venerdì 22 febbraio 2013

"DECRESCISMO" E "TEORIA DEI MERCATI SATURI": KEYNES E' CATTIVO...E LA MANO INVISIBILE DEI NEO-CLASSICI METABOLIZZA LE "SINISTRE"

 

 

Commentiamo questo articolo (in alcune estese parti: l'intero è una punizione francamente eccessiva), rinvenuto anche in rete dopo la pubblicazione sull'Internazionale del 23 dicembre 2011. L'interesse non è certamente per l'obiettiva (in)attendibilità delle tesi in esso sostenute, ma per il loro valore "sintomatico" eloquente. Cioè il portato di una cultura che facendo leva sulla diffusa ignoranza di elementari principi economici, può alterare la percezione del "mondo" di vasti strati della popolazione.

La matrice dell'occultamento dei dati legati all'effettiva e corretta applicazione dei principi keynesiani, accomuna la teoria della "decrescita" alle teorie neo-classiche "deduttivistiche", cioè basate sulla soggettività arbitraria delle ipotesi di partenza, sviluppate poi in proposizioni di apparente buonsenso.

E non a caso: la teoria decrescista dei "mercati saturi", che "colpevolizza" le masse nei paesi occidentali, si basa su un sistematico abuso di teorie antropologiche che non hanno alcuna attinenza con la proiezione politico-economica che se ne vuole trarre. E che in sostanza appare "l'altra faccia della medaglia", sul versante della "sinistra", della pseudo-antropologia evolutiva da cui muove Von Hayek.

Entrambi gli approcci sono alla base del "debitopubblicocastacriccacorruzionespesapubblicaimproduttivabrutto".

Con lo stesso risultato: la creazione di un luogo comune manipolatore e condiviso che pone le classi dominanti al riparo da ogni consapevolezza democratica sui loro effettivi disegni e fa accettare alle disprezzate masse un virtuoso impoverimento, illudendole, per di più, di una conquistata superiorità etica. 

(nota metodologica: non ho inserito links perchè quelli pertinenti sono cosparsi per tutto il blog e poi ci penserete voi stessi, se vorrete, a segnalarmi i vostri più "eloquenti. E' un pò come in quei disegni da colorare per bambini: come vedrete il livello scientifico è più o meno quello)

 "La fine del capitalismo" di Wolfgang Uchatius, Die Zeit

Negli ultimi anni le economie dei paesi avanzati hanno prodotto un benessere fittizio, alimentato da consumi crescenti finanziati con il debito. La crisi ha dimostrato che il sistema così com’è non funziona più.

E qui mi casca subito l'asino: gli ultimi anni quali? E in quali economie dei paesi avanzati? La crescita dei paesi avanzati negli "ultimi anni", almeno a partire dall'inizio dell'era della liberalizzazione dei capitali, delle banche centrali indipendenti e della deflazione forzata, ha diffusamente registrato la flessione della dinamica incrementale dei consumi.
Cioè si aumentano i consumi meno di prima, si cresce perciò di meno di prima, e il consumo è sempre più sostenuto dal credito erogato dalla finanza dei paesi che, al loro interno, comprimono la domanda e, in primo luogo, proprio i consumi, proprio per poter esportare nelle economie produttive più deboli, e con più alta inflazione, che sono poste in crescente condizione debitoria verso l'estero, precipitandole poi in crisi economiche da bolle creditizie ove fasi di recessione, prolungate come non mai nel passato, sono caratterizzate, semmai, sistematicamente dal crollo dei consumi.


È arrivato il momento di cercare un’alternativa.
Ma davvero? Detto da un tedesco risulta alquanto paradossale, visto che è il paese che, per definizione, da decenni comprime i salari e, quindi i consumi interni, proprio per basarsi sulla esportazione, e cioè sui consumi degli "altri". L'appello, quindi, suona molto come un espediente moralista, basato su presupposti falsificati, per compattare un paese nello sforzo dell'imperialismo mercantilistico.

Molte migliaia di anni prima della grande crisi finanziaria, nel deserto africano del Kalahari viveva il popolo dei boscimani !kung. Uomini e donne piccoli e tenaci che uccidevano antilopi e zebre con le frecce avvelenate. Prima di mangiarle, però, ne dividevano le carni perché, secondo la tradizione, la preda di un cacciatore apparteneva anche agli altri.
All’inizio degli anni ottanta i !kung vivevano ancora nel Kalahari. Mentre il resto del mondo aveva inventato l’automobile, la bomba atomica e gli scambi azionari, loro continuavano a tirare frecce avvelenate. E continuavano a dividere tutto. Ma non è durato molto. Un giorno un antropologo statunitense ha notato alcuni importanti cambiamenti nei villaggi !kung. I cacciatori restavano a casa, le capanne erano costruite in modo che i vicini non potessero vedere cosa succedeva all’interno, e quasi tutte le famiglie si erano procurate una cassa con il lucchetto per custodire il loro patrimonio. Cos’era successo? Niente di particolare: il governo del Botswana aveva cominciato a scambiare merci con i !kung. L’economia di mercato era sbarcata anche nel deserto del Kalahari. Un piccolo popolo aveva scoperto i piaceri della proprietà. Per i !kung, quello è stato l’inizio del capitalismo.
Ecco che emerge l'antropologismo propagandistico: il capitalismo nasce quando nasce la proprietà? E solo perchè il "governo" (???) "scambia" merci con i cacciatori-raccoglitori? Le soluzioni sono due: o si trattava di baratti, oppure qualcuno doveva aver fatto credito ai !kung.
In entrambi i casi, se questi non hanno cambiato (in quel momento...) le loro abitudini, di caccia-raccolta, il capitalismo non può essere iniziato, dato che si tratterebbe solo di una alterazione non decisiva dei beni disponibili. Se questi, come presumibile, ne facevano un uso diretto individuale, si verifica, limitatamente a quei beni, solo il venir meno della ragione cooperativa della caccia e della raccolta, ma la "produzione a fine di scambio" (non di autoconsumo) non si verifica e quindi non ci sono !kung "capitalisti". Avremo solo cacciatori-raccoglitori inquinati nel loro mondo dall'immissione di beni di utilità superiore a quella espressa dall'autoproduzione a uso individuale (magari attrezzi per scavare, particolari vestiti che consentono di risparmiare il tempo di raccolta e tessitura di quelli scarnamente già utilizzati). L'articolo nel suo pressappochismo non entra nei dettagli perchè l'autore difetta di queste nozioni elementari.
Insomma, per come ci è raccontato in questo esordio, parrebbe un triste episodio di sussidiazione a scopo di assimilazione, con il pericolo della fine della cultura indigena, ma senza la specializzazione di ruoli sociali, la divisione del lavoro e la segnalata finalità di produzione a fini di scambio, con l'introduzione di una qualche forma di moneta, che caratterizza una forma basica di capitalismo. L'assimilazione distruttiva, piuttosto, si verificherà, come vedremo, allorchè l'etnia in questione viene costretta a un sistema educativo-formativo che gli fa perdere i suoi skills naturali, evolutisi in quella situazione climatica e ambientale, da cui vengono fisicamente espropriati. 

Nel frattempo da noi è cominciata la fine del capitalismo, almeno nella forma in cui lo conosciamo oggi. Per capire cos’è successo  è utile richiamare l’immagine usata dall’economista austriaco Joseph Schumpeter per descrivere l’essenza del capitalismo: la macchina. Una metafora perfetta, dal momento che il successo dell’economia di mercato è legato indissolubilmente alle innovazioni tecnologiche, come la macchina a vapore, la locomotiva, l’altoforno e la catena di montaggio. Per questo è facile descrivere l’intero sistema come un’unica grande macchina che produce sempre qualcosa e in quantità sempre maggiori. Oggi, per esempio, un tedesco ha a disposizione televisori, libri, mobili, radio, fotocamere digitali, lavatrici, cellulari, automobili, computer. In totale possiede diecimila oggetti diversi. E dal momento che le aziende producono sempre nuovi oggetti, si può dire che la macchina raggiunge il suo scopo solo se le persone continuano a comprare.
Aridaje! Ricomincia a esortare i tedeschi a comprimere ulteriormente i consumi, facendo, strano caso, gli interessi delle elites industriali e finanziarie, che certamente non si sentono coinvolte nel mero possesso di televisori e lavatrici...

