1. About "All that jazz" (trad. dall'"idiomatico": "tutto l'agitarsi") che è susseguito alle dichiarazioni di Fassina al Financial Times, pari pari, nel tenore, a quelle di Bersani (cfr; parr 6 e 7) sempre al FT (e che concludono, in soldoni, con..."alleiamoci con Monti"), mi pare interessante commentare (e non solo perchè, indirettamente, me lo chiedono da...altri blog), questa "interessante" parte finale:
"...Ma Mr Fassina ha detto che non vede ragioni, per il centro-sinistra, di fare una nuova riforma del mercato del lavoro, ulteriore a quella approvata dal governo tecnocratico (sic: ndr) di Monti lo scorso anno.
- Non è difficile per gli imprenditori ("the business", in originale, ndr), licenziare gente, in Italia. Quello che non funziona è l'applicazione della legge. Per questo abbiamo necessità di riformare il sistema giudiziario- ha detto".
Wow! Ma 'sta applicazione della legge che "non funziona", mentre la legge invece è "ottima" (...e abbondante, disse il comandante), chi gliela ha spiegata così bene a Fassina?
No perchè la bellissima riforma dell'art.18, qualche problemuccio applicativo, può darlo. Ma proprio letterale. Insomma non è che la sua applicazione possa poi prescindere dal risolverlo questo problemuccio. Ah, ma certo, se "sbaglio la mira" (Legislatore), guardo al "fucile" ('sto giudice che non funziona mai e...proprio sul più bello!).
Nel paragrafo finale del post (par.9, "Conclusioni...") troverete le linee della "riforma costituzionale del sistema giudiziario" che conseguono, sul piano logico (o meglio "illogico"), alla premessa enunciata da Fassina al FT, e induttivamente, a tutto quanto i maggiori partiti italiani continuano a sostenere da 20 anni, senza che sia praticamente sollevata alcuna obiezione fondata su "dati attendibili" che, invece, ci descrivono una realtà "giudiziaria" ben diversa da quella che politica e media continuano a rappresentare agli italiani.
2. Ora: qui è il testo del "nuovo" art.18 (ero tentato di riportarlo per esteso, proprio per farvi vedere quale sia lo "spessore" logico-sintattico della utilissima riforma. Ma vi prego di provare a leggervelo tutto, questo "unico articolo", e vi assicuro che non è "l'unica" normativa che viene formulata in questo modo e con questa splendida chiarezza).
Ma...no, colpo di scena! Non posso resistere, ve lo metto nel testo integrale (poi chi non è interessato può saltarlo: magari è troppo complicato e non sia mai che la legge che lo riguarda se la debba vedere. Oddio, si può essere precari o in cassa integrazione e allora avrebbero raggggione, ma certo spero che per loro non sia una grande consolazione, perchè la "guerra tra i poveri", non è una gran cosa e fa, guarda un pò, il "loro" gioco).
NDR: i numeri dei commi (e il nertto) li ho aggiunti "pirsonalmente di pirsona", se no, per come è stata redatta la legge (nell'era "che...la semplificazione normativa la vuole l'Europa"), non ci si capirebbe mezzo tubo (l'altro mezzo non lo si capisce comunque).
"Art. 18 Tutela del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo
In vigore dal 18 luglio 2012
1. Il giudice, con la sentenza con la quale dichiara la nullità del licenziamento perché discriminatorio ai sensi dell'articolo 3 della legge 11 maggio 1990, n. 108, ovvero intimato in concomitanza col matrimonio ai sensi dell'articolo 35 del codice delle pari opportunità tra uomo e donna, di cui al decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, o in violazione dei divieti di licenziamento di cui all'articolo 54, commi 1, 6, 7 e 9, del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, e successive modificazioni, ovvero perché riconducibile ad altri casi di nullità previsti dalla legge o determinato da un motivo illecito determinante ai sensi dell'articolo 1345 del codice civile, ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto e quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro. La presente disposizione si applica anche ai dirigenti. A seguito dell'ordine di reintegrazione, il rapporto di lavoro si intende risolto quando il lavoratore non abbia ripreso servizio entro trenta giorni dall'invito del datore di lavoro, salvo il caso in cui abbia richiesto l'indennità di cui al terzo comma del presente articolo. Il regime di cui al presente articolo si applica anche al licenziamento dichiarato inefficace perché intimato in forma orale.
2. Il giudice, con la sentenza di cui al primo comma, condanna altresì il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata la nullità, stabilendo a tal fine un'indennità commisurata all'ultima retribuzione globale di fatto maturata dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione, dedotto quanto percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative. In ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità della retribuzione globale di fatto. Il datore di lavoro è condannato inoltre, per il medesimo periodo, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali.
