(Post di Arturo)
1. In occasione del
centenario della fondazione del Partito Popolare si fa un gran parlare sui
media di un rilancio dell’impegno politico dei cattolici, in particolare in
chiave “sturziana”.
Per esempio un
osservatore acuto, anche perché interessato, delle correnti profonde della
politica italiana come Ernesto Galli della Loggia ritiene la situazione sia
matura per una svolta cattolico-liberale:
“Oggi la morte delle
antiche culture politiche di destra e di sinistra, la crisi evidente del
bipolarismo, l’emergere prepotente di un orizzonte confusamente
nazionalista-identitario dai tratti populisti, mentre ancora sopravvive una
Sinistra senz’anima e senza idee, oggi, dicevo, tutto ciò apre nuovi spazi,
ridà una nuova prospettiva strategica e sembra riattualizzare in misura decisa
l’ispirazione democratico-liberale propria del cattolicesimo politico italiano.”
Ecco quindi il senso
dell’appello ai cattolici:
“Aggiungendovi un fondo di
«popolarismo» il quale può ben rappresentare il germe potenziale di un populismo «buono» da opporre a quello
cattivo del plebiscitarismo «russoiano» e della ruspa salviniana.”
Indicazioni chiarissime, su cui vale la pena riflettere, ma a contrario.
Vi parlerò quindi sì di un esempio di impegno politico dei cattolici, ma di segno
opposto a quello di Sturzo: mi riferisco a Giorgio
La Pira.
2. A questo proposito raccomando ai cattolici, e non solo, il bel libro curato
da Piero Roggi, I cattolici e la piena occupazione, pubblicato da Giuffrè nel
2004, arrivato alla sua terza edizione.
Oltre a un’approfondita e preziosa introduzione storico-economica, scritta
dallo stesso Roggi, il volume contiene documenti di difficile reperibilità,
riferiti a un dibattito che ha perso ben poco della sua attualità.
Iniziamo con un accenno alla formazione di La Pira.
2.1. La Pira approda al keynesimo a partire da una filosofia sociale
legata all’Umanesimo integrale di Jacques
Maritain.
Scrive Roggi (op. cit., pag. 48-50): “L’Umanesimo è la dottrina filosofica che presiede in questo periodo
alla riflessione di La Pira sulle questioni sociali. Bisognerà partire da
questa dottrina se si vuol giungere alla comprensione del suo pensiero
economico. L’umanesimo integrale che
la Pira professa è una teoria, una visione dell’uomo nella sua connessione con
Dio e con la società.
L’idea generale che sostiene questo umanesimo consiste nella assoluta preminenza dell’uomo rispetto a tutte le istituzioni sociali nelle quali progressivamente egli si integra: la famiglia, la professione, lo Stato, la comunità internazionale.”
L’idea generale che sostiene questo umanesimo consiste nella assoluta preminenza dell’uomo rispetto a tutte le istituzioni sociali nelle quali progressivamente egli si integra: la famiglia, la professione, lo Stato, la comunità internazionale.”
“Aveva dunque questa visione
generale del mondo una caratteristica (l’idea della superiore dignità dell’uomo
rispetto a tutto il resto) che si venne poi specificando in un modo del tutto
particolare di capire i fenomeni economici e il sistema economico nel suo
complesso. Se l’uomo è preminente, se la sua dignità si può coniugare solo con
quella di Dio e solo ad essa può essere paragonata, se insomma l’uomo è signore
delle cose, questa signoria è rispettata oppure no nelle forme storiche che
l’umanità si dà per risolvere i propri problemi economici?
Il capitalismo è un sistema economico nel quale l’uomo è signore della macchina che usa come strumento? E ancora: i rapporti che gli uomini intrattengono con gli altri uomini sono forse rapporti di pari sovranità?
Tali furono le domande che da quella filosofia generale venivano poste all’attività economica.
Le risposte erano scontate: il capitalismo è un sistema economico caratterizzato dalla preminenza del capitale sull’uomo, cioè della macchina e del denaro sull’uomo il quale, all’interno del capitalismo, altro non è che un servo ubbidiente di tali nuove potestà, un nuovo schiavo, come l’aveva chiamato Lamennais.”
Il capitalismo è un sistema economico nel quale l’uomo è signore della macchina che usa come strumento? E ancora: i rapporti che gli uomini intrattengono con gli altri uomini sono forse rapporti di pari sovranità?
Tali furono le domande che da quella filosofia generale venivano poste all’attività economica.
Le risposte erano scontate: il capitalismo è un sistema economico caratterizzato dalla preminenza del capitale sull’uomo, cioè della macchina e del denaro sull’uomo il quale, all’interno del capitalismo, altro non è che un servo ubbidiente di tali nuove potestà, un nuovo schiavo, come l’aveva chiamato Lamennais.”
Ovvero “« Il capitalismo per esistere suppone una violazione del Cristianesimo
», dirà La Pira.”
Non
erano ovviamente posizioni isolate in ambito cattolico.
L’originalità di La Pira è stata però di farne conseguire, anziché semplicemente la Dottrina Sociale della Chiesa, l’approdo al keynesismo.
L’originalità di La Pira è stata però di farne conseguire, anziché semplicemente la Dottrina Sociale della Chiesa, l’approdo al keynesismo.
2.2. La Pira arrivò a
Keynes attraverso Beveridge.
L’incontro si sviluppò non solo sulla base di motivazioni tecniche, ma, più in profondità, in ragione di un’affinità con la più generale ispirazione dell’opera keynesiana:
“Ma era soprattutto il filosofo sociale, oltre che il teorico, a suscitare l’interesse di La Pira. Le teorie sociali di Keynes contenevano una non ostentata simpatia per i poveri che collimava con quella di La Pira. Al contrario della filosofia sociale implicita nella teoria economica neoclassica, nella filosofia sociale di Keynes non trovava posto il famoso « beati possidentes ».