Una cifra illuminante.
Alla fine degli anni ottanta la grande macchina ha ricevuto un nuovo inaspettato slancio. Dopo la caduta del muro di Berlino il capitalismo si è diffuso in tutto il mondo, fino agli angoli più remoti dell’Europa orientale, dell’Asia e dell’Africa. Ha trovato nuovi mercati dappertutto: in Ucraina, Romania, India, Cina, Vietnam, Cambogia e perfino tra i !kung. Dopo essersi sviluppato nei paesi industrializzati dell’Europa e del Nordamerica, il capitalismo ha realizzato la sua espansione globale in diverse fasi, tutte innescate da una forte crescita economica.
Ora, quindi, la macchina capitalistica dei paesi industrializzati dovrebbe andare al massimo e l’economia dovrebbe crescere a ritmi senza precedenti. Dovrebbe, ma in realtà è successo il contrario, qualcosa di strano e inaspettato.
Facce capì, Wolfgang: il capitalismo si è diffuso in tutto il mondo "dopo la caduta del muro di Berlino"? "fino agli angoli più remoti dell'Europa orientale"? O piuttosto ha trovato "nuovi mercati"? Che volevi di'? Sì perchè non è proprio la stessa cosa: il capitalismo, almeno nelle forme basiche dette sopra, preesisteva e cercava comunque di scambiare (indipendentemente da chi sia il proprietario dei mezzi di produzione e da quale sia lo specifico regime della proprietà individuale), e quindi di "commerciare", sempre e comunque, in tutto il mondo, o almeno coi vicini (entro certi limiti "politici" che erano propri dei paesi del socialismo "reale"): quello che può essere cambiato è il regime giuridico degli scambi internazionali, quale l'esistenza di dazi, di limiti legali all'apertura al commercio estero, e, soprattutto, di limiti alla circolazione dei capitali. Insomma, non ci descrive il capitalismo che si estende, ma una sua forma, peraltro già esistente, ma in diversa misura, che è quella della "apertura" dei mercati. Il che è un pò diverso, Wolfgang.



La macchina non funziona più come prima.
Una cifra è illuminante: 354 miliardi di euro. Rappresenta la crescita del pil tedesco tra il 2000 e il 2006, quindi prima dell’inizio della crisi. Se consideriamo che i tedeschi sono 82 milioni, questo significa che in quegli anni il loro reddito medio è cresciuto di 4.317 euro. Una cifra inferiore al passato. Ma non bisogna essere troppo avidi. Del resto, con 4.317 euro si possono comprare un bel po’ di cose. Il vero significato dei 354 miliardi di euro è un altro. Lo si capisce quando si confronta questa cifra con l’aumento del debito pubblico tedesco tra il 2000 e il 2006: 342 miliardi. È quasi la stessa cifra del pil. Già prima della crisi, quindi, la Germania ha raggiunto il suo benessere indebitandosi sempre di più. In pratica, il paese si è fatto prestare il benessere. La crescita è stata fasulla. La macchina dell’economia tedesca corre, ma corre a vuoto.
Questo non basta per far dubitare del capitalismo. L’inizio del terzo millennio non è stato facile per le imprese tedesche. I costi del lavoro sono alti, la concorrenza sul mercato internazionale è feroce, l’economia tedesca è ingessata da un numero eccessivo di leggi. Forse, quindi, non siamo di fronte a un problema del capitalismo, ma a un problema esclusivamente tedesco. In fondo, ci sono diversi modelli di macchina capitalistica: accanto al sistema tedesco, per esempio, ci sono quello francese, l’americano, il giapponese.
Oh! Finalmente Wolfgang ci fornisce il dato di questa "spaventosa" crisi: ma come il PIL cresce meno di prima e tu non sai che ciò vuol dire che c'è (anche) esattamente quel minor incremento, o addirittura il decremento, dei consumi, ciò che contraddice in partenza la tua stravagante ipotesi? Comunque sia apprendiamo quale sia il segno "inequivocabile" della crisi del capitalismo immaginario/decrescista di Wolfgang: è aumentato il debito pubblico! E te pareva!
Ma la perla è che il "vero significato" della crescita del PIL, (peraltro esemplificata intempestivamente, per il 2000-2006, e proprio laddove, in Germania, si è pacificamente verificata una flessione, output-gap, rispetto alla crescita possibile in quegli anni in confronto alla media europea), è che ci sia stato un incremento del debito pubblico "eccessivo" (peraltro, per come ce la presenta è manifestamente falso: il debito pubblico ha un incremento indicato dello 0,96% del PIL, quindi inferiore all'incremento del PIL stesso e ciò avrebbe dovuto condurre a un decremento del rapporto debito/PIL). Comunque sia 'sto debito è eccessivo, per Wolfgang: sì ma rispetto a quali parametri misurabili e significativi di sostenibilità?
Ovviamente Wolfgang non ne sa nulla di nulla. Per lui il debito (pubblico? privato? e che importanza ha? Sempre di colpa si tratta e non bisogna troppo sottilizzare, anche se il debito pubblico non ha nulla a che fare coi consumi privati) semplicemente non può aumentare: se aumenta in termini assoluti, anche se diminuisce in rapporto al PIL, nella sua mentalità, vuol dire che si è consumato di più di quello che si poteva...il che non torna aritmeticamente, ma a lui non importa. L'importante è poter dire che si è "vissuti al di sopra delle proprie possibilità"! E giù tutti a bersela, compresi i lettori italiani dell'Internazionale.
Peccato che l'aumento del debito di quegli anni, in Germania, sia dovuto non all'aumento dei consumi, smentendo l'ipotesi "sfortunata", (poteva pure sceglierselo un altro periodo!), ma al contrario a un aumento della disoccupazione, con intenzionale conseguenza della compressione salariale, sostenuto il tutto però da un notevole incremento del welfare sociale, previsto dalle riforme Hartz: cioè semmai il debito abbia avuto un incremento (sempre che la cifra dell'aumento sia "reale", cioè al netto dell'inflazione, ma chiederemmo troppo a Wolfgang), ciò è stato dovuto, come è noto, a tutti tranne che a Wolfgang, non all'aumento dei consumi ma all'aumento del deficit pubblico, cioè al maggior indebitamento da spesa pubblica che unilateralmente e in violazione degli scopi cooperativi del trattato UEM la Germania ha posto in essere per poter esportare di più.
 

Ognuno si distingue leggermente dall’altro in base alle leggi, ai contratti di lavoro, ai governi e ai sindacati. (Ecco appunto: i tedeschi si vogliono distinguere ma non per consumare di più; al contrario per impedirsi di consumare troppo e per indurre gli altri paesi a consumare la loro produzione).
Ma forse negli altri grandi paesi industrializzati la macchina ha continuato a correre. E invece no. La situazione è la stessa dovunque. Che si tratti del capitalismo liberista statunitense, di quello centralizzato francese o del sistema giapponese basato sulla logica del consenso: se si toglie la scorza dei debiti, il frutto della crescita economica è minimo.
Ma che dice? Negli altri paesi UEM, compresa la Grecia (ma forse i PIGS non sono paesi ma "sotto-paesi" indegni di essere considerati occidentali e capitalisti, limitati a USA, Francia e Giappone), nel periodo 2000-2006, si cresceva eccome e il debito diminuiva, non aumentava: il debito (tedesco) aumenta se aumento la spesa pubblica sociale per welfare per disoccupazione provocata a fini di deflazione salariale. Lo ripeto perchè Wolfgang sicuramente non l'ha ancora capito e, c'è il caso, neppure i suoi lettori italiani, dato che in maggioranza discorsi di questo tipo li eccitano e li spingono persino a votare..contro ogni logica e interesse personale :-)

