partenza finanziario, conduce all'aspettativa che la base pensionistica futura sarà costituita da un generale livellamento sul reddito di cittadinanza
Ergo, su un livello di reddito differito talmente basso da non consentire la formazione di risparmio durante la vita lavorativa della schiacciante maggioranza della popolazione attiva. 
Ciò porta prima  alla generalizzazione "sociale" di un profilo di rischio che difficilmente consentirà l'erogazione di mutui per comprare l'abitazione come di altre forme di credito al consumo e, conseguentemente, conduce poi ad una caduta di consumi e investimenti, perpetuando un alto livello di disoccupazione ed aggravando le spinte deflattive che riproducono "a spirale" questa tendenza.

Ne deriverà, come in tutte la fasi deflazionistiche da caduta della domanda, l'ulteriore prosecuzione di alti livelli di disoccupazione combinata alla (quasi equivalente) precarizzazione  e inutilizzazione dei fattori produttivi e, quindi, la forte caduta delle entrate tributarie, legate ad una base imponibile - e contributiva- generale in continua contrazione.
Ciò rende inevitabile l'insostenibiità del livello inizialmente fissato di reddito universale, o di cittadinanza, per drastica riduzione delle fonti di finanziamento indicate originariamente a copertura (in pareggio di bilancio).
Si renderà quindi necessario rifissare un nuovo e più basso livello del reddito di cittadinanza, adeguato a tale spinta deflazionista innescata dalla stessa introduzione del reddito di cittadinanza...e così via, rafforzando e perpetuando la predetta spirale deflazionista.
Questo se si rimane nell'euro. 
Ma se non ci fosse l'euro, il mercato del lavoro-merce non sarebbe stato imponibile a forza allo Stato costituzionale democratico italiano.
E, se non ci fosse stato l'euro, il problema della FLEXICURITY E DEL REDDITO DI CITTADINANZA non si sarebbe nemmeno posto.
Ma vedrete che, se anche l'euro si sfaldasse, abbandonato dai suoi "padroni", in Italia, se ne parlerà ancora...
Una cosmesi deflattiva è per sempre...



13 commenti:

  1. Hai dimenticato solo di segnalare lo slogan pop che """regge""" tutta 'sta impalcatura ideologica:

    "dobbiamo tutelare i lavoratori non i posti di lavoro"

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    1. Sì ma quello, e tanti altri analoghi slogan(s), proviene dalla maggioranza fermamente €uro-cosmetica. Non dall'opposizione "unica" che predica l'uscita dall'euro con legge costituzionale di iniziativa popolare e successivo referendum consultivo, forse, chissà, e semmai il referendum desse una casuale esito positivo. E che vota i giudici della corte costituzionale concordando implicitamente ma necessariamente, senza mettere in discussione tale aspetto, l'accettazione del mercato del lavoro fl€ssibiile...

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    2. Per riassumere, almeno come l'ho capita io, mi pare che l'attuale "discorso" €uro-cosmetico sia il prosieguo del "discorso" €uro-vaselinico di quando ci hanno rifilato la "sòla". E si sono accorti che devono intervenire di cosmesi se vogliono mascherare le smorfie, non proprio di gioia, a conseguenza del "discorso" €uro-vaselinico.
      Ps.:Ricordo, perché l'ho vissuto amaramente, il tempo in cui, dagli alti livelli istituzionali, avvertivano che, se non ci si fosse dotati dell'€, "saremmo finiti in Africa".

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  2. LORENZO, MI RIPOSTI IL COMMENTO CHE (NON SIO PERCHE') E' ANDATO PERDUTO, (sai la stanchezza)?
    Grazie e perdona...

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    1. Nessun problema. :-)
      Mi rifacevo ad una interessante considerazione di Barbara Tampieri in questo post:
      http://ilblogdilameduck.blogspot.it/2014/11/se-atene-piange-lisbona-non-ride.html
      laddove dice che "anche qui vediamo persone che reagiscono con l'umorismo, con la musica, con la protesta di piazza ma senza un vero spirito rivoluzionario. Sembrano più cure palliative che risolutive."

      La considerazione, infatti, sottolinea, secondo me, il ruolo nefasto non solo dei media ma soprattutto della sinistra cosmetica nella distruzione dei diritti dei salariati e del benessere diffuso, riducendo concettualmente ogni forma di protesta ad un mero "fatto di costume" non in grado di cambiare realmente le cose in quanto privo dello "spirito" necessario (come non le cambiò, infatti, la protesta, prevalentemente "di costume" e sostanzialmente "borghese" -come intuito se non sbaglio da Pasolini- del '68).

      La sinistra italiana, quindi, ha una grave responsabilità storica molto grave e -secondo me- anche più grave della destra. Del resto, stiamo parlando di chi reputa normale privarti di tutto per poi tutelarti -ipocritamente- in quanto barbone, detenuto o disagiato di altra natura. Giusto per stare a posto con la coscienza......