L’occupazione operaia veniva fatta dipendere da una serie di fenomeni che un po’ genericamente possono essere ricondotti sotto l’etichetta dei vantaggi per gli operai e degli svantaggi per i redditieri. Nella teoria neoclassica dell’occupazione invece, questa viene a dipendere dal mantenimento di differenze sociali considerevoli e da una serie di vantaggi per i redditieri.
Argomentava dunque Keynes: «il nostro ragionamento parte dunque dalla conclusione che lo sviluppo della ricchezza lungi dal dipendere dall’astinenza dei ricchi, ne è ostacolato. Viene dunque a cadere una delle principali giustificazioni sociali alle forti disuguaglianze di ricchezza». E ancora «il nuovo stato ideale di cose significherebbe l’eutanasia del redditiere, cioè l’eutanasia del potere oppressivo del capitale ». Nella teoria neoclassica è il redditiero che spinge, col risparmiatore, la ruota dell’investimento.
Non risparmiare è non investire e non investire significa non lavorare. Il risparmio è, rispetto all’occupazione, l’atto genetico, quello che deve essere circondato dal massimo delle premure sociali.
Redditi sproporzionati si giustificano allora perché chi li percepisce risparmia; alti saggi d’interesse si giustificano allora perché favoriscono il risparmio. Ecco dunque la filosofia finale racchiusa, secondo Keynes, nella teoria neoclassica dell’occupazione: si tratta di una teoria incentrata sul risparmio e sui vantaggi dei redditieri che quel risparmio devono produrre. Al contrario di quanto avviene nella teoria keynesiana, il lavoro degli uni dipende dai privilegi degli altri. Non è invece questa la filosofia sociale implicita nella teoria keynesiana dell’occupazione; La Pira l’ha rilevato spesso nelle sue opere.
Più che citarlo, le citazioni sarebbero tante, conviene cogliere ciò che del keynesismo poteva essergli congeniale. Il lavoro degli operai in Keynes, dei poveri per La Pira, dipende dal loro benessere. Non dal benessere di altri, ma dal loro stesso benessere. Gli altri, anzi, i redditieri, più saranno danneggiati, più lavoro ci sarà per i poveri. Ci sono alti salari? Ebbene questo è benessere ma, in termini keynesiani, è anche incremento di spesa per il consumo, è occupazione. Si decide di abbassare il saggio di interesse, di danneggiare i redditieri? La « convenienza ad investire » aumenterà; in termini keynesiani ciò vuol dire maggiore occupazione. Aumentano i prezzi e si svaluta la moneta: ciò favorisce ancora gli investimenti e aumenta l’occupazione. Ma i redditieri non si rallegreranno della svalutazione. Al fondo della teoria keynesiana dell’occupazione sta dunque uno schierarsi a favore dei meno fortunati: si tratta di una teoria dell’occupazione incentrata sui vantaggi dei meno ricchi e sugli svantaggi dei più abbienti. Al contrario della reazione che suscitava in La Pira la filosofia sottostante all’impostazione neoclassica, quella keynesiana aveva tutte le caratteristiche per accordarsi con la sua visione del mondo e con quella « passione per i poveri » che caratterizzò la sua opera.” (Ibid., pagg. 57-9).
L’incontro si sviluppò non solo sulla base di motivazioni tecniche, ma, più in profondità, in ragione di un’affinità con la più generale ispirazione dell’opera keynesiana:
“Ma era soprattutto il filosofo sociale, oltre che il teorico, a suscitare l’interesse di La Pira. Le teorie sociali di Keynes contenevano una non ostentata simpatia per i poveri che collimava con quella di La Pira. Al contrario della filosofia sociale implicita nella teoria economica neoclassica, nella filosofia sociale di Keynes non trovava posto il famoso « beati possidentes ».
L’occupazione operaia veniva fatta dipendere da una serie di fenomeni che un po’ genericamente possono essere ricondotti sotto l’etichetta dei vantaggi per gli operai e degli svantaggi per i redditieri. Nella teoria neoclassica dell’occupazione invece, questa viene a dipendere dal mantenimento di differenze sociali considerevoli e da una serie di vantaggi per i redditieri.
Argomentava dunque Keynes: «il nostro ragionamento parte dunque dalla conclusione che lo sviluppo della ricchezza lungi dal dipendere dall’astinenza dei ricchi, ne è ostacolato. Viene dunque a cadere una delle principali giustificazioni sociali alle forti disuguaglianze di ricchezza». E ancora «il nuovo stato ideale di cose significherebbe l’eutanasia del redditiere, cioè l’eutanasia del potere oppressivo del capitale ». Nella teoria neoclassica è il redditiero che spinge, col risparmiatore, la ruota dell’investimento.
Non risparmiare è non investire e non investire significa non lavorare. Il risparmio è, rispetto all’occupazione, l’atto genetico, quello che deve essere circondato dal massimo delle premure sociali.
Redditi sproporzionati si giustificano allora perché chi li percepisce risparmia; alti saggi d’interesse si giustificano allora perché favoriscono il risparmio. Ecco dunque la filosofia finale racchiusa, secondo Keynes, nella teoria neoclassica dell’occupazione: si tratta di una teoria incentrata sul risparmio e sui vantaggi dei redditieri che quel risparmio devono produrre. Al contrario di quanto avviene nella teoria keynesiana, il lavoro degli uni dipende dai privilegi degli altri. Non è invece questa la filosofia sociale implicita nella teoria keynesiana dell’occupazione; La Pira l’ha rilevato spesso nelle sue opere.
