giovedì 11 maggio 2017

CHANG, TRUMP E IL "NEW NORMAL"...MA L'€UROPA? KAPUTT


http://formiche.net/files/2013/08/Resized-FAEJA-e1378909615992.jpg

A. Vi riporto un'interessante (e recente) intervista di Ha Joon Chang. Ne traduco i passi salienti, tralasciando alcune frasi di raccordo, specialmente nelle domande poste dall'intervistatore, nella lingua originaria. L'esercizio dovrebbe essere utile anche per coloro che sono meno familiari con l'inglese, stimolandone le capacità logico-deduttive insieme con una maggior concentrazione sul senso dei concetti :-)
Si può notare che due accademici anglosassoni, che sono certamente non ascrivibili all'area marxista o "antagonista", parlano correntemente di "fazioni dominanti del capitale" e di "Stato capitalista": una cosa impensabile in Italia, e in generale in €uropa, a livello di dibattito mediatico e dei suoi corredati espertologi. 
Per quanto concerne Chang, non c'è, certamente, neppure la ragion di parte (tipica dell'attuale Krugman, ad es.) della recente elezione di Trump, che, per molti versi, ha risvegliato, nel mondo progressista (liberal) anglosassone, atteggiamenti critici sul piano dell'equità e della giustizia del paradigma economico imperante. 
Chang, per chi ne conosce il lavoro, ha sempre offerto una stringente critica su questo versante, risultando uno dei più attenti e preparati conoscitori, probabilmente il più esplicitamente critico e "letto" in tutto il mondo, di dati e tendenze effettive dell'economia mondiale.
Come vedrete, pur partendo dagli Stati Uniti e da Trump, finisce (inevitabilmente) per parlare molto dell'€uropa.
L'intervista delinea molto bene quali sono i protagonisti esatti del conflitto sociale attuale, chi l'ha scatenato, chi lo sta perdendo e quali sono i colpevoli della situazione attuale, il loro incredibile grado di colpa, così come la loro sostanziale impunità: un combinato di elementi clamorosi che è ormai assurto a indirizzo politico incontestato degli Stati capitalisti occidentali, disegnando una "costituzione materiale", tanto più illegittima quanto più la sua iniquità è affermata come riflesso razionale, e dotato di legittimità de facto, del senso di colpa incredibilmente indotto, dal sistema mediatico, in coloro che la subiscono.

Sono certo che per gli attenti lettori del blog, (per gli altri non saprei), non sfuggiranno le immediate implicazioni adattive di quanto spiegato da Chang, in termini di accadimenti e policies €uropee. 
Nelle sue parole, si può agevolmente scorgere (in controluce e rebus sic stantibus),  persino chi siano gli stakeholders del business dell'immigrazione: questa, a ben leggere, è compatibile solo con politiche fiscali espansive e un recupero della tutela del lavoro e del welfare, almeno a ben leggere le risposte di Chang, tendenze che appaiono ben lontane all'orizzonte. 
Egli, a oner del vero, non affronta in alcun modo il problema della moneta unica quale prospettato da Draghi (p.1) e ora De Grauwe: e questo è un limite della sua analisi. 
La contraddizione che egli addita, correttamente, e i rimedi suggeriti, risulterebbero molto più utili, e proprio in proiezione sull'intera economia mondiale, se egli affrontasse specificamente il contesto istituzionale dell'eurozona: un problema che passa, più che mai, per la forza di un vincolo giuridico, che vieta normativamente qualsiasi mutamento delle attuali politiche neo-liberiste (più che risultare semplicemente inviso alle forze capitaliste che, egli stesso, indica come controllori degli Stati).

Attendiamo che, prima o poi, Chang prenda posizione su questo specifico problema che "piomba" l'intero sviluppo dell'economia mondiale. A ben vedere: e a Chang non dovrebbe sfuggire...
Proprio la ben calibrata descrizione della inconsistenza delle politiche (contraddittoriamente) perseguite da Trump nel medio periodo, poi, ci dà la misura di quanto conti l'aspetto istituzionale: ciò rende vieppiù importante affrontare tale aspetto, da parte degli Stati Uniti, rispetto all'Unione europea, in quanto conglomera (che piaccia o no, in termini di proiezione geo-politica) un PIL attualmente ben superiore a quello degli stessi USA e una quota del commercio mondiale di gran lunga al primo posto

Si noti pure che tutto il "ricettario" indicato da Chang sul rilancio dell'economia USA - (che coincide ampiamente con quanto sostiene Cesare Pozzi, riguardo al rilancio della nostra economia, mutatis mutandis in funzione di una diversa specializzazione territoriale),- trova, in quel contesto, delle inevitabili (e, almeno da parte di Trump, allo stato insuperabili) resistenze politiche, segnatamente nell'assetto finanziarizzato dominante: ma sono pur sempre astrattamente praticabili nel contesto istituzionale USA. 
In €uropa invece, - e non lo si può mai ripetere abbastanza- quell'insieme di misure (che porterebbero ad un'espansione europea di cui fruirebbe con immediatezza l'economia USA, aiutando sostanzialmente un percorso di ripresa nel loro stesso interesse), sono giuridicamente vietate dai trattati UE.

Certo, affrontare un problema del genere, sebbene risulti di massima importanza per il benessere e la sostenibilità dell'economia USA, implica delle "risorse culturali", cioè degli strumenti di analisi economica e sociale, proiettabili nel tempo, cui l'Amministrazione USA pare aver in partenza rinunciato. 
Salvo ripensamenti dovuti allo scoppio di qualche imminente bolla finanziaria: in fondo, né Trump, né giocoforza le due Amministrazioni Obama che l'hanno preceduto, risultano aver intrapreso delle misure idonee a prevenire il loro ripetersi. E questa omissione può rivelarsi ad esito disastroso se nuovamente affrontata con gli strumenti del pensiero economico dominante.
 http://orizzonte48.blogspot.it/2016/07/ue-eurss-no-totalitarismo-neo-liberista.html


B. C. J. Polychroniou (intervistatore la cui figura marita un approfondimento) interviews world-renowned Cambridge University Professor of Economics Ha-Joon Chang.
All'incirca per tutti gli scorsi 40 anni, il neoliberalismo ha regnato incontratato sulla maggior parte del mondo capitalistico occidentale, producendo livelli di accumulo di ricchezza senza precedenti per una manciata di individui e le global corporations, mentre al resto della società è stato richierso di ingoiare l'austerità fiscale redditi stagnanti, e la riduzione del welfare state. 
Ma proprio quando tutti abbiamo pensato che le contraddizioni del capitalismo neoliberale avessero raggiunto il penultimo stadio, culminante nello scontento di massa e in opposizione al neoliberismo globale, il risultato delle elezioni presidenziali USA del 2016, hanno portato al potere un individuo megalomane che si rifa all'economia capitalista mentre si oppone alla gran parte della sua dimensione globale.[Ndr: E, oggi, in €uropa, all'elezione di Macron che si rivelerà, purtroppo, nel medio periodo, ancora più disastrosa...]
Cos'è esattamente il neoliberalism? Cosa rappresenta? E cosa dovremo attenderci dalle posizioni economiche assunte da Trump?  In questa intervista, world-renowned Cambridge University Professor of Economics Ha-Joon Chang, risponde a queste urgenti domande, sottolineando che nonostante la pretesa di Donald Trump di effettuare "spesa in infrastrutture" e la sua opposizione agli accordi "free trade", dovremmo essere preoccupati delle suo politiche economiche, dell suo abbracciare il neoliberalism e della sua convinta lealtà al ricco. 

C. J. Polychroniou: For the past 40 or so years, the ideology and policies of "free-market" capitalism have reigned supreme in much of the advanced industrialized world. Tuttavia, molto di ciò che passa per capitalismo del "libero mercato", consiste in misure disegnate e promose dallo Stato capitalista per conto delle fazioni dominanti del capitale. Quali altri miti e bugie sul "capitalismo attualmente esistente", vale la pena di additare?
Ha-Joon Chang: Gore Vidal, lo scrittore americano, disse una frase rimasta famosa, cioè che l'economia americana è "libera intrapresa per il povero e socialismo per il ricco".  Credo che questa affermazione riassuma molto bene ciò che viene fatto passare per  'free-market capitalism'  negli ultimi decenni, specialmente ma non soltanto per gli Stati Uniti. Durante questi ultimi decenni, il ricco è stato sempre più protetto dalle forze del mercato, mentre il povero è stato via via sempre più esposto ad esse.
Per il ricco, gli ultimi decenni sono stati "testa vinco io, croce perdi tu".
I top managers, specialmente negli USA, concordano la retribuzione sulla base di pacchetti che gli attribuiscono centinaia di milioni per fallire - e molto di più per svolgere un lavoro appena decente. 
Le Corporations sono sussidiate in grande scala con poche condizioni - talora in modo diretto, ma spesso indirettamente attraverso gli appalti pubblici (specialmente nella difesa) con prezzi inflazionati posti a base degli affidamenti, e tecnologie gratis prodotte dai programmi pubblici finanziati dai governi
Dopo ogni crisi finanziaria, a partire dalla crisi bancaria cilena del 1982,  passando per la crisi asiatica del 1997, fino alla crisi finanziaria globale del 2008, le banche sono state salvate dal denaro pubblico con migliaia di miliardi di dollari dei contribuenti e pochi  top bankers sono andati in prigione. Nell'ultimo decennio, le classi proprietarie abbienti dei paesi ricchi sono state anche tenute a galla da "storici" tassi di interesse ridotti.
All'opposto, la gente povera, è stata soggetta in modo crescente alle forze del mercato.
In nome della crescente  "labor market flexibility," il povero è stato sempre più privato dei suoi diritti di lavoratore.
Questa tendenza ha raggiunto un nuovo livello con l'emergere della c.d."gig economy," nella quale i lavoratori sono fintamente assunti come  "self-employed" (autonomi) (senza quel controllo sul proprio lavoro che caratterizza il vero lavoratore autonomo) e privati dei più elementari diritti (es., retribuzione dell'assenza per malattia, ferie retribuite). 
Indeboliti i loro diritti, i lavoratori devono impegnarsi in una corsa verso il fondo, nella quale competono nell'accettare retribuzioni sempre più basse e condizioni di lavoro di crescente privazione.

Nell'era dei consumi, la progressiva privatizzazione e deregolazione delle industrie fornitrici dei servizi pubblici essenziali, quelli su cui i poveri fanno maggior affidamento, - come l'acqua, i pubblici trasporti, i servizi postali, l'assistenza sanitaria e la pubblica istruzione- ha significato che il povero ha visto una sproporzionata esposizione dei propri consumi alla logica del mercato. 
Negli ultimi anni seguenti alla crisi del 2008, la legittimazione alle prestazioni del welfare è stata ridotta in molti paesi e i requisiti per accedervi  (es;., crescenti ed inclementi test di idoneità al lavoro per i disabili, la formazione obbligatoria per creare curriculum per coloro che dovrebbero ricevere i sussidi di disoccupazione) sono divenuti sempre più restrittivi, portando sempre più povera gente a competere senza alcuna rete su un mercato del lavoro per cui non sono ritenuti "fit".

Tra tutti i vari altri miti e bugie sul capitalismo, nella mia visione il più importante è quello che ci debba essere un dominio oggettivo dell'economia in cui la logica politica non deve intromettersi (ndr; non sfuggirà che questa è la logica della "Legge" naturale e pre-istituzionale di Hayek, il cui riflesso più "pop" è quello, così spesso ripetuto in TV dai politici di governo, per cui "non si possono creare posti di lavoro per decreto"). 
Una volta accettata l'esistenza di questo dominio esclusivo dell'economia, come è ormai di comune dominio, si arriva ad accettare l'autorità degli esperti economici, come interlocutori che esprimano una qualche verità scientifica sull'economia, i quali, appunto, sulla base di tale "consenso" detteranno il modo in cui va gestita l'economia (ndr; come non rammentare l'ultimo, e ancora "caldo", intervento di De Grauwe oppure la "fantasmagorica" conversazione tra espertoni del FMI sulla Grecia?). 
Comunque, non c'è un modo oggettivo per determinare i confini dell'economia, perché il mercato stesso è una costruzione politica, come dimostra il fatto che oggi sia illegale, nei paesi ricchi, il commercio di beni che un tempo erano liberamente comprati e venduti- come il lavoro degli schiavi e dei bambini.

A sua volta, non c'è neppure un modo oggettivo di costruire dei confini intorno all'economia, laddove quando gli esponenti del pensiero dominante criticano l'intrusione della logica politica (ndr; ricordate Einaudi e Hayek, che parlano di "corruzione legalizzata", qui cfr; p.8, e i dettami del gold standard nel I° dopoguerra, come "sana gestione" della res publica, qui, pp.7-8, ripresi alla lettera dalle istituzioni UE, cfr, p.5-6?), stanno solo sostenendo che la lor (di ESSI) visione politica di ciò che spetta al mercato sia l'unica corretta.
Risulta molto importante rigettare il mito di un confine naturale inviolabile dell'economia, perché è questo il punto di partenza nello sfidare lo status quo.
Se si accetta che il welfare state debba essere ridotto, i diritti del lavoro illimitatamente indeboliti, si accetta la chiusura degli stabilimenti, e così via, a causa di una qualche logica economica oggettiva, (ovvero delle  "market forces," come sono spesso designate), la modifica dello status quo è virtualmente irrealizzabile.

D: L'austerità è diventata il dogma prevalente in tutta €uropa, ed è pure una priorità dell'agenda repubblicana. Se anche l'austerità è fondata su bugie, qual è il suo effetivo scopo?
R. Molti economisti -- Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Mark Blyth and Yanis Varoufakis, per menzionare i più noti-- hanno scritto che l'austerità non funziona, specialmente in un ciclo economico negativo (come invece predicato per molti paesi in via di sviluppo in base al  World Bank-IMF Structural Adjustment Programs negli anni '80 e '90, e più di recente in Grecia, Spagna e gli altri paesi dell'eurozona).
Molti di quelli che spingono per l'austerità lo fanno perchè genuinamente credono che funzioni (sebbene sbagliando), ma, per lo più, coloro che sono abbastanza brillanti per sapere che non funziona, la utilizzano perché è un modo ottimale per restringere lo Stato (e dare così sempre più potere al settore corporate, incluso quello straniero) in modo da mutare la natura delle funzioni statali in direzione pro-corporate  (es., è quasi sempre il  welfare spending, pensioni e sanità pubbliche, il primo obiettivo).
In altrea parole, l'austerity è il modo privilegiato di spingere per una  political agenda regressiva senza aver l'aria di farlo.
Si può affermare che intraprendi i tagli di spesa perché devi pareggiare i bilanci e mettere ordine in casa, mentre in realtà stai lanciando un attacco alla classe lavoratrice e ai poveri...

D: Che ne pensi di tutti i discorsi sui pericoli del debito pubblico? Quand'è che il debito pubblico è troppo?
R. Se il debito pubblico sia buono o cattivo dipende da quando il denaro sia presto a prestito (meglio se fatto durante un ciclo economico negativo), come sia stato usato il denaro (meglio se in investimenti in infrastrutture, ricerca, istruzione, o sanità, piuttosto che la spesa militare o l'edificazione di inutili monumenti), e soprattutto da chi detiene i relativi titoli (meglio se lo detengano i tuoi connazionali, poiché riduce i pericoli di una "fuga" dal tuo paese - per esempio, una ragione per cui il Giappone può sostenere altissimi livelli di debito pubblico è che la maggior parte di esso è detenuto da giapponesi).
Certo, un debito pubblico eccessivo può costituire un problema, ma cosa sia "eccessivo" dipende dal paese e dalle circostanze.
Per esempio, stando ai dati del FMI, al 2015, il Giappone ha un debito pubblico al 248% del PIL ma nessuno parla di pericolo. 
Si potrebbe sostenere che il Giappone sia speciale ma anche notare che nello stesso anno il debito USA sta al 105% del PIL,  che è molto più alto di quello della Corea del Sud (38%), della Svezia (43 percent), o persino della Germania (71 percent): ma potrebbe sorprendere che Singapore registri un debito al 105 percent del PIL, sebbene noi raramente abbiamo udito di preoccupazioni sul debito pubblico di tale paese.