Attenzione, non stiamo parlando di come evitare il problema dell’indebitamento. Anzi, per essere chiari, è bene sapere che i debiti sono l’essenza dell’economia di mercato. Il nostro capitalismo funziona così: qualcuno – lo stato o un imprenditore privato, poco importa – si fa prestare del denaro, diciamo un milione di euro, e lo usa per produrre oggetti che possano piacere alla gente.
Decide, per esempio, di investire il milione di euro in acciaio. Compra gli strumenti necessari per lavorarlo, assume lavoratori e alla fine fabbrica delle automobili che vende in blocco per due milioni di euro. In questo modo si crea il plusvalore, il benessere, la vera crescita economica. È così che si avvia la macchina della ricchezza e i diecimila prodotti a disposizione di un tedesco diventano ventimila. Con questo obiettivo, secondo la logica del capitalismo dei paesi sviluppati, lo stato chiede in prestito un milione di euro (???...rectius "logica di Wolfgang", ndr). Oggi, però, il plusvalore e il benessere sono entità molto labili. Infatti crescono solo i debiti.
Non c'è dubbio: ha le idee inguaribilmente confuse. E notare che è riuscito a non usare MAI LA PAROLA "BANCHE". Vorrà dire qualcosa?
Perchè mai, infatti, un imprenditore pubblico o privato chiedendo credito alle banche (e dillo! Wolfgang!), cioè contraendo debito privato, dovrebbe incrementare il debito pubblico? Wolfgang non lo sa (o forse è abituato alla massiccia tendenza al sussidio pubblico alle esportazioni dei tedeschi, e da' per scontato che il capitaslimo funzioni sempre così. E' una sagoma!) . E temiamo che, alla sua età e con la sua sicumera, non lo capirà mai. Sta di fatto che afferma, senza alcuna vergogna o dubbio, che ogni investimento (privato, anche se effettuato da un'impresa pubblica), normalmente finanziato dal sistema bancario (privato), "nella logica del capitalismo", si traduce automaticamente in equivalente ammontare di debito pubblico!!!

giovedì 21 febbraio 2013

BARBARA SPINELLI E IL "PENSIERO UNICO" SULL'EUROPA. IL "SOFFIO INUDITO" DELLA COSTITUZIONE

Dunque: ci siamo imbattuti (in rete, naturalmente) in questo pezzo di Barbara Spinelli..
Riguarda il "circuito informativo" che si sta creando nel web e, nelle argomentazioni della Spinelli, abbiamo trovato alcune analisi interessanti, ma "piegate" all'esigenza di conservazione "contro" un certo movimento politico che, nel circuito informativo della rete, ha trovato la sua genesi e la sua cifra di espressione.
Viziate da questa esigenza "confutativa" e "a priori", le "osservazioni" della Spinelli ci paiono perdere di coerenza e persuasività nello sviluppo che presceglie.
Ne riportiamo le parti più significative, espunte da riferimenti a partiti o personaggi politici, in modo da evitare l'aspetto "strumentale" e contingente che ci pare meno interessante.
Vediamo cosa dice nella parte "analitica" del fenomeno "web", con riguardo alla sua attitudine complessiva a generare partecipazione civile (come una nuova agorà effettiva e tangibile) e informazione libera (che non fa un soldo di danno, cosa su cui speriamo tanto che la Spinelli sia d'accordo):
"...c'è un'idea di democrazia diretta (nel pensiero "politico" che si sviluppa in rete, ndr.) che usa l'informazione non per seminare conoscenze ma per forgiare un pensiero unico sull'Italia, l'Europa, il mondo. Il suo mezzo non è più la televisione: questa scatola più che mai tonta, come la chiamano gli spagnoli".

Su questo punto sono naturali alcune obiezioni: è chiaro che, riferita alla precisa "forza politica" che, unica per ora, è emersa sulla rete, lo specifico effetto paventato, "il pensiero unico", non deriva del "mezzo", il web, ma dal "metodo" con cui, nel caso in questione, è stata utilizzato.
Ma, a sua volta, questo metodo non è il segno di un'emancipazione evolutiva (segnalata come sviluppo negativo per la democrazia dalla Spinelli) conseguenza necessaria della rete. Al contrario, questo "metodo" è stato sì CONSENTITO DALLA RETE, ma è il frutto simmetrico del pensiero unico sull'Italia, l'Europa, il mondo" che i media tradizionali ci hanno offerto.
E' insomma più il contraccolpo del modo di agire e di informare di quel "potere", politicamente connotato e assurto a governance incontestabile, che fa capo a questo pensiero unico mitizzato dai media tradizionali, PROPRIO SULL'EUROPA.

Anche quando si parla di "Italia" nel modo dei media "ufficiali", in effetti, si parla di Europa in modo "traslato", dato che dal mito dell'Europa e, in particolare dell'euro, che "loro" stessi, e non altri, hanno scelto di far coincidere con l'Europa, discendono sia la privazione, rispetto alle istituzioni democratiche costituzionali, della sovranità monetaria e fiscale, sia l'occultamento strisciante di tale privazione.
Questo mi obietterete è il "tema" di questo blog: ma a ben vedere non lo diciamo da un punto di vista "particolare".
Lo sarebbe se la Costituzione -il patto fondamentale alla base dello stesso concetto di democrazia "vivente" (e non astrattamente "parlata" dai giornalisti coinvolti nel predetto occultamento)- fosse solo uno degli aspetti possibili del pensiero politico del web.
Ma non lo è:  e, prima ancora, non può esserlo, perchè la Costituzione è la madre di tutti i possibili aspetti della democrazia vivente.
E la democrazia costituzionale non coincide con il fatto che si voti: si estrinseca piuttosto nel fatto che le istituzioni elettive DECIDANO conformente agli obiettivi e alla tutela degli interessi indicati in Costituzione! Altrimenti le elezioni diventerebbero un vuoto rito a "copertura" di un patto democratico fondamentale in concreto ignorato.
E quali possono essere questi obiettivi e interessi tutelati dalla Costituzione e quindi obbligatoriamente dalle istituzioni?
Il benessere dei cittadini, il concetto stesso di cittadinanza e dei suoi contenuti di "diritto di prestazione" nei confronti dello Stato, l'estensione, costituzionalizzata anch'essa, di tali prestazioni ai diritti sociali imperniati sul valore del "lavoro".
Non ripeterermo ciò che costantemente viene qui analizzato e spiegato. Almeno non per i lettori abituali...

Semmai è la Spinelli a non rendersi conto che il pensiero unico sull'Europa ha generato una reazione, un contro-pensiero, che lei "teme", che "sembra" parlare di Italia e sembra alludere alle apparenti divisioni fra fazioni e presunte "visioni" della nostra vita politica, ma che necessariamente è il riflesso, in parte inconsapevole, di come non ci sia più la democrazia di governo fondata sul lavoro, proprio a causa della privazione della sovranità monetaria e, per corollario ormai conclamato e contrario alla stessa Costituzione, anche di quella fiscale.
Anzi, più esattamente, in omaggio alle teorie economiche che sono alla base di tale idea di privazione della sovranità, della propagazione di essa alla NEGAZIONE STESSA DEL RUOLO DELLO STATO COME ENTITA' RAPPRESENTATIVA DEI CITTADINI E DEL LORO VALORE UMANO, CENTRALE,  DI LAVORATORI.

Ma l'effetto divorante (della democrazia) del pensiero unico sull'Europa non si ferma a questo.
L'inganno-occultamento di questa eversiva realtà "di fatto compiuto", nella quale la maggioranza dei cittadini, deprivati, non pare volersi risvegliare, è che chiunque, nelle forze politiche tradizionali come in quelle nuove, ma simmetriche, nate sul web, non parli della perdita della sovranità fondamentale, del contenuto incomprimibile della cittadinanza, dello svuotamento del ruolo costituzionale dello Stato, finisce per offrire parole vuote che tali si riveleranno, inevitabilmente, alla prova dei fatti e dei risultati drammatici, per il benessere generale, che essi genereranno.
E su questo mi limito a richiamare la frettolosità con cui si continua ad attribuire- da parte dei media ufficiali come pure della opposizione "simmetrica" nata sul web- un ruolo centrale nella crisi al debito pubblico (e quindi alla spesa pubblica associata in automatico alla corruzzZzione), senza mai considerare l'aspetto della interdipendenza dei saldi "settoriali". Eppure sono, da entrambe le parti, così sicuri delle rispettive affermazioni sulle cause dell'attuale crisi...