Più che citarlo, le citazioni sarebbero tante, conviene cogliere ciò che del keynesismo poteva essergli congeniale. Il lavoro degli operai in Keynes, dei poveri per La Pira, dipende dal loro benessere. Non dal benessere di altri, ma dal loro stesso benessere. Gli altri, anzi, i redditieri, più saranno danneggiati, più lavoro ci sarà per i poveri. Ci sono alti salari? Ebbene questo è benessere ma, in termini keynesiani, è anche incremento di spesa per il consumo, è occupazione. Si decide di abbassare il saggio di interesse, di danneggiare i redditieri? La « convenienza ad investire » aumenterà; in termini keynesiani ciò vuol dire maggiore occupazione. Aumentano i prezzi e si svaluta la moneta: ciò favorisce ancora gli investimenti e aumenta l’occupazione. Ma i redditieri non si rallegreranno della svalutazione. Al fondo della teoria keynesiana dell’occupazione sta dunque uno schierarsi a favore dei meno fortunati: si tratta di una teoria dell’occupazione incentrata sui vantaggi dei meno ricchi e sugli svantaggi dei più abbienti. Al contrario della reazione che suscitava in La Pira la filosofia sottostante all’impostazione neoclassica, quella keynesiana aveva tutte le caratteristiche per accordarsi con la sua visione del mondo e con quella « passione per i poveri » che caratterizzò la sua opera.” (Ibid., pagg. 57-9).
Perdonate la lunga
citazione, ma mi è parsa davvero illuminante, tra l’altro nel mostrare com’era
più semplice difendere l’ortodossia monetaria in tempi prekeynesiani: se gli
investimenti dipendono dal risparmio e questo dalla sua remunerazione ecco che
l’inflazione diventa credibilmente il peggiore dei mali. Oggi bisogna ovviamente
ricorrere a spiegazioni molto più faticose, pittoresco connubio di
matematicorum e moralismo, in contrasto con elementari dati di realtà.
2.3. Tornando a noi, bisogna
fare chiarezza sulla natura precisa di questa preoccupazione per i poveri,
anticipando una citazione dal dibattito che seguì a quello che sarebbe stato il
frutto teorico della coniugazione del Vangelo con Keynes, ossia L’attesa della povera gente.
Osserva La Pira: "è
stata toccata la premessa religiosa, quando sono state riportate le parole di
Gesù: « I poveri li avrete sempre con voi », quasi a legittimare l’impotenza di
un determinato sistema economico, finanziario e politico incapace di eliminare
dal suo seno il cancro della disoccupazione e quello della miseria."
La risposta di La Pira è perentoria: "I poveri non sono un'eucarestia sociale".
Ovvero: "La premessa cristiana impegna nel fine ed impegna anche nella ricerca sempre viva dei mezzi proporzionati a tale fine: questi mezzi devono esistere, esistono, se ad essi è legato un fine così essenziale per l’uomo: si tratta di ricercarli con amore appassionato, con mente sempre aperta ad ogni spiraglio di luce che permetta, in qualche modo, di intravederli.
Keynesiani, non keynesiani? I nomi non contano, contano le cose: credere che sia possibile una tecnica risolutiva (anche se con prudenza) del massimo problema sociale (disoccupazione e miseria) o essere scettici intorno alla possibilità di essa ed alla efficacia risolutiva di essa: questo è il dilemma.
La radice del contrasto che questa polemica così viva ha messo in luce è tutta qui: è un contrasto di fondo; rileva due concezioni diverse delle ripercussioni sociali del cristianesimo, due modi diversi di concepire la finalità dell’economia, della finanza e della politica. Non è un dissenso di dettaglio, non si può dire che, in fine, le due parti sono d’accordo: no, non sono d'accordo, perché il loro disaccordo tocca le idee di base e di orientamento.” La parte in neretto è enfatizzata con un corsivo nel testo originale, La difesa della povera gente.
La risposta di La Pira è perentoria: "I poveri non sono un'eucarestia sociale".
Ovvero: "La premessa cristiana impegna nel fine ed impegna anche nella ricerca sempre viva dei mezzi proporzionati a tale fine: questi mezzi devono esistere, esistono, se ad essi è legato un fine così essenziale per l’uomo: si tratta di ricercarli con amore appassionato, con mente sempre aperta ad ogni spiraglio di luce che permetta, in qualche modo, di intravederli.
Keynesiani, non keynesiani? I nomi non contano, contano le cose: credere che sia possibile una tecnica risolutiva (anche se con prudenza) del massimo problema sociale (disoccupazione e miseria) o essere scettici intorno alla possibilità di essa ed alla efficacia risolutiva di essa: questo è il dilemma.
La radice del contrasto che questa polemica così viva ha messo in luce è tutta qui: è un contrasto di fondo; rileva due concezioni diverse delle ripercussioni sociali del cristianesimo, due modi diversi di concepire la finalità dell’economia, della finanza e della politica. Non è un dissenso di dettaglio, non si può dire che, in fine, le due parti sono d’accordo: no, non sono d'accordo, perché il loro disaccordo tocca le idee di base e di orientamento.” La parte in neretto è enfatizzata con un corsivo nel testo originale, La difesa della povera gente.
3. Ovviamente per
l’assimilazione dell’impostazione keynesiana fu determinante la frequentazione della
sinistra cattolica: Fanfani, di cui La Pira, eletto deputato nel ’48, fu
sottosegretario al lavoro, e le dossettiane “Cronache sociali”, dove scriveva
il giovane Caffè. In effetti l’attesa comparve proprio su “Cronache sociali”
(n. 1, del 15 aprile 1950).