D: Numerosi economisti rispettabili sostengono che l'era della crescita economica sia terminata. Concordi con questa idea?
R. In molti parlano di  "new normal" e di una "secular stagnation"in cui un'alta diseguaglianza, l'invecchiamento della popolazione, e il deleveraging (cioè la riduzione del debito) da parte del settore finanziario privato, conducono ad una cronica bassa crescita economica, che può essere solo temporaneamente sospinta da bolle finanziarie che si rivelano insostenibili nel lungo periodo

Ma poiché queste cause sono contrastabili da misure politiche, che però sono in partenza escluse dal pensiero economico dominante, la stagnazione secolare non è ineluttabile
L'invecchiamento e la detanalità possono essere contrastate da politiche diverse che rendano il lavoro e il crescere i bambini più compatibili fra loro (es, asili nido più economici e meglio organizzati,  orari di lavoro flessibili, compensazioni di carriera per la cura della prole) e con una maggior immigrazione. L'ineguaglianza può essere contrastata da politiche tributarie più redistributive, e da una maggior protezione dei più deboli (es., una pianificazione urbana che protegga i piccoli commercianti, e sostegni alla piccola impresa). 
La riduzione del debito del settore privato può essere contrastata da una maggior spesa pubblica, come mostra l'esperienza giapponese dell'ultimo quarto di secolo. 
Ma dire che la stagnazione secolare può essere contrastata è diverso dall'affermare che ciò sarà fatto.
Per esempio, la più rapida misura che può ovviare all'invecchiamento - cioè l'immigrazione- è politicamente impopolare.
In molti paesi "ricchi", l'allineamento delle forze politiche e di quelle politiche è tale che sarà difficile ridurre le ineguaglianze nel breve-medio periodo. 
E ciò perché il dogma fiscale corrente è tale che l'espansione fiscale risulta del tutto improbabile, nel prossimo futuro, nella maggior parte dei paesi occidentali.
E così, nel breve-medio periodo la bassa crescita è lo scenario più probabile.

Comunque, ciò non significa che questa durerà per sempre.
In proiezione del lungo periodo, il cambiamento politico e perciò di politiche economiche, possono cambiare in modo che le cause della stagnazione secolare siano rimosse in misura significativa.
E ciò pone in luce quanto sia importante la lotta politica per un cambiamento delle politiche economiche. 

D: Che opinione hai delle porposte economiche di Trump che chiaramente abbracciano il neoliberismo..ma si oppongono ai "free-trade" agreements, e cosa ti aspetti che accada quando ciò entrerà in collisione con la austerity budget propugnata da Ryan?
Il piano di Trump per l'economia americana è ancora vago, ma finora, si può dire, ha due principali assi di sviluppo - far creare alle industrie USA più posti di lavoro e aumentare gli investimenti in infrastrutture.
Il primo "asse", appare piuttosto fantasioso. Sostiene che lo farà aumentando il protezionismo, ma non funzionerà per due ragioni.
Anzitutto, è già vincolato da accordi internazionali di commercio - il WTO, il NAFTA, e vari trattati bilaterali  (con Korea, Australia, Singapore, etc.). Sebbene si possa tentare di spingere le cose in senso protezionista, nei margini di questo scenario, sarà arduo per gli USA imporre tariffe extra che siano abbastanza grandi da riportare lavoro in America, permanendo le regole di questi accordi.
Trump ha un team che sostiene che rinegozierà questi accordi, ma ci vorranno anni, non mesi, e ciò non produrrà alcun risultato tangibile durante il suo primo mandato.

Secondo, quand'anche sia possibile imporre delle extra tariffe contro le previsioni di questi trattati, la struttura attuale dell'economia USA è tale che sorgeranno enormi resistenze interne a misure protezioniste.
Molti dei beni importati dalla Cina o dal Messico, son prodotti, quantomeno, "per" società americane. Quando il prezzo degli iPhone o delle scarpe Nike fatte in Cina, o delle auto GM made in Mexico, crescesse del 20 o 35%, non solo i consumatori americani ma anche società come Apple, Nike e GM saranno intensamente scontenti.
Ma questo forse indurrà la Apple o la GM a riportare la produzione negli USA? 
No, si sposteranno probabilmente in Vietnam o in Thailandia, che non saranno soggette a queste tariffe.

Il punto è che lo svuotamento del manifatturiero americano è progredito nel contesto della globalizzazione (US-led) della produzione e della ristrutturazione del sistema di commercio internazionale, e non può essere invertito con semplici misure protezionistiche.
Richiederà una totale riscrittura delle regole del commercio globale, e la ristrutturazione della c.d. catena di creazione del valore.

Persino a livello "domestico", l'economia americana esigerà delle misure molto più radicali di quelle contemplate dall'amministrazione Trump.
Richiederà una politica industriale sistematica che ricostruisca le capacità produttive svuotate, a partire dalle capacità (skills) della manodopera, dalle competenze manageriali, dalla ricerca industriale di base e dalle infrastrutture modernizzate.
Per avere successo, una tale politica industriale dovrà essere sostenuta da un radicale cambiamento del sistema finanziario, in modo che un capitale più "paziente" sia reso disponibile per investimenti orientati al lungo termine e più gente di talento affluisca nel settore industriale, piuttosto che indirizzare gli investimenti nel settore bancario o nello scambio commerciale con l'estero.

Il secondo asse della strategia di Trump è l'investimento in infrastrutture.
Ciò, come detto, è un ingrediente efficace in una strategia di rilancio dell'economia americana.
Ma ciò incontrerà resistenza nelle file fiscalmente conservatrici del Congresso dominato dai repubblicani.
Sarà interessante vedere dove tutto questo andrà a parare, ma la mia maggiore preoccupazione è che Trump sia indotto a incoraggiare delle tipologie sbagliate di investimenti infrastrutturali: cioè, quelli legati al settore immobiliare (suo territorio naturale) piuttosto che allo sviluppo industriale.
E ciò non soltanto non contribuirà al rilancio dell'economia USA, ma può contribuire a creare delle bolle immobiliari, che sono state un'importante causa della crisi globale del 2008.

69 commenti:

  1. Poche settimane dopo HJC rilascia un'intervista al Clarìn (Argentino) disponibile qui e qui, in linea con quanto riportato sul Global Policy Journal, punta però il dito più sul sistema finanziario e paradisi fiscali che su altro...

    Ad esempio: "En los años 50 y 60, las empresas reinvertían en su operatoria hasta el 60% de sus beneficios. Ahora solo reinvierten el 5%. ¿Cómo esperan seguir al día con los últimos avances en tecnología y mejorar su productividad?Es el sistema financiero, y no la competencia de China, el que está debilitando a la industria estadounidense.".

    E sui paradisi fiscali: "La pérdida de recursos impositivos a manos de los paraísos fiscales es uno de los desafíos mundiales para redistribuir parte del dinero de los ricos hacia los más pobres. Según el economista surcoreano de Cambridge Ha-Joon Chang, no tiene por que ser así en el futuro. “Terminar con los paraísos fiscales es lo más sencillo del mundo, no son como la Cordillera de los Andes; si existen es sólo porque los ricos y los poderosos quieren que existan".

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    1. Si conferma che se non ti occupi di...eurozona, giustamente, critichi la deindustrializzazione che discende dalla finanziarizzazione.
      Il profitto di breve termine differisce, ormai strutturalmente, dal "capitale paziente" che consente la crescita equilibrata.

      Ma se il problema sta nella libertà incondizionata della circolazione dei capitali, forse Chang, dovrebbe soffermarsi sulle ragioni politiche, che pure sfiora in molte occasioni, per cui la financial repressione non risulti oggi ipotizzabile: almeno fino a un giga-mega-new shock finanziario.

      Ecco: forse il problema sta a monte nelle banche centrali indipendenti che sono la madre di tutte le finanziarizzazioni e di tutte le riforme restaurative (sotto l'egida del monetarismo).

      Semmai ciò viene confermato anche dal suo passaggio sul debito pubblico: non distingue tra l'ipotesi di possesso, sempre nazionale, privato e banco-pubblico dei titoli.

      Eppure anche in Giappone la circostanza non è indifferente: se ci sono acquisti di BC da 25 anni, e QE sine die, alla fine, come già si pone per la BOE, l'elemento "monetizzazione" dovrebbe scappar fuori.
      Infatti, se non si arriva alla monetizzazione, persino per il Giappone, si pone un problema di sufficienza del risparmio nazionale: alla lunga, permanendo l'andamento deflattivo e il mercato del lavoro competitivo, il risparmio non si forma più in misura sufficiente al fabbisogno continuo di ricollocazione del debito via via in scadenza.

      Chang, se vogliamo trovare un punto trascurato nelle sue analisi, appare irrealisticamente fiducioso nella razionalità della ripresa di quelle complessive politiche INDUSTRIALI, come soluzione principale della stagnazione secolare sul piano dell'economia reale.

      Ma dire che prima o poi "lo capiranno", sebbene ragionevole, non spiega perché ciò non preannunci di accadere: forse occuparsi dei paradigmi dell'eurozona, come recinto principale e più estremo del "monetarismo reale", lo aiuterebbe a decodificare l'intero busillis "predittivo" e diagnostico.

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  2. Ho iniziato a capire il senso profondo del "materialismo storico" dopo aver letto la storia del liberoscambismo e del suo bieco moralismo proprio da Chang: "I Cattivi Samaritani".

    Direi un’intervista con puro buon senso, a parte la leggerezza un po' "liberal" del « risolviamo l'invecchiamento della popolazione con l'immigrazione ».

    L'invecchiamento dovrebbe essere una conquista del progressismo sociale: in questo caso è una sconfitta regressiva in quanto "l'invecchiamento" della popolazione è dovuto alla drastica contrazione del denominatore nel rapporto tra giovani e vecchi. Sempre meno persone riescono a permettersi una famiglia, sempre meno ad avere più figli o, semplicemente, figli.

    Liberalismo e maltusianesimo sono legati: chiedetelo ai simpatici radicali. Europeisti non a caso.

    Comunque, senza coscienza non c'è politica, ed è ora di cominciare a far un po' di chiarezza... per chi « non legge il blog abitualmente ».

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    1. Il problema della vena liberal mostrata da Chang parlando della immigrazione come soluzione di più immediata celerità alla questione dello "aging" della popolazione "occidentale" (e non solo), mi pare più una sua rara caduta dal rigore logico (che lo contraddistingue) che altro.

      I concetti che complessivamente espone, infatti, avrebbero condotto ad un'affermazione condizionale sul punto: è una soluzione rapida, ma certamente residuale dal punto di vista logico-economico. Senza contarne i non secondari presupposti istituzionali, che non verifica.

      Direi che questa, in lui inusitata, frettolosità di giudizio, dipenda proprio dal fatto che non abbia mai veramente portato la sua analisi sui problemi dell'eurozona.

      Forse è solo questo il punto; o, forse, è anche un riflesso inconscio del fatto che lui stesso, sia un immigrato in UK: di altissimo livello, ben al di fuori della normalità della forza lavoro "unfit" (per dirla con lui), - in funzione di esercito industriale di riserva-, ma pur sempre legata alla condizione di un soggetto che non può fare a meno di rimarcare come, in qualche modo, le divergenze cultural-identitarie, siano superabili,

      Ma a condizioni "elevate" di cultura dell'interazione effettiva, e di inserimento sociale nel paese di arrivo: chi non vorrebbe Chang in Italia? E se non c'è arrivato, ci sarà qualche motivo che forse lui potrà brillantemente indagare!

      E infatti è così: l'inserimento, è praticabile, col limite della personalità psicologica dei diversi individui, ma a livelli di benessere e di crescita economica equilibrata che vanno verificati razionalmente, nelle concrete situazioni dei vari paesi coinvolti.

      E in pratica lo dice (pur senza fare una diretta connessione), parlando di diritti dei lavoratori implacabilmente negati, di servizi pubblici resi inaccessibili dalle forze del mercato, e di distruzione del welfare.

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    2. Lo trovo veramente sorprendente visto quello che scrive in 23 Things They Don’t Tell You about Capitalism (Penguin Books, Londra, 2010, s. p.): "The wage gaps between rich and poor countries exist not mainly because of differences in individual productivity but mainly because of immigration control. If there were free migration, most workers in rich countries could be, and would be, replaced by workers from poor countries. In other words, wages are largely politically determined."

      Esemplifica con due ipotetici autisti di autobus, uno svedese (Sven) e uno indiano (Ram):

      "The main reason that Sven is paid fifty times more than Ram is, to put it bluntly, protectionism – Swedish workers are protected from competition from the workers of India and other poor countries through immigration control. When you think about it, there is no reason why all Swedish bus drivers, or for that matter the bulk of the workforce in Sweden (and that of any other rich country), could not be replaced by some Indians, Chinese or Ghanaians. Most of these foreigners would be happy with a fraction of the wage rates that Swedish workers get paid, while all of them would be able to perform the job at least equally well, or even better. And we are not simply talking about low-skill workers such as cleaners or street-sweepers. There are huge numbers of engineers, bankers and computer programmers waiting out there in Shanghai, Nairobi or Quito, who can easily replace their counterparts in Stockholm, Linköping and Malmö. However, these workers cannot enter the Swedish labour market because they cannot freely migrate to Sweden due to immigration control. As a result, Swedish workers can command fifty times the wages of Indian workers, despite the fact that many of them do not have productivity rates that are higher than those of Indian workers."

      Più chiaro di così...

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    3. Ahia...le condizioni istituzionali non sono state nettamente prese in esame.
      Questo, in verità è un punto di vista che ho già scorto in altri eminenti esponenti dell'intellighenzia dell'Estremo Oriente.

      C'è un libro di Amitav Gosh, "Il cromosoma Calcutta" dove si immagina una sorta di network di ONG mondialiste che esercitano poteri regolator,i e praticamente gestionali, sui principali aspetti di interesse collettivo (gestione delle risorse idriche, ricerca medica e ambientale sull'inquinamento etc.), il cui personale è multietnico e vive emigrando, secondo le necessità dell'organizzazione, da una città globale all'altra.

      Considerando il loro storico e informato, ed anche peraltro giustificato, atteggiamento critico verso la storia coloniale europea, ne comprendo le ragioni.

      Solo non si può scindere questa aspirazione dalla previa realizzazione di una democrazia del lavoro altrettanto globalizzata, a meno che non si sia...Attali: non si può vivere con lo stipendio ridotto a 1/50 in Svezia nemmeno volendo; ma si può ottenere di averne 1/3 obbligando lo svedese ad altrettanta decrescita infelice del suo tenore di vita.
      Questo aspetto, curiosamente, Chang non pare consideralo, almeno nelle sue inevitabili conseguenze di medio-lungo periodo.

      A meno di ipotizzare una pianificata equalizzazione del costo del lavoro in tutto il mondo (cosa che ESSi stanno già succesfully perseguendo): ma questa ha il piccolo difetto di risultare proprio in quel paradigma di distruzione dei diritti del lavoro, del welfare, e del livello di investimenti, che lui denunzia.

      Non ci sarebbe neppure il progresso tecnologico e la stessa possibilità di politiche industriali, perché vigerebbe soltanto la necessaria mobilità del capitale e delle merci, cioè il free-trade (che dunque era negativo solo se imposto dalle cannoniere e dalla spocchia razzista degli imperialisti europei?).

      A meno che i Bad Samaritans non ritornino, in un futuro distopico, ma a parti invertite. In Oriente, forse, esiste una diffusa idea delle elites intellettuali su questa sorta di rivincita nella Storia. E la guerra, infatti, si sposta sulla corsa al progresso tecnologico: ma vale la pena di preparare uno scontro globale di questo genere, solo per non dover rispettare le condizioni di una crescita corretta e di equilibrio tra (condizioni di) creazione del risparmio diffuso e investimenti in ogni parte del mondo?