Non serve allora, come fa ancora la Spinelli, ragionare sul "soffio" della parola "lavoro" in un contesto (la campagna elettorale) che, negli atti già adottati dalle nostre istituzioni prone all'Europa, e in quelli che promettono comunque di adottare in nome di essa, implica necessariamente l'accettazione supina della ideologia economica che nega il lavoro e lo vede come un ostacolo, una mancanza di flessibilità e di "adeguatezza" ai tempi e ai modelli che confusamente, anzi occultamente, ci hanno voluto imporre:
"...In ogni mutazione c'è qualcosa da preservare, da non uccidere. Altrimenti entriamo nella logica del potere indiscutibile, legibus solutus, anelato da xxxx. A questa mutazione, i partiti più o meno vecchi reagiscono spesso con lo smarrimento, se non l'afonia. Non gridano, è vero. Il centro-sinistra in particolare ripudia il modernismo della personalizzazione: ci sono anacronismi che durano ben più del Nuovo. Ma sul mondo che cambia è terribilmente indietro, senza vocabolari né inventività. Tanti cittadini sono delusi dal ceto politico.
Reagiscono moltiplicando le richieste di rendiconto, con rotolanti cori di «perché». Chiedere « un po'più di lavoro», come fa xxxx, è un soffio quasi inudito."
Il modernismo che crea il rigetto non è quello della "personalizzazione": la gente non è certo impoverita a causa di essa.
E "legibus solutus" non è questo o quel politico, ma chiunque riproponga acriticamente il pensiero unico dell'Europa, dato che esso nega in blocco la legittimazione democratica di tutte le leggi: cioè la Costituzione.
Per questo la Spinelli non pare accorgersi che il problema non è quello di menzionare la parola "lavoro", quanto quello di avere il coraggio di richiamare esattamente e senza infingimenti, il valore della Costituzione e la irrinuciabile serie di obblighi, non di "concessioni", benevole ed incerte, da chiedere in Europa, che la stessa Costituzione pone a carico di chiunque voglia legittimamente proporsi come governante.

mercoledì 20 febbraio 2013

LA FRANCIA DI HOLLANDE ALLA ROULETTE RUSSA DELL'EURO

Nel precedente post abbiamo accostato la rinuncia "di fatto" della Francia al fiscal compact, e quindi alle politiche deflattive ("Mantenga" l'inflazione...), agli sviluppi dello scenario economico internazionale preannunziati dal G20 di Pietroburgo, e l'insieme di questi effetti, in un apparente paradosso, al Tramonto dell'euro.
In effetti, la "eccezione" Francia dovrebbe consentire alla Germania di mantenere in vita l'euro non tanto per avvantaggiarsi di una possibile espansione del proprio export nell'area euro, obiettivo a cui realisticamente pare aver rinunziato (in questa fase), quanto alla possibilità effettiva, per l'attuale maggioranza di governo di:
- presentarsi alle elezioni di settembre con il distintivo dello "sceriffo" anti-inflazione;
- poter sfruttare il "fiscal compact" come strumento di definitiva spinta alla "deindustrializzazione avanzata" dei concorrenti nell'area "occidentale" (con le svendite generalizzate degli assets dei paesi debitori dell'area UEM). Potendo così rivolgersi a "est" per perseguire quel ruolo di potenza commerciale globale non più minacciato a occidente dalla concorrenza  dell'eurozona, sostanzialmente ridotta a "area economica esclusiva" di tipo coloniale.

Sia sufficiente o meno questa strategia a garantire la prosecuzione della prosperità germanica, essa si fonda essenzialmente su quattro presupposti:
a) che l'Italia (come più importante economia "servente" del disegno deflazionista egemone) continui nella sua politica economica di austerity, prona agli interessi esclusivamente tedeschi;
b) che sia sufficiente garantire l'eccezione "politica" francese dai vincoli del fiscal compact, consentendole di non ridurre il deficit, per dare quel tanto di sostegno pubblico all'economia transalpina da impedirne l'entrata in recessione, disinnescando quindi una intempestiva fuoriuscita dall'euro;
c) che, al contempo si riesca ad evitare la reazione politica degli altri paesi mediterranei, Spagna in testa, ma anche Portogallo e Grecia, magari saldatasi con quella della Francia e, in estrema ipotesi, della stessa Italia;
d) che, infine, la convenienza russa a prestarsi da gigantesco hub-corridoio per le merci cinesi e da "riserva" di materie prime a prezzi privilegiati (grazie anche alla forza valutaria mantenuta dai tedeschi ad ogni costo), trovi sufficiente remunerazione nel travaso di merci e tecnologie tedesche, riuscendo a garantire simultaneamente il rafforzamento dell'economia russa e la sua integrazione stabile con quella tedesca (il famoso disegno della neo-egeomonia congiunta "drang nach ost").

Ora il punto è che questa strategia può realizzarsi solo se tali condizioni di svilupperanno congiuntamente in un timing opportuno. Se nel breve periodo anche solo una di tali condizioni politiche ed economiche non dovesse avverarsi, il disegno fallirebbe.
Diciamo subito che la condizione sub d) (il versante russo-cinese) è quella temporalmente più "lontana" (sebbene già in fase di avveramento) nella cronologia del "piano", essendo evidentemente pregiudiziale la "soluzione" (finale?) del problema UEM.
E diciamo altrettanto che, data la sua "audacia" politico-internazionale, questa fase "finale" è quella di realizzazione più incerta, includendo ostacoli politici sia nella imprevedibile instabilità politica russa,  sia nella comprensibile reazione degli USA, che rischiano, come già evidenziato, un isolamento economico senza precedenti, che si tradurrebbe nella loro definitiva "svalutazione" sulla scena poliica mondiale.
Impossibilitata a raggiungere il rilancio della propria dimensione industriale, già intrapreso da Obama, e  vedendo avverarsi le condizioni per la perdita della stessa capacità del dollaro di costituire il mezzo di pagamento del commercio mondiale, l'America si troverebbe a fronteggiare, indebolita, anche la reazione del sub-continente Americano e l'erosione dei "restanti" BRICS.
Mai come ora per gli USA, (nonostante la smentita delle analisi frettolose in senso diverso, tanto alla moda nella politica italiana), hanno interesse ad una partnership rafforzata con l'Europa, per conservare la domanda e il sostegno politico di quella che è sempre rimasta l'area economico-commerciale più importante del mondo. Ma di questo abbiamo già parlato e vedremo quali saranno gli sviluppi.

Ma è la condizione sub b) quella che attira maggiormente l'attenzione in termini di attualità.
Se non altro perchè la condizione a) (Italia che cessa di essere servente degli interessi tedeschi) è "culturalmente" ancora troppo lontana, data la forte radicazione, nella maggioranza dell'opinione pubblica, dell'idea che l'euro sia una sorta di "male necessario" (per proteggersi dalla Cina....?), legato al mito, ormai dogmatizzato, dell'Europa come "sogno" di futura prosperità, a sigillare il quale i media italiani spargono la loro ormai vacillante (ma non abbastanza) opera di sedazione della "ragione".
Dunque l'interrogativo cruciale per la Germania è: è sufficiente a garantire la propria strategia di colonizzazione europea, via euro, consentire alla Francia di "non ridurre" il deficit nella misura prevista dal fiscal compact?

Se diamo retta a Carlo Pelanda, parrebbe di sì, col solo inconveniente che tale "accordo" farebbe fuori l'Italia. Infatti, posto che il cambio di paradigma di USA, Giappone e emergenti Sudamericani tende ora a orientare la politica monetaria non più sul mantenimento di un certo tasso di inflazione, ma su un obiettivo di riduzione della disoccupazione, l'effetto "svalutativo"-inflattivo di ciò implicherebbe una contrazione dell'export dell'area euro di circa il 30%.
L'attenuazione del rigore, dunque, permetterebbe alla Francia di rinunziare a richiedere politiche monetarie di "svalutazione competitiva", in modo da far arrivare la Merkel in posizione vantaggiosa alle elezioni e solo poi, pervenire a un nuovo accordo Francia- Germania di allentamento dello stesso fiscal compact.
Non ci soffermeremo nè sulla terminologia nè sulla attendibilità di concepire la politica monetaria come decisiva per la formazione del livello dei prezzi; quel che è certo è che nella visione di Pelanda, alla fine, con un pò di politica monetaria espansiva e un futuro "ammorbidimento" del rigore, sostanzialmente consentiranno "via inflazione" di "evitare una depressione". D'altra parte, a parte la (non trascurabile) incompatibilità della simultanea applicazione di principi neo-classici e curva di Philips di tipo "keynesiano", con previsione "sovversiva" dell'abbandono, in UEM, del dogma della politica monetaria "credibile" (cioè solo deflazionistica e come tale capace di riportare la disoccupazione al suo livello "naturale"), Pelanda, (laureato in scienze politiche e studioso dei "sistemi") è uno dei tanti che sosteneva che l'agenda Monti è irrinunciabile.