Il problema che si trovò
ad affrontare La Pira fu quello di essere keynesiano in un governo dominato
dalla linea liberale Einaudi-Pella (abbiamo parlato diverse volte dell’origine
del centrismo: per esempio qui). Un’esperienza breve e
faticosa, da cui ricavò alcune riflessioni che possono forse avere ancora una
qualche utilità:
“Quando però accettò di essere eletto deputato nel ’48 ed in seguito di
diventare sottosegretario al Lavoro, con Fanfani ministro, lo fece proprio
perché pensava ad una larga possibilità di intervento. Accettò e volle il
potere come possibilità di cambiare le cose (e sempre nella vita ironizzò
sui « contestatori del potere »: « non vogliono che lo abbiano altri per
prenderlo loro; senza potere che fai?
» « L’operatività viene dal potere, è grande responsabilità; bisogna
pensare prima di accettare, poi non hai altro dovere che portare avanti bene le
cose »).” (I cattolici e la piena occupazione cit., pag. 101).
Proprio l’insoddisfazione
per la linea governativa fu all’origine delle dimissioni di Fanfani e La Pira.
Può essere interessante riportare ciò “che
La Pira ebbe a dare sulla vicenda molti anni dopo: « Fummo ragazzi, volevamo
450 miliardi subito per sanare la disoccupazione e demmo le dimissioni tutti
quanti ». A distanza di tempo ci rideva — commenta Fioretta Mazzei nel suo
libro di ricordi su La Pira — e scuoteva il capo: « potevamo fare tante cose ».”
(Ibid., pag. 39). Da meditare.
4. Uscito dal governo
scrisse le Attese. Il testo, che ho linkato sopra, non è lungo, lo potete
leggere integralmente.
Qui riporto solo un paio
di passaggi (eliminando le note).
“La povera gente “che ha buonsenso” non si dà pace quando riflette
su questa incongruenza dell’attuale struttura dell’economia: ma come, con tante case da costruire, con
tante terre da bonificare, con tanti beni essenziali da produrre, con tante
“aree depresse” da elevare, si può permettere l’esistenza di tanti milioni di
braccia inoperose [sul testo riportato da Giorgio, che è quello
contenuto nella raccolta di scritti di Caffè, leggiamo “operose”, ma come
potete verificare qui, pag. 22, l’aggettivo è
ovviamente “inoperose”]?
E
si tenga conto, inoltre, del fatto del “moltiplicatore”:
per uno che cessa di lavorare cessano di lavorare altri (concetto tecnico in Di
Fenizio, Economia politica,
pp. 456 e segg.).
Come
mai sia possibile questo vero “impazzimento” economico e morale la povera
gente non lo capisce; essa comprende che c’è qualcosa di specioso, di
fondamentalmente errato, nella risposta inumana che comunemente si dà per
giustificare questo triste fenomeno della disoccupazione: Non c’è denari!”
“Ecco: prima di rispondere a queste domande “che potrebbero provocare la
risposta pigra: non ci sono i danari perché il bilancio dello Stato è in
deficit “bisogna fare una premessa: l’ozio forzato è uno spreco di risorse
materiali e di vite umane, che non potrà mai esser rimediato e che non può
difendersi con ragioni di ordine finanziario (Beveridge, §198).
Bisogna capovolgere il modo comune di impostazione del problema, cioè proporzionare la cassa alla spesa e la spesa all’occupazione; si comprende, è un’impostazione del problema che esige un grande sforzo di riflessione, di volontà creatrice. Partire dall’uomo, cioè dal fine, non dal danaro, cioè dal mezzo.
Bisogna capovolgere il modo comune di impostazione del problema, cioè proporzionare la cassa alla spesa e la spesa all’occupazione; si comprende, è un’impostazione del problema che esige un grande sforzo di riflessione, di volontà creatrice. Partire dall’uomo, cioè dal fine, non dal danaro, cioè dal mezzo.
E’
questa un’impostazione secondo il Vangelo (perché una impostazione umana
dell’economia attira la benedizione di Dio e opera dei veri miracoli, incognita
di ogni calcolo generoso!) ed è anche un’impostazione economicamente sana
(perché tra l’altro i danari per dar da vivere ai disoccupati bisogna trovarli
necessariamente).
Questa
impostazione esige che il Ministro del Tesoro (o quello del Bilancio o quello
delle Finanze) rovesci, per dir così, il suo modo usuale di considerare la
finanza dello Stato e il bilancio dello Stato; tale bilancio deve essere compilato con riferimento non più al danaro
ma al potenziale umano disponibile: tanti uomini da occupare, tanti danari
da spendere. Deve diventare un bilancio a “scala” umana (Beveridge §182).”
Evidentemente questa
logica umanista rappresenta il puntuale rovesciamento del feticismo economico. Vale la pena
ricordare che in effetti fu proprio su questo terreno “personalista” che Basso,
citando con approvazione Jean Rivero, riteneva risiedesse il fondamento
dell’accordo costituzionale (vedi Il principe senza scettro, Feltrinelli,
Milano, 1998 [1958], pagg. 163-4).
4.2. E l’inflazzzione?
“E infatti: inflazione
significa danaro senza cose, rappresentante senza rappresentato; ma se le cose ci sono e c’è il danaro che
le rappresenta, dov’è l’inflazione? Se cresce la popolazione (e, quindi, la
spesa) è chiaro che deve crescere anche “a parità di velocità di circolazione
“il volume del danaro che circola. L’inflazione
c’è soltanto quando alla crescita della circolazione “a parità di
velocità” non corrisponde una
crescita proporzionata della produzione. E’ così chiaro!
E
allora: se spendo un milione di lire per costruire un milione (anzi più) di
case, o per bonificare un milione di terra, o per produrre un milione di
energia, dov’è l’inflazione?”
5. Inutile dire che l’intervento
di La Pira suscitò un vespaio di polemiche. I documenti della discussione non
sono facilmente reperibili, qualcuno è anche inedito, ed è quindi merito
notevole di Roggero averli raccolti.