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    4. Forse interpreto male io, ma non mi pare che stia auspicando un mercato del lavoro mondializzato, proprio il contrario. Altra citazione: "Wages in rich countries are determined more by immigration control than anything else, including any minimum wage legislation. How is the immigration maximum determined? Not by the ‘free’ labour market, which, if left alone, will end up replacing 80–90 per cent of native workers with cheaper, and often more productive, immigrants. Immigration is largely settled by politics. So, if you have any residual doubt about the massive role that the government plays in the economy’s free market, then pause to reflect that all our wages are, at root, politically determined".

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    5. Probabilmente ho incautamente decontestualizzato il discorso dal suo più ampio ocntesto: mi era parso che alla "immigration control" fosse attribuita una implicita valutazione negativa.

      Ma ciò mi parrebbe, (e quindi nella deduzione basata su brani limitati non avrei interpretato correttamente), piuttosto incongruente con la sua cosciente e stringente logica economica (basti dire che Chang non può ignorare che il rapporto che conta è quello tra retribuzione di un certo lavoro e relativo potere d'acquisto, in funzione del livello dei prezzi e del rapporto tra variabilità nel tempo, proporzionata, delle rispettive grandezze. Come pure conta il rapporto tra stipendi per posizioni "apicali-dirigenziali" e quelli per posizioni di lavoro meno qualificate, come possono essere gli autisti di autobus).

      Ergo, la sua enfasi era posta più sull'incidenza della "politica", cioè del processo decisionale delle istituzioni pubbliche, rispetto al mercato del lavoro, piuttosto che sul "giudicare" l'equità o meno del controllo sull'immigrazione.
      E' evidente che un lavoratore medio, date certe condizioni istituzionali, in un certo paese, può risultare povero anche se guadagni 10 volte di più di un lavoratore equivalente in un altro contesto politico-territoriale.

      Questo controllo è dunque menzionato per esemplificare, correttamente, un meccanismo di determinazione politica della presunta libertà degli altrettanto presunti equilibri efficienti del mercato (a rigore, trattandosi di una esemplificazione, la sua posizione è didattico-esplicativa, dunque "neutra" sul valore dell'immigration control).

      Chiedo venia, principalmente a Chang: ma sono sollevato dal fatto di poter dare una diversa, e corretta, interpretazione.

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    6. Fermo restando che per poter considerare unificato, in assenza di immigration control, il mercato del lavoro mondializzato, occorrono delle condizioni che, in verità, Chang non cita nei brani limitati in questione:

      a) limitazione della sovranità intesa come legame tra governo, territorio limitato dai confini e comunità di individui aventi la "cittadinanza", e limiti generali, (non solo funzionali al "prezzo" del lavoro), all'accesso dello straniero entro tali confini (la convenienza di ciò non può, almeno finora, essere lasciata al solo calcolo economico delle imprese che volentieri si disinteressano delle esternalità, -in termini di abitazione, alimentazione, assistenza sanitaria, urbanistica etc- delle loro decisioni);

      b) un mercato complementare di una serie di servizi "transnazionali": in specie di prospettazione e induzione, nonché di selezione, dei soggetti che debbano immigrare verso una certa destinazione per motivi di lavoro, e, inoltre, ovviamente, di vero e proprio trasporto verso la destinazione "promossa" dai primi servizi.

      Un mercato del lavoro globalizzato non esiste in astratta teoria: deve sempre essere una realizzazione politica concordata a livello di trattato bilaterale o multilaterale (cioè quando si organizza e tende a divenire sovranazionale...)

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    7. Con questa direi che tagliamo la testa al toro (scusa, è passato un po' da quando ho letto il libro): "Of course, in criticizing the inconsistency of free-market economists about immigration control, I am not arguing that immigration control should be abolished – I don’t need to do that because (as you may have noticed by now) I am not a free-market economist.
      Countries have the right to decide how many immigrants they accept and in which parts of the labour market. All societies have limited capabilities to absorb immigrants, who often have very different cultural backgrounds, and it would be wrong to demand that a country goes over that limit. Too rapid an inflow of immigrants will not only lead to a sudden increase in competition for jobs but also stretch the physical and social infrastructures, such as housing and healthcare, and create tensions with the resident population. As important, if not as easily quantifiable, is the issue of national identity. It is a myth – a necessary myth, but a myth nonetheless – that nations have immutable national identities that cannot be, and should not be, changed. However, if there are too many immigrants coming in at the same time, the receiving society will have problems creating a new national identity, without which it may find it difficult to maintain social cohesion. This means that the speed and the scale of immigration need to be controlled.
      ".

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    8. Me pareva :-)
      E conforta che il clou sue osservazioni di "precisazione" coincida con le mie obiezioni.
      E ancor più mi conforta che, resosi conto dela "neutralità" dell'esemplificazione, abbia ritenuto opportuna queste serie di precisazioni.

      Respect e stima immutata al grande Chang...
      Qui, (qui), partiamo con facilità col senso critico perché è...utile e necessario.
      Ma lui si è rivelato all'altezza della sua fama.

      Grazie per il commento che porta alla "cessata materia del contendere" (cioè ex tunc, non per correzione successiva :-))

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    9. Visto che sto leggendo le ’23 cose’ di Chang, vorrei aggiungere due parole sul tema immigrazione, diritti e salari, cittadinanza. Chang discute del rapporto tra salario e produttività dei lavoratori, e sostiene che la produttività di un autista di autobus in Svezia non sia cinquanta volte superiore a quella del corrispondente autista in India, mentre lo è il suo salario. Nota, però, che l’autista svedese condivide un mercato del lavoro che è ‘nel suo complesso’ cinquanta volte più produttivo di quello indiano. Ne conclude che la maggiore produttività è legata non ai singoli individui ma al sistema, che è caratterizzato da “migliori tecnologie, aziende meglio organizzate, migliori istituzioni e migliori infrastrutture - tutte cose che sono in larga parte il prodotto di azioni collettive intraprese nel corso di molte generazioni”. Questa, assieme alle considerazioni svolte da Simone Weil ne ‘La prima radice’, mi sembra una definizione calzante di ‘cittadinanza’ e, in questo senso, da acquisirsi attraverso uno ‘ius sanguinis’, non certo via ‘ius soli’. Da qui, inoltre, la necessità e legittimità di scegliere 'speed and scale' dell'immigrazione.

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  3. Ho letto il commento rilanciato da Alberto: francamente anch'io non ho capito il motivo di tanto spazio ad uno di quelli che ritengo gli influencer più nefasti ed inquinanti della nostra piccola community; lo considero portatore di pensiero ideologico, non filologicamente fondato.

    Chi fa analisi squisitamente sulle "sovrastrutture ideologiche", come quelle sull'ideologia fascista, per comprendere lo sviluppo storico e predire le conseguenze delle scelte politiche, promuove tendenzialmente inconsapevolezza: che siano evoliani o filosofi marxisti che non studiano l’economia politica... come Marx.

    Non capisco se Alberto lo fa per motivi di tipo comunicativo - tra le varie lievi imprecisioni che il commentatore propina, ci infila anche delle analisi dotte ed intelligenti - oppure se lo fa per pura amicizia e simpatia.

    Credo di conoscere la risposta dell'interessato, ma son abbastanza sicuro - dopo tanti anni - che la vera risposta dovrebbe essere la seconda.

    La non tanto eventuale “cattiva” influenza dell'autore del commento, credo purtroppo di riscontrarla anche nel "decadimento intellettuale" del noto “blog dei polemici".

    Cose già animatamente discusse direttamente con tutti gli interessati, a tempo debito: i nodi non potevano non venire al pettine.

    Se da una parte spezzo anche io una lancia a favore all’armamentario cognitivo da cui attinge - nel senso che la letteratura a cui si rifà il Buffagni è micidiale nel far dell'ermeneutica alle sovrastrutture ideologiche dell'economicismo liberale - allo stesso tempo porta un pensiero che è stato storicamente un'ideologia che ha puntellato il liberismo stesso.

    Un esempio su tutti non può che non essere Schmitt.

    Tanto che il dibattito in quegli spazi ancora arranca per tutto ciò che non è l'euro e per cui, in realtà, Alberto ha pure fornito degli strumenti culturali e cognitivi per sviluppare un pensiero critico che trascenda i quattro imparaticci di macro e che i lettori tendenzialmente si ritrovano appiccicati.

    Chi ha capito qualcosa del lavoro fatto in questi spazi, invece, dovrebbe aver acquisito che qualsiasi ideologia non è altro che falsa coscienza.

    Che la coscienza è in primis coscienza morale; e che la coscienza morale porta essa stessa ad una Weltanschauung condivisibile: affinché coscienza morale si trasformi in coscienza sociale, è necessario costruire le istituzioni che portino a compimento, rendendo effettiva, l'etica sociale che si è condivisa in fase costituente. (Fase che presuppone una lingua condivisa... dedicato agli altre€uropeisti)

    Ma la prassi istituzionale è per definizione un fatto empirico, che segue determinate leggi, e che spetta ad un sapere scientifico codificarne e descriverne il funzionamento, per potere effettuare scelte consapevoli. Solo a quel punto la filosofia morale e l'ermeneutica significano la prassi, i fini e i mezzi politici.

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    1. Caro Bazaar, sarebbe fin troppo facile imbastire una risposta caustica e puntigliosa sull'accaduto.

      Ma me ne asterrò: non ne vale veramente la pena :-)

      Non c'è tempo per queste cose (probabilmente non c'è mai, in alcuna situazione della vita: basta avere la giusta e costante consapevolezza per rammentarsene).

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    2. Ma infatti la "discussione in sé", concordo, è irrilevante.

      Poiché nell'ultimo paio d'anni un po' di passione l'ho spesa per segnalare questa dinamica "psicosociologica", è per me occasione per rafforzare la differenza tra "doxa" ed "episteme"... per poi superarle entrambe, sintetizzandole, nella "opinione cosciente" suggerita dal più grande filosofo del secolo breve: Husserl.

      Ogni flame è utile se la polemica è pretesto per generalizzare concetti associandoli ad esempi pratici e ad un minimo di emotività.

      Considerando il deserto che c'è fuori da qua, penso che sia buona cosa tener ben tenuto il prato - intellettuale e morale - della nostra piccola oasi.

      Lo si fa per i nostri figli.

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    3. Ma non c'è bisogno di dirlo: la tua passione morale e il tuo rigore di ricerca sono preziosi. Qui, beninteso (altrove siamo nella mani del Signore...degli Anelli) :-)

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    4. Grazie di esistere​, a entrambi.

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  4. È un bene che l'ideologia marxista sia morta; ora è possibile ricordare che non era né ideologia di Marx, né di Engels, né della Luxemburg, né di Lenin.

    Marx è il padre delle scienze sociali moderne: punto. Si passa da lì.

    Il keynesismo non ha senso - appunto - se non lo si significa tramite la sociologia marxiana.

    Non a caso grandi keynesiani e post-keynesiani sono stati ANCHE attenti studiosi del pensiero marxiano. Basti pensare alla Robinson.

    Si confonde etica con ideologia, as is con to be, doxa con episteme, il fondamento empirico del materialismo storico con la propria personalissima sensibilità religiosa ed esoterica.

    Questa confusione anticoscienziale è prassi fondamentale del pensiero reazionario.

    (“Reazionario” è politologicamente colui che si oppone alla “rivoluzione in senso progressivo” delle classi sociali. Quindi lo è chi de facto si oppone alla giustizia distributiva. Questa è la categoria politologica: tutto il resto è inutile o controproducente nominalismo)

    Bisogna aver il coraggio di capire che, a conti fatti, trovare il primum agens nell'economia e negli interessi della classe che la controlla, ossia ragionare per classi, è il primo passo per l'emancipazione di quella fallacia logica - post hoc, ergo propter hoc - con cui è imbrigliata la coscienza dei subalterni: accettare il materialismo storico è, in definitiva, rifiutare l'infantilismo del pensiero magico.

    Non occorrono nuove "ideologie": una "visione del mondo" non necessita una "ideologia".

    Non c'è da inventarsi niente, è già stato detto tutto: occorre ora solo prenderne coscienza e diffonderlo.

    Ma il prendere coscienza, da bravi fenomenologi, ricordiamo che è processo di crescita umana che implica quella scelta umanissima che è l'atto di umiltà.

    Purtroppo, come se ne deduce, una certa “durezza di comprendonio” è da mettere in relazione ad un grave problema di natura morale.

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    1. Infatti è un bene che l'deologia marxista sia morta, tuttavia ciò non penso implichi una maggiore cura circa il significato dei scritti degli autori che tu hai citato. Noto anzi come sia proprio l'assenza di sostenitori la causa del suo eclissamento o maggior disprezzo.Per esempio io sono all'ultimo anno di liceo e di filosofi ne ho studiati tanti, ma mai il proffessore di filosofia si era fermato a matterci in guardia sulla pericolosità insita nel suo pensiero come con Marx. Se a questo ci si aggiunge il fatto che i miei compagni di classe conoscono solo banali caricature del suo pensiero, allora si capisce come risulti ancora più difficile avvicinarsi al suo vero pensiero, rimanendo ancorati alla cosmesi mediatica che i proffesori non filtrano. Insomma per conoscerlo bisogna leggerlo ma se si banalizza preventivamente il suo pensiero risulta impossibile avvicinarsi e quindi comprenderlo.
      P.S. Bazaar mi sto accingendo a leggere "teologia politica" di Schmitt, dato che mi pare che tu sia molto preparato su di lui, avresti qualche dritta da darmi?

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    2. Andrea, purtroppo ci hai ragione.

      Infatti la mia provocazione, come credo tu sappia, non è mia: fu lo stesso Marx che, tornando dalla Francia, scriveva ad Engels, « se una cosa è certa è che io non sono marxista ».

      (Tra l'altro anche Lelio Basso rimarcava questo concetto: lui stesso non amava farsi chiamare "marxista", nonostante lo fosse nel senso proprio di "studioso del pensiero marxiano". E lo diceva proprio per distinguere la serietà del suo pensiero dal "marxismo giovanilista" dei sessantottini che sarebbero diventati gli europiddini di oggi)

      Chi parla di "pericolosità del pensiero di Marx" è lui stesso pericoloso: Marx è pericoloso solo per le classi egemoni. E il tuo professore non fa altro che propagandare il frame di quei sociopatici della MPS cosmetizzati da quel cazzaro di Popper e dalla sua "società aperta" de me nona.

      Guarda: la tua generazione ha un compito: seppellire nella vergogna e nel disonore l'intera generazione sessantottina ed i suoi antisocratici nipotini.

      Che siano di "sinistra" o di "destra" - come nel caso che ho provato sopra ad analizzare - sono, in quanto in massa sedotti e comprati dal capitale, un cancro intellettuale e morale.

      Non dovrebbe più essere concesso loro di parlare in pubblico senza un coro di sonore pernacchie.

      Credo che studiare Marx sia affare da filologi: ciò che conta sono gli strumenti cognitivi che fornisce e che poi vengono forniti anche da altri autori.

      Anche il tuo professore ha una "caricatura del suo pensiero": glielo ha ha suggerito Popper e magari manco lo sa. E magari pensa che Popper sia stato veramente un epistemologo...

      Per leggere e fare tesoro degli scritti dei grandi autori è necessario avere prima dei solidi criteri di giudizio: questi dovrebbero formarsi passando dagli studiosi che ne hanno divulgato l'opera.

      Voglio dire: ai tuoi compagni citerei Chang, non Marx o Lenin.

      A livello economicistico, è urgente conoscere i fondamenti del pensiero keynesiano piuttosto di quello marxiano.

      Ciò che conta nella prassi non è "conoscere il vero pensiero" dei grandi autori: è padroneggiare gli strumenti cognitivi che forniscono.

      L'obiettivo è sviluppare senso critico. Quello che permette "l'ermeneutica del reale".

      "Il vero pensiero" è un problema di ordine filologico: Arturo può essere molto più utile da questo punto di vista.