Se dobbiamo invece dar retta a Jacques Sapir (qui nella traduzione di "Vocidall'estero"), prestigioso economista francese, la risposta è negativa:
"La Francia è, come sappiamo, una delle meno integrate nella zona euro in quanto solo il 50% del nostro commercio internazionale si svolge con i nostri partner. Vale a dire che il resto del commercio internazionale della Francia si basa sulla sterlina, il dollaro, lo Yen o anche altre valute. È per questo che un aumento dell'euro ha delle conseguenze disastrose per la nostra economia. L'impatto è stato calcolato nell'1% in meno di crescita ogni volta che l'euro si apprezza del 10%. Oggi, e tenuto conto che la zona euro è in recessione, il potenziale di crescita trainata dalle esportazioni sta in gran parte al di fuori della zona euro. Ciò suggerisce che il potenziale impatto dell'aumento dell'euro rispetto alle altre valute avrà conseguenze ben più gravi di quello che è stato calcolato nel 2008, e si può supporre che dovremmo affrontare una contrazione di -1,2% per un apprezzamento del 10% dell'euro.

Supponendo, in un'ipotesi molto ottimista, che questo apprezzamento duri solo per il primo semestre, alla fine dell'anno ci troveremmo di fronte a un'ulteriore contrazione dello 0,6% della nostra crescita. Abbiamo già spiegato perché la previsione del governo di una crescita dello 0,8% non ha alcuna possibilità di materializzarsi 1 .
La prognosi più ottimista è di una crescita zero (0,0%) e la prognosi pessimistica è di circa -0,5%. A queste cifre dovrebbe pertanto essere aggiunto, se l'apprezzamento durerà solo un semestre, un ulteriore effetto di -0,6%, che, darebbe luogo a una evoluzione del PIL francese nel 2013 compresa tra -0,6% e -1,1%. Il divario con le ipotesi su cui era stato programmato il bilancio per il 2013 sarà dall' 1,4% all' 1,9%, il che implica una perdita di produzione di 28-38 miliardi di euro e una perdita di gettito fiscale di 12,6-17,1 miliardi.

A queste cifre va aggiunta la crescita della disoccupazione dovuta a questa ulteriore diminuzione dell'attività. Si possono quantificare queste conseguenze tra i 120.000 e i 180.000 disoccupati in più, in aggiunta all'aumento già previsto per il 2013. Tale aumento della disoccupazione, naturalmente, comporterà dei costi supplementari (in sussidi di disoccupazione). Il deficit indotto sarà dunque la somma delle diminuzioni delle entrate e di questi costi supplementari, tra i 15 e i 19,6 miliardi, dallo 0,75% all'1% del PIL.
La Commissione europea probabilmente non avrà altra scelta che lasciar perdere. Ma è chiaro che l'obiettivo del 3% del disavanzo pubblico non sarà raggiunto nel 2013 né nel 2014, e che bisognerà attendere fino al 2020 perché la Francia abbia, in queste condizioni e con questa politica, un equilibrio di bilancio.

Ma questo non fa che evocare le conseguenze immediate e meccaniche dell'aumento dell'euro. In realtà, esso aggraverà la perdita di competitività delle imprese francesi, causando un ulteriore calo degli investimenti e nuove chiusure delle industrie. Le capacità di ripresa dell'economia sono particolarmente suscettibili al calo degli investimenti. Anche se, scenario improbabile, ci fosse una ripresa dell'attività economica mondiale nel 2014, la Francia non sarebbe in grado di avvantaggiarsene. In effetti, l'aumento l'euro vale ad annullare gli effetti delle misure adottate dal governo, e in particolare quelle del patto "sulla competitività del lavoro". Questo aumento sprofonderà le imprese francesi. Il governo non avrà altra scelta che cercare di comprimere un po' di più i salari, e di conseguenza la domanda delle famiglie, con conseguenze prevedibili di disoccupazione, o uscire da questo quadro politico distruttivo lasciando la zona euro e svalutando il franco."

Naturalmente, le forze della finanza "al potere" non si arrendono.
E infatti, conformi all'idea che l'euro sia un "sistema di potere" ("loro"), abbandonano i dogmi neo-classici (nulla più che uno strumento e lasciati al loro destino in caso di necessità), in un modo diverso da quello indicato da Pelanda, e cercano di mantenere in piedi il "fogno" con un misto keynesian-montiano (la "chimera" anti-Sedan), come ci spiega il Sole24ore:
"La svalutazione competitiva? La sta facendo la Francia, tutta da sola, e in modo da colpire soprattutto i partner di Eurolandia.
Naturalmente Parigi non tocca la leva del cambio, perché non può farlo, ma ha trovato il modo di simulare con la politica fiscale gli effetti di un deprezzamento dell'euro, e lo ha usato con spregiudicatezza. I risultati potrebbero vedersi presto. L'idea è semplice. Cosa fa una svalutazione? Rende più costose le importazioni e più competitive, nel prezzo, le esportazioni. Si possono ottenere gli stessi risultati con strumenti fiscali (e si parla, quindi, di svalutazione fiscale).
Si aumenta l'Iva, dunque: questo non tocca i beni esportati, ai quali non si applica, ma pesa (anche) sui prodotti importati. Nello stesso tempo si danno crediti fiscali alle aziende, o in alternativa si riducono le tasse sul lavoro, il cuneo fiscale, o semplicemente si tagliano le tasse sulle aziende le quali, conservando i margini, possono abbassare i prezzi delle esportazioni.
Parigi sta facendo esattamente questo: su ispirazione di Philippe Aghion, uno degli studiosi più attenti al tema della crescita economica (strutturale) e consulente del presidente François Hollande, ha adottato l'anno scorso questa politica: più Iva - l'anno prossimo aumenterà l'aliquota più alta e ne sarà introdotta una nuova - e crediti fiscali per 20 miliardi.
Aghion si è ispirato al lavoro di Gita Gopinath, 41 anni, economista indiana dell'Università di Harvard che a sua volta, in un lavoro con Emmanuel Farhi e Oleg Itskhok, ha reso attuali alcune proposte avanzate da John Maynard Keynes nel 1931, - prima della Teoria Generale.
L'economista di Cambridge invitava però a usare i dazi, che colpiscono direttamente le importazioni, invece delle imposte sui consumi (che sono molto regressive, nel senso che pesano soprattutto sui meno ricchi). Per i risultati occorrerà aspettare che la politica vada a regime.
Una simulazione svolta sulla Spagna da José Boscá, Rafael Doménech,e Javier Ferri per la Bbva, mostra che la svalutazione fiscale ha davvero effetti su esportazioni e importazioni, ma di gran lunga inferiori rispetto alla svalutazione monetaria.
L'effetto complessivo sulla crescita è anche qualitativamente diverso: un deprezzamento del cambio porta a un aumento del Pil nel primo anno, ma l'effetto si riduce fortemente nel secondo; la svalutazione fiscale, al contrario, ha effetti relativamente limitati il primo anno, più robusti nel secondo, con un risultato medio leggermente migliore. Una "vecchia" analisi della Banca di Francia, precedente la crisi, ha trovato che un taglio di 1,5 punti percentuali nei contributi finanziato da un aumento dell'Iva genererebbe in teoria 30mila posti di lavoro, che salgono a 300mila se le misure puntassero soprattutto ai salari più bassi.