3. Fermo restando il diritto al risarcimento del danno come previsto al secondo comma, al lavoratore è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un'indennità pari a quindici mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, la cui richiesta determina la risoluzione del rapporto di lavoro, e che non è assoggettata a contribuzione previdenziale. La richiesta dell'indennità deve essere effettuata entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza, o dall'invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se anteriore alla predetta comunicazione.
4. Il giudice, nelle ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, per insussistenza del fatto contestato ovvero perché il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili, annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro di cui al primo comma e al pagamento di un'indennità risarcitoria commisurata all'ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative, nonché quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione. In ogni caso la misura dell'indennità risarcitoria non può essere superiore a dodici mensilità della retribuzione globale di fatto. Il datore di lavoro è condannato, altresì, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello della effettiva reintegrazione, maggiorati degli interessi nella misura legale senza applicazione di sanzioni per omessa o ritardata contribuzione, per un importo pari al differenziale contributivo esistente tra la contribuzione che sarebbe stata maturata nel rapporto di lavoro risolto dall'illegittimo licenziamento e quella accreditata al lavoratore in conseguenza dello svolgimento di altre attività lavorative. In quest'ultimo caso, qualora i contributi afferiscano ad altra gestione previdenziale, essi sono imputati d'ufficio alla gestione corrispondente all'attività lavorativa svolta dal dipendente licenziato, con addebito dei relativi costi al datore di lavoro. A seguito dell'ordine di reintegrazione, il rapporto di lavoro si intende risolto quando il lavoratore non abbia ripreso servizio entro trenta giorni dall'invito del datore di lavoro, salvo il caso in cui abbia richiesto l'indennità sostitutiva della reintegrazione nel posto di lavoro ai sensi del terzo comma.
5. Il giudice, nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, dichiara risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un'indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, in relazione all'anzianità del lavoratore e tenuto conto del numero dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell'attività economica, del comportamento e delle condizioni delle parti, con onere di specifica motivazione a tale riguardo.
6. Nell'ipotesi in cui il licenziamento sia dichiarato inefficace per violazione del requisito di motivazione di cui all'articolo 2, comma 2, della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni, della procedura di cui all'articolo 7 della presente legge, o della procedura di cui all'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni, si applica il regime di cui al quinto comma, ma con attribuzione al lavoratore di un'indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata, in relazione alla gravità della violazione formale o procedurale commessa dal datore di lavoro, tra un minimo di sei e un massimo di dodici mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, con onere di specifica motivazione a tale riguardo, a meno che il giudice, sulla base della domanda del lavoratore, accerti che vi è anche un difetto di giustificazione del licenziamento, nel qual caso applica, in luogo di quelle previste dal presente comma, le tutele di cui ai commi quarto, quinto o settimo.
7. Il giudice applica la medesima disciplina di cui al quarto comma del presente articolo nell'ipotesi in cui accerti il difetto di giustificazione del licenziamento intimato, anche ai sensi degli articoli 4, comma 4, e 10, comma 3, della legge 12 marzo 1999, n. 68, per motivo oggettivo consistente nell'inidoneità fisica o psichica del lavoratore, ovvero che il licenziamento è stato intimato in violazione dell'articolo 2110, secondo comma, del codice civile. Può altresì applicare la predetta disciplina nell'ipotesi in cui accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo; nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo, il giudice applica la disciplina di cui al quinto comma. In tale ultimo caso il giudice, ai fini della determinazione dell'indennità tra il minimo e il massimo previsti, tiene conto, oltre ai criteri di cui al quinto comma, delle iniziative assunte dal lavoratore per la ricerca di una nuova occupazione e del comportamento delle parti nell'ambito della procedura di cui all'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni. Qualora, nel corso del giudizio, sulla base della domanda formulata dal lavoratore, il licenziamento risulti determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari, trovano applicazione le relative tutele previste dal presente articolo.
8. Le disposizioni dei commi dal quarto al settimo si applicano al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici lavoratori o più di cinque se si tratta di imprenditore agricolo, nonché al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che nell'ambito dello stesso comune occupa più di quindici dipendenti e all'impresa agricola che nel medesimo ambito territoriale occupa più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa più di sessanta dipendenti.
9. Ai fini del computo del numero dei dipendenti di cui all'ottavo comma si tiene conto dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unità lavorative fa riferimento all'orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge e i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e in linea collaterale. Il computo dei limiti occupazionali di cui all'ottavo comma non incide su norme o istituti che prevedono agevolazioni finanziarie o creditizie.
10. Nell'ipotesi di revoca del licenziamento, purché effettuata entro il termine di quindici giorni dalla comunicazione al datore di lavoro dell'impugnazione del medesimo, il rapporto di lavoro si intende ripristinato senza soluzione di continuità, con diritto del lavoratore alla retribuzione maturata nel periodo precedente alla revoca, e non trovano applicazione i regimi sanzionatori previsti dal presente articolo.
11. Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.