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    2. Ma neanche per stare a posto con la coscienza: per attuare il ben noto disegno sociale di von Hayek facendolo passare per "nuovo" in base alla cosmesi...Questo è precisamente il clou dell'ordoliberismo €uropeo

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    3. Caro Lorenzo, difficile uno spirito rivoluzionario, purtroppo, quando accade questo... molte volte mi chiedo se noi tutti dobbiamo farci un esame di coscienza...

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    4. L'esame di coscienza se lo dovrebbe fare prima di tutto l'intellighenzia tedesca, però: da Roepke e Adenauer-Eucken in giù, praticano la "doppia verità" come mezzo strategico di conquista di un potere restauratore, in spregio della democrazia sostanziale.
      La nostra classe dirigente ha almeno duramente pagato per essersi prestata, nella fase iniziale dell'offensiva ordoliberista, alla complicità autolesionista con questo disegno (da sempre alimentato e diretto da pochi all'interno della nostra democrazia).

      Certo il nostro "blocco" mediatico è corresponsabile su un piano di parità con quello tedesco: ma "noi tutti" non può estendersi, a mio modesto parere, a colpevolizzare anche i cittadini comuni travolti, - e solleticati nei più bassi istinti livorosi-, da un sistema implacabilmente orchestrato di ristrutturazione culturale (verso l'infimo del pop).

      E meno che mai chi ha almeno provato a resistere, resistere, resistere :-)

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  3. Ciao Quarantotto, forse per la mia limitata comprensione, mi rimane ancora un mistero l'adesione del CAF al trattato di Maastricht e ancora più incomprensibile mi rimane l'incapacità di difendersi dal ciclone mani pulite. Il Trattato fu firmato il 7 febbraio 1992 e il 17 febbraio scoppia Tangentopoli con l'arresto di Chiesa, quello che Craxi definì un Mariuolo. Possibile che in quel momento non abbia capito che l'Elites mondialiste stavano dando il benservito alla Prima Repubblica? Farà parte dei tanti misteri che hanno attraversato questa Repubblica, iniziando con la strage di Portella della Ginestra, per passare attraverso omicidi eccellenti e stragi nei treni e nelle piazze e per concludersi con l'arresto di un mariuolo.

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    1. Il cedimento dei poteri che gli avrebbero dato capacità di resistenza avvenne nel 1990: una sequenza di errori che dimostrano come non fossero così "abili". Dovevano invece essere "sottili"...
      http://orizzonte48.blogspot.it/2014/10/1978-e-1992-parte-ii-1992-tra-favolosi.html (par.( e uniscici prue la riforma bancaria 1)

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  4. Impossibile non capire.

    Voglio solo far notare che il meccanismo di aggiustamento automatico e necessario del livello salariale alle fasi di crisi, con flessibilità piena verso l'alto e verso il basso è il modello di Blanchard ed è quello insegnato in tutti i corsi di macroeconomia. La sottile perversione di questo modello sta nel far credere che qualsiasi scostamento dal livello "naturale" del salario, derivante da "pretese" dei lavoratori porti semplicemente, attraverso aggiustamenti del tasso di interesse, ad un aumento dell'inflazione, con effetto nullo, nel medio periodo, sul potere di acquisto. Praticamente ci dicono: è inutile che lottate per aver di più, tanto l'unico effetto che otterrete non è un maggior benessere o capacità di consumo e risparmio, ma solo prezzi più alti. Come dicono a Roma, statece.

    Questo è il pensiero che viene inculcato negli studenti, futuri economisti. Cercare di stare meglio, di avere una maggiore quota salari sul reddito prodotto è solo una "distorsione" che il sistema riaggiusta.

    Da qui il reddito di cittadinanza è solo una naturale conseguenza, per tenere a bada i facinorosi, la "valvola sociale" di Von Hayek, quelli che si ostinano a non voler lavorare alle condizioni del mercato, gli orridi disoccupati volontari, e costringerli ad accettare il salario minimo, pena la perdita del "beneficio".

    Un altro modo per "mettere in riga" la forza lavoro.

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  5. Carissimo Quarantotto, volevo innanzi tutto ringraziarla per l'enorme e incredibilmente utile lavoro che lei ci ha donato con questo stupendo blog. Sono anni che la seguo e che propagando i suoi interventi il piu' possibile (sia tra italiani d'Italia che tra emigrati). Grazie anche per aver deciso (in un momento cosi' difficile e incerto) di continuare ad accompagnarci!
    Esco dalle nebbie del silenzio per segnalare che purtroppo il link all'articolo della Sciarra sulla Flexicurity sembra non essere piu' attivo [Account suspended], io ne ho trovato una versione on line solo qua (http://www.pietroichino.it/wp-content/uploads/2009/06/sciarra.pdf).
    Grazie ancora!
    Scarsella

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  6. Molto interessante, mi sfugge in tutto questo delirio la logica che sottende quanti sono fautori di questo progetto.
    Se il risultato é un continuo calo della domanda (una decrescita infelice direi..) e stante il fatto che una economia che non sia curtense ha bisogno di qualcuno che consuma i beni che si producono - fossero anche immateriali. Ma allora gli ordoliberisti chi pensano dovrebbero essere i futuri consumatori di beni prodotti da queste immense schiere di lavoratori poveri?

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