      Quando i tuoi compagni ti sentiranno far analisi con un tuo linguaggio ma con l'uso degli strumenti cognitivi dei grandi autori, vedrai che citerai solo gli autori che ti servono in funzione della gabbia ideologica dei tuoi interlocutori. E la curiosità a certi temi e a certi autori, se "il terreno è fertile", viene da sé.

      Schmitt è effettivamente un autore "pericoloso". È difficile e abbraccia una morale reazionaria che va contro gli interessi materiali delle classi subalterne.

      Ma è un genio.

      Quindi fornisce una serie sterminata di strumenti cognitivi: se ti sembra contrraddittorio nel suo pensiero... è perché lo è. È molto impreciso anche a livello filologico. (E credo che non sia un caso...)

      Gli scrittori liberali - a parte Hayek - li trovo tendenzialmente noiosi: o mentono spudoratamente o non sanno di che cazzo parlano.

      Un capitolo a parte sono i "liberali sociali", i "liberal" anglosassoni.

      Leggere i *grandi* autori sia progressisti che conservatori è fondamentale: si fanno proprie le varie categorie e si imparano a collocare concetti ed ideologemi nei due grandi paradigmi delle scienze sociali e della filosofia morale: il paradigma che fa i tuoi interessi e quello che fa gli interessi del tuo oppressore.

      Il tuo professore, come tutto il gregge piccolo borghese, fa l'interesse degli oppressori.

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    3. Cari 48 e Bazaar, capisco e non capisco la differenza tra ideologia ed etica, non può esistere che la prima si sviluppi sulla seconda? E perché la confusione genera l'essere reazionario? Le parole di Ratzinger "non c'è scienza sociale senza dottrina" che mi sembra giusta perché traduco dottrina in ideologia etica, è giusta o no?
      PS grazie!!!

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    4. "Ciò che conta nella prassi non è "conoscere il vero pensiero" dei grandi autori: è padroneggiare gli strumenti cognitivi che forniscono.

      L'obiettivo è sviluppare senso critico. Quello che permette "l'ermeneutica del reale"..."

      Sei molto più bravo di me a illustrare una maieutica e una metodologia per i giovani: nella mia rozzezza, consiglio di studiare tanto per passione, perché ritengo che comunque paghi.

      Ma è un metodo troppo casuale e può portare persone dotate a inclinazioni psicologiche, tipicamente giovanilistiche, che è poi difficile correggere (per un fatto "affettivo" personale).

      Considero infatti la fenomenologia una ("la") scienza cognitiva prioritaria (insieme con la sua filiazione dell'ermeneutica): ma è un percorso di cui non saprei indicare le tipiche ragioni, o vicende, spesso psicologicamente casuali, per cui taluno o tal altro, ritenga razionalmente di farla propria (e mi riferisco persino ai giuristi che dovrebbero incoroporare almeno l'ermeneutica per mestiere).
      La genesi del processo cognitivo rimane praticamente un mistero.

      Ma la tua "propedeutica" mi pare particolarmente ben espressa...

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    5. @Sergio

      Abbiamo definito "ideologia" = "falsa coscienza" secondo la filosofia e la sociologia marxiana.

      La "struttura" è formata da quel concetto economico, giuridico e sociologico che sono i "rapporti di produzione".

      Le "sovrastrutture" che si elevano subito dopo sono le "istituzioni giuridiche e politiche", e, in "cima", a far da detto a questa concettualizzazione, sta la "coscienza".

      Poiché siamo in piena officina hegeliana, questa concettualizzazione va vista in un "eracliteo" divenire dialettico.

      I rapporti di produzione sono in una dialettica conflittuale, il giuridico e - su tutti - il Politico sono dialettica conflittuale, e, anche la coscienza vive una dialettica e... un conflitto.

      Ogni conflitto dialettico ha una sintesi che "retroagisce" sulla "struttura" inferiore.

      Se l'agente primo della storia politica sono gli interessi materiali della classe dominante nei rapporti di produzione (in quell'hegeliana dialettica servo-signore), l'antitesi "socialmente progressiva" - ovvero dalla parte dei "servi" - avviene nella consapevolezza "antitetica" che si sviluppa nella coscienza della classe "rivoluzionaria" e che si oppone alla "falsa coscienza", ovverosia a quella "visione del mondo" propagandata dalle istituzioni che sono per lo più riflesso dei rapporti di mera forza che discendono dai rapporti di produzione.

      Non è necessaria una "nuova ideologia", ma una semplicissima visione del mondo "antagonista". Che faccia gli interessi materiali di "noi", che siamo qualcosa di più della somma di "astratti individui", ma siamo anche nazione e, soprattutto, "classe". "Noi" che viviamo qui ed ora ma abbiamo uno sguardo all'avvenire. Per "i nostri figli".

      Quindi, la "sintesi" della presa di "coscienza" determina una pressione sulle istituzioni politiche e giuridiche che sono l'unica arena in cui esercitare pressione per incrinare il processo di cristallizzazione della struttura sociale che vede la classe egemone eternamente spinta a perpetuare il proprio potere ed i propri privilegi. Di generazione in generazione. (Le azioni umane hanno come agente primo sempre la nutrizione e la riproduzione)

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    6. In questo paradigma possiamo contrapporre ideologia (falsa coscienza) e morale (prassi etica volta al perseguimento effettivo di una particolare visione del mondo), come si possono contrapporre "moralismo" (inteso come manipolazione morale, falsa morale, proselito di natura confessionale, ecc.) e moralità (profonda consapevolezza della validità universale di Principi).

      In un contesto hegelo-marxiano possiamo più propriamente contrapporre ideologia (come falsa coscienza) ad "eticità" (Sittlichkeit) come realizzazione storico-politica di istituzioni che sono effettivamente la materializzazione della propria morale personale (Moralität).

      Questo percorso di realizzazione "etica" (che corrisponde ad una "Weltanschauung" politico-istituzionale) è "coscienza acquisita": morale, di classe. Nazionale. Storica.

      Ora "è così". Ne prendo atto.

      Desidero sia così: questo è ciò che "dovrebbe essere".

      "Ora è così" - il "come è" ora - implica una fase descrittiva di carattere scientifico E una presa di coscienza ed un consapevole giudizio morale sulle condizioni materiali e spirituali della società presente.

      Una volta acquisita consapevolezza - e ci si libera dalla "ideologia" dominante per cui "non ci può essere società all'infuori di questa" - TINA - che, guarda un po', coincide proprio con il consolidamento delle strutture sociali in difesa dei privilegi dei dominanti, si idealizza una società conforme alla propria "eticità".

      Se si coglie la relazione tra morale e coscienza (ossia coscienza morale), allora si intuisce che nel paradigma marxiano la differenza tra "ideologia" e "morale" è quella tra "falsa morale" e "morale".

      In breve, facendo partecipare anche Platone, è la differenza tra la morale degli oppressori e quella degli oppressi, a quella descritta da Trasimaco (as is) a quella espressa da Socrate (to be).

      (Viceversa il paradigma neoclassico/neoliberale, nella sua pseudoscientificità, dimostra essere la formalizzazione di un "to be" "reazionario", ossia morale reazionaria non a caso impregnata di becero moralismo, in cui si ha una visione ben precisa della società che si vuole realizzare. A discapito dei subalterni. A discapito di chi deve vivere del proprio lavoro)

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    7. Riassumendo: ogni visione del dover essere del mondo sociale (cioè l'ideologia, intesa nella sua, fenomenologica, proiezione politica) si inserisce una dialettica che muove da un dato sociale immutabile, e quindi strutturale. Questo è la realizzazione dei propri interessi, rispettivamente identificabili in base al dato sociale, inevitabile, della contrapposizione tra classe dominante e classe comunque "asservita" e costituente la parte essenziale del substrato sociale (a meno di negare alla nascita l'eguaglianza degli esseri umani: ideologia che, oggi, nel capitalismo consumistico "pop" si "evita" di propugnare per la sua disfunzionalità).

      Da qui non si sfugge: tiranni sono coloro che da una posizione di forza, economicamente riscontrabile, realizzano i propri comandi (che divengono istituzionalmente "legge") e oppressi coloro che li subiscono senza poter influire su tale stato delle cose, se non unendosi in base alla coscienza di tale meccanismo sociale.

      Ogni "ideologia", sorretta o meno che sia dalla "dottrina", che non rientri in questo quadro conflittuale, è, solo per ciò, conservatrice.
      Ma se adottata da chi è nella classe degli oppressi, diviene anche "immorale", perché predica un bene alieno (da sè) che è un "male", prima che per sè, per coloro che sono appartenenti alla stessa classe degli oppressi e che obiettivamente "tradisco" (e inevitabilmente danneggio).

      In sè, dunque, il concetto di ideologia APPARE neutrale; questa sua attitudine (meramente) descrittiva è accuratamente alimentata dal sistema di potere economicamente dominante.

      Ma neutrale non è, in quanto produce L'ILLUSIONE di una dialettica tra diverse posizioni conservatrici dell'assetto dominante, cristallizzandolo e attribuendogli la falsa moralità autolesionista sopra descritta.

      Naturalmente, la risoluzione posta sul piano della coscienza morale (cioè della razionale e univoca comprensione della dialettica sociale inevitabile) ha un obiettivo più alto: liberare l'essere umano dalla miseria e dal bisogno, per consentirgli di evolvere verso una consapevolezza metasociale, nel pieno del suo potenziale.

      Ma questo fine ultimo di evoluzione consapevole, è un punto di arrivo (posteriore alla risoluzione cosciente del conflitto sociale).
      E non, come predica ogni religione monoteistica, un dato rivelato a priori che, immancabilmente, serve a legittimare l'accettabilità della pluralità (apparente) delle ideologie conservatrici, sterilizzandone la critica in nome di una "pratica" politica (ma offerta come "spirituale") che, essenzialmente, è essa stessa un'ideologia conservatrice, anzi la più conservatrice, perché predica l'irrilevanza etica del conflitto sociale.

      Le religioni monoteiste, infatti, omogeneamente rendono irrilevante il conflitto sociale (per ciò solo predicando IN QUESTA VITA una graduazione gerarchica dell'esistenza) in nome di una "curiosa" suddivisione dei compiti che cristallizza l'assetto conflittuale a favore dei "dominanti": questi "siano" dediti alla CARITA'; gli oppressi siano dediti alla OBBEDIENZA perché la violazione delle regole (inevitabilmente ritenuta legittima, da parte dei dominanti) è violenza e disordine, contrari al volere divino...

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    8. Direi proprio di sì, caro Quarantotto.

      Infatti Marx parla proprio di ideologie E religioni come falsa coscienza.

      E, contestualmente - sbrigliando quella matassa di ingegneria sociale che è in particolare il "cattolicesimo romano" - affermando ne Il Capitale che la "religione cristiana" è l'unica religione "utile".

      Ideologia e morale: ossia Marx da una parte denuncia l'instrumentum regni monoteistico, dall'altra estrapola la "morale degli schiavi" che è l'unica che si può evincere nella produzione evangelica.

      Non a caso Disraeli fa saltare in piedi Schmitt quando scrive che il « cristianesimo è ebraismo per il popolo ». Ossia per gli schiavi.

      Questa "matassa di ingegneria sociale" è per Schmitt un capolavoro di politica: una istituzione giuridica che senza popolo e senza esercito negozia con imperi.

      Da cosa è contraddistinta la sua potenza politica?

      L'Idea.

      Ossia, è un'istituzione giuridica che rappresenta "Cristo in Terra".

      La forza politica è la forza della rappresentitività; dell'Idea.

      La forza esercitata sulle coscienze... aggiungiamo quindi noi.

      Infatti perché Marx è costretto a rivendicare la "qualità" del messaggio etico gesuano, apparendo all'occhio superficiale "contraddittorio"?

      Perché la potenza millenaria della Chiesa Romana, secondo Schmitt, si è manifestata con ciò che lui chiama... complexio oppositorum.

      Ovverosia, la capacità di sposare insieme in senso rigidamente funzionalista gli opposti in dialettica: la "logica degli opposti complementari".

      A partire, appunto, dalla "morale". La morale gesuana con quella radicalmente aristocratico-nietzschiana.

      La massima rappresentazione di sistema reazionario. Di suprema schiavitù delle coscienze. Di parassitismo materiale e spirituale.

      Per Schmitt... un modello da seguire.

      Come dà da intendere Schmitt, Disraeli inverte escatologicamente la Storia universale fino a trasformare il cristianesimo non nel Katechon, ma in uno stratagemma dell'ebraismo stesso che risulta quindi una propaggine, uno strumento, dell'Anticristo stesso.

      In pratica Marx si trova di fronte al colossale dilemma per cui, i testi sacri indicano una precisa etica che corrisponde al senso morale del socialismo, dall'altra tutta la Storia sta ad indicare che il monoteismo è un instrumentum regni totalitario. (Il primo, tra l'altro, ad essere cosmopolita ed antistatualista).

      Insomma, i Dieci Comandamenti e il Vangelo sono validi solo per gli schiavi, che sono ab origine non compliant con detti valori, e per cui debbono sentirsi "in colpa" e devono "espiare".

      L'espiazione consiste nel farsi parassitare da chi questi "valori" - "relativi" data l'abnormità del conflitto dialettico fin qui descritto - li divulga e li impone; e, per forza di cosa... li ha scritti.

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    9. Fermo restando che, filologicamente parlando, Gesù e il suo effettivo pensiero sono una cosa, la religio organizzata in suo nome, un'altra (che come tale dà ragione a Distraeli):

      "A queste contestazioni Gesù così replica:
      "La Legge, per quanto santa e giusta, è divenuta un intralcio per il povero. Siete voi, ricchi, i peccatori che hanno indotto questi poveri figli a disperare della salvezza, scansandoli come creature impure e rifiutando loro l'accesso alla sinagoga. E' stata la vostra ricchezza a indurvi in peccato, perché la ricchezza genera l'ozio, e l'ozio genera una cattiva coscienza, e una cattiva coscienza genera un eccesso di scrupolosità nell'osservanza della Legge, e l'eccesso di scrupolosità nell'osservanza della Legge genera presunzione. e la presunzione inaridisce le sorgenti del cuore. Di conseguenza, se nel testamento di Mosé sta scritto: "Essi toccheranno ciò che è impuro", il significato è "Il ricco ozioso preme il tallone sul collo del povero e lo costringe a mangiare ciò che è impuro, e in tal modo si contamina". Il Giorno del Giudizio sarete tenuti a rispondere dei vostri peccati e li pagherete a caro prezzo..."
      "...alla morte di Hillel (ndr; grande dotto la cui predicazione aveva di poco preceduto quella di Gesù) così come alla morte di Aronne (ndr; fratello di Mosè e ritenuto il primo sommo sacerdote del popolo ebraico. La Chiesa cattolica lo considera santo e lo commemora il 1° luglio), non solo gli uomini ma anche le donne e i bambini hanno pianto. Onorando la sua memoria vi dico: vendete le vostre redditizie proprietà, mercanti, distribuite il ricavato ai poveri, tornate alle barche e alle reti che stoltamente avete abbandonato, e mentre faticherete sulle acque del lago, neppure allora scordate il vostro dovere verso il prossimo!...Il dotto Shammai, istruito da Simeone figlio di Shetach, ha detto: "Amate il lavoro e detestate i beni terreni"..."
      http://orizzonte48.blogspot.it/2016/12/lipotesi-frattalica-e-i-ricchi-nel.html

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    10. Grazie, non hai sprecato tempo (spero). Il conflitto non c'è mai, secondo questi sciagurati, né tra classi né tra nazioni. Se lo dimentichi di sicuro non lo risolvi, o meglio lo risolvono i rapporti di forza. Per quanto riguarda l'ideologia, se l'uso deve essere deontologicamente negativo siamo daccordo. Ogni fenomeno culturale di massa è (o diventa -presto) reazionario perché viene edulcorato e diretto da quegli stessi rapporti di forza. La cultura è sempre reazionaria, compresa l'accademia. Finiscono tutti sempre a ragionare a senso unico. Vero pure che non c'è da inventarsi niente di nuovo, ma solo cercare di dirlo. Ma dire l'ovvio ti fa sembrare stupido. In questo senso, i valori della cost48 non sono ideologia e non lo saranno mai. Perché sarebbe come se l'acqua andasse in salita. Punto. Ce lo hanno concesso (di scriverla) per puro cu.o (luck). Solo che avevano sottostimato la classe dirigente italiana del dopoguerra. Così poi hanno dovuto cancellare il ricordo di un passato tutto sommato recentissimo dalla testa degli italiani. La prova provata che TIAA (An Alternative), gli anni 45-75, che più li penso e più sono gloriosi. Incredibile.

