lunedì 21 gennaio 2013

DIVERSIVO DI PSICOLOGIA ANALITICA

Il sottostante post è, come dico nel titolo, un diversivo per alleggerire un pò, dato che troppo diritto e troppa economia ci fanno inca...volare, in fin dei conti. E poi molti mi chiedono un pò di tempo per aggiornarsi su tutto il materiale pubblicato.

Così, invece, spaziamo in tutt'altro campo di indagine scientifica, per divertirsi un pò (in senso culturale), e ritrovare, come capita al "cospetto" delle problematiche psicologiche che affliggono l'uomo contemporaneo, un certo grado di...serenità. Proprio perchè l'esperienza della vita si ricollochi, per contrapposizione, nella giusta dimensione esistenziale :-).
La fenomenologia studiata nell'interessante brano che segue, andrebbe aggiornata. In senso autoironico e "trasgressivo" richiama certe "sensazioni" che si provano nel "tenere" un blog. Il ruolo di blogger porta, (probabilmente con "diffusione" irradiata "via schermo" del PC, come in un film dell'orrore coreano) a forti tracce di questo disturbo della personalità. E potrebbe essere un fenomeno più diffuso del previsto. Ma l'importante, a un certo punto, è avere "orrore di se stessi".
E fermarsi ad ascoltare la vita che scorre...Scoprendo che il disturbo narcisistico della personalità (paragonato al "luogocomunismo" intimista, che distrae inesorabilmente dalla "verità") è un "male minore", tutto sommato :-)
La esposizione di questa "peculiare" patologia è un "estratto" dalla tesi di laurea della dott.ssa Mara Breno.

Il disturbo narcisistico di personalità dal punto di vista di Kernberg

Kernberg descrive i pazienti con disturbo narcisistico di personalità come soggetti con un inconsueto riferimento al Sé nelle interazioni con gli altri, un gran bisogno di essere amati, ammirati e una contraddizione fra un concetto molto elevato di Sé e un bisogno sproporzionato di riconoscimento da parte degli altri.
I tratti principali di queste personalità sono il senso di grandiosità, la tendenza ad incentrare tutto su di sé, assenza d’interesse ed empatia verso gli altri, pur essendo estremamente desiderosi di ammirazione e approvazione. Provano un’intensa invidia verso coloro che possiedono ciò che loro non hanno o verso chi si gode la vita.
La vita emotiva di tali soggetti è superficiale, non sono in grado di provare empatia verso gli altri e il piacere nella loro vita è limitato agli apprezzamenti che ricevono dal prossimo e alle fantasie di grandezza. Sono pazienti che mancano di profondità emotiva, carenti di sentimenti quali malinconia, rimpianto e lutto; l’incapacità di provare depressione è un tratto fondamentale di tale personalità.
Invidiano gli altri, tendono ad idealizzare le persone da cui si aspettano rifornimenti narcisistici e a svalutare e disprezzare gli altri. Il rapporto con le persone è chiaramente confinato allo sfruttamento, al controllo e al comportamento parassitario, non accompagnato da senso di colpa.
La facciata che tali pazienti mostrano al mondo è spesso affascinante e interessante, ma dietro questa si avverte freddezza e durezza.
Secondo Kernberg questi tratti tesi verso il controllo altrui e l’automagnificarsi sono una difesa contro tratti paraonidi connessi alla proiezione di collera orale, che è l’elemento centrale della loro patologia.
Superficialmente le loro relazioni oggettuali sembrano adeguate; ma ad un livello profondo, sono primitive, interiorizzate, molto intense e spaventose. Il problema fondamentale è dato dall’incapacità di dipendere da oggetti buoni interiorizzati. La personalità antisociale è un sottogruppo di tale disturbo, anche se presenta, a differenza di questo, una grave patologia del Super-io.
Secondo Kernberg nel delineare l’origine della patologia narcisista è difficile valutare in quale misura sia responsabile un’aggressività orale di origine costituzionale, oppure un’incapacità a tollerare l’angoscia anch’essa costituzionale, rispetto ad impulsi aggressivi o gravi frustrazioni subite nei primi anni di vita.
Dai casi clinici trattati dall’autore emerge una figura parentale, di solito la madre che funziona apparentemente bene, ma che presenta durezza, indifferenza e aggressività non verbalizzata. "Quando l’intensa frustrazione orale e il risentimento e l’aggressione relativi si sono sviluppati nel bambino all’interno di questo ambiente, si pongono le prime condizioni perché insorga in lui il bisogno di difendersi da odio e invidia estremi" (19). Molte madri di pazienti narcisisti mettono in mostra ed espongono ad ammirazione il figlio come un oggetto; questi pazienti spesso sono figli unici o considerati come l’unico figlio brillante o quello che dovrà realizzare le aspirazioni famigliari.
I pazienti con disturbo narcisistico di personalità tendono ad alternare forti sentimenti d’insicurezza e inferiorità a sentimenti di grandezza e onnipotenza.
Il loro funzionamento sociale in apparenza è efficace, ma alla base il paziente presenta contraddizioni estreme nel concetto di Sé, che è prova di una grave patologia dell’Io e del Super-io.
L’organizzazione difensiva di tale personalità è analoga all’organizzazione borderline: entrambi i disturbi presentano scissione, negazione, identificazione proiettiva, onnipotenza, idealizzazione. Mostrano, inoltre, l’aspetto intenso e primitivo dei conflitti orali-aggressivi tipici dei pazienti borderline.
Quello che distingue i due disturbi è il funzionamento sociale relativamente buono, la capacità di lavorare attivamente, il controllo degli impulsi e la capacità di pseudosublimare dei pazienti narcisisti.
Molti di questi pazienti potranno sembrare creativi all’apparenza, ma nell’arco del tempo riveleranno superficialità ed incostanza, mancanza di profondità che alla lunga rivela il vuoto sottostante. I pazienti narcisisti sono in grado di controllarsi in situazioni ansiogene, ma il controllo dell’angoscia viene ottenuta accrescendo le fantasie narcisitiche e ritirandosi nell’isolamento, che non riflette una capacità autentica di venire a patti con una realtà disturbante...

sabato 19 gennaio 2013

L'ART.18 E "ALL THAT JAZZ": LA COLPA E' DEI GIUDICI..."WHAT ELSE?"

