domenica 24 aprile 2016

COSTITUZIONE, GIUSTIZIA E LIBERTA': LETTERA DI UN LIBERISTA DAL FUTURO




Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa "lettera di un liberista dal futuro". 
Sia che si parli di euro, cioè di pace senza confini, che di immigrazione, cioè di benessere senza confini, che di corruzione, cioè di onestà senza confini, non bisogna mai dimenticare la "doppia verità". 
Ogni credo religioso che assuma di fondare un assetto sociale e ogni paradigma di scientificità (pop) dell'equilibrio economico, si fonda opportunamente sull'affermazione, paludata di ragionevolezza, di proposizioni complementari a realizzazione congiunta impossibile
Poiché questa programmata e dissimulata contraddittorietà conduce a uno stato di altrettanto programmata "crisi" (e di stato di eccezione conseguente), ciò implica che le proposizioni-guida della società così formulate abbiano una e una sola soluzione: quella tecnica e corrispondente a "leggi naturali", già voluta, fin dall'inizio, da chi formula le proposizioni a realizzazione congiunta impossibile.
L'utile e la giustizia, sono dunque solo apparentemente in conflitto: la nostra pecca imperdonabile è credere che la giustizia sia un'azione praticabile dai "giusti", mentre, nel mondo delle "leggi naturali", la conciliazione degli opposti si ha nel fatto che la giustizia è una prerogativa del "più forte". Se si accetta la naturale prevalenza di questi (ESSI), l'ingiusto diviene il più utile e degno degli uomini. 
Col solo piccolo inconveniente, che passa costantemente inosservato, che gli (altri) uomini, nel loro complesso, debbano, in tale processo, divenire schiavi: inevitabilmente e razionalmente, in omaggio a una "legge naturale" (la volontà dell'Onnipotente o dei mercati, trascendente e imperscrutabile, coi limitati mezzi della ragione di chi non essendo forte è tanto temerario e blasfemo da invocare la giustizia). 



Costituzione, Giustizia e Libertà: lettera di un liberista dal futuro.

« tutte le cose religiose sono false e sono finte dai principi per istruire l'ingenua plebe affinché, dove non può giungere la ragione, almeno conduca la religione », Giulio Cesare Vanini sul pensiero di Machiavelli


Li: quarto secolo dopo Sun Myung Moon, Atene

Oggetto: Il “nuovo” ordine mondiale (alias, “oggi c'è la Cina”)


Sapiente Quarantotto,

« sei tanto fuori strada da ignorare che la giustizia e il giusto sono in realtà un bene di altri, un utile di chi è più forte e governa, ma un danno proprio di chi obbedisce e serve;  che l'ingiustizia è l'opposto e comanda a quegli autentici ingenui che sono i giusti; e che i sudditi fanno l'utile di chi è più forte e lo rendono felice servendolo, mentre non riescono assolutamente a rendere felici se stessi. E devi poi tenere presente questo, semplicione di un Quarantotto, che in qualunque modo un uomo giusto ci perde rispetto ad un ingiusto.

Ciò vale anzitutto nei contratti d'affari: ogni volta che  si associano un giusto ed un ingiusto, non troverai mai che allo sciogliersi della società il giusto ci guadagna sull'ingiusto, bensì che ci perde. Poi, nei rapporti con lo Stato: quando ci siano dei tributi da pagare, il giusto a parità di condizioni paga di più, l'altro di meno; e quando c'è da ricevere, l'uno non guadagna nulla e l'altro molto.

Quando l'uno e l'altro ricoprono una carica pubblica, al giusto succede, anche se non gli capitano altri guai, di veder andare sempre peggio i propri affari, non potendosene occupare, e di non ricavare dalla cosa pubblica profitto alcuno, a causa della sua giustizia; e di venire poi in odio ai familiari e ai conoscenti se non vuole favorirli per rispettare la giustizia. All'ingiusto accade tutto l'opposto. Mi riferisco a chi dicevo poco fa, a chi è assai abile a soverchiare.

Ed è a questi che devi guardare, se è vero che vuoi giudicare quanto maggior utile egli ritragga dalla ingiustizia che dalla giustizia. Lo comprenderai senza fatica se ti spingerai fino a realizzare l'ingiustizia assoluta, che rende sommamente felice chi la commette e sommamente infelice chi la subisce e rifugge dal commeterla.