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    11. PS Non sono religioso. Leggevo Ratzinger perché leggevo Preve. Detta marxianamente, entrambi rifiutano l'ideologia in quanto non-etica, che se escludi l'etica ti resta solo Darwin, il quale poi, alla resa dei conti, vince sempre sul pensiero magico (il sogno di Varoufakis).

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    12. Qui però un paio di citazioni gramsciane direi che ci stanno proprio bene:

      Il punto che più interessa esaminare è quello delle «ideologie» e del loro valore: rilevare le contraddizioni in cui il Croce cade a questo proposito. Nel volumetto Elementi di politica il Croce scrive che per Marx le «superstrutture» sono apparenza e illusione e di ciò fa un torto a Marx (cfr bene il punto in quistione). Ma è vero ciò? La teoria di Croce sulle ideologie, ripetuta recentemente nella recensione apparsa sulla «Critica» del volumetto del Malagodi è di evidente origine marxista: le ideologie sono costruzioni pratiche, sono strumenti di direzione politica, sebbene essa non riproduca della dottrina marxista che una parte, la parte critico-distruttiva. Per Marx le «ideologie» sono tutt’altro che illusioni e apparenza; sono una realtà oggettiva ed operante, ma non sono la molla della storia, ecco tutto. Non sono le ideologie che creano la realtà sociale, ma è la realtà sociale, nella sua struttura produttiva, che crea le ideologie. Come Marx potrebbe aver pensato che le superstrutture sono apparenza e illusione? Anche le sue dottrine sono una superstruttura. Marx afferma esplicitamente che gli uomini prendono coscienza dei loro compiti nel terreno ideologico, delle superstrutture, il che non è piccola affermazione di «realtà»: la sua teoria vuole appunto anch’essa «far prendere coscienza» dei propri compiti, della propria forza, del proprio divenire a un determinato gruppo sociale. Ma egli distrugge le «ideologie» dei gruppi sociali avversi, che appunto sono strumenti pratici di dominio politico sulla restante società: egli dimostra come esse siano prive di senso, perché in contraddizione con la realtà effettuale.” (Q 4, § 15).

      Molto corretto mi pare anche il richiamo alla “retroazione” dialettica, contro un materialismo “infantile”, come lo definiva Gramsci: “La dottrina materialistica che gli uomini sono il prodotto dell’ambiente e dell’educazione e che pertanto i cambiamenti degli uomini sono il prodotto di altro ambiente e di una mutata educazione, dimentica che appunto l’ambiente è modificato dagli uomini e che l’educatore stesso deve essere educato. Essa perciò giunge necessariamente a scindere la società in due parti, una delle quali e sopra posta alla società (per es. in Roberto Owen).” (Q 7, § 1, 3)

      Ce ne sarebbero parecchie altre, ma per il momento mi fermo qui. :-)

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    13. … per Marx tutta la storia è storia umana e tutto ciò che esiste è prodotto storico, non ci sono creazioni dall’esterno; quindi tutto quello che ci circonda, siano gli oggetti, le cose, siano le istituzioni, siano le idee, i principi morali, tutto quello che costituisce il mondo, l’ambiente sociale, la società in cui viviamo, è opera dell’uomo, è frutto dell’attività umana, è creazione dell’uomo…

      Marx insiste molto, soprattutto negli scritti giovanili, per chiarire questo concetto. Leggo uno dei mille brani che si potrebbero leggere per dirlo con parole di Marx, certamente migliori delle mie: “La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza è in primo luogo immediatamente legata all’attività materiale e al commercio materiale degli uomini: è il linguaggio della vita reale. Le rappresentazioni, il pensiero, il commercio spirituale degli uomini appaiono ancora, qui, come l’emanazione diretta del loro comportamento materiale. Lo stesso si dica della produzione spirituale quale appare nel linguaggio della politica, delle leggi, della morale, della religione, della metafisica di un popolo. Gli uomini sono i produttori delle loro rappresentazioni, delle loro idee, ma gli uomini reali, agenti, quali sono condizionati da uno sviluppo precedente determinato dalle loro forze produttive e dalle corrispondenti relazioni. La coscienza non può essere mai altro che l’essere cosciente, che l’essere degli uomini e il loro processo vitale e reale”.

      In altre parole, appunto perchè l’uomo crea contemporaneamente col suo lavoro, col suo sforzo, sia le condizioni materiali del suo vivere che le condizioni spirituali, produce materialmente e spiritualmente, e produce in un certo modo in funzione dei bisogni che corrispondono a situazioni di quel momento; appunto perché tutto quello che costituisce la sua concezione del mondo, la sua visione della società, le sue idee e i suoi principi, tutto insomma è il risultato dell’intrecciarsi dei rapporti umani fondati sul lavoro produttivo; appunto perciò è il suo essere sociale, cioè è l’esser nato in questo mondo, in quel momento, in quella situazione e in quell’ambiente storico, in quella determinata serie di rapporti, che determina anche la coscienza interiore.

      Non è la coscienza dell’uomo che determina il suo essere sociale, il suo essere nella società, ma è il suo essere sociale che determina la sua coscienza, la coscienza. Non sempre però l’uomo si accorge che le idee che riceve, i principi morali, religiosi sono il frutto del lavoro storico che lo ha preceduto, o anche del lavoro storico che gli è contemporaneo, della società in cui vive. Queste idee, che sono prodotto del lavoro umano, che sono storicamente collocate in una determinata situazione di rapporti sociali, che rispondono ad una certa realtà sociale, tendono sempre viceversa, ad assumere un valore obiettivo, direi universale.

      Non sono solo le idee morali, ma anche per esempio certe leggi economiche che si presentano come eterne. All’inizio della società capitalistica gli economisti rappresentavano questo tipo di società come la società finalmente razionale che rispondeva ai dettami astratti della ragione umana. Le leggi dell’economia capitalistica erano rappresentate come leggi eterne dell’economia, cioè qualcosa che aveva una sua razionalità trascendente il momento storico; e questo accade ancora più per i valori morali e religiosi. C’è la tendenza a proiettare nel cielo della ideologia astratta tutto ciò che, in realtà, è il prodotto concreto dell’attività intellettuale o spirituale degli uomini, legata sempre a determinati rapporti sociali a determinate condizioni sociali. SI FORMANO A QUESTO MODO LE IDEOLOGIE
      (segue).

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    14. Questa parola per Marx ha un significato specifico: IDEOLOGIA È UNA MANIFESTAZIONE, UN PRODOTTO DELLA NOSTRA ATTIVITÀ SPIRITUALE, CHE IGNORA LA PROPRIA, CONCRETA ORIGINE, LA PROPRIA NASCITA STORICAMENTE CONDIZIONATA E SI RAPPRESENTA COME ETERNA. Quando l’uomo non vede delle sue idee e dei suoi principi la radice storica, non vede che rispondono a certi momenti dell’attività sociale che lo ha preceduto, e li vede invece, distaccati da lui, come valori eterni, assoluti, allora questi prodotti spirituali dell’uomo diventano per Marx delle ideologie.

      È praticamente il fenomeno del prodotto che schiaccia il produttore. Noi produciamo delle idee che sono il riflesso e il prodotto di una situazione storica e poi siamo vittima di queste idee perché crediamo che esse siano delle verità eterne a cui ci dobbiamo conformare.

      L’IDEOLOGIA È SEMPRE UN FATTO ESSENZIALMENTE MISTIFICATORE. L’ideologia tende a farci apparire come razionali, come morali, come rispondenti a esigenze che ci trascendono, quelle che sono, viceversa, le situazioni storiche concrete in cui viviamo e che, così come storicamente sono sorte, storicamente possono tramontare; che così come hanno avuto una giustificazione storica nel momento in cui sono state create, possono non avere più questa giustificazione domani ed essere condannate a sparire. Invece l’uomo le subisce, le accetta, ci vive dentro e non si rende conto che i principi a cui si ispira sono creazione degli uomini che lo hanno preceduto: la sua coscienza è mistificata.

      La forma più classica di ideologia nei tempi in cui Marx cominciava a scrivere, era la religione. Marx aveva studiato il problema su Hegel e su Feuerbach - il quale si era occupato della essenza della religione - e aveva cercato di demistificare gli aspetti religiosi della vita umana, dicendo che la religione è un prodotto umano: non è Dio che ha creato gli uomini ma sono gli uomini che hanno creato Dio; la religione non è qualcosa di trascendente, ma qualcosa che nasce da noi e che noi obiettiamo e ipostatizziamo e facciamo diventare qualche cosa di trascendente.

      Marx accetta come punto di partenza questa analisi, ma cerca di approfondirla e si domanda perché l’uomo ha creato la religione. Perché l’uomo, a un certo momento, non si è reso conto, non ha capito che era lui il creatore di questi simboli, di questi valori, di queste divinità e le ha accettate veramente come divinità eterne? A quali bisogni dell’uomo questo ha risposto? E Marx afferma: non basta dire, come Feuerbach, che l’uomo ha creato Dio e la religione. Bisogna rendersi conto del processo attraverso cui l’uomo si è lacerato e ha obiettivato, ha confinato nel cielo una parte di se stesso, una sua creazione, un suo prodotto. E spiega questo con delle origini sociali, terrene. Sono le contraddizioni interne, sono le lacerazioni interne di una società, è l’impossibilità dell’uomo di dominare il processo storico, il processo sociale che spinge l’uomo a trovare altrove quelle soluzioni che non trova in terra.

      Cioè L’UOMO ALIENATO… l’uomo estraniato dal suo sforzo produttivo e dal suo lavoro creativo non si vede più come creatore, ma si vede come creato e si assoggetta a questa sua creazione che, ai suoi occhi, assume valore di creatore
      . (segue)

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    15. E questo ragionamento può valere per tutte le massime della morale, per tutte le leggi eterne del diritto, lo ius naturale: tutto questo non è che un prodotto dell’uomo che nasce e risponde a certe esigenze e che deve essere sempre visto nella sua reale cornice storica per poter essere demistificato. Cioè, se vogliamo vedere la realtà come è, la società come è…se noi vogliamo vedere questa società come è, dobbiamo sempre demistificarla, spogliarla di questo alone che la società si crea, ma che per il vero osservatore scientifico deve sparire... ”.

      Basso ritorna poi sul concetto di uomo alienato per parlare proprio dell’immigrazione, quella che lui ha conosciuto allora. Il suo pensiero è ovviamente del tutto attuale anche per le nuove versioni:

      … Io ho insistito non a caso sul momento dell’alienazione e sul rapporto uomo-società, perché soltanto se andiamo al fondo di questi problemi ci rendiamo conto che cosa sia l’uomo sradicato, l’uomo distaccato, l’uomo disadattato, quali problemi ci siano dietro, dove ancora andare a scavare per capire le ragioni per cui gli uomini possano trovarsi disadattati in un ambiente sociale. Io mi meraviglio tante volte che continuino ad adattarsi alle condizioni sociali in cui vivono: parlo di una categoria di cui, immagino, voi vi occupiate molto. Io vivo a Milano, città di una fortissima immigrazione che viene dal Mezzogiorno; sono persone che sono assistite o che dovrebbero essere assistite dal servizio sociale. Ora se noi esaminiamo i loro casi individuali ci fanno capire come dietro ci sia un dramma sociale, ci sia una serie di rapporti sociali che vanno studiati e capiti. C’È UNA LOTTA DI CLASSE; c’è una campagna in cui è arrivato un rapporto di produzione nuovo, capitalistico, che ha distrutto il vecchio tipo di produzione, che ha conseguentemente espulso i contadini dalla loro terra - non è che la città attragga, è la campagna che espelle il lavoratore - e nel lavoratore che è scappato vediamo la crisi, tutta la crisi delle campagne.

      E il lavoratore venuto in città è stato strappato al suo ambiente, alla sua vita di gruppo: era quella che era, quella vita, ma era una parte della sua umanità. È gettato in un altro mondo, un mondo che non conosce, obbligato a dei ritmi di lavoro che non conosce e che non si confanno alla sua mentalità, viene inserito in un tessuto sociale dove entra perché non può farne a meno, perché vi è cacciato a forza e subisce una serie di situazioni che non sono quelle, sicuramente, che lui si creerebbe. Bene, lo considereremo un caso da esaminare tecnicamente, sul piano puramente psicologico e individuale, oppure cercheremo di andare a fondo, cercheremo cioè di capire i fatti sociali nella loro totalità, vedere quello che c’è dietro la sua fuga dalla campagna e dal Mezzogiorno: l’emigrazione dal suo paese e quello che l’aspetta nella città e quali tipi di rapporti umani lo possono attendere.

      La vera forma di intervento sociale per il marxismo è la rivoluzione…quando si dice… “Operare nell’interesse dei valori umani”, viene spontanea la domanda: che cosa sono questi valori umani nel cui interesse dobbiamo operare? In che modo e per quale ragione il servizio sociale e gli assistenti sociali devono cercare di fare accettare all’uomo i valori di questa società? Ma sono i valori di una certa società, sono il prodotto di un certo tipo di rapporti sociali, sono una formazione storica che è nata in un certo momento, per rispondere a certe esigenze storicamente valide, ma che potrebbero non essere più valide oggi…
      ” [L. BASSO, La sociologia marxista, sviluppo in Italia e attuali problemi, in Le scienze sociali e il problema dell’intervento sociale nella realtà italiana, Istituto per gli studi di servizio sociale, 1966, 85-104, 121-128]. (segue)

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    16. Fuori da ogni peloso umanitarismo, supportato da quello che Basso taccia come “quietismo fatalistico” di stampo cattolico e ideologicamente funzionale alle classi dominanti, egli può quindi scrivere che:

      … Sprezzando gli irraggiungibili ideali etici, e le debolezze sentimentali, trasportando la morale dalla regione eterea a quella dell’attività umana, essa le dà finalmente un contenuto concreto. Solo se sia considerata sotto il nostro angolo visuale, la morale può concepirsi come un fatto reale della vita dell’uomo, che di continuo la invera e la supera nel flusso perenne della storia. Essa si invera e si supera proprio nella ribellione dell’uomo, cioè nello sforzo di AFFERMARE LA PROPRIA PERSONALITÀ SOFFOCATA, cioè nell’abito dell’intransigenza, nel culto della lotta, nell’educazione del carattere, NELLA RIVENDICAZIONE DELLA DIGNITÀ. E tutto ciò è ben più morale che tutta la vacua precettistica fatta di sermoni moralistici. Perché la nostra morale ha perduto, sì, la sua rigida assolutezza, ma è diventata, umana. Ha cessato, sì, di essere eterna e superstorica, ma si realizza perennemente nella storia.

      Fuor di questa concezione, si può essere umanitari, si può essere filantropi e moralisti quanto si vuole, ma non si è socialisti. Chi non accetta il concetto della morale che si fa, come prodotto spontaneo dell’insurrezione umana, ma la pone come principio imperativo cui questa insurrezione debba conformarsi, non sarà mai socialista, s’anco regolarmente inscritto e tesserato…
      ” [L. BASSO, Valore morale del socialismo, in Critica sociale, 1-15 gennaio 1925, n. 1, 25-28].