Inutile dire che da ciò, prosegue il Sole24ore, nasce un piccolo problemino di "coordinamento" delle politiche economiche e fiscali, come si affrettano a precisare dal FMI, mentre "esperti danesi" lamentano una "politica protezionistica". Ovviamente nessuno si rammenta che la Germania, a suo tempo, agendo sul costo del lavoro e relativo welfare, abbia già abbondantemente fatto la stessa cosa, come abbiamo spiegato abbondantemente qui.
Ma niente paura: Germania e Francia si sono già accordate e probabilmente imporranno al resto dell'UE l'innalzamento del tetto pro-capite dei sussidi di Stato alle imprese.
"Si è discusso di alzare l'attuale soglia de minimis dagli attuali 200 mila euro a 500 mila, ma noi siamo non favorevoli ad un aumento di questa soglia", ha detto Moavero, precisando che con l'Italia si schiera "un buon numero di paesi" nel respingere la revisione.
Allo stato attuale, ha spiegato il ministro, "esiste una maggioranza di paesi che non vuole ritoccare la soglia" e quindi "siamo fiduciosi che Almunia agisca con rigore", ossia rispettando l'orientamento maggioritario degli Stati membri. La contrarietà del ministro, di Almunia e della maggioranza dei Paesi facenti parte dell’Ue ha origine anche dall'esperienza passata: già durante la crisi finanziaria 2008-2009 il tetto agli aiuti di Stato erano stati aumentati a 500 mila euro per le banche.
Moavero ha ricordato che, secondo un rapporto della Commissione sugli effetti di quell'innalzamento temporaneo, "la grande maggioranza degli aiuti è stata erogata in un solo Stato: la Germania" con il rischio "di una distorsione delle eguali condizioni competitive del mercato".
Anche in questo caso, dunque, un nuovo ammorbidimento delle norme sugli aiuti di Stato "si tradurrebbe in una distorsione delle pari condizioni di concorrenza sul mercato interno" fra "gli Stati membri che hanno capacità di intervento pubblico e altri che non possono permetterselo, perché fortemente indebitati" o comunque sottoposti ai programmi di austerità voluti dall'Europa, che chiede loro "di non eccedere nella spesa pubblica nazionale".

Avete capito Moavero? Non potendo sostenere, davanti all'opinione pubblica italiana, che il debito pubblico NON sia il problema e rivelare ciò che la stessa Commissione ammette, cioè che NON c'è un pericolo di insolvenza pubblica italiana, invece di negoziare un aumento della spesa pubblica italiana per "investimenti" (che pure era stata sbandierata come "risultato" della linea amichevol-prona di Monti alla Merkel), si rafforza l'idea che "non possiamo permettercelo", mentre la Francia con un probabile deficit 2013 sopra il 4% e una spesa pubblica al 56% del PIL lo sostiene a piè pari.
E' chiaro il timore che, rilanciando la produzione e l'occupazione (e aumentando le entrate), verrebbero meno, in Italia, le condizioni di shock continuo per imporre le "riforme strutturali" nel mirino del prossimo governo, che, incidendo sul lavoro, DEVONO  avere una cornice di crescente disoccupazione, da imputare alla "rigidità" esosa dei lavoratori.

Ma torniamo "a bomba": tutto questo agitarsi vetero-keynesiano e "protezionisitico", ante "Teoria generale", consentirà alla Francia di scampare al trattamento PIGS e di finire in recessione prolungata e "colonizzata"?
Certo l'idea di riconquistare la "parità" politica con la Germania e violare impunemente gli artt.5, 34, 107 e 119-121, del Trattato sul funzionamento dell'Unione, non è male: specie perchè l'Italia e la Spagna hanno compatte maggioranze politiche (di qualunque segno: è il PUDE, bellezza) che sono dedite alla "colpevolizzazione" e alla deindustrializzazione dei rispettivi popoli.

Ma quello che dice Sapir fa dubitare di ciò, sul piano economico: la Francia non può beneficiare sufficientemente del vantaggio competitivo accentuato sul versante partner UEM, proprio perchè realizza il suo (maggiore e crescente) export "atteso" già oggi fuori da tale area, che andrebbe comunque in ulteriore crisi da domanda.
Insomma, questa politica, non è somunque sufficiente a neutralizzare gli effetti del super-euro.
Se l'ostinazione pre-elettorale della Merkel farà arrivare, come è probabile il super-euro a 1,40, non basterà accanirsi sul beggar thy neighbour dei vicini UEM in drammatico calo della domanda interna, accentuandolo. Non solo ma le stesse politiche sono già in parte programmate da paesi come l'Italia, che ha infatti in "scadenza" un ulteriore aumento dell'IVA 2013 che diverrebbe inevitabile, mentre, in generale, questa distorsione fiscale, condurrebbe a un vantaggio per i beni e servizi "non tradable" (cioè non trasferibili con esportazione) dei vari paesi UEM, neutralizzando il re-indirizzo della domanda di tali paesi sui beni francesi.
Ammesso che, "sfiga" estrema, della Francia, l'Italia con un governo di centro-sinistra non completi il quadro di "simmetrica ritorsione", procedendo a un contemporaneo sgravio fiscale contributivo e fiscale, sbloccando (in qualche modo e in qualche misura) i famosi "crediti delle imprese" (magari accentuando la flessibilità del lavoro, come pare sbandierato in campagna elettorale), cioè sfruttando la maggior elasticità dell'economia italiana, quanto al commercio estero, al tasso di cambio reale.
Cioè, in pratica, tutti gli effetti principali delle politiche di Hollande sono vanificabili da una guerra commerciale tutti contro tutti (il Nobel per la pace all'UE, anfatti), mentre la Germania gongola della lotta all'inflazione e quindi l'euro forte e la prosecuzione dell'austerity sul lato della domanda interna (non sia mai che non si adottino politiche pro-lavoro e non imperialiste commerciali), porteranno alla recessione "comune", coordinata e armonizzata come prescrive il "vero" significato del Trattato (TFUE), quello applicato nella prassi e che volevano applicare fin dall'inizio.

Ed è per questo che Lars Seier Christensen, della Saxo Bank dice "the whole thing is doomed" (l'euro ndr.) e che venderebbe l'euro non appena si approssimi alla soglia di 1,40 sul dollaro.
Ed è per questo che la condizione sub b) non ha grandi speranze di verificarsi: la Francia entrerà in recessione, esattamente come prevede Sapir, e la sua unica alternativa sarà quella, PRIMA, di "comprimere ulteriormente i salari", peggiorare il quadro e, POI, dopo aver inflitto inutili sofferenze ai francesi e agli altri partners UEM,  "uscire da questo quadro politico distruttivo lasciando la zona euro e svalutando il franco".
Certo non sarà una passeggiata di salute, ma il disegno della Germania fallirà, lasciando un cumulo di macerie in Europa e l'incognita di una ricostruzione in cui non sarà chiaro, come nel 1945, che le responsabilità delle oligarchie finanziarie sono inescusabili.

martedì 19 febbraio 2013

DAL G20 AL "TRAMONTO DELL'EURO": LA FRANCIA "MANTENGA" L'INFLAZIONE

Questo aggiornamento di Flavio sul G20 e dintorni, inutile dirlo, è un florilegio di preziosi links. Una guida ragionata di come le cose siano avviate verso "Il tramonto dell'euro"...in salsa frattalica (a pensarci bene la dichiarazione di Putin ci da' una certa idea di una Stalingrado ancor più Stalingrado del previsto, ovvero la misura del wishful thinking circa il neo "drang nach osten").