1. About "All that jazz" (trad. dall'"idiomatico": "tutto l'agitarsi") che è susseguito alle dichiarazioni di Fassina al Financial Times, pari pari, nel tenore, a quelle di Bersani (cfr; parr 6 e 7) sempre al FT (e che concludono, in soldoni, con..."alleiamoci con Monti"), mi pare interessante commentare (e non solo perchè, indirettamente, me lo chiedono da...altri blog), questa "interessante" parte finale:
"...Ma Mr Fassina ha detto che non vede ragioni, per il centro-sinistra, di fare una nuova riforma del mercato del lavoro, ulteriore a quella approvata dal governo tecnocratico (sic: ndr) di Monti lo scorso anno.
- Non è difficile per gli imprenditori ("the business", in originale, ndr), licenziare gente, in Italia. Quello che non funziona è l'applicazione della legge. Per questo abbiamo necessità di riformare il sistema giudiziario- ha detto".
Wow! Ma 'sta applicazione della legge che "non funziona", mentre la legge invece è "ottima" (...e abbondante, disse il comandante), chi gliela ha spiegata così bene a Fassina?
No perchè la bellissima riforma dell'art.18, qualche problemuccio applicativo, può darlo. Ma proprio letterale. Insomma non è che la sua applicazione possa poi prescindere dal risolverlo questo problemuccio. Ah, ma certo, se "sbaglio la mira" (Legislatore), guardo al "fucile" ('sto giudice che non funziona mai e...proprio sul più bello!).
Nel paragrafo finale del post (par.9, "Conclusioni...") troverete le linee della "riforma costituzionale del sistema giudiziario" che conseguono, sul piano logico (o meglio "illogico"), alla premessa enunciata da Fassina al FT, e induttivamente, a tutto quanto i maggiori partiti italiani continuano a sostenere da 20 anni, senza che sia praticamente sollevata alcuna obiezione fondata su "dati attendibili" che, invece, ci descrivono una realtà "giudiziaria" ben diversa da quella che politica e media continuano a rappresentare agli italiani.

2. Ora: qui è il testo del "nuovo" art.18 (ero tentato di riportarlo per esteso, proprio per farvi vedere quale sia lo "spessore" logico-sintattico della utilissima riforma. Ma vi prego di provare a leggervelo tutto, questo "unico articolo", e vi assicuro che non è "l'unica" normativa che viene formulata in questo modo e con questa splendida chiarezza).
Ma...no, colpo di scena! Non posso resistere, ve lo metto nel testo integrale (poi chi non è interessato può saltarlo: magari è troppo complicato e non sia mai che la legge che lo riguarda se la debba vedere. Oddio, si può essere precari o in cassa integrazione e allora avrebbero raggggione, ma certo spero che per loro non sia una grande consolazione, perchè la "guerra tra i poveri", non è una gran cosa e fa, guarda un pò, il "loro" gioco).
NDR: i numeri dei commi (e il nertto) li ho aggiunti "pirsonalmente di pirsona", se no, per come è stata redatta la legge (nell'era "che...la semplificazione normativa la vuole l'Europa"), non ci si capirebbe mezzo tubo (l'altro mezzo non lo si capisce comunque).