      E se libertà - dice Lelio – “è che io possa vivere nella collettività esplicando il massimo della mia personalità”, siamo già in pieno art. 3, comma II, Cost.. Qui mi fermo anch’io come Arturo

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    17. Il segreto della de-socializzazione, che è la vera conoscenza libera, sta proprio nell'aver reciso per sempre i fili pendenti della socializzazione. Il che implica la realizzazione dell'eguaglianza sostanziale. La morale è nella "ribellione dell'uomo" alla socializzazione indotta da ESSI: poi, dopo, avrà la libertà di scegliere :-)

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    18. Ma infatti, è tutto tragicamente ribaltato:

      … La stessa concezione di libertà corrente nel nostro mondo occidentale è una concezione che si ispira all’uomo come essere individuale; si concepisce la libertà come possibilità di fare quello che un uomo vuole. Meno lo stato interviene - questa è la concezione corrente - più siamo liberi, perché l’intervento statale ci limita, chiude, pone dei freni alla nostra sfera di espansione di libertà individuale. Questa concezione della libertà non è assolutamente accettabile per un marxista, per il quale la libertà è la possibilità di partecipare pienamente alla vita collettiva. …È una concezione completamente diversa che porta a tutta una serie di conseguenze anche in sede pratica, politica, legislativa circa la posizione dell’uomo nel mondo e risponde, a mio parere, a una visione più profonda dell’uomo.

      La concezione dell’uomo come essere puramente individuale è una concezione relativamente recente. L’uomo per millenni e millenni non ha mai pensato a sé come a un essere individuale, staccato dal gruppo di cui fa parte, ha sempre concepito la sua vita come strettamente collegata alla vita del gruppo. Con molta approssimazione si può dire che il trionfo di una concezione dell’uomo come essere individuale si ha con l’avvento della moneta, quando nasce la possibilità che l’uomo si stacchi dall’economia collettiva, per viaggiare, per commerciare e portare con sé tutto quanto possiede. Può entrare in rapporti con altri uomini singoli attraverso rapporti monetari, e quanto più si sviluppa la ricchezza in denaro, tanto più si sviluppa la coscienza individuale dell’uomo, che è un momento storico della vita dell’uomo e che ha un senso indubbiamente, perché ha sviluppato potentemente certe qualità, certe possibilità dell’uomo, ma ha un senso se non dimentichiamo mai l’altro aspetto, cioè se consideriamo l’uomo come una dialettica fra un momento individuale e un momento sociale che è compreso in lui stesso…
      ” [L. BASSO, La sociologia marxista, cit.].

      Atomizzando l’umano, è evidente, lo si controlla meglio, illudendolo però di essere libero. €SSI hanno compiuto un capolavoro.

      E di ciò hanno la responsabilità i “quadri intellettuali” di quel ceto medio sempre “tra le palle”, con il peso delle sovrastrutture nella società analizzato da Gramsci e citato da Arturo. Dominio ideologico, che si regge sul fatto che anche la classe sfruttata soggiace alle idee della classe dominante, con tenace volontà, fenomeni analizzati sul blog fino alla nausea.

      Gli sfruttati si incaprettano da soli. Altro che coscienza di classe! L’unica ribellione è contro la Costituzione

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    19. Potevo chiudere senza le solite supercazzole quotidiane? Già, perché ci viene detto che al “Paese serve un nuovo modello”:

      … Le previsioni europee di ieri ci dicono che la ripresa economica si fa più vivace, tranne che da noi; …in Italia ognuno dei mali comuni è più grave, con radici lontane. Già alla metà degli anni ’90, prima dell’euro, abbiamo avuto più ineguaglianze e meno crescita.

      No, non è l’euro. Gli altri Paesi deboli nei primi anni dell’unione monetaria si erano arricchiti di credito facile, per poi precipitare in crisi debitorie di vario tipo. Noi no, perché guai preesistenti ci impedivano di godere anche di quel fuoco di paglia. Gli altri Paesi deboli sono stati messi in diffocoltà dal calo dell’export, l’Italia soprattutto dalla sua fragilità domestica.

      Le polemiche politiche hanno la memoria corta. Alla recessione del 2009 non si potè rispondere con misure espansive (che in quell’anno l’Europa non proibiva, anzi sollecitava) per causa del fardello di debito degli anni ’80, di nuovo alimentato con l’aumento di spesa pubblica nella prima metà dei Duemila.

      Per gli stessi motivi ci ha colpito nel 2011 il contagio del panico da Paesi che soffrivano di problemi nell’immediato assai più pesanti, Grecia, Irlanda, Portogallo. A quel punto divennero inevitabili (altro che “imposte dall’Europa”) le misure severissime del governo Monti; senza di esse Mario Draghi non avrebbe potuto compiere la svolta salvatrice dell’estata 2012
      ” [Stefano Lepri su La Stampa di oggi, pag. 1 e 25].

      In sostanza, il problema di questo “modello Italia che non marcia più”, secondo il giornalista, è la burocrazia incapace, la giustizia lenta, l’istruzione di scarsa qualità, più “l’insidia della malavita”. E il vecchio debito pubblico causato dalla “spesapubblica” pregressa. Monti e Draghi, invece, santi subito: l’€uro non c’entra proprio niente.

      E domani si ricomincia

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    20. "Guarda: la tua generazione ha un compito: seppellire nella vergogna e nel disonore l'intera generazione sessantottina ed i suoi antisocratici nipotini.
      Che siano di "sinistra" o di "destra" - come nel caso che ho provato sopra ad analizzare - sono, in quanto in massa sedotti e comprati dal capitale, un cancro intellettuale e morale.
      Non dovrebbe più essere concesso loro di parlare in pubblico senza un coro di sonore pernacchie."

      Ecco frasi come queste, prezzemolate ogni tot giorni nel blog, mettono in guardia per la stizza velenosa che grondano da tutti i pori, spingendo a fare esattamente l'opposto.

      Cosa sarebbe una generazione sessanttottina? Quella che ha partecipato alla stagione politica, quella che ha richiesto il contratto del'69, quella che nata nel'48 o giù di lì ha preferito chiudersi in casa a guardare la tv, quella che ha commentato "quattro ignoranti": chi caspita sarebbe questa intera generazione che - essa e solo essa tra tutte!- gli studenti di oggi devono, in un supremo messaggio loro affidato da un “vecchio” saggio, attrezzarsi per privare di diritto di parola e considerare come un cancro? Un cancro? manco il quarto partito ha avuto diritto a tanto.
      Esattamente come i pavidi professori di oggi temono di dare la parola a Marx (altra levatura, per carità).

      Perché di queste persone, intendendo coloro che hanno svolto un'attività politica in quel periodo con impegno diretto (e sono pochi), con partecipazione sporadica (e sono di più), o una categoria più larga e più passiva con il riassorbire fermenti sociali e di costume diffusi dalle prime due categorie, non si precisa mai nulla.
      Unico tratto comune, apparentemente ricavabile: hanno messo in discussione qualcosa: e questo qualcosa evidentemente non andava soprattutto discusso. Gli studenti non devono mai avere il diritto di contestare alcunché, devono solo chiedere devotamente consigli. Allora, paternalisticamente quanto generosamente se ne elargiscono anche di buoni, ma che non si mettano a discutere contro le gerarchie, di partito o di pensiero, di chiesa o di costume: questo non si fa. Questo si spernacchia, anzi si fa spernacchiare agli altri, affidando loro la nobile missione e nascondendo il proprio personalismo ben annidati nella propria poltrona!
      La ripetuta ossessione sui banchieri che ballavano nudi(?! sarebbe stata la cosa migliore che han fatto in vita loro, di certo non fa male a nessuno se non agli occhi e alla mente di qualche frustrato) la dice lunga su questa stizza personale, come un Prodi ben sarebbe capace di spiegare date le scaltrite scuole che lo hanno formato in materia.

      Nella invocata "generazione sessantottina" oggi sembra volersi rappresentare soprattutto un ceto che si sarebbe giovato dell'attività politica per costruirsi una carriera personale più o meno ammantata di ormai diluito afflato etico. Magari convertito in europeismo umanitario proeuro (e questi certamente sono avversari e nemici della mia sopravvivenza, ma forse non di quella di chi, in condizioni non troppo diverse dalle loro, con più soddisfazione li sprezza). Ma è così? E soprattutto: è tutto qui?
      (segue)

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    21. (seguito)
      Luigi Pintor scriveva in Servabo: "Avrei imparato più avanti che i privilegi non si perdono mai: si accantonano soltanto". Chi oggi vive la propria condizione medio-alto borghese dopo avere attraversato gli anni '60 in camicia rossa molto spesso lo era già per nascita e proprio per questo, magari grazie a una migliore istruzione, era già allora più visibile, concentrando quindi su di sé il facile rancore personale spesso sfociante in ancor più facile ironia, da parte di chi se ne sentiva o se ne sente in qualche modo sfidato. Ma la maggioranza non era questo e non lo è diventata, gli anni'60 sono quelli in cui arrivano all'università i figli dei poveri (con buona pace del cosiddetto poeta in forte crisi d'ispirazione, risparmiatecene l'inflazionata memoria ché poi si capisce perché c'è bisogno dell'euro), in cui ci sono lotte operaie dure e determinate e da cui escono non pochi militanti di base non necessariamente ingenui, ma sempre più senza voce e tutt'altro che disposti, finché possibile, a abbracciare il capitale. Alcuni cercano rifugio nell'attività sindacale o associazionistica di base, alcuni hanno una formazione teorica non del tutto disprezzabile, ma manca loro un confronto che gli permetta di svilupparla e di metterla in pratica, altri ancora finiscono nella sottoccupazione intellettuale. Anche perché le loro pretese danno fastidio, cosa vogliono costoro, tornino a prendere le pernacchie da bravi cafoni che sono, la mobilità sociale ci siamo sbagliati, arrivederci.
      E quest'ultima non è certamente una decisione della generazione sessanttottina, ma di coloro che fermarono ad ogni costo le richieste avanzate in quegli anni: chi siano qui lo sappiamo bene e non stavano certo dietro agli striscioni!


      Non so se esista una ricerca seria, proprio perché sarebbe difficile farla su una base quantitativa sufficientemente certa e rappresentativa, sull'origine sociale e la condizione economica dei partecipanti, ignoti e noti, alla stagione sessantottina, o sul loro "abbracciare il capitale" - in maniera diversa da quel che obbliga la quotidiana sopravvivenza, peraltro anche lì non mancarono resistenze diffuse, puntualmente derise come individualiste o utopiste - ma sarebbe l'unica cosa che consentirebbe di generalizzare i discorsi su un'intera generazione!!! che turba ancora molti sonni, senza cadere nel ridicolo o nel personalismo ossessivo.

      Ma tanto l'unica cosa che conti è far cadere lì due frasette a intervalli regolari, per far crescere il disprezzo dall'alto della propria navigata arroganza perbene, nient'altro, "perché sì".

      Per costoro, dieci parole di quegli anni ancora non son diventate superflue.

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    22. @Pellegrina

      Questo è il risultato storico - oggettivo - della "stagione sessantottina" e del patrimonio coscienziale che la generazione protagonista ha socialmente riservato - e ancora riserva! - a figli e nipotini.

      Il Sessantotto - nelle sue ovvie dialettiche - è stato l'inizio della controrivoluzione liberale. Punto.

      Il resto sono banalità, pourparler: i distinguo che fai sono scontati e non hanno alcun rilievo in questo contesto.


      (A far delle pernacchie a 'sta gente, se ne ho l'occasione, ci vado e con gusto: e ti assicuro che non mi sento tanto "un vecchio saggio" dopo che vengo sbattuto fuori da un convegno di europiddini nati tra il '45 e il '55 come settimana scorsa...)



      « Bella vittoria, dunque la vostra / avete facce di figli di papà / vi odio come odio i vostri papà».

      « Vi odio, cari studenti, perché in voi ritrovo quell’odore piccolo borghese che era lo stesso che sentivo nei fascisti »

      « Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / Coi poliziotti / Io simpatizzavo coi poliziotti! / Perché i poliziotti sono figli di poveri...»

      Ah... leggo Pasolini... e capisco un sacco di cose.

      (A partire dall'antropologia umana)

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    23. Va rammentato che ciò che definisce fenomenologicamente il '68 è la protesta antigerarchica generalizzata, che investe, per lo più, l'autorità dei poveri (in quanto padri, per lo più, e in quanto "quadri" bassi e intermedi, ridicolizzando gli spazi conquistati con fatica) e...i costumi sessuali: dei ricchi.

      I quali già avevano il privilegio dei "mezzi" e del tempo libero per poterselo permettere; e avevano sempre praticato la trasgressione per semplice noia. Un segno di distinzione, la noia, che faceva trend divenendo inevitabilmente pop. Cioè un simulacro dell'aumento di democrazia, uscita dalla dimensione "eroica" dell'anticonformismo veramente impegnativo della prima metà del '900.

      In realtà, il '68, come specifico culturale, non inventò nulla: lo rese solo un prodotto di massa (come tanti altri, ma forse più tossico, in molti sensi).

      Poi si può discutere all'infinito di ogni etichetta storica, tanto più in Italia, dove, proprio col '58, si dimostra il massimo del più trito provincialismo, nel momento stesso in cui crede di potersene liberare: ma il '68 ha questo forte specifico di voler essere il momento finale di superamento delle "classi" esclusivamente in nome della sovrastruttura (chi l'ha vissuto, col senno di poi, magari, se n'è reso conto benissimo: ma ne ha, naturalmente, nostalgia per le stesse ragioni per cui la contessa francese rimpiangeva la Rivoluzione del 1789: "avevo 20 anni"...).

      Certo che gli anni '60 hanno coinciso con lotte sociali e sindacali: ma queste erano in continuità con l'affermazione della democrazia dei tardi anni '40 e, anzi, proprio la giusta rivendicazione di un ritardo intollerabile nell'attuazione della Costituzione del 1948 (parlando di Italia).

      Ma i due piani non vanno confusi: i banchieri, "ballando nudi", avevano acquisito un (infido) lasciapassare pseudo-ideologico che gli consentì poi la squallida restaurazione di "pop" rivestita.

      Il gold standard, per gli adoratori d'antan della libertà...di Hayek (che potè farsi passare per un mito "hippie"), era un feticcio inalterato, e aleggiava sullo sfondo delle risate (spesso di maniera e forzate da un neo-conformismo): ma questo progetto oligarchico retrostante, non veniva condiviso coi compagni di "trip" e di ascolto/concerto del rock (musica di ribellione assolutamente paravaloriale e ad esito per lo più iconoclasta: ma verso il mondo inevitabilmente ingenuo della democrazia pluriclasse). Almeno in Europa.

      Insomma, il tempo e gli eventi della Storia di quel tempo, non possono essere confusi col "fenomeno" che fu quello di un grande "cavallo di Troia"...

      L'ipocrisia religiosa sui costumi sessuali e sui "ruoli", era semplicamente superata dai rapporti di produzione che si voleva restaurare in una veste opportunamente aggiornata.

      Il "nichilismo", paludato di slogan pubblicitari (ancora in gran voga), è stato il grande via libera per il narcisismo individualista il cui la cultura trasmoda in un neo-consumismo innovativo e ovviamente "senza senso".
      La commissione Delors potè infatti agire indisturbata...

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    24. (Tra l'altro erano proprio i liberali organici al sistema come Montanelli a tratteggiare Pasolini come un "artista" tout court e non anche come un "intellettuale": in crisi di ispirazione o meno, Michel Clouscard può essere illuminante nel capire l'intuizione del poeta)

      Il Sessantotto (non in cifre) è « mito fondativo del capitalismo » neoliberale: un anniversario di cialtroni.


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    25. buongiorno, dopo il grafico di bazaar ed il commento di 48 , prima che sul 68 ed i 68ini ci si metta la parola "fine", @ pellegrina ?

      luigi

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    26. Pellegrina fornisce sempre spunti interessanti e meditati.
      Nel suo intervento, ad esempio, scorgo anche l'importanza dell'invito a non abbandonarsi a quel versante reazionario della critica al '68 che si era manifestato fin dall'inizio: la negazione del diritto al pensiero critico per le classi subalterne.

      Questo appello è giusto. Non vorrei mai accomunarmi a questa vena reazionaria, generazionale, del tempo: l'evidenziata fenomenologia del '68 non implica la rivincita di idee e atteggiamenti che gli ambienti conservatori dell'epoca abbandonarono solo perché furono i più eminenti esponenti del '68 stesso a riprodurre in forma rinnovata.
      E quindi molto più efficace...