To whom it may concern, ed a corollario del link postato da Sil-viar sotto il seguente  post,  di seguito un piccolo summary del G20  tenutosi a Mosca. Interessanti i punti toccati dall’articolone che ne ha tratto il Guardian, giornale inglese di forte tradizione Labour:
- nei prossimi mesi sarà utile verificare come le dichiarazioni di Putin: “it was vital to eliminate economic imbalances and have a clear strategy on borrowing to put the global economy on a sustainable growth path” e di Bernanke "Consistent with the G7 policy statement, the US is using domestic policy tools to advance domestic objectives.",- e cioè eliminare gli squilibri per il primo, politica di espansione della domanda interna per il secondo- possano combaciare con i dati sui fondamentali dell'Eurozona. Quest'ultima, in esatta antitesi agli indirizzi tracciati da tali dichiarazioni, denota un trade surplus  legato ad un taglio drastico dato alla domanda interna e ad una "guida" (germanica) che non intende allinearsi affatto a tale percorso di crescita bilanciata...
Tanto più che come abbiamo visto "in effetti al grande surplus germanico non corrisponde più questa fantastica crescita: Bundesbank prevede un 2013 a +0,4, ma è stato "prima" che iniziassero i movimenti valutari nel "resto del mondo", quei "movimenti", ad effetto svalutativo delle principali divise mondiali, che il G20 ha sostanzialmente avallato, nonostante l'ambiguità con cui ciò viene riportato sui media italiani;
- vengano menzionati i disordini greci  e le relative proteste contro i tagli a salari e pensioni che fra i media italiani ultimamente ci si “dimentica” di notificare;
- balzano all’occhio i problemi economici  portoghesi dove il governo ha tagliato le stime per quest’anno, terzo consecutivo di recessione;
- da ricordare le dichiarazioni di Mantenga - ministro delle finanze brasiliano- in cui egli afferma che il Brasile non permetterà un “sovra-apprezzamento” del Real;
- grande risalto viene concesso ai dati sulle vendite precipitati in UK. In merito a quest'ultimo argomento la valutazione di Rob Wood della Berenger Bank è eloquente: "The underlying story is a familiar one for UK households, which have been fed a diet of meagre wage growth and above target inflation for much of the past four years"...("La storia sullo sfondo è familiare per i cittadini britannici, a cui è stata somministrata una magra crescita dei salari  a fronte di un tasso di inflazione più elevato di quello programmato per gran parte degli ultimi quattro anni").
- infine, una notiziola dalla penisola Iberica, dove via utilizzo curva di Phillips (ma i neo classici non avevano detto che non c’è nessun trade-off fra disoccupazione ed inflazione? Ed allora, perché la utilizzano?), in Spagna l'inflazione frena . Da leggere inoltre questa critica alle riforme del lavoro di Rajoy.
Qualche considerazione finale in merito a due argomenti molto in voga ultimamente sul blog: da dove arriverà la spallata finale alla moneta unica zoppicante, ed uno  studio sul salario minimo. Ecco qui qualche utile informazione:
- Lars Seier Christensen Co CEO Saxo Bank Danese, nonostante le dichiarazioni di Draghi, afferma  che l’Euro è oramai condannato,  e cadrà non appena la Francia entrerà profondamente in crisi
- uno studio del Cepr in merito al “minimum wage” che in Usa, dopo le dichiarazioni di Obama, viene criticato perché “favorisce la disoccupazione”. Non ci sono evidenze empiriche che evidenzino tale effetto...Come Sofia ci ha appena illustrato nel precedente post: "Ma importanti studi mettono in evidenza che in uno Stato con una elevata disoccupazione, in caso di aumento del salario minimo oltre il livello di inflazione, vi è il 77% di possibilità di accrescere l’occupazione più della media nazionale"


lunedì 18 febbraio 2013

L'ART.36 COST. E LO SVUOTAMENTO UEM DEL "SALARIO MINIMO"- PARTE 2

Questa è la seconda parte dello studio di Sofia sulla relazione tra art.36 Cost e "salario minimo"...europeo. Cioè di uno dei frutti "estremi" della ideologia economica che Flavio, in uno dei suoi "ricchi" commenti, relativamente alla situazione del Regno Unito, ci descrive nei suoi effetti, così:
"Ad esempio, guardiamo l'UK...in questo articolo si dice chiaro e tondo che, nonostante la compressione dei salari, l'economia non riparte perchè non c'è domanda, nè estera nè soprattutto interna. Quindi dobbiamo arrivare allo stallo della domanda "mondiale" (o alla caduta francese) per vedere un cambio di rotta.
Aldilà della solita retorica su Berlusconi
Lavoce.info fotografa l'UE in piena desertificazione lavorativa. Se non sono 50 ma 25 i milioni di disoccupati, deve far più scandalo l'errore di Berlusconi o l'enormità delle cifre? A mio avviso la seconda. Allora, come si diceva più su, e non me ne vogliano affatto gli interessati (fra cui mi ci metto, Moral Hazard!) perchè la critica qui non è ai diritti presi in esame, ma alla strumentalizzazione che l'UE ne fa: cosa me ne faccio io dei diritti quale coppia di fatto, o di diritti per l'adozione o per il matrimonio fra persone dello stesso sesso se ci viene tolto il diritto al lavoro, il diritto all'istruzione, il diritto alla sanità, il diritto a vivere un'esistenza dignitosa? Non avremo lavoro, non avremo possibilità per i nostri figli di vederli studiare ed elevarsi nella scala sociale e di curarli in caso di malattia (grave o meno grave). Non avendoli, che ce ne faremo della possibilità di adottarli o della possibilità di sposarmi con il mio compagno/compagna oppure avere, in caso di coppia di fatto, gli stessi diritti delle coppie sposate? Se non abbiamo un lavoro, o campiamo con 700euro al mese, ci sposiamo? Facciamo figli? Compriamo casa? Manteniamo la nostra prole? Possiamo mandarli a scuola? Possiamo permetterci un'esistenza dignitosa? Se io non mi posso sposare, protesto perchè il mio diritto venga riconosciuto in ogni sede. Se io non posso lavorare, protesto arrivando al punto tale di immolare mè stesso. Perchè il lavoro adeguatamente remunerato è dignità, il lavoro è speranza, il lavoro è futuro per me e per i miei figli. Non scordiamocelo. Non per nulla il lavoro è la pietra fondante della nostra Costituzione. Ce lo stanno togliendo. E non ci ascoltano. Ed arriviamo al punto tale da distruggere il nostro corpo perchè senza lavoro non c'è futuro, non c'è uguaglianza, non c'è vita. "

Per parte nostra aggiungiamo questa eloquente intervista a Treu. Ci dice, tra l'altro, che "gli ammortizzatori sociali" andrebbero estesi anche ai "soggetti più deboli", i precari, "perchè ce lo chiede l'Europa" (forse è uno degli ultimi a usare ancora disinvoltamente questa formula). E aggiunge che, anche se ci sono i "vincoli di bilancio" che lo impediscono, dobbiamo riuscirci, "se vogliamo essere europei" (!!!). E si può rimediare con i "fondi interprofessionali" e "delle parti" cioè, in pratica, ponendo ulteriori oneri a carico dei lavoratori a tempo indeterminato (i cui salari sono fra i più bassi d'Europa e, ora più che mai, sottoposti a deflazione in termini "reali"). Ma anche a carico delle imprese, rendendo così ulteriormente meno conveniente l'assuzione a tempo indeterminato. Potenza dell'Europa!
La verità è che il problema dei "soggetti più deboli" non si risolve indebolendo in pari misura quelli "meno deboli", ma abolendo il "precariato".
Cioè tornando alla legislazione del lavoro anteriore alla legge Treu. Simple like that. E se di fare il contrario ce lo chiede l'Europa, come vedremo nel post, non è soltanto controproducente dal punto di vista economico, ma è semplicemente INCOSTITUZIONALE. E questo, una democrazia non dovrebbe consentirlo.