"Art. 18  Tutela del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo
  In vigore dal 18 luglio 2012
1. Il giudice, con la sentenza con la quale dichiara la nullità del licenziamento perché discriminatorio ai sensi dell'articolo 3 della legge 11 maggio 1990, n. 108, ovvero intimato in concomitanza col matrimonio ai sensi dell'articolo 35 del codice delle pari opportunità tra uomo e donna, di cui al decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, o in violazione dei divieti di licenziamento di cui all'articolo 54, commi 1, 6, 7 e 9, del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, e successive modificazioni, ovvero perché riconducibile ad altri casi di nullità previsti dalla legge o determinato da un motivo illecito determinante ai sensi dell'articolo 1345 del codice civile, ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto e quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro. La presente disposizione si applica anche ai dirigenti. A seguito dell'ordine di reintegrazione, il rapporto di lavoro si intende risolto quando il lavoratore non abbia ripreso servizio entro trenta giorni dall'invito del datore di lavoro, salvo il caso in cui abbia richiesto l'indennità di cui al terzo comma del presente articolo. Il regime di cui al presente articolo si applica anche al licenziamento dichiarato inefficace perché intimato in forma orale.
2. Il giudice, con la sentenza di cui al primo comma, condanna altresì il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata la nullità, stabilendo a tal fine un'indennità commisurata all'ultima retribuzione globale di fatto maturata dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione, dedotto quanto percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative. In ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità della retribuzione globale di fatto. Il datore di lavoro è condannato inoltre, per il medesimo periodo, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali.
3. Fermo restando il diritto al risarcimento del danno come previsto al secondo comma, al lavoratore è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un'indennità pari a quindici mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, la cui richiesta determina la risoluzione del rapporto di lavoro, e che non è assoggettata a contribuzione previdenziale. La richiesta dell'indennità deve essere effettuata entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza, o dall'invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se anteriore alla predetta comunicazione.
4. Il giudice, nelle ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, per insussistenza del fatto contestato ovvero perché il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili, annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro di cui al primo comma e al pagamento di un'indennità risarcitoria commisurata all'ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative, nonché quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione. In ogni caso la misura dell'indennità risarcitoria non può essere superiore a dodici mensilità della retribuzione globale di fatto. Il datore di lavoro è condannato, altresì, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello della effettiva reintegrazione, maggiorati degli interessi nella misura legale senza applicazione di sanzioni per omessa o ritardata contribuzione, per un importo pari al differenziale contributivo esistente tra la contribuzione che sarebbe stata maturata nel rapporto di lavoro risolto dall'illegittimo licenziamento e quella accreditata al lavoratore in conseguenza dello svolgimento di altre attività lavorative. In quest'ultimo caso, qualora i contributi afferiscano ad altra gestione previdenziale, essi sono imputati d'ufficio alla gestione corrispondente all'attività lavorativa svolta dal dipendente licenziato, con addebito dei relativi costi al datore di lavoro. A seguito dell'ordine di reintegrazione, il rapporto di lavoro si intende risolto quando il lavoratore non abbia ripreso servizio entro trenta giorni dall'invito del datore di lavoro, salvo il caso in cui abbia richiesto l'indennità sostitutiva della reintegrazione nel posto di lavoro ai sensi del terzo comma.
5. Il giudice, nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, dichiara risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un'indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, in relazione all'anzianità del lavoratore e tenuto conto del numero dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell'attività economica, del comportamento e delle condizioni delle parti, con onere di specifica motivazione a tale riguardo.
6. Nell'ipotesi in cui il licenziamento sia dichiarato inefficace per violazione del requisito di motivazione di cui all'articolo 2, comma 2, della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni, della procedura di cui all'articolo 7 della presente legge, o della procedura di cui all'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni, si applica il regime di cui al quinto comma, ma con attribuzione al lavoratore di un'indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata, in relazione alla gravità della violazione formale o procedurale commessa dal datore di lavoro, tra un minimo di sei e un massimo di dodici mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, con onere di specifica motivazione a tale riguardo, a meno che il giudice, sulla base della domanda del lavoratore, accerti che vi è anche un difetto di giustificazione del licenziamento, nel qual caso applica, in luogo di quelle previste dal presente comma, le tutele di cui ai commi quarto, quinto o settimo.
7. Il giudice applica la medesima disciplina di cui al quarto comma del presente articolo nell'ipotesi in cui accerti il difetto di giustificazione del licenziamento intimato, anche ai sensi degli articoli 4, comma 4, e 10, comma 3, della legge 12 marzo 1999, n. 68, per motivo oggettivo consistente nell'inidoneità fisica o psichica del lavoratore, ovvero che il licenziamento è stato intimato in violazione dell'articolo 2110, secondo comma, del codice civile. Può altresì applicare la predetta disciplina nell'ipotesi in cui accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo; nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo, il giudice applica la disciplina di cui al quinto comma. In tale ultimo caso il giudice, ai fini della determinazione dell'indennità tra il minimo e il massimo previsti, tiene conto, oltre ai criteri di cui al quinto comma, delle iniziative assunte dal lavoratore per la ricerca di una nuova occupazione e del comportamento delle parti nell'ambito della procedura di cui all'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni. Qualora, nel corso del giudizio, sulla base della domanda formulata dal lavoratore, il licenziamento risulti determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari, trovano applicazione le relative tutele previste dal presente articolo.
8. Le disposizioni dei commi dal quarto al settimo si applicano al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici lavoratori o più di cinque se si tratta di imprenditore agricolo, nonché al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che nell'ambito dello stesso comune occupa più di quindici dipendenti e all'impresa agricola che nel medesimo ambito territoriale occupa più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa più di sessanta dipendenti.
9. Ai fini del computo del numero dei dipendenti di cui all'ottavo comma si tiene conto dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unità lavorative fa riferimento all'orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge e i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e in linea collaterale. Il computo dei limiti occupazionali di cui all'ottavo comma non incide su norme o istituti che prevedono agevolazioni finanziarie o creditizie.
10. Nell'ipotesi di revoca del licenziamento, purché effettuata entro il termine di quindici giorni dalla comunicazione al datore di lavoro dell'impugnazione del medesimo, il rapporto di lavoro si intende ripristinato senza soluzione di continuità, con diritto del lavoratore alla retribuzione maturata nel periodo precedente alla revoca, e non trovano applicazione i regimi sanzionatori previsti dal presente articolo.
11. Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.
L'ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l'ha pronunciata. Si applicano le disposizioni dell'articolo 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile. (32)
L'ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.
Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo comma ovvero all'ordinanza di cui all'undicesimo comma, non impugnata o confermata dal giudice che l'ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all'importo della retribuzione dovuta al lavoratore."

Ve ne riassumo il senso: la reintegrazione viene limitata al caso del licenziamento discriminatorio, o, ancora, in materia disciplinare, a quello ingiusticato perchè comminato per "fatti insussistenti" (accertati come non veri), ovvero, se al di fuori della materia disciplinare, "manifestamente inussistenti". E si precisa il concetto di licenziamento "discriminatorio", in modo da limitarlo ai casi riconducibili a leggi che non potevano contestualmente abrogare...pena una "fastidiosa" incostituzionalità e l'introduzione di una disciplina peggiorativa rispetto a qualsiasi altro paese europeo.
Si legittima quindi il licenziamento individuale per "motivi economici" ("oggettivo"), dovuti a esigenze organizzative dell'impresa, sulle quali si opera una peculiare "inversione dell'onere della prova": cioè è il lavoratore a dover dimostrare il carattere discriminatorio, la natura disciplinare "dissimulata", ovvero la "manifesta" insussistenza dei fatti, perchè qualunque ragione "economico-aziendale" sarà considerata valida "fino a prova contraria". 
Attenzione: si tratta di una via comunque più vantaggiosa per il datore, poichè, a differenza che nel caso del licenziamento "disciplinare", la mera insussistenza dei fatti non porta al reintegro, occorrendo invece, per l'appunto, dimostrare la "manifesta insussistenza" ed essendo la prova della "insussistenza", comunque, molto più difficile da fornire rispetto a fatti disciplinarmente rilevanti (che sono violazioni legate a comportamenti che o ci sono stati e con quella gravità, o non ci sono stati). Mentre una "nuova" organizzazione del lavoro, dovuta a mutamenti di processo o di prodotto, dettate da esigenze complese di mercato, che esiga un diverso livello di organico, di un "certo tipo professionale", è, ovviamente, molto più difficile da "smontare" e per di più per arrivare a dimostrarne la "manifesta" insussistenza. 
Si tratta di licenziamenti individuali: quindi che ragioni organizzative e di andamento dei processi produttivi, ovvero congiunturali ("l'euro", ma questo per "loro" non esiste), possano incidere discriminatoriamente sulla singola posizione, ovvero in base ad asserzioni datoriali del tutto infondate, e immediatamente rivelatesi come tali, è, in linea logica, teorica e pratica, piuttosto difficile da dimostrare.
E  a loro volta, i datori, non devono dimostrare il quadro organizzativo aziendale, ma solo "ostentarlo" possibilmente in un "aziendalorum", il più criptico e "facite ammujna" possibile. E smontare "prima facie" la ridda di fatti adducibilii, o anche il loro "coprire" ragioni discriminatorie" (ulteriore e distinto aspetto da provare), non è roba facile.
Se incido su una posizione individuale sarà sempre perchè non ritengo quel lavoratore utilizzabile proficuamente (anche su un altro posto, anche consentendogli ulteriore formazione), proprio lui e, allora, me ne libero coi motivi economici, evitando di mettere in mezzo motivi disciplinari (cioè dovrebbe essere, in realtà, che il dipendente non rende "veramente" e oggettivamente, mica solo perchè guarda male i "quadri" e magari fa attività sindacale: sarebbe discriminatorio...sempre che lo dimostri).
Attenzione, quindi, ribadisco (dicono che non si capisce quello che dico: purtroppo sono molto limitato. Per Fassina invece è tutto semplice e comprensibile): se il dipendente dimostra che un licenziamento economico sia "fuori dei presupposti", deve anche dimostrare che sia o adottato in base a fatti manifestamente pretestuosi e infondati (non basta che siano semplicemente "incerti" e opinabili), oppure che sia "disciplinare", nella sostanza (cioè disciplinare "dissimulato"), ma che la violazione commessa non era tale o che era punita con sanzione minore del licenziamento. Altrimenti il posto lo perdo comunque, anche avendo ragione.
Come vedete è un bel "macello": ma per spiegarne meglio le implicazioni, tiro fuori ciò che ho già esposto (invano naturalmente) nei miei interventi sul FQ (in margine agli interventi di Bruno Tinti che ci vedeva, nell'art.18 new edition, una cosa sacrosanta). Considerate che risalgono alla primavera scorsa. Ma ancora valgono. Anzi.
Potremmo chiamare l'argomento così:

 3- RIFORMA DEL LAVORO E CRESCITA
...E cosa impedirà a tutti i licenziati di buttarla in caciara sul fatto che sono musulmani o gay o "figli dell'amore eterno" e dire che sono stati licenziati per discriminazione, dopo tutto ciò? Con una lievitazione ulteriore del contenzioso giurisdizionale (ce n'è proprio bisogno), per numero e complessità?

venerdì 18 gennaio 2013

"MA COME NON TI HO VISTO? MA SE TI HO PRESO IN PIENO!": OVVERO IL "CI SIAMO SBAGLIATI" DEL FOGNO EUROPEO

Da Sofia, riceviamo questo post, che costituisce una "ampia" rassegna delle belle pensate che non ci stanchiamo (non da soli, ma tanto non cambia molto per.."."loro"), di evidenziare e confutare su questo blog. Ma come il vecchietto che all'incrocio protesta contro il bullo che gli ha distrutto l'auto, ci sentiremo rispondere: "Ma come non t'ho visto? Ma se ti ho preso in pieno!"

 “Ci siamo sbagliati”.
Saranno pure delle semplici coincidenze, ma ultimamente è una frase che mi capita spesso di leggere e allora, per gioco, le annoto su un foglio.
-         Il 2012 si è chiuso, per fortuna, con una palese dimostrazione di quanti si erano sbagliati sulla fine del mondo. E di certo nessuno ha pensato di prendersela con i Maya dal momento che quelli, le previsioni, le hanno fatte per un arco temporale di 5000 anni. Ma tutti quelli che i Maya li hanno studiati e tutti quelli che per puro protagonismo o altro, sulle previsioni ci hanno speculato, giocato, scherzato, di certo non ci hanno fatto una bella figura.
-         Altri propugnatori della fine del mondo sono quelli che hanno sostenuto l’inarrestabile riscaldamento globale. Ebbene, l'11 gennaio 2013 – il Met Office, il servizio metereologico britannico considerato un’autorita’ di precisione nel settore, ha detto: “ci siamo sbagliati”; rivedendo le sue stesse previsioni ha affermato che nel periodo 2013-2017 la crescita delle temperature sulla Terra sara’ molto ridotta (0,43). Una  revisione che ha dato nuova forza alle tesi degli studiosi che negano l’aumento delle temperature prodotto dai crescenti livelli di inquinamento e, in particolare, dall’emissione di gas serra.[1]
-         Appena rientrata da qualche giorno di vacanza, dopo capodanno, trovo una bellissima  lettera di Equitalia-Consap che mi chiedono 6.000 euro perché secondo loro 5 anni fa avrei provocato un sinistro stradale e per di più non sarei stata coperta dall’assicurazione. Mando una letteraccia minacciando denunce penali e quant’altro e il giorno stesso mi chiamano e mi dicono: ci scusi, ci siamo sbagliati.
-         Tra i Maya e l’Equitalia c’è la creazione della moneta unica: l’euro. E da quando questa moneta è entrata nelle nostre tasche, i “ci siamo sbagliati” sono caduti giù come poggia, anzi, come pietre!
     Anche se, a quanto pare, non abbastanza per aprire la mente a chi ancora si ostina a vedere l’uscita dall’euro come la vera fine del mondo. Mi limito solo a riportare i “ci siamo sbagliati” più recenti.
-         "Ci siamo sbagliati". Lo ammette, il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke. Le loro previsioni fatte a maggio sul numero dei disoccupati sono state troppo ottimiste. Si sono sbagliati, per l'ennesima volta[2].
-         In una delle sessioni dell’ultima riunione annuale della American Economic Association (San Diego, 4-6 Gennaio 2013), Donald Kohn (già vicepresidente Fed) ha affermato senza giri di parole che “gli ultimi anni hanno chiarito quanto poco sappiamo effettivamente” (..."loro" ndr.). Ciò in quanto i programmi di austerità, che rappresentano la quintessenza della virtù fiscale, e che sono stati adottati in forme energiche (sia nella dimensione che nel timing) soprattutto in Europa, hanno provocato effetti recessivi superiori a quelli attesi. Il problema è stato sollevato, anche se in modo alquanto tecnico, da numerosi osservatori, compresi le principali istituzioni internazionali come l’Fmi, l’Ocse e la stessa Commissione europea (cose che qui, da molto prima avevamo evidenziato in dettaglio di tempo e di contenuti, che solo ora vengono "attenzionati", senza trarne le conseguenze politiche da una "parte" dell'informazione italiana ndr.).