5.1. La prima questione
sollevata fu relativa all’uso diretto del Vangelo nella discussione
politico-economica. Sul punto mi pare si possa concordare con Roggero (op.
cit., pagg. 71-2), e riconoscere a tale impostazione almeno il pregio della
chiarezza:
“gli economisti non amano, né hanno mai amato, rendere esplicite le
premesse filosofiche sulle quali si fondano il loro ragionamenti. C’è una sorta
di « pudore per le premesse » che caratterizza larghissima parte del pensiero economico
così come s’è venuto sviluppando nella sua storia. C’è, in ogni opera di un
economista, una specie di dissidio segreto fra ciò che resta implicito e ciò
che viene detto apertis verbis,
fra quello che si legge e quello che non è scritto.
Ciò
da cui l’autore ci esclude, ciò che inconsapevolmente ci nasconde è la visione
del mondo, l’immagine sintetica, la metafora, in una parola la sua premessa non
economica. Ed è appunto verso la decifrazione dell’implicito che è rivolto lo
sforzo maggiore dell’interprete. In La Pira l’implicito non ha spazio, tutto
è esplicito, alla luce del sole. Ed è così che egli, in un certo senso, obbliga
il suo critico a rompere la convenzione, a uscire dal pudore dell’implicito per
discutere direttamente le premesse.”
5.2. Quanto all’aspetto
propriamente religioso, “soltanto un
esegeta che sia esperto « scritturista » può difendere o biasimare il procedere
di La Pira. Soltanto lui infatti ci può dire se l’impiego di quella parabola,
nel contesto dell’argomentazione economica, rispetta il suo significato più
vero: giudizio senz’altro impegnativo se si considera che anche le
interpretazioni di medesimi passi evangelici subiscono nel tempo mutamenti
d’accento a volte anche non del tutto irrilevanti.” (Ibid., pagg. 93-4).
Io “scritturista” non
sono e quindi mi taccio.
Può essere però interessante, parlando di credenze, esaminare, tra le risposte polemiche alle Attese, quella, grondante ironia, del nostro vecchio amico Ernesto Rossi, che in un articolo su Il Mondo (La finanza in paradiso) del 13 maggio 1950 (il testo è riportato nel volume curato da Roggero, pag. 249 e ss.) così ci delizia: “Nei primi anni del mio insegnamento all’Istituto tecnico diverse volte ho dato ai miei studenti da svolgere il tema: « Perché non si risolve la questione sociale stampando tanti bei bigliettoni da mille e distribuendoli ai poveri? ». A questa domanda l’on. La Pira, in sostanza ora risponde: « perché il Ministro del Tesoro non è un buon cristiano ».”
Può essere però interessante, parlando di credenze, esaminare, tra le risposte polemiche alle Attese, quella, grondante ironia, del nostro vecchio amico Ernesto Rossi, che in un articolo su Il Mondo (La finanza in paradiso) del 13 maggio 1950 (il testo è riportato nel volume curato da Roggero, pag. 249 e ss.) così ci delizia: “Nei primi anni del mio insegnamento all’Istituto tecnico diverse volte ho dato ai miei studenti da svolgere il tema: « Perché non si risolve la questione sociale stampando tanti bei bigliettoni da mille e distribuendoli ai poveri? ». A questa domanda l’on. La Pira, in sostanza ora risponde: « perché il Ministro del Tesoro non è un buon cristiano ».”
“È questo che ho spesso osservato agli esperti keynesiani. Non si
capisce per quale ragione essi siano così moderati nelle loro richieste. Se è
possibile proporzionare il reddito alla spesa con manovre monetarie, sono tanti
e poi tanti i bisogni essenziali che potrebbero essere soddisfatti aumentando
la capacità d’acquisto dei lavoratori.
Pare
che la difficoltà maggiore per tali esperti sia di trovare un modo per fare
entrare i biglietti in circolazione. Si strizzano il cervello come un limone
per escogitare i più complicati meccanismi che consentano di superare questa
difficoltà: si potrebbero dare i quattrini a chi fa delle buche, oppure a chi
esporta merci che gli stranieri non sono disposti a pagare, oppure ai
lavoratori occupati ed ai datori di lavoro, rovesciando il sistema delle
assicurazioni sociali... Ma, santo cielo, non si preoccupino, li facciano
distribuire dagli aeroplani, troveranno sempre qualcuno disposto a
raccoglierli, a meno che non ci sia sopra la réclame di Armido Banfi. E ci
penserà poi il moltiplicatore ad accrescere la ricchezza generale.
Quando,
in questo modo, avremo risolto il problema sociale in occidente potremo poi
passare alle centinaia di milioni di uomini di colore che aspettano il nostro
aiuto in Africa, e in Asia: ai miserabili fellah egiziani, agli intoccabili
indiani, ai coolies cinesi.”
Mancava solo la pizza di
fango del Camerun e poi l’assortimento era completo.
Ovvero, con tutte le
professioni di laicità del coautore del Manifesto di Ventotene, almeno rispetto
al feticcio monetario, era in realtà assai più laico La Pira di Rossi.
6. Non bisogna comunque
credere che le posizioni lapiriane venissero accolte con unanime consenso nel
mondo cattolico, come le stesse osservazioni di La Pira nella Difesa, che ho
riportato sopra (e la cui vicinanza al pensiero hegeliano mi pare meriti di essere segnalata), chiaramente
indicano.
Roggero riporta una
gustosa lettera di Sturzo a La Pira (Ibidem, pagg. 63-4), che ci consente di
ricollegarci alla questione posta all’inizio del post e arrivare alle
conclusioni:
“Certi cattolici dovrebbero
finirla di vagheggiare un marxismo spurio (così Sturzo definisce il keynesismo)
buttando via come ciarpame l’insegnamento cattolico sociale della coesistenza e
cooperazione fra le classi e invocando una specie di socialismo nel quale i
cattolici perderebbero la loro personalità e la loro efficienza”.