L'ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.
Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo comma ovvero all'ordinanza di cui all'undicesimo comma, non impugnata o confermata dal giudice che l'ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all'importo della retribuzione dovuta al lavoratore."
Ve ne riassumo il senso: la reintegrazione viene limitata al caso del licenziamento discriminatorio, o, ancora, in materia disciplinare, a quello ingiusticato perchè comminato per "fatti insussistenti" (accertati come non veri), ovvero, se al di fuori della materia disciplinare, "manifestamente inussistenti". E si precisa il concetto di licenziamento "discriminatorio", in modo da limitarlo ai casi riconducibili a leggi che non potevano contestualmente abrogare...pena una "fastidiosa" incostituzionalità e l'introduzione di una disciplina peggiorativa rispetto a qualsiasi altro paese europeo.
Si legittima quindi il licenziamento individuale per "motivi economici" ("oggettivo"), dovuti a esigenze organizzative dell'impresa, sulle quali si opera una peculiare "inversione dell'onere della prova": cioè è il lavoratore a dover dimostrare il carattere discriminatorio, la natura disciplinare "dissimulata", ovvero la "manifesta" insussistenza dei fatti, perchè qualunque ragione "economico-aziendale" sarà considerata valida "fino a prova contraria".
Attenzione: si tratta di una via comunque più vantaggiosa per il datore, poichè, a differenza che nel caso del licenziamento "disciplinare", la mera insussistenza dei fatti non porta al reintegro, occorrendo invece, per l'appunto, dimostrare la "manifesta insussistenza" ed essendo la prova della "insussistenza", comunque, molto più difficile da fornire rispetto a fatti disciplinarmente rilevanti (che sono violazioni legate a comportamenti che o ci sono stati e con quella gravità, o non ci sono stati). Mentre una "nuova" organizzazione del lavoro, dovuta a mutamenti di processo o di prodotto, dettate da esigenze complese di mercato, che esiga un diverso livello di organico, di un "certo tipo professionale", è, ovviamente, molto più difficile da "smontare" e per di più per arrivare a dimostrarne la "manifesta" insussistenza.
Si tratta di licenziamenti individuali: quindi che ragioni organizzative e di andamento dei processi produttivi, ovvero congiunturali ("l'euro", ma questo per "loro" non esiste), possano incidere discriminatoriamente sulla singola posizione, ovvero in base ad asserzioni datoriali del tutto infondate, e immediatamente rivelatesi come tali, è, in linea logica, teorica e pratica, piuttosto difficile da dimostrare.
E a loro volta, i datori, non devono dimostrare il quadro organizzativo aziendale, ma solo "ostentarlo" possibilmente in un "aziendalorum", il più criptico e "facite ammujna" possibile. E smontare "prima facie" la ridda di fatti adducibilii, o anche il loro "coprire" ragioni discriminatorie" (ulteriore e distinto aspetto da provare), non è roba facile.
Se incido su una posizione individuale sarà sempre perchè non ritengo quel lavoratore utilizzabile proficuamente (anche su un altro posto, anche consentendogli ulteriore formazione), proprio lui e, allora, me ne libero coi motivi economici, evitando di mettere in mezzo motivi disciplinari (cioè dovrebbe essere, in realtà, che il dipendente non rende "veramente" e oggettivamente, mica solo perchè guarda male i "quadri" e magari fa attività sindacale: sarebbe discriminatorio...sempre che lo dimostri).
Attenzione, quindi, ribadisco (dicono che non si capisce quello che dico: purtroppo sono molto limitato. Per Fassina invece è tutto semplice e comprensibile): se il dipendente dimostra che un licenziamento economico sia "fuori dei presupposti", deve anche dimostrare che sia o adottato in base a fatti manifestamente pretestuosi e infondati (non basta che siano semplicemente "incerti" e opinabili), oppure che sia "disciplinare", nella sostanza (cioè disciplinare "dissimulato"), ma che la violazione commessa non era tale o che era punita con sanzione minore del licenziamento. Altrimenti il posto lo perdo comunque, anche avendo ragione.
Come vedete è un bel "macello": ma per spiegarne meglio le implicazioni, tiro fuori ciò che ho già esposto (invano naturalmente) nei miei interventi sul FQ (in margine agli interventi di Bruno Tinti che ci vedeva, nell'art.18 new edition, una cosa sacrosanta). Considerate che risalgono alla primavera scorsa. Ma ancora valgono. Anzi.
Potremmo chiamare l'argomento così:
3- RIFORMA DEL LAVORO E CRESCITA
...E cosa impedirà a tutti i licenziati di buttarla in caciara sul fatto che sono musulmani o gay o "figli dell'amore eterno" e dire che sono stati licenziati per discriminazione, dopo tutto ciò? Con una lievitazione ulteriore del contenzioso giurisdizionale (ce n'è proprio bisogno), per numero e complessità?