    Da ultimi Olivier Blanchard (capo economista del Fmi) e Daniel Leigh hanno confermato che i moltiplicatori fiscali assunti comunemente si sono rivelati largamente sottostimati (“Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers”, January 2013). Questa sottostima spiega perché la gran parte dei previsori aveva associato i programmi di consolidamento fiscale, intrapresi dai vari paesi in particolare in Europa, a tassi di crescita attesi superiori a quelli effettivamente realizzatisi.[3]
-         Nell’articolo di Ambrose Evans-Pritchard, del 14 gennaio 2013, sul Telegraph si legge che Gustav Horn - capo dell IMK Institute tedescoe uno dei  "cinque saggi" (top economisti tedeschi) - la scorsa settimana, con una palese ammissione di quanto tutti si “siano sbagliati”,  ha chiesto la fine delle tortura dell'austerità. "E' un circolo vizioso. L'Austerità in eccesso non porta a una riduzione del debito, anzi è causa di un aumento del debito", ha detto.  (ovvio per noi, ma non per "loro", e comunque ignorato dai politici italiani, che come attesta Fini ieri da Santoro, continuano imperterriti a dire che il "problema è il debito...e non si può fare altrimenti" ndr.)
    L'ex governatore della BCE Orphanides Athanasios - un "esperto" mondiale di deflazione - ha preso le distanze dai suoi ex-colleghi della BCE, accusandoli di stare "a guardare" dalla finestra, mentre in Europa dilaga il disastro socio-economico. Jacques Cailloux di Nomura dice che il denaro è ancora terribilmente scarso in Europa per una serie di paesi. I loro rendimenti dei titoli sovrani sono scesi molto, ma non abbastanza da tenere il passo con la contrazione del PIL. Jens Weidman della Bundesbank avverte il Governo  tedesco che il gioco che questo sta facendo alle spalle degli elettori  in futuro potrà creare guai allo stesso[4].
-         Jean-Claude Juncker ha fatto un "furioso" discorso di commiato alla commissione per gli affari economici e monetari del Parlamento europeo, sottolineando quanto anche il Parlamento, “si sia sbagliato”. Che non era d'accordo con il ritmo degli aggiustamenti "imposti ad alcuni paesi", e che l'Eurogruppo non ha fatto alcuna valutazione tecnico-politica su questi aggiustamenti, i quali troppo spesso erano semplicemente "delle copie delle raccomandazioni di Commissione, BCE e FMI, la cui legittimità democratica non è chiara". E’ stato fatto l'errore di "sottovalutare il dramma della disoccupazione" e di "dare l'impressione che l'Europa è lì solo per punire" e che non premia i "paesi partecipanti ai programmi" che proseguono con i loro piani di aggiustamento.  I governi hanno formulato delle previsioni economiche troppo elevate e quindi non sono riusciti a raggiungere i loro obiettivi, e più si va indietro negli anni, meno tali previsioni si sono rivelate fondate.[5]
-         Roger Bootle, economista e amministratore delegato di Capital Economics, nonché vincitore del  Wolfson economics prize nel 2012 per la migliore strategia di uscita della crisi dell’Euro sempre nell’ottica di evidenziare quanto le politiche europee si sono allontanate dai propositi iniziali (almeno quelli decantati), rispetto a proprie precedenti affermazioni nei confronti delle quali fa presumere di essersi sbagliato, ha dichiarato: “Dimenticate l’unione politica, fiscale e bancaria; sono tutti sogni. Quel che l’euro è diventato in realtà, è un’unione nell’austerità.[6]
-         Secondo Blanchard e Leigh i moltiplicatori fiscali non sono stati modesti come previsto (0,5) ma significativamente più elevati (1,5). Questo significa che una contrazione fiscale di 1 euro ha creato una depressione di 1,5 euro invece che solo 0,5. Già nel 2009, tuttavia, il fondo aveva sottoposto al G20 una nota in cui si affermava che i moltiplicatori potevano essere compresi tra 0,3 e 1,8 per i tagli alla spesa e tra 0,3 e 0,5 per gli aumenti delle imposte[7]. Insomma, si sono sbagliati.
-         Il Professore di Economia alla New York University, Nouriel Roubini, fece scalpore con la sua dichiarazione in cui prevedeva l’uscita della Grecia dell’Euro, seguita dagli altri stati semi-periferici, tra cui l’Italia. La profezia di Roubini fu smentita, ma il Prof tornò alla ribalta qualche mese fa con un’altra dichiarazione sorprendente, nella quale rinviava al 2013 la sua “tempesta perfetta” per l’Eurozona.[8]
-         Jim Reid di Deutsche Bank invece si sofferma sugli errori presenti, quelli di previsione soprattutto, sulla possibilità di ripresa preannunciata a partire dalla seconda metà del 2013 ed afferma che la crisi sia tutt'altro che finita, e l'Europa è probabile che attraverserà nel 2013 una fase di molto peggiore che nel 2012. Si staranno sbagliando?
-         Anche il nostro Governo ha sbagliato molte previsioni. Con la «Nota di aggiornamento del Def» il governo ha ammesso,  che tutti gli indicatori macroeconomici continuano a peggiorare, ha ammesso che le previsioni dello scorso aprile erano completamente sballate, ha ammesso di fatto, pur affermando ovviamente il contrario, di non avere la più pallida idea su come uscire da questa situazione.
    Ad aprile 2012  il Pil 2012 veniva previsto a -1,2%, a settembre 2012 era  del -2,4%, una flessione doppia di quella precedentemente indicata.
    E per il 2013? Ecco, per l'anno in cui Monti vede la «luce in fondo al tunnel», il governo prevede un -0,2% (era un + 0,5% ad aprile). Ovviamente le cose andranno assai peggio, e già il Centro studi di Confindustria prevede un -0,5%. 
    Quanto all'indebitamento, cioè il deficit annuo espresso in rapporto al Pil, la previsione iniziale per l'anno 2012 dava un -1,7%, che viene elevato ora ad un -2,6%...Per il 2013 si passa da un -0,5% ad un -1,6%; per il 2014 si corregge il -0,1% in un -1,5%, ed una correzione analoga (da 0,0 a -1,4%) viene effettuata per il 2015.
   Sugli interessi pure non sono mancate errate previsioni ed invece l’aggravio aggiuntivo sarà di  oltre 20 miliardi in quattro anni. Ma per avere un'idea più precisa della dinamica degli interessi, è opportuno soffermarsi sulla sequenza degli importi passati e di quelli attesi per il futuro espressi in euro: nel 2010 lo Stato ha pagato 71,122 miliardi, saliti nel 2011 a 78,021 miliardi, che diventeranno 86,119 nel 2012, 89,243 nel 2013, 96,971 nel 2014, 105,394 nel 2015. Che è come dire che si prevede un aumento del costo degli interessi sul debito del 48% in cinque anni.
     Un dato enorme, che resta tale anche dopo averlo depurato dall'inflazione. 
     La pittoresca approssimazione dei tecnocrati al governo - risulta ancora più chiara dall'aggiustamento delle previsioni sull'ammontare dello stock del debito, sia in rapporto al Pil che in cifra assoluta. La sequenza del rapporto debito/Pil, sempre con le previsioni di aprile tra parentesi è: 126,4% nel 2012 (123,4%), 127,1% nel 2013 (121,5%), 125,1% nel 2014 (118,2%), 122,9% nel 2015 (114,4%).
    Anche ammettendo che il lento calo che viene previsto a partire dal 2014 si realizzi - ed in merito è più che lecito essere alquanto dubbiosi - resta il gigantesco differenziale che al 2015 ammonterebbe a ben otto punti e mezzo, che calcolati su un Pil previsto di 1.680 miliardi, ci da una differenza di 142,8 miliardi di euro. 
    Ma ci sono ancora alcuni dati del Def che meritano di essere sottolineati. Esaminando il periodo 2010-2015 forte è l'aumento della pressione fiscale. Le imposte dirette passeranno da 226 a 252 miliardi di euro, quelle indirette aumenteranno da 217 a 262 miliardi. Le entrate totali (che includono i contributi sociali) saliranno così da 723 ad 821 miliardi. Eppure questo forte incremento non servirà a niente.  E non serviranno neppure i tagli. Tra questi segnaliamo quello del monte delle retribuzioni del pubblico impiego che passerà da 172 a 166 miliardi, e quello dei cosiddetti «consumi intermedi» (che riguarda principalmente il settore della sanità), destinato a scendere da 136 a 131 miliardi. Tutto ciò non basterà per due motivi: perché la recessione è e sarà ben più grave e prolungata del previsto, perché i tassi di interesse (al di là di qualche temporanea discesa, sempre di breve periodo) sono destinati a rimanere alti.[9]
-         All'inizio della campagna elettorale, tanto chi ha guidato l'esecutivo quanto chi lo ha sostenuto in Parlamento dovrebbero forse iniziare con un analogo mea culpa, per poi proporre ricette di politica economica radicalmente differenti. Se persino il Fondo Monetario Internazionale ha chiesto scusa, forse possono farlo anche i politici di casa nostra. Ed invece abbocchiamo al peggio delle loro polpette avvelenate! ...Dell'ultimo messaggio dell'FMI, come si fa a pretendere che a seguito della loro pseudo-ammissione di colpa, ne rispondano? O che ne rispondando i loro esecutori periferici?  Che  questi alti funzionari della spending review globale, funzionale ai potenti forzieri del mondo,  facciano qualcosa per gli stati o le popolazioni coinvolte e assoggettate ai loro ordini, significa essere fuori dal mondo e fuori dalla storia, significa non aver capito nulla dell'attuale sistema kapò,    oppure significa essere illusi, e comunque significa non essere veri guerrieri, sia a livello personale sia a livello più plurale. Nel sito da cui è estrapolato questo passaggio vi è questo bellissimo manifesto: non ci siamo sbagliati, era, è, e rimarrà tutto (pre)calcolato: impoverirci. Riempiendovi di bombe balle…fate finta di sapere tutto soprattutto della pubblicità …invece, con le spread-propagande, vi abbiamo fottuto anche questa volta. Pallificio mass mediatico, a nostro altissimo...reddito.[10]