Bordata contro il
keynesismo pressoché identica a quella di Einaudi. Non si tratta di una vicinanza casuale
o episodica.
Non solo Einaudi nominò Sturzo senatore a vita ma ne fece un elogio in polemica con Salvatorelli, che in un articolo sulla “Stampa”, a commento di una raccolta di scritti di Sturzo curata da Gabriele De Rosa, aveva attribuito a Sturzo una continuità “dal suo clericalismo temporalista di fine ottocento al suo liberismo antisociale di questi giorni.”
Non solo Einaudi nominò Sturzo senatore a vita ma ne fece un elogio in polemica con Salvatorelli, che in un articolo sulla “Stampa”, a commento di una raccolta di scritti di Sturzo curata da Gabriele De Rosa, aveva attribuito a Sturzo una continuità “dal suo clericalismo temporalista di fine ottocento al suo liberismo antisociale di questi giorni.”
6.1.
Ed ecco ovviamente insorgere Einaudi: “Qualsisia fosse il punto di partenza
di Luigi Sturzo alla fine dell’Ottocento, oggi il suo punto di arrivo non è
certamente quello definito dall’insigne storico con le parole da me
sottolineate.
In primo luogo non posso
far gran torto allo Sturzo attribuendogli un « liberismo » che, se è quello
corrente nella accezione comunemente invalsa, è un fantoccio (vedi in questa
dispensa a p. 391) di cui nessuno studioso serio conosce l’esistenza, fantoccio
inventato da chi attribuisce agli economisti idee che essi non hanno mai
professato. Non posso far quel gran torto a Luigi Sturzo perché, assiduo
lettore dei suoi articoli sul «Giornale d’Italia», vedo che egli difende le
opinioni antistatalistiche, antidirigistiche, antisocialistiche non solo con
gli argomenti della logica comune, di cui, per ragion di divisione del lavoro,
si servono preferibilmente gli economisti, sebbene, e massimamente, con
riflessioni d’indole politica e morale.
Sturzo è contrario alle idee che combatte non tanto perché sono cagione di danno economico — ed il certo danno economico è tuttavia il minore —, ma sovratutto perché corrompono la società politica, asserviscono gli uomini, conducono alla tirannia ed alla immoralità. Egli, in quanto antisocialista, antidirigista ecc. ecc. non vuole il «liberismo» che è cosa piccola; vuole il «liberalismo» nell’ampio senso tradizionale suo proprio.
Sturzo è contrario alle idee che combatte non tanto perché sono cagione di danno economico — ed il certo danno economico è tuttavia il minore —, ma sovratutto perché corrompono la società politica, asserviscono gli uomini, conducono alla tirannia ed alla immoralità. Egli, in quanto antisocialista, antidirigista ecc. ecc. non vuole il «liberismo» che è cosa piccola; vuole il «liberalismo» nell’ampio senso tradizionale suo proprio.
Al suo, che dal
Salvatorelli è denominato « liberismo » e da me invece « liberalismo », non si
può in ogni modo apporre l’aggettivo « antisociale ».
Le
ragioni per le quali ritengo erronea la taccia di «antisociale» mossa al
liberismo (e cioè al liberalismo) di Sturzo sono state ripetutamente da me
esposte […] sicché qui posso
ristringermi ad affermare che la proposizione essere il «liberalismo»
antisociale è accettabile solo da chi appartenga alle correnti socialistiche,
dirigistiche, corporativistiche e simili; o, senza appartenervi, ne accolga
implicitamente i metodi storiografici.
Chi
invece ritenga essere quelle concezioni e quei metodi lontani dalla realtà e
dal vero, e viva nel mondo spirituale del liberalismo, è persuaso che
socialismo, dirigismo, corporativismo, statalismo sono essi antisociali, perché
cagione di miseria economica, di discordia sociale e di tirannia politica e che
il liberalismo promuove invece l’elevazione dei più, la stabilità sociale e la
libertà politica.
Queste
tesi dei liberali non sono nuove. Posseggo un esemplare della seconda edizione
della Ricchezza delle nazioni di
Adamo Smith, con legatura contemporanea (1778). Fin d’allora, il possessore del
libro, il quale, diverso in ciò dai commentatori odierni, l’aveva evidentemente
letto, aveva fatto incidere sul dorso una colomba portatrice del ramo d’olivo;
simbolo di pace e di concordia fra i popoli, e frutto di quella libertà di
muoversi del pensiero, delle cose e degli uomini, che è connaturata al
liberalismo, antico e nuovo. La colomba smithiana fu ed è annunciatrice di
pace e di avanzamento politico sociale; laddove le colombe odierne sono il
segnacolo in vessillo di guerre e di discordia!”
(La “colomba smithiana”: immagino che indiani e cinesi ne ricordino con affettuosa
nostalgia il pacifico frullio).
Quanto sopra è tratto da
“Liberismo o liberalismo o della continuità di Sturzo” in Prediche inutili,
Einaudi, Torino, 1959, pagg. 379-81.
7. Questo con buona pace
di chi vagheggia rinnovati “sturzismi”.
Ovvero, di là dalle più o
meno insultanti o accattivanti caratterizzazioni elargite dai media, c’è il
modello costituzionale da un lato e i (neanche tanto) vari gattopardismi
liberali, dall’altro. Senza con ciò negare che la criticità della situazione
possa giustificare gradazioni di giudizio, ma anche senza evitare di chiamare
le cose col loro nome.
“Nei primi anni del mio insegnamento all’Istituto tecnico diverse volte ho dato ai miei studenti da svolgere il tema: « Perché non si risolve la questione sociale stampando tanti bei bigliettoni da mille e distribuendoli ai poveri? ». A questa domanda l’on. La Pira, in sostanza ora risponde: « perché il Ministro del Tesoro non è un buon cristiano ».”