1- Qualunque discorso sul salario minimo, infatti, non può prescindere dal connesso problema della disoccupazione, dell’inflazione, della crescita del PIL.
Della disoccupazione si sono avute varie teorie: tanto per fare un accenno, mentre nella teoria keynesiana la disoccupazione era sempre permanente (e involontaria) e frutto di una domanda insufficiente (da curare con l’aumento della spesa pubblica), per i "classicisti" ("neo" e NMC, ndr.), la disoccupazione era sempre un male transitorio, perché essa scaturiva dal momentaneo adattamento del sistema economico verso l’equilibrio.
La legge di Okun spiega in che termini sta il rapporto tra disoccupazione e PIL. In particolare la legge stabilisce che è necessaria una crescita (nominale) del PIL del 2.7%, affinché il tasso di disoccupazione rimanga stabile (invariato). Invece, per ridurre il tasso di disoccupazione dell’1%, occorre aumentare del 2% il tasso "reale" di crescita del PIL (la c.d. regola del 2 a 1).
Con riferimento al rapporto tra disoccupazione e inflazione, invece, molteplici studi hanno evidenziato come un miglioramento dell’inflazione è pagato da un peggioramento della disoccupazione e, viceversa, una diminuzione del tasso di disoccupazione è possibile solo provocando spinte sui prezzi.
Quanto sopra è causato dal fatto che l’attuazione di una politica economica  espansiva, provoca una crescita della produzione e dell’occupazione, ma inevitabilmente comporta anche una certa pressione sui prezzi.  Esiste, cioè,  un trade-off  tra inflazione e disoccupazione, dal quale i governi centrali non possono prescindere nell’attuazione delle loro politiche economiche. A. W. Phillips ha studiato empiricamente questo trade-off, giungendo ad elaborare una rappresentazione grafica di esso, nota come curva di Phillips e che non è altro che l’espressione della scelta fra una minor inflazione o una minor disoccupazione, per un sistema economico.
La curva elaborata da Phillips ha avuto un grande seguito ed è stata utilizzata dai pubblici poteri di tutto il mondo per fissare degli obiettivi di politica economica che riducessero una delle due grandezze, compatibilmente con un certo peggioramento dell’altra.
In pratica, i governi dei paesi che utilizzano la curva di Phillips, hanno impostato la propria politica economica cercando di raggiungere degli obiettivi, in termini di combinazione inflazione-disoccupazione, che rappresentassero il male minore per la collettività. In realtà quello che i pubblici poteri avrebbero dovuto e dovrebbero cercare di ottenere non è il raggiungimento di un certo punto sulla curva che sia accettabile dal paese, ma lo spostamento della curva stessa verso l’interno, in modo da migliorare entrambe le grandezze economiche: inflazione e disoccupazione. Ciò è possibile mettendo in campo un insieme di politiche monetarie e fiscali, nonché di politiche legate all’offerta (sussidi e incentivi), in grado di indirizzare l’economia verso risultati possibili e certi, che siano migliorativi di tutte le grandezze economiche in gioco.
L’utilizzo, in molti paesi, della curva di Phillips, corretta però dalla variabile neo-classica delle "aspettative razionali", continua a determinare effetti contrari o almeno contrastanti con quelli che si assumono prefissati.
2- Anche in Italia sono state attuate delle politiche del lavoro senza che fossero chiari gli scopi prefissati. Il Ministro delle politiche del lavoro a proposito dell’art. 18 ha sempre sostenuto che la modifica di tale norma sarebbe stata necessaria per rendere il lavoro flessibile.  E la flessibilizzazione del rapporto di lavoro viene vista come il fulcro su cui basare una riforma del mercato del lavoro, capace sia di generare occupazione come di rendere i sistemi produttivi più competitivi.
Si vorrebbe dunque arrivare ad avere un mercato del lavoro flessibile, con minori costi della manodopera per le imprese e aumento di competitività, una maggiore facilità di ricorso a forme di lavoro temporaneo. Eppure queste stesse premesse sono quelle che hanno dato vita, a seguito della riforma definita con il decreto legislativo nr. 276/2003, a diverse tipologie contrattuali alternative al classico contratto di lavoro subordinato senza per questo essere riuscita a raggiungere un grado di positiva e costruttiva flessibilità, né un aumento della disoccupazione che attualmente si attesta intorno all’11%.
In ogni caso anche con la legge n. 92 del 2012 di modifica dell'articolo 18 lo scopo dichiarato era la maggiore flessibilità in uscita che avrebbe avuto come effetto la riduzione delle richieste salariali da parte dei lavoratori, il contenimento delle retribuzioni e, per questa via, l’uscita dalla crisi economica.
Questo ragionamento affonda le sue radici teoriche, ora più forti che mai, negli anni '30 quando Arthur Pigou (noto per "l'effetto ricchezza" e caposcuola del c.d. "marginalismo", oggi in gran voga),    attribuì la mancata ripresa e la disoccupazione permanente alle resistenze sindacali rispetto alle riduzioni dei salari (senza le quali le imprese non potevano abbattere i costi ed essere più competitive).
Ma già allora, nel capitolo 19 della Teoria generale, Keynes attacca duramente la suddetta teoria, sostenendo, invece, che l’occupazione dipende dalla produzione e la produzione dalla domanda. Conseguentemente la riduzione salariale determina il calo dei consumi e quindi della domanda, con risultati che peggiorano la situazione che si vuole combattere.
Forse proprio per l’incoerenza delle enunciazioni e degli scopi asseriti dal Governo Italiano, sono in molti a dubitare che le reali motivazioni delle riforme del lavoro siano quelle dichiarate. Mentre sembra evidente che la politica ventennale di tagli alla spesa pubblica e di deflazione salariale, sin dai primi anni ’80, è servita a pagare i crescenti interessi corrisposti al sistema finanziario; e dunque i continui richiami alla necessità della flessibilità del lavoro altro non sono state che manovre  che nulla avevano a che fare con la produttività. Al contrario i mancati adeguamenti salariali si risolvono in ulteriore deflazione salariale reale che si aggiunge a quella derivante dalle misure adottate e in effetti depressivi sulla domanda aggregata che vanno esattamente nella direzione opposta alla produttività tanto agognata.
3- Se anche l’Italia facesse applicazione della curva di Phillips (quella...riscontrabile sui dati e non "deduttivistica"), quindi, viene da chiedersi: dal momento che inflazione e disoccupazione viaggiano su binari opposti quale tra i due mali il Governo sta prediligendo?
Non mancano voci di chi sostiene che, appunto, lo scopo inconfessato della riforma del mercato del lavoro è quello di causare un incremento della disoccupazione in chiara applicazione dei criteri stabiliti dalla curva di Phillips. I fautori della riforma si aspettano, probabilmente, che un innalzamento del tasso di disoccupazione moderi la crescita dei salari e quindi il tasso di inflazione . Tutto ciò contribuirebbe a ristabilire la competitività di prezzo dei prodotti italiani e quindi a riequilibrare gli sbilanci esterni che sono alla radice della crisi dell’eurozona; inoltre i mercati finanziari che credono in questo meccanismo, vedrebbero l’aumento del tasso di disoccupazione come un dato positivo (cioè si crede implicitamente ma fermamente nel citato "effetto ricchezza", applicato nel caso ad una economia "aperta") .
Si tratta di ipotesi che non appaiono lontane dalla realtà dal momento che il nostro Paese deve obbedire al perseguimento della stabilità dei prezzi imposta  dall’’Europa (o meglio perseguita come obiettivo primario) allo scopo di mantenere il tasso d’inflazione su livelli inferiori ma prossimi al 2 per cento su un orizzonte di medio periodo.
E poiché non è più possibile per gli Stati incidere sull’inflazione attraverso la svalutazione della moneta, una volta subentrata la persistente crisi dovuta a squilibri commerciali e finanziari, ogni questione viene posta in termini di recupero della competitività e aumento della produttività. E poichè competitività e bassa inflazione dipendono dal costo del lavoro per unità produttiva , ogni politica di correzione finisce per perseguire la contrazione del costo del lavoro.
Non è ormai più un mistero che la Germania, ad esempio, ha operato (attraverso una operazione di dubbia correttezza giuridica nell'ambito dei trattati) una svalutazione monetaria attraverso i sindacati e le imprese, ha operato, cioè, una politica di deflazione salariale in aderenza alla teoria neoclassica dell’occupazione secondo cui l’innalzamento del salario minimo porterebbe all’aumento della disoccupazione, tanto più in un periodo di crisi economica, e quindi, al contrario, il salario minimo in tali casi andrebbe ridotto, per permettere al mercato del lavoro di trovare un equilibrio migliore, o eventualmente eliminato del tutto. 
Più precisamente la Germania ha preventivamente aggiustato il cambio di tasso reale attraverso la deflazione salariale (-6%) determinando una distorsione del mercato UEM attraverso la svalutazione competitiva (aumento delle esportazioni e minore convenienza  delle importazione dai partners). Ha sforato (sin dalle riforme Hartz) il limite debito/PIL per fiscalizzare i costi di disoccupazione-sottoccupazione, così violando molteplici disposizioni del Trattato (107, 34, 5 TUFE).
Questo è ciò che volontariamente ha effettuato la Germania mentre continue politiche di deflazione salariali sono quelle che l’Europa (FMI, UE, BCE) hanno chiesto e ottenuto dalla Grecia e in parte dalla Spagna.
4- In un certo senso una politica simile si è avuta in Italia per l’abolizione della scala mobile. A dire  della  Confindustria e di Craxi, che l’hanno  voluta, infatti, la scala mobile (quale meccanismo di indicizzazione dei salari) avrebbe generato inflazione e la sua abolizione sarebbe stata l'elemento determinante nella sconfitta dell'inflazione stessa.