[1] http://www.imolaoggi.it/?p=38658
[2] http://www.monetacomplementare.it/index.php/qci-siamo-sbagliatiq
[3] http://sofiaeconomics.wordpress.com/2013/01/

[4] http://vocidallestero.blogspot.it/2013/01/report-della-commissione-ue-e-uno-shock.html#more

[5] http://vocidallestero.blogspot.it/2012/12/jim-reid-di-deutsche-bank-presenta-uno.html
[7] http://keynesblog.com/2013/01/08/il-fondo-monetario-insiste-sullausterita-ci-siamo-sbagliati/
[9] http://www.antimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2197:lpardon-ci-siamo-sbagliati-ma-solo-di-1428-miliardi-di-euror&catid=78:italia
[10] http://www.ritornoalmondonuovo.com/2013/01/non-si-sono-sbagliati.html

mercoledì 16 gennaio 2013

RISPOSTE PER UNA SPERANZA NELLA DEMOCRAZIA 2^ parte

Questo post è la seconda parte (risposte agli ulteriori due quesiti, 3° e 4°), dell'accuratissimo lavoro di Francesco Lenzi.
Il quadro che ne deriva sarebbe sconcertante, se invece che attestarsi sulle equivalenze ricardiane, senza neppure ben conoscerne l'esistenza, i politici nazionali e europei, in generale, fossero in grado di verificarne non solo il difetto di pre-condizioni nella realtà attuale (a livello teorico), ma anche il difetto di...un "attendibile" fondamento teorico.
Mai l'applicazione di questo versante delle teorie macroeconomiche ha condotto non solo ai risultati "programmati", ma neppure ad alcun esito positivo, nè in termini di crescita, nè di equilibrio finanziario e ottimale allocazione delle risorse, nelle realtà socio-economiche considerate

3 - Perché queste stabilità economica e finanziaria passerebbero necessariamente e "acriticamente" per il pareggio di bilancio?