RispondiEliminaCurioso che La Pira, a giudicare da questi scritti, sembra non abbia fatto tesoro della costituzione repubblicana (appena promulgata) per sostenere la sua opera di governo.
Per lui il richiamo al vangelo aveva evidentemente un valore operativo superiore al richiamo alla costituzione repubblicana, e probabilmente non solo perché era credente, probabilmente non voleva riconoscere gli argomenti comunisti e socialisti.
Ma se della iniziale predicazione di vita comunitaria paolina (e via via fino al movimento degli spirituali francescani) non ne è rimasta traccia nel cristianesimo, se la soluzione al problema 'dell'imbarazzo della ricchezza' che si è sviluppata negli ultimi secoli è la dottrina sociale della chiesa, a che pro cercare supporto in una tradizione cristiana che in 2000 anni non aveva (e non ha) prodotto nessun risultato degno di nota?
Probabilmente il suo avvicinamento a Keynes fu limitato dalla non conoscenza tecnica dei saldi settoriali in una economia aperta e questo presumibilmente lo portò nella sua eroica azione sociale a richiamarsi alla sua etica 'cristiana' (comunque minoritaria nella chiesa) più che alla prassi economica e politica.
Chiudo questa riflessione con una risposta alla domanda iniziale 'Perché non si risolve la questione sociale?'.
La questione sociale, che come l'umanità è un continuo divenire, non si risolve non perchè non ci sono abbastanza cristiani (che se anzi fossero tutti cristiani dem-einaudian-sturzisti sarebbe pure peggio), ma perchè il parlamento, il governo (ed i ministri economici TUTTI) non credono (in primis) e non si sacrificano (in secundis) per la costituzione repubblicana!
Con gli imminenti accordi stato regioni sospetto pure che in uno stato unitario che in 160 anni non ha mai conosciuto la convergenza economica nord-sud non rivedremo neanche più la crescita (ormai assente da 20 anni).
Acute osservazioni critiche (che giro ad Arturo).
EliminaLa Pira infatti scelige un percorso monco e contraddittorio che lo rese sempre attaccabile, proprio perché interno e, soprattutto, largamente minoritario dentro l'intera storia della Chiesa e delle sue relazioni (per così dire) con le varie forme di Stato (pro-tempore).
Si era perciò vincolato a soluzioni limitate da proposizioni etiche e teologiche irrisolvibili.
Quando invece disponeva della legalità costituzionale che queste soluzioni le aveva trovate. Fin "troppo" bene
Grande post, mi fa molto piacere che sia ricordato in questa sede il grande La Pira (e di converso l'altrettanto grande Fanfani), insieme a Dossetti e a Moro la vera anima sociale (e socialista, in nuce) della DC.
RispondiEliminaIl punto toccato dal nostro è fondamentale: perché si lasciano braccia, anime e vite alla mercé dell'inedia? Perché toccare il meccanismo dell'occupazione- cioè il ricatto della fame- significa distruggere il sistema di oppressione del capitale sull'uomo.
Il problema davvero doloroso è che, allora come oggi, €ssi trovano sempre gli idioti à la Rossi (o i preti alla Sturzo) a difendere le loro infamie.
Ecco: magari Fanfani sapeva dare la risposta completa al problema di quale fosse il limite all'uso del torchio (la contrazione di debito per beni e servizi che non produci ed eccedenti il "valore" che sei in grado di scambiare per beni esteri, espressi in una moneta che non emetti)
EliminaIl piano-casa parla da sé in termini di successo economico e spinta sociale.
EliminaFanfani, è evidente, a differenza di La Pira aveva il pregio della realpolitik: chi scrive pensa che il sabotaggio del pci e dei sindacati alla commissione per la programmazione economica (e a tutta l'esperienza del centro-sinistra fanfaniano) costituisca la vera sliding door della Prima Repubblica (ma andiamo OT).
Certamente il cattolicesimo non ha ben figurato nella bimillenaria "elevazione" degli ultimi e degli sfruttati: se torniamo al messaggio Evangelico, arriviamo comunque alla cacciata dei mercanti dal Tempio...
Non a caso Fanfani fu il più bersagliato leader dc al tempo della contestazione (e fu praticamente fatto fuori dal partito con l'idiota campagna antidivorzio).
Anche se parzialmente OT, segnalo che il cristianesimo ha omesso per 2000 anni di specificare le sue origini e che quindi non nacque per "l'elevazione degli ultimi" ma come opera dello hubris di Paolo di Tarso.
EliminaPer chiarire il punto mi affido a questo mio lavoro sintetico (in italiano) che ho appositamente scritto per rispondere alle richieste di molti amici che non conoscono l'inglese.
https://www.academia.edu/38050803/Riflessioni_sullorigine_del_cristianesimo_intelligenti_pauca_
I vangeli canonici contengono infatti un miscuglio inestricabile di narrazioni e miti sulla vita di Gesù (quello storico intendo) e propaganda paolina.
Il Gesù storico (vedi fonti storiche PIU' ANTICHE) era circonciso, aveva fratelli e sorelle, era un sapiente della legge di Abramo e Mosé (cioè predicava i 10 comandamenti ebraici e la circoncisione obbligatoria per entrare nel popolo eletto con patto di sangue) e fu crocifisso per sedizione contro Roma (in quanto in vita fu creduto il liberatore politico (messia)).
Questo è storicamente accertato non perchè lo dico io (che so di non sapere), ma per ammissione diretta di Paolo di Tarso (che ha scritto i documenti più antichi del cristianesimo).