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    27. Ma il '68 fu anche l'inizio di quella serie di rivendicazioni che portarono la quota salari ai massimi livelli registrati.
      Si può anche ricordare che certe spinte "libertarie" erano dovute ad un'ortodossia decisamente opprimente, di matrice sia religioso - perbenista che stalinista (lo so bene, oggi, che erano epifenomeni, ma toglievano il fiato mica poco!).
      Naturalmente è vero quanto dice 48, che "L'ipocrisia religiosa sui costumi sessuali e sui "ruoli", era semplicemente superata dai rapporti di produzione che si voleva restaurare in una veste opportunamente aggiornata", e vorrei anche ricordare l'abbandono di quella "divisa universale" che era il completo giacca - camicia - cravatta - pantaloni con la riga, per citare un fatto minore ma evidente.
      Il '68 ebbe (almeno) due anime, una borghese e una operaia. La cosa straordinaria è che oggi quelli che furono i protagonisti di entrambe le anime conservano l'illusione di "avere vinto"... perché il neoliberismo li ha portati effettivamente dalla parte vincente (pochi), o li ha assunti con buoni stipendi (già di più), o non ha ancora completato la distruzione delle tutele sociali ed economiche di cui godono (e sono la maggioranza).

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    28. Non concordo: ho cercato di evidenziare che il '68 studentesco e il '69 operaio derivano, fenomenologicamente, da due diverse catene causali(pur essendo intrecciati, per una serie di sincronicità cronologiche a indubbio impatto nel "costume", che sarebbe inutile negare).

      Accomunarle per una mera circostanza cronologica, tuttavia, è l'errore che corrisponde alla vena mediatica reazionaria del tempo e alla falsa prospettiva ex post che andrebbe evitata.

      Gli effetti sulla quota salari del '69 furono proprio vanificati dal...'68, nel senso sopra evidenziato.
      L'andamento economico va visto (come per gli effetti del divorzio sul debito) negli anni sucessivi.

      La reazione mondiale politico-economica, cioè della struttura, alla fine di Bretton Woods, non fu casualmente quella del ripristino (in forme nuove) del gold standard e del suo assetto sociale: i banchieri che ballano nudi e la fantasia al potere (cioè l'illusione propagandistica della reinvenzione della ruota) furono ben collegati dal loro antecedente del paradigma sessantottino del superamento delle classi sociali in nome della libertà individualista.

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    29. Credo tuttavia che oltre alla coincidenza temporale (che inevitabilmente si riflesse anche nelle vicende personali di chi c'era) ci siano stati altri elementi con un potenziale ambivalente che fu poi ampiamente egemonizzato dal liberalismo. Si veda ad es. in questo scritto di
      Pino Ferraris il ricorrere della parola "libertario", anche se ovviamente in un senso, e ancora di più in quadro, che niente aveva a che fare con Pannella... che però se la tirava anche da "socialista" (anche Spinelli, d'altronde: a parole).
      Voglio dire che le vicende concrete furono complesse e ambigue, che solo col senno del poi si possono (e si devono) distinguere due storie diverse e contrapposte e che questa ambiguità è uno dei fondamenti della inconsapevolezza di una certa generazione.

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    30. "C'est le passage de l'austérité imposée à tous sous le fascisme traditionnel répressif à l'austérité clivée de l'après Mai 68 où les modèles culturels ont changé : la permissivité servant de monnaie d'échange pour déguiser l'oppression économique de la classe ouvrière en « nouvelle société » du jouir sans entrave".

      Posso citare un tipico esponente della cultura pop dell'epoca (impegno e pop: altro sintomo leggibilissimo, Pellegrina)?
      "...a vent'anni si è stupidi davvero..." - specie se piccoloborghesi.

      Bella l'ironia involontaria di Quarantotto, poi: "... gli effetti del DIVORZIO sul debito". Quale divorzio? Mi piace non pensare alla lite delle comari: trucco e parrucco, un bel sezionalismo appagante e via: "che ciavàda!", diciamo in Veneto.

      Battaglia sacrosanta, beninteso, ma le cartoline-petizione indirizzate a Loris Fortuna si COMPRAVANO allegate a un fogliaccio da comari di vaga intonazione socialista-radicale (rosastronzo, diciamo).
      Vucumprà?...

      Pellegrina, stavolta discordiamo - un po' mi spiazza la tua foga, perché viene dopo un mezzo libro di spiegazioni da parte di Bazaar e Quarantotto - e a valle dell'intera vita di questo post.

      E non servono grandi studi: l'ho vissuta in famiglia, quella falsa dialettica, e sul Sessantotto, arrivando anagraficamente solo un pelo in ritardo, mi sono formato.
      Qualcosa non quadrava. Ora so cosa.

      Su Pasolini, idem: non è il mio Autore, ma eviterei i modi tranchants di una Lameduck (a proposito, noto che dalle... nostre parti tutti si risentono per qualcosa: Buffagni, i fascisti che leggono Barbara, gli eredi a qualche titolo del 68, o del Sessanttotto... Ridico qui quanto ho scritto altrove: siamo dalla stessa parte, si potrebbe pure farselo bastare, almeno per ora, vivaddio!).

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    31. Chiaramente sono d'accordo con Quarantotto: da una parte c'era la rivoluzione progressista che correva grazie alla coscienza e alle istituzioni del primissimo dopoguerra, e, dall'altra, come evidenzia Wolff, la grande reazione neoliberale che arriva dagli USA, pronta a mettere la mordacchia con terrorismo ed europeismo alle tendenze sovrane ed emancipatorie dei popoli europei.

      Il punto in realtà è semplice: chi ha lottato in quegli anni ha perso.

      E la storia e - soprattutto gli slogan e gli ideologemi manipolatori di coscienze - li scrivono i vincitori.

      Quindi, con tutta l'empatia che posso avere per chi ci ha messo il cuore e la passione in quegli anni, non posso che oggettivamente constatare la perniciosità del pensiero e della coscienza morale di un blocco sociale che si rivela de facto una trasposizione postmoderna della piccola borghesia.

      Non mi è mai capitato - MAI - di incontrare un coetaneo dei miei genitori che fosse illuminante a livello coscienziale: non è un caso che Luciano e Alberto siano degli "outsider".

      Non ho più scrupoli: l'esistenzialismo di fronte ai grandi sconvolgimenti sociali perde qualsiasi valore. È in gioco l'esistenza stessa.

      Sì, di fronte al piddinismo di sinistra o al qualunquismo di destra di questi archetipi provo gli stessi sentiamenti di Pasolini.

      Gli stessi.

      E ora occupano tutti i posti di dirigenza e di influenza, le cattedre... le cadreghe dei regiù.

      Questa era un'altra generazione (per ricordare Gramsci e Basso), con ben altra coscienza morale.

      Non è un giudizio soggettivo - come inopportunamente ha provato ad argomentare @Pellegrina - ma è una constatazione storico-oggettiva di cui prendere consapevolezza e per cui agire conseguentenente.

      Non è conflitto generazionale: è conflitto di classe.

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    32. "la permissivité servant de monnaie d'échange pour déguiser l'oppression économique" e la "austérité clivée", mi bastano. Sto.

      Per tutto il resto, credo che sia inevitabile che si arriverà alla ragionevole conclusione che ci sia altro a cui pensare. Certo, non pretendo che si dia ragione a quanto qui sostenuto, sotto vari punti di vista, ma in chiave di analisi economica del diritto costituzionale e di trattati. Fonti che sono un "dato" con cui, come si sa, ha poco senso polemizzare (che poi i mezzi dell'ermeneutica giuridica, interagente con i principi dell'economia intesa come scienza sociale, non siano alla portata di tutti e da tutti padroneggiabili, è un altro discorso: ma siamo qui per seppellire Cesare non per lodarlo.... :-) ).

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    33. Ma appunto, Presidente, appunto.
      E infatti non La annoveravo tra i "risentiti", pur essendo Lei intervenuto a propria difesa, nel blog del Prof. (antonomasia).

      Io non posso essere di sinistra se commento da Lameduck, solo perché esiste e fa danni l'asinistra?
      Non posso chiamare fascismo ciò che, nella Sua ermeneutica, fascismo è, sennò i fascisti si risentono?

      Lo storico non è un filosofo non è un politologo non è un economista non è un sociologo non è un blogger incazzato non è un cultore di dottrine esoteriche o teosofiche non è...

      L'epistemologia di questo blog è chiara, e un ulteriore socraticissimo chiarimento ad adiuvandum ce ne è stato dato proprio qualche commento sopra.

      Prescinderne è strabismo, oltre che cattiva maniera.

      Seppelliamo Cesare, ma un millisecondo dopo... via da certa gente!

      (Beninteso: Pellegrina sarà tra noi, e non perché lo dica io, che non ho titolo - semplicemente si divagava, ora...).

      Ma quanti bei distinguo sezionali, quanta inutile fatica. Temo che Cesare se la rida, Presidente.

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    34. L'ambivalenza è stata perfettamente micidiale, il modo di rigirare le carte in tavola, spogliando le ipocrisie solo dove la cosa fa gioco al concetto uomo=merce e creando invece un alone di supercazzole che ha ipnotizzato quella e le successive generazioni. Io non so quanto ci ha messo Bazaar per sfatare il mito del 68 (direi poco). Il 68, con quel suo giovanilismo che tanto ricorre anche ora, ove pare serio chiedere a un sedicenne cosa si dovrebbe fare per risolvere qualsiasi problema. Anche per questo il mito del 68 fa gioco. Ma si, andate in discoteca, prendetevi quattro pasticche e poi discutete di politica che siete giovani e quindi sapete tutto perchè il mondo è cambiato. Ora c'è il telefonino. Io sicuramente c'ho messo troppo a sfatare il mito, per i miei gusti, e perciò ho goduto alle parole di Bazaar. Però capisco e ammiro Pellegrina che ci è venuta a raccontare la sua sofferenza per quelle stesse parole. Perché è fatta della stessa sostanza della mia sofferenza, la stessa energia e voglia di capire. Ci hanno preso per il clavicembalo cara Pellegrina. In modo spettacolare. Geniale. E senza nessuna mente dietro, il che sarebbe molto meglio. L'aspetto direi organico ai rapporti di forza con cui le idee, le parole escono fuori perfettamente a misura del nostro clavicembalo è davvero una legge scientifica. Non è colpa di nessuno in particolare, nemmeno degli psicopatici che ne generano infiniti guadagni. Il meccanismo di diffusione funziona automaticamente e trasmette se stesso. Questo bisogna capirlo. Credevamo che se ho il diritto di essere omosessuale o di divorziare avrò anche quello di lavorare, giusto? No. Solo il clavicembalo. Ma in caso di necessità lo puoi vendere. Come anche puoi venderti un rene. Sei "libero". Ed eccoci qua.

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    35. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    36. Mi spiego meglio: Seppellire Cesare e non lodarlo, peraltro, non è contrastare una tirannia autocratica (incarnata da Cesare nella reazione propagandistica della classe senatoriale) ma, sfrutando capacità comunicative sui fatti "reali", denunciare invece la manovra dell'oligarchica: il discorso shakespeariano di Marc'Antonio, al di là della di lui concreta figura storica, è in realtà una perorazione dell'allargamento sostanziale della democrazia, che confuta il controllo della massa da parte degli "abbienti" (che, da allora, rivendicarono come libertà e lotta alla tirannia la difesa dei propri interessi).

      Non a caso l'anglossassone bardo è così "attentamente"...banalizzato, in processo di intenzionale (e beffardo) fraintendimento, nella stessa tradizione politica angloamericana.

      Quindi, la mia citazione era in senso ironico (cioè da ribaltare) :-)

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    37. Ecco. Figurone.
      Da perfetto tordo, non avevo colto.
      Sorry e grazie. Di tutto.

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    38. Ciao 48, dopo tanti interventi ritengo di dover precisare alcuni punti.
      Come sempre intendiamo molto spesso la stessa cosa sia pure con diversi livelli di pathos e di retorica :-). Rimangono tuttavia stavolta letture su cui non sono d'accordo. Ma preferisco riflettere ancora un po' prima di scriverne. Nel frattempo le sorelline ti salutano ;-). E grazie.

      @Pez: ti ringrazio per il rispetto e per l'empatia. Vorrei però rassicurarti che non sono una che si è svegliata nel 2007 o nel 2011 e sta ancora massaggiandosi la botta della caduta dal pero.
      La consapevolezza del tradimento della sinistra ufficiale la respiro in famiglia da quando ho avuto coscienza - e peraltro con molto meno astio personalistico di quanto purtroppo si legge qui. Tutto ciò non grazie alla destra ma proprio alla sinistra e a quella sinistra che il passaggio del '68 e la conoscenza della Costituzione ha aiutato a non considerare mai dato naturale e immutabile il mondo come proposto dalle dottrine liberisto-cosmetiche oggi imperanti. Non credo sia un'esperienza unica o eccezionale e questo aspetto storico non va cancellato come se non fosse mai esistito nel generale discredito che si vuole gettare su un momento storico in cui l'amalgame funziona, in piena restaurazione, come in pochi casi.

      Da cui la convinzione che via sia molto da sviscerare e definire criticamente nella lettura che del '68 viene proposta oggi e che troppo facilmente sfocia - quando non viene sapientemente spinta a piccoli tocchi solo apparentemente casuali e retorici - nell'atteggiamento che 48 descrive nella sua seconda risposta al mio commento. Tanto più quando si sposa al legittimo risentimento che il tradimento di certa sinistra sta creando in un continente intero e di cui fa parte il silenziatore da essa posto sulle ragioni di una povertà crescente alimentata ad arte. Su questo credo si debba sempre mantenere la massima attenzione.

      Il clavicembalo fa parte delle meraviglie del creato: nessuno lo può toccar invano... (immagine non eccelsa ahimé)

      P.S. Ma manca ancora la prova principale. La foto dei banchieri che ballano nudi adesso BISOGNA mostrarla, ovviamente associata a documento di identità, contratto e cv. E che si veda bene che non hanno il cache sex. Io ne ho una ma risale al XVI secolo ed è molto sospetta come autenticità.

      Altrimenti, sappiatelo, qui si perde qualsiasi attendibilità.

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    39. No, non si perderebbe di attendibilità, suvvia: voler arrivare alla prova documentale di una metafora, farebbe perdere il senso dello humor e dell'attitudine icastica dell'ironia. Il che lo riterrei molto più grave...

      Poi, discussioni storico-politiche, in definitiva condotte sulla base dell'interpretazione di una moltitudine di serie fattuali concomitanti, sono connaturalmente opinabili, essendo introducibile nel discorso un numero praticamente infinito di variabili (cioè di divergenti valutazioni del contributo causale di elementi di fatto, apprezzabili in modo diverso nel loro peso relativo nel definire, sempre selezionando, l'effetto finale).

      Ma è per questo che, al di là delle digressioni nella critica storico-politica, - pur interessanti (e consentite, entro un confronto tra persone che si stimano in base a una...naturale selezione), qua si predilige un approccio costituzionalistico, all'interno di un metodo fenomenologico: in base a ciò, il '68, rispetto all'assetto sociale (normativo) voluto dalla nostra Costituzione, esiste come un anno, non particolarmente significativo, di una progressiva e difficoltosa attuazione la cui ragion d'essere risale a ben prima (basti pensare che lo Statuto dei lavoratori, frutto delle lotte del 1969, fu il motivo sostanziale della caduta del primo centro-sinistra nel 1963).

      Il '68 come simbolo culturale, invece, - e mi parrebbe utile ricondurre alla sua matrice USA il suo manifestari "strategico" in europa e, al massimo del provincialismo, in Italia-, è risultato invece la premessa di una battuta d'arresto del modello sociale normativo accolto in Costituzione: a tacer d'altro, esso condusse all'instaurazione di un linguaggio e di un "costume" che fecero presumere alla massa di poterne prescindere.