Riguardo al concetto di stabilità finanziaria ed il ruolo che in esso può rivestire la BCE si fa comunemente riferimento agli strumenti di natura macroprudenziale che debbono essere adottati dalle principali Banche Centrali.
L’esplodere della crisi finanziaria in U.S.A. e successivamente in Europa ha dimostrato che limitare l’operato della Banca Centrale al controllo della stabilità monetaria ed affidare ad un’altra istituzione (centrale e locale) il controllo sulla stabilità finanziaria espone l’intero sistema ad enormi rischi.
L’emergere della crisi dei subprime in U.S.A. ha portato il consenso internazionale a ritenere non più sufficiente la funzione della banca centrale come semplice “guardiano della moneta” che opera in maniera indipendente col solo fine della stabilità dei prezzi.
I have found a flaw. I don’t know how significant or permanent it is. But I have been very distressed by that fact” così Greenspan sottolinea come le assunzioni che hanno guidato il suo operato per 40 anni si siano rivelate se non sbagliate, almeno fallaci. Concentrare l’operato della Banca Centrale esclusivamente sulla stabilità dei prezzi lasciando il mercato libero di regolarsi autonomamente è stata una delle cause della situazione di enorme instabilità del sistema .
In Europa si è intervenuti pertanto a livello comunitario istituendo un’organizzazione chiamata ESRB, "Consiglio europeo per il rischio sistemico" alla quali sia demandata, in partecipazione con la BCE, le Banche Centrali nazionali, e vari istituti di vigilanza, il controllo sulla stabilità finanziaria.
L’obiettivo è essenzialmente quello di monitorare attraverso una serie di segnali e di relazioni il grado di stabilità (e fiducia tra gli operatori) del sistema finanziario, cercando di porre una certa forma di controllo al rischio sistemico del too big to fail ed al carattere pro ciclico dell’attività svolta dagli intermediari finanziari.
In questo senso si inserisce anche tutta la normativa (e le conseguenti trattative) che riguardano la cosiddetta “vigilanza bancaria”, da esercitare da parte della BCE su tutte le banche dell’Eurozona, secondo quello che viene definito il sistema di vigilanza microprudenziale (Sistema Europeo delle Autorità di Vigilanza Finanziaria-ESFS) per distinguerlo dalla vigilanza macroprudenziale (che compete invece al ESRB).
Per una panoramica sul complesso di interventi che sono stati presi e dovranno essere ancora presi sul tema della vigilanza micro e macroprudenziale si può consultare questo paper. 
Nell’ottica di un maggior controllo e supervisione sui bilanci dei singoli Stati si inseriscono le normative introdotte a partire dall’inizio del 2011 che prendono il nome di Euro Plus Pact, Six pack e two pack.
Quanto al six packLe misure adottate mirano a rafforzare il Patto di stabilità e crescita, permettendo un controllo più rapido delle politiche fiscali e a innovare il sistema di governance con azioni preventive e azioni correttive. Le nuove misure introducono, inoltre, meccanismi che sorvegliano e prevengono una crescita smisurata dei debiti sovrani e del deficit negli Stati membri”.
Il six pack è stato perciò approvato con l’obiettivo di incidere con maggiore rilevanza sul bilancio dei singoli Stati imponendo il rispetto di più gravosi parametri in termini di deficit pubblico (0,5% strutturale, considerato cioè al netto di eventuali misure periodiche dipendenti dal ciclo economico).
Da tale accordo del dicembre 2011 derivano i provvedimenti in materia di controllo della finanza pubblica, Fiscal compact e pareggio di bilancio in primis. Il motivo (ufficiale) della sottoscrizione del six pack è la volontà di dare una risposta comune alla situazione di instabilità finanziaria ed economica che si era determinata a seguito della crisi del debito irlandese e greco, come appunto indicato nella presentazione delle misure adottate. “The economic and financial crisis has revealed a number of weaknesses in the economic governance of the EU's economic and monetary union. The cornerstone of the EU response is the new set of rules on enhanced EU economic governance which entered into force on 13 December 2011”. .
Il complesso di norme, procedure, finalità e settori di intervento che interessano l’Euro Plus Pact è il seguente:

Come si vede l’obiettivo di controllo sulla stabilità finanziaria degli Stati deriva dall’assunzione di stampo neoclassico che maggiori debiti pubblici siano veicolo di maggiore imposizioni fiscali (equivalenza ricardiana) e di minori valori delle attività finanziarie (crowding-out). [la validità scientifica di tale assunto è posta in discussione praticamente d tutti i premi Nobel per l'economia nonchè dai "risultati" ottenuti dagli Stati che hanno tentato finora di applicarlo ndr.]
Questa particolare attenzione da parte della Commissione Europea riguardo la necessità dei singoli Stati di tenere i propri conti in “ordine” attraverso una sostanziale neutralità dello Stato nel sistema economico è però molto singolare se vista alla luce delle condizioni necessarie per il funzionamento di un’area valutaria.
Le caratteristiche principali che esse debbono possedere per resistere a shock asimmetrici come quelli attualmente in essere (che colpiscono le varie zone in maniera differente) sono:
1) la mobilità dei fattori e del lavoro in particolare (favorita attraverso l’uniformità dei trattamenti previdenziali, di istruzione, di sostegno al reddito, ecc…) come sostenuto da Mundell (1961) in A theory of optimum currency areas (parlando a proposito delle versioni in apparente contrasto tra Meade e Scitovsky affermaIn both cases it is implied that an essential ingredient of a common currency, or a single currency area, is a high degree of factor mobility  );
2) la presenza di trasferimenti fiscali tra le aree in surplus verso le aree in deficit (e non di prestiti ad interesse).
La capacità di un’area valutaria di resistere e superare degli shock asimmetrici risiede pertanto nella presenza di questi due importanti fattori, nonché di una banca centrale che faccia ciò che fanno tutte le banche centrali - all’intero sistema finanziario (si veda per esempio Krugman 2012 sulle cause, e le possibili soluzioni, della crisi dell’euro zona).
Il pareggio di bilancio non è MAI nominato come condizione necessaria e sufficiente per la risoluzione della crisi.
Guardando inoltre al caso specifico della zona euro, sembrerebbe che questo shock asimmetrico sia in buona parte dovuto al fenomeno di capital inflow manifestatosi con forza fino al 2007. Secondo il recente studio condotto da Gabrish e Staehr, 2013, l’andamento divergente nei livelli di competitività degli Stati Membri sembra essere stato causato essenzialmente dal rilevante afflusso di capitali che alcuni Paesi (periferici) hanno registrato.
In questo senso viene da chiedersi in che modo le manovre sul bilancio degli Stati e più in particolar modo sul controllo della stabilità economica e finanziaria possono risolvere la crisi se i gap di competitività cumulato dai Paesi periferici rispetto a quelli core ha una relazione evidente con i movimenti di capitali interni all’area?



4 - Quali sono gli effetti del pareggio di bilancio, come concepito dall’UEM, e che giustifica la “condizionalità”, cioè la disattivazione della sovranità degli Stati e dei diritti fondamentali per tale finalità superiore ad ogni altra nei valori UEM?