Sinceramente non capisco l'utilità di questa contrapposizione tra Gesù e Paolo, in particolare questo apparente tifo per un "Gesù socialista" vs "Paolo liberista", quando poi a ben vedere il messaggio più socialista di tutto il Nuovo Testamento non sta nei Vangeli, ma nell'Epistola ai Tessalonicesi: "chi non vuole lavorare neppure mangi!" (alla faccia dei rentiers, e infatti questa massima paolina era contenuta pure nella Costituzione dell'URSS).
EliminaLa contrapposizione fu tra Paolo e Giacomo (il fratello di Gesù)!
EliminaLa contrapposizione prima, e la rottura poi, furono dovute alla questione della circoncisione obbligatoria per i gentili.
Paolo non conobbe mai personalmente Gesù (lo dice lui stesso che Gesù gli si rivelò in sogno solo diversi anni dopo la morte in croce) e tutto quello che Paolo predicò per circa 15 anni (prima della rottura ricordata nella Lettera ai Galati) fu quello che la setta ebraica degli apostoli, fondata da Gesù, predicava, e che dopo la morte in croce di Gesù ebbe a capo Giacomo (e non Pietro).
Il 'chi non vuole lavorare neppure mangi' fu scritto intorno all'anno 50, quindi praticamente al tempo della rottura di Paolo con Giacomo.
In precedenza invece Paolo fu ben lieto di raccogliere le elemosine dei gentili benestanti convertiti (a favore degli adepti poveri di Gerusalemme, tutti ebrei e circoncisi, che sicuramente non trovavano lavoro e/o redditi bastevoli per vivere).
Si può quindi sospettare che 'il chi non vuole lavorare neppure mangi' fosse un riferimento polemico ai suoi vecchi compagni di setta più poveri (i 'circoncisori' che vivevano a Gerusalemme), così come tutti i passi esplicitamente antisemiti (e sono tanti) contenuti nelle lettere di Paolo.
Le opposte categorie 'socialista' o 'liberista' appartengono approssimativamente al XVIII, XIX ed al XX secolo. Magari tra qualche secolo ci saranno altre contrapposizioni ancora, ma quella dell'anno 50 tra Paolo e Giacomo rimarrà tale e quale... fu infatti una contrapposizione del... ...zo!
Chiudo con una osservazione: se non fosse bruciata la biblioteca di Alessandria oggi avremmo anche molte più copie dei manoscritti biblici antichi (invece praticamente della sola 'bibbia dei settanta', che per giunta risulta più recente delle lettere paoline e degli scriti di Giuseppe Flavio), per cui si potrebbe sapere molto di più anche del 'vero' vecchio testamento.
Grazie per questo articolo.... di cuore e di mente
RispondiEliminaL’osservazione è corretta Luca e a dirla tutta mi ero posto la stessa domanda esaminando i documenti. Non è semplice però trovare una spiegazione.
RispondiEliminaPerché in effetti “i riferimenti espliciti alla Costituzione sono frequenti nei discorso e negli interventi di La Pira, in alcuni momenti “caldi”, come durante l’azione di difesa delle fabbriche fiorentine”, scrive Stefano Grassi (Il contributo di Giorgio La Pira ai lavori della Assemblea Costituente in U. De Siervo (a cura di), Scelte della Costituente e cultura giuridica, vol. II, Il Mulino, Bologna, 1980, pagg. 219-20) a proposito del La Pira post-Costituente.
Per esempio a Bologna, in un discorso davanti agli operai della Ducati (dove si era aperta una vertenza simile a quella della Pignone), il cardinale Lercaro e il sindaco comunista Dozzi disse: “Noi laici, noi “imbarcati” in questo impegno, noi responsabili dello stesso destino della Chiesa, quando fummo mandati alla Costituente prendemmo un impegno, demmo una fisionomia cristiana alla nostra Costituzione, quando stabilimmo il principio che “la Repubblica italiana è fondata sul lavoro”. E la Costituzione è diritto positivo, non è una sterile poesia: e come tale serve ed essere adoprata per la germinazione e il perfezionamento della legge” (Ivi).
Quindi il collegamento fra etica cristiana, difesa del lavoro *e* Costituzione gli era perfettamente chiaro (e come poteva essere altrimenti, mi verrebbe da dire).
Resta la domanda sul perché non l’abbia posto nella polemica sulla “povera gente”. Tu fai un’ipotesi, che, tra l’altro, anche alla luce delle osservazioni di cui sopra, non mi pare molto plausibile.
La morale è: non ti so rispondere! :-)
P.S. Si è perso il link all'articolo di Galli della Loggia: sta qui.
Apprezzo come sempre l'equilibrio delle tue risposte. Sempre attente al fondamento filologico e all'assolutà obiettività dei giudizi.
EliminaTuttavia, al di là di singole dichiarazioni (peraltro non proprio "univoche"), rimane che la via della Costituzione come fonte suprema di diritto, non meramente programmatico e in gran parte autoapplicativo, non è proprio nelle sue corde.
Non è un Mortati o un MS.Giannini, nè un Calamandrei, e certissimamente non un Lelio Basso. Il che è ovvio, ma non privo di conseguense politiche operative.
Rimangono cioè i limiti oggettivi, direi cognitivi, - e non legati al coraggio o all'atteggiamento personali-, derivanti da una "formazione" che è ideologia politica (millennaria) e in cui l'adesione ad una sua versione fortemente minoritaria (quantunque riemergente, potremmo dire, nel corso dei millenni) determina un limite all'azione politica potenzialmente svolgibile in nome del rispetto della legalità costituzionale (trapela un sincretismo pacificatore, un occhio incline a salvare "capra e cavoli" che depotenzia o annacqua il richiamo allo Stato di diritto costituzionale...)
Complimenti per l'intelligente scelta politica di pubblicare qui ed ora l'articolo.
RispondiEliminaSenza il contributo dei cattolici è impensabile qualsiasi italica riscossa.