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    40. Con tutta la discussione mi son dimenticato del povero Andrea: visto che Bazaar mi aveva tirato in ballo, ti do qualche indicazione di immediata fruibilità scolastica: su Schmitt, Carlo Galli, Genealogia della politica, Il Mulino. La più esauriente summa del pensiero schmittiano disponibile in italiano. Non farti spaventare dalla mole: si tratta di una raccolta di lavori pubblicati in momenti diversi, quindi i vari capitoli possono, almeno entro certi limiti (serve cioè una conoscenza di base del pensiero schmittiano), essere letti separatamente l'uno dall'altro (ma l'introduzione va letta obbligatoriamente per prima).

      Su Marx, se ti interessa sapere che cosa ha detto veramente, è indispensabile fare riferimento ai lavori scaturiti nell'ambito della MEGA 2. (E sa il cielo se ce n'è un gran bisogno, se Cesaratto, a trent'anni dalla pubblicazione delle Ergänzungen und Veränderungen, può ancora sostenere che la teoria del valore di Marx è uguale a quella di Ricardo :-)). Puoi cominciare con alcuni video divulgativi di Fineschi su youtube e vedere un po' come ti trovi (non me la sentirei di darti bibliografia, almeno non in italiano, perché è subito molto impegnativa).

      Buono studio! :-)

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    41. @48: per rispondere all'ultimo commento. Ovviamente ero serissima e ad ogni modo non sono affatto sicura che si tratti di metafore. Sia per quanto riguarda i banchieri sia per la reiterata affermazione che "tutti" i sessanttottini (e non in prevalenza coloro che avevano origini che comunque in un certo contesto storico-economico li avrebbero portati in un modo o nell'altro a quei posti o a quella posizione sociale) occupino "tutte" le cattedre (ahi!) "tutti" i posti di prestigio e quant'altro. Questo, come ho cercato di dettagliare nel primo commento, sa di personalismo revanchista, strumentalizza una vulgata non verificata, non semplicissima da verificare nel dettaglio, molto discutibile se applicata a una generazione, e ad ogni modo piuttosto pericolosa per le reazioni cieche che continuamente e volutamente vellica.

      Al momento tale affermazione rimane non dimostrata e superficiale, quindi ai miei occhi molto poco seria.
      L'immagine del XVI secolo esiste davvero. Poi cosa rappresenti è un altro problema...

      P.S. Far perdere attendibilità al discorso costituzionalistico qui svolto è tutt'altra cosa. E non vedo, non so, poiché tu ne parli, quanto la coscienza costituzionale italiana sia venuta meno a causa di un sentimento di onnipotenza del '68, a mio parere un tremendo spauracchio la cui rappresentazione va oggi al di là di ogni realtà, perché rappresentata appunto da chi lo odio', ne odio' lo spirito né mai smise o potrà smettere, o quanto una ignoranza di base della medesima che veniva da un analfabetismo materiale e dei diritti di ben più lunga durata e diversa origine (come Basso descrive ben prima del '68), si sia sposata con una restaurazione e con un'abdicazione alla funzione formativa da parte del PCI, peraltro anch'esso non sempre limpido nel suo apprezzamento della carta, entrambe favorevoli al suo oblio.

      Tale ignoranza dei diritti fu semmai combattuta dal '68, non il contrario. Che poi questo sia passato anche per la critica alla Costituzione "borghese" è probabile, ma appunto con il '68 non si tratta di una costruzione monolitica, ma di qualcosa di assolutamente frammentario e frammentato. Il centro giovanile che invita Basso a parlare nel 1975 sulle origini del fascismo e diffonde il suo intervento ciclostilato, ad esempio, in una città sconvolta in quei mesi da una serie di attentati mai chiariti, chi accoglie? un circolo del PCI? eterodosso o ortodosso? e/o un gruppo sessantottino? o gente che oscilla tra i due? che ha la tessera ma agisce diversamente (ve ne furono tanti)? e il tribunale Russell dove lo mettiamo in tutto questo? ecc.
      Tanto più bisognerebbe stare in guardia per evitare generalizzazioni... come affidare la memoria della rivoluzione francese ai termidoriani... quindi?
      ci sottoponiamo ora alla selezione "naturale".

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    42. @Pellegrina

      Le teorizzazioni sono per loro natura generalizzazioni. Qualsiasi modello teorico, per la sua necessità di essere riduzionistico - ovvero portare "il complesso" ad un insieme "intelligibile" di concetti tramite determinati "criteri" - è una generalizzazione.

      Ci sono dei limiti nelle "verità scientifiche" di qualsiasi modello teorico; ma la presa di coscienza di questi "limiti" - se vogliamo avere un atteggiamento fenomenologico tipico dell'epistemologia husserliana - sono, in re ipsa, un progresso cognitivo.

      Carl Schmitt, che usa continuamente gli strumenti cognitivi tipici dell'idealismo hegeliano, arriva al geniale concetto di coniugare lo "stato d'eccezione" con la “sovranità”, in quanto l'eccezione conferma la regola: ossia, dialetticamente, chi chiama l'eccezione alle regole e alle norme è anche colui che le detta e le impone.

      I limiti delle verità scientifiche non stanno quindi nelle loro eccezioni, come illogicamente cadrebbe il popperiano pensiero positivista. (Non a caso assunto subito nella MPS, infarcita di monoteisti liberali e ora sempre più da psicologi, neuroscienziati e sociologi)

      (La statistica, infatti, piace a giorni alterni ai positivisti: non è neanche un caso che quel genio di Popper si è andato a scagliare contro la logica sottesa alla meccanica quantistica! facendo una figura di palta di dimensioni mondiali...)

      Una riduzione (fenomenologica, "eidetica") "approssima progressivamente" una qualche realtà, oggettivandola tramite il riscontro empirico, per come l'Essere si "ostende" nei fenomeni che "intenzioniamo".

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    43. Questo non è né soggettivismo né personalismo.

      È la soluzione al relativismo e al conseguente nichilismo del positivismo... liberale.

      Quindi, chi sono i geni che si ritengono progressisti e fracassano gli zebedei con « non generalizziamo »?

      I "liberali" - reazionari di fatto - che siano di destra o che siano di "sinistra", e che relativizzano tutto nella becera ed idiota pretesa... di proteggere nobilmente le "minoranze".

      Senza curarsi più di tanto se queste minoranze siano per gusti "estetici" o... quella dei banchieri.

      @Pellegrina, ti sto dicendo - a te ma non per te - che le tue argomentazioni sono infarcite di dialettica tipicamente reazionaria, quella usata spesso nei diritti cosmetici, quella usata per "equipararli", al limite, ai diritti sociali.

      Ovverosia, quel modo di argomentare tipicamente propagandato da chi radica i proprio mito fondativo nel Sessantotto.

      Fai la "marxista" e sei infarcita di ideologemi liberali: come tutti i marxisti post-sessantottini; perché, partendo dalla citazione di Gramsci di Arturo, e raccordando le precisazioni di Basso citate da Francesco, se a T°, una ideologia diventa "coscienza etica", a T¹, anche se le radici si trovano in T°, data la definizione stessa di ideologia, una struttura "rigida" diventa immediatamente "falsa coscienza" in quanto non viene "acquisita" e perde la sua potenza "progressiva". Cambiano i significati dati ai significanti e abbiamo una “religione laica”. Né più né meno.

      Quindi il "marxismo" stesso - in quanto ideologia - è diventato sempre più "falsa coscienza" in quanto sempre più prodotto dei rapporti di forza dovuti ai rapporti di produzione.

      I Sessantottini, anche se "marxisti" e "combattenti" sulla lunga scia delle conquiste socialiste e democratiche ipostatizzate nella Carta del '48, sono statisticamente il prodotto di questa stagione: sono infarciti di liberalismo come tu stessa, nel modo di argomentare, dimostri.

      Vai a dire a Marx di « non generalizzare... »

      Inoltre, sempre a te ma non per te: confondi “soggettivismo” (generalizzante) con “personalismo”: dopo aver cercato di “relativizzare” una argomentazione, cercando di neutralizzare la dialettica fondata su quantomeno interessante letteratura citata, prosegui a mistificare il pensiero altrui adombrando un “personalismo” che, in qualche modo, dovrebbe far sospettare un motore irrazionale alle argomentazioni altrui, togliendole dignità di “logicità”.

      Ti ricordo che è dal “esistenziale” che nasce la propria dialettica coscienziale e, una novella Anna Kuliscioff dovrebbe quantomeno sapere che lo stesso Lenin ammette che il suo appassionato impegno rivoluzionario nasce con la morte di suo fratello, un terrorista anarchico che, a differenza di quelli moderni, cercò di far saltar in aria lo zar.

      Ma non lo scrivo per te; lo scrivo per chi può interessare e cerca stimoli di riflessione tramite il decostruttivismo.

      Con buona pace di quel senso nostalgico che è pari a quello di coloro che rimpiangono l'RSI.

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    44. bazaar ha dimenticato di scrivere FINE.

      luigi
      p.s. grazie.

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  5. L'economia ripartira' quando si aprira' "la nuova frontiera" .
    Lo spazio: negli USA ci sono 3 industrie private in grado di mandare merci ed uomini nello spazio .
    Gli investimenti sono enormi ma i guadagni , quando ci saranno, saranno "siderali".
    Nel resto del mondo solo gli stati sono in grado di mandare qualcosa nello spazio e solo altri 3-4 oltre agli USA.
    Per dire: la re-industrializzazione avverra' ma sara' diversa da come ce la immaginiamo.
    Per esempio guardate la gigafactory di Tesla.



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    Risposte
    1. Tesla, come praticamente tutte le attività di Musk, è in perdita perenne. cospicua perdita.
      ma gli investitori continuano a comprare le sue azioni.

      altra bolla.

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    2. praticamente viene finanziato all'infinito pur producendo perdite enormi.

      chi invece macina utili e dà lavoro a molte più persone perde capitalizzazione.

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    3. Bolla: non concordo:
      -il litio si ricicla al 100% dalle batterie esauste
      -le batterie si ricaricano con fonti rinnovabili
      -il litio e' sufficientemente presente per consentire lo sviluppo di veicoli elettrici a livello globale
      -le auto-auto (auto pubbliche con guida robotizzata) saranno lo standard cittadino
      Poiche' stiamo parlando di una azienda singola non possiamo parlare di "bolla" , casomai e' piu' appropriato parlare di "idea fallimentare" .

      Opinione rispettabile ma non condivisa visto il valore delle azioni.

      Chi da' lavoro a molte persone e macina utili perde capitalizzazione (anche se non so a chi sia riferito in particolare) accade in quanto la tecnologia di riferimento si indebolisce , i brevetti decadono o il settore e' destinato ad esaurirsi.
      Es.: tecnologia nucleare classica: una centrale PWR macina utili (salvo i costi di futuro smantellamento che sono ignoti) , oggi molte sono oltre il limite di durata tecnico previsto ed il loro futuro e' deciso.

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  6. Torno all'argomento del post, con un articolo chi mi era completamente sfuggito, che mi ha lasciato di sale e di cui non mi pare abbiamo parlato: "Deve iniziare un nuovo approccio basato sull’idea che la responsabilità fondamentale di un governo è quella di massimizzare il benessere dei propri cittadini, non quella di perseguire una qualche idea astratta del bene globale. Le persone vogliono sentire che hanno la possibilità di stabilire il tipo di società in cui vivono. Può essere inevitabile che le forze impersonali della tecnologia o le mutate circostanze economiche globali abbiano un effetto profondo, ma quando i governi stringono degli accordi che cedono il controllo ai tribunali internazionali, non fanno altro che aggiungere al danno la beffa. Questo è specialmente vero quando, per questioni legali o per circostanze contingenti, le multinazionali si trovano ad avere un’influenza spropositata nel determinare gli accordi globali.

    Se il sistema bancario italiano è gravemente sottocapitalizzato e il governo democraticamente eletto dal paese vuole utilizzare il denaro pubblico per ricapitalizzarlo, perché mai degli accordi internazionali dovrebbero intervenire a impedirlo? Perché mai dei paesi che ritengono che i prodotti geneticamente modificati siano dannosi per la salute non dovrebbero mettere, di conseguenza, al riparo i propri cittadini? Perché mai la comunità internazionale dovrebbe cercare di impedire a dei paesi di porre un limite all’afflusso di capitali esteri, se questi lo vogliono? In tutti questi casi il punto fondamentale non è nel merito, ma nel principio. Il principio è che le intrusioni nella sovranità dei popoli hanno un costo elevato.

    Ciò di cui c’è bisogno è un nazionalismo responsabile — un approccio secondo il quale il primo obiettivo di un paese è quello di perseguire il benessere economico dei propri cittadini, fermo restando che venga circoscritta e limitata la sua possibilità di danneggiare gli interessi dei cittadini di altri paesi. Gli accordi internazionali non devono essere valutati in base a quante barriere abbattono, ma a quanto potere danno ai cittadini.
    "

    L'autore del pezzo è...Larry "Washington Consensus" Summers. :-)

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    1. Libera sovranità in liberi Stati...mi puzza di messa delle mani in avanti: starà arrivando qualche "treno" il cui impatto condurrà all'esigenza di un "fiscal stimulus"? O forse che eleggendo Macron hanno esagerato e infranto un gentlemen's agreement collaterale all'avvento di Trump? O entrambe le cose?

      Pu avvezzo a spericolate frequentazioni e a gaffes più o meno brutali, Larry, sul piano delle esternazioni "teoriche", non è tipo da revirements casuali...

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  7. LA VALIGIA NERA

    Con l'irriverente “svoglitudine” di uno scolaro d'ultima fila che s'intruffola tra riferimenti, considerazioni, riflessioni dei maestri che ancora non smettono d'insegnare il pensiero critico (i Titani di '48, Arturo, Baazar, Francesco .. solo per ricordare alcuni tra i tanti figli di Urano e Gaia), verrebbe da giuntare in questo intrigante e sublime intervento (post) .. ORA ANDATE IN PACE.

    Ma anche giuntare alcune “carpette” estratte - così a caso – dalla valigia nera di W Benjamin:
    “nel capitalismo bisogna scorgervi una religione, perché nella sua essenza esso serve a soddisfare quelle medesime preoccupazioni, quei tormenti, quelle inquietudini, cui in passato davano risposta le cosiddette religioni”, esso, insomma, “il capitalismo” si è sviluppato parassitariamente sul cristianesimo” (W Benjamin, Il capitalismo come religione, 1921 frammenti)

    Un progetto incompiuto - finito suicida a Portbou nel 1940 - nato da W Sombart (Il capitalismo moderno, 1902), da M Weber (L'Etica protestante [ndr, calvinista]e lo spirito del capitalismo, 1902) sul tema centrale del desiderio disperato che la “forma di vita” (il Lebenswelt, il "mondo vitale" o il mondo della vita" di E Husserl ambivalente tra le relazioni dell'uomo con il mondo e il mondo della vita “pratica”) che il capitalismo introduce nel mondo: equilibrismo tra “quel che si spende e quel che si ottiene” nella produzione di beni necessari all'uomo e una “organizzazione economica di scambio dominata dal profitto e, quindi, dal calcolo” con la finalità ultima (scopo oggettivo) del semplice aumento della quantità di denaro (il “lavoro morto”): non il “viver bene” ma il creare “valore”, indefinito e illimitato.

    Ma qui ci si invola troppo alti e - come dice saggiamente Baazar prima di essere cacciato dall'assemblea €uropiddina - “intanto la gente muore” quindi occorre ritornar coi piedi nel “mondo” con l'(in)utile richiamo all'intervento di M Kalecki alla conferenza del 1942 a Cambridge e, forse, alla Costituzione del '48.

    E da ultimo, ma non ultima, tra “valli di lacrime” e “sudore della fronte per guadagnare il pane [a meno che non si viva dei ridditi dal capitale)” ci piace recitare ancora 'A LIVELLA così, magari, si comprendono meglio i concetti “ultimi tra i primi”,

    E comunque: FUORI I MERCANTI DAL TEMPIO.

    Tiremm innanz !!

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