Il deficit di bilancio, secondo la consolidata impostazione neoclassica, sarebbe influente sul reddito di una Nazione.
A sostegno di tale affermazione è comunemente riportato il concetto di “equivalenza ricardiana” (J. Buchanan 1976). Secondo i lavori sviluppati da Ricardo (1821) e successivamente da Barro (1974), si è venuta a consolidare l’assunzione secondo la quale il deficit pubblico e di conseguenza il debito pubblico sia, nel migliore dei casi, neutrale rispetto alla capacità del sistema economico di creare reddito nel lungo termine.
Se uno Stato spende più di quanto incassa, sarà costretto prima o poi ad incassare più di quanto spenderà e quindi ad aumentare proporzionalmente le tasse. Per tale ragione il debito pubblico potrebbe essere considerato al pari di un’imposta patrimoniale sui privati, intesa come valore attuale di tutte le tasse che in futuro verranno richieste in più per rimborsare il debito pubblico.
La spesa a deficit dello Stato, quindi, non migliorerebbe la posizione patrimoniale dei privati nel lungo periodo. Inoltre, a causa dell’inevitabile aumento delle imposte che dovrà avvenire in futuro per ripagare tale debito, gli stessi privati vorranno risparmiare oggi una quota maggiore del loro reddito per far fronte al successivo inasprimento fiscale (Barro, 1974) determinando, anche nel breve periodo, un effetto contrario a quello espansivo del deficit pubblico.
La spesa pubblica poi spiazzerebbe quella privata secondo il fenomeno del crowding out e quindi, non aggiungendo niente alla domanda aggregata, verrebbe spiazzata quella privata a favore di quella pubblica (che secondo l’impostazione neoclassica è più inefficiente). L’impossibilità da parte dello Stato di far deficit, secondo questa impostazione, garantirebbe pertanto un maggior accumulo di risorse da parte del settore privato, che è in grado di effettuare un’allocazione in maniera più efficiente delle stesse. (secondo questa impostazione è quindi possibile comprendere lo schema precedente riguardo al controllo sulla dinamica del debito pubblico da realizzarsi attraverso le misure di Euro Plus pact).
La critica principale a questo tipo di ragionamento si incentra sull’assunto di base secondo cui lo Stato non possa aggiungere niente più alla domanda aggregata di pieno impiego (come generalmente era considerata intorno gli anni ’70).
Ma con una disoccupazione che, ormai da 30 anni, è stabilmente sopra la soglia minima del pieno impiego, siamo veramente convinti che il settore privato, autonomamente riesca a raggiungere il pieno impiego?
Inoltre, con la disoccupazione a due cifre e livelli di output ben sotto il pieno impiego ha senso ancora parlare di crowding out e di neutralità della spesa pubblica in deficit?
L’esistenza e la necessità di un certo margine per la spesa pubblica in deficit era indicata anche nei trattati di Maastricht, fissando al 3% il limite da non oltrepassare. Il deficit pubblico serve appunto per compensare cali di domanda che si possono avere nel settore privato.
Il problema è quindi quanto deficit sia auspicabile e quanto stock di debito sia sostenibile da parte del singolo Stato.
Il limite poi al 60% del rapporto tra debito pubblico e PIL non ha nessun supporto scientifico e non ha niente a che vedere con il concetto di sostenibilità del debito pubblico, che secondo alcuni studi prescinderebbe dal rapporto tra stock del debito e ricchezza prodotta (per una raccolta si veda)
L’aver voluto restringere notevolmente i margini di manovra degli Stati, imponendo il sostanziale pareggio di bilancio, impedisce ai singoli Paesi di adottare degli interventi anticiclici che permettano di affrontare in maniera più soft crisi nel settore privato (per non parlar poi della attuale situazione di trappola della liquidità). E questo non fa altro che aggravare la crisi, mancando quella funzione di “Big Government” che dovrebbe essere esercitata dallo Stato anche al fine di attutire gli effetti di una crisi economica o finanziaria sulle attività economiche e sulla popolazione (http://digitalcommons.bard.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1231&context=hm_archive ).
Magari però l’obiettivo di imporre il pareggio di bilancio agli Stati membri è un altro, e può piuttosto riguardare l’obiettivo di trasformare l’economia dell’eurozona in modo che possa svolgere una strategia di crescita basata sul beggar-thy-neighbor di tipo tedesco.
Se infatti si parte dall’analisi della relazione dei saldi settoriali, risparmio netto settore privato=deficit pubblico + saldo partite correnti, e si introduce il vincolo deficit pubblico = 0, si ottiene che il risparmio del settore privato debba essere pari al saldo delle partite correnti.
Quindi se il settore privato vuol risparmiare più di quanto consuma o investe, deve farlo all’estero sfruttando la domanda estera di beni nazionali. Quello che da sempre stanno facendo i tedeschi. In questo senso le condizionalità sono comprensibili in un’ottica di miglioramento della competitività esterna dei singoli Stati. I precetti dell’Europa servirebbero quindi per comprimere la domanda interna (e quindi ridurre le importazioni) e migliorare la competitività di prezzo dei prodotti (sfruttando gli effetti da curva di Philips della disoccupazione) in modo da risolvere grazie alla domanda estera i problemi dei singoli Paesi.
E volendo si potrebbe avere una conferma di ciò dalle parole dello stesso governatore della BCE M.Draghi “….if you enhance the competitiveness, you can actually count on your external demand, on your net exports…” ().
A quale domanda estera fa riferimento Mario Draghi?
Non certo quella tedesca che continua a comprimere le importazioni più di quanto non rallentino le esportazioni. Piuttosto quella esterna all’area euro.
Ma con livelli di domanda globale molto sotto il pieno impiego e con inoltre gli effetti del cambio a mitigare l’eventuale aumento di competitività esterna dell’area euro, in che modo sarà possibile farci diventare tutti tedeschi?
E poi, hanno preso in considerazione le attenzioni ormai costanti a cui sono sottoposti comportamenti di free riding internazionali? (“…The Macroeconomic Imbalances Procedure, developed as part of the EU’s increased focus on surveillance, should help increase the amount of attention paid to building external and internal imbalances; however, the procedure is somewhat asymmetric and does not appear to give sufficient attention to countries with large and sustained external surpluses like Germany…http://www.treasury.gov/resource-center/international/exchange-rate-policies/Documents/Foreign%20Exchange%20Report%20November%202012.pdf )?