Parlo della tirannide, che con inganno e violenza porta via i beni altrui, sacri e profani, privati e pubblici, non un po' alla volta, ma tutti in un colpo: e quando in ciascuno di questi àmbiti uno viene sorpreso a commettere un atto contro giustizia, non solo viene punito, ma riceve anche i titoli più disonorevoli. A coloro che, ciascuno nel proprio àmbito, si rendono colpevoli di simili misfatti contro giustizia si dà il nome di sacrileghi, di schiavisti, di sfondamuri, di rapinatori, di ladri.

Ma quando uno, oltre che delle sostanze dei cittadini, s'impadronisce delle loro persone e se ne serve come di schiavi, anziché ricevere questi turpi titoli, ecco che è chiamato felice e beato non soltanto dai concittadini, ma anche quanti vengono a sapere che ha realizzato l'ingiustizia assoluta.

Chi biasima l'ingiustizia lo fa non perché tema di commettere le azioni ingiuste, ma perché teme di patirle. E così, Quarantotto, sempre che sia realizzata in misura adeguata, l'ingiustizia è più forte e più degna di un uomo libero e di un signore di quanto lo sia la giustizia; e, come dicevo fin da principio, la giustizia consiste nell'utile del più forte, e l'ingiustizia in ciò che comporta vantaggio e utile personale. »[1]

Cordiali saluti,

Trasimaco





[1]      Platone, La Repubblica, I, 343c - 344c – [Dopo aver ovviamente sostituito  “Quarantotto” con “Socrate”...] 

venerdì 22 aprile 2016

EUROPEAN FISCAL BOARD: L'INDIPENDENZA AL CONTRARIO NELLO "STATO DI DIRITTO" €UROPEO




"La Commissione europea ha aperto la procedura per le manifestazioni di interesse per la selezione dei membri dell'European Fiscal Board, l'organismo di supporto alla governance economica per la zona euro per la valutazione delle politiche di bilancio, la cooperazione con gli organismi indipendenti nazionali che vagliano le scelte di bilancio degli stati e di fornire consigli e orientamenti su richiesta del presidente dell'esecutivo europeo".

Detto in soldoni, si tratta di un organismo che raffozerà e inasprirà l'applicazione del fiscal compact, sotto lo scudo cosmetico dell'apparente "buona intenzione" di "fornire alla Commissione una valutazione dell'attuazione del quadro di bilancio Ue, in particolare per quanto riguarda la coerenza delle decisioni e l'attuazione della sorveglianza di bilancio, i casi particolarmente gravi di inosservanza delle norme e l'adeguatezza dell'effettivo orientamento di bilancio a livello nazionale e della zona euro. Nell'ambito di tale valutazione il Comitato puo' anche formulare proposte per la futura evoluzione del quadro di bilancio dell'Unione, fornire pareri alla Commissione circa un adeguato orientamento di bilancio per il futuro per l'intera zona euro, sulla base di un'analisi economica".

2. Il core business è dunque quello della "rigorosa" coerenza delle decisioni nell'attuazione della sorveglianza di bilancio dei singoli Stati, in particolari quelli sottoposti al fiscal compact
Dunque, una sorveglianza più tecnica ed efficace, cioè inevitabilmente più "austera", nel modulare la sorveglianza di bilancio attuativa del fiscal compact: ciò in quanto, tutt'oggi, si accusa la Commissione di attuare tale sorveglianza, - nell'ambito del c.d. twopacks, cioè in sede di approvazione dei bilanci e delle manovre finanziarie annuali, nonché in sede dei vari monitoraggi trimestrali (o aggiustati tatticamente in un accorta serie di rinvii, negoziati sottobanco coi vari Stati PIGS)-, in modo troppo accomodante; cioè, facendosi influenzare da un'eccessiva cautela nel non forzare gli equilibri politici interni dei paesi a cui imporre l'inasprimento delle manovre di (sempre) drastico consolidamento fiscale in vista del raggiungimento del pareggio di bilancio strutturale.

Considerata la natura misteriosa delle differenze di trattamento imposte ai vari €uro-membri, che viene giustificata col criterio (in astratto dettato da una complessa formula matematica, mai verificata nella sua attendibilità nel promuovere la "crescita" e mai pienamente connotata dall'ostensione di trasparenti dati statistici ed attuali, delle varie realtà economiche), dell'out-put gap derivante dal livello di rispettiva disoccupazione: quest'ultima, a sua volta, ci si dimentica costantemente di collegarla all'adozione delle precedenti misure di "riforma", cioè prioritariamente di flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro, funzionale alla deflazione salariale che ogni paese dell'eurozona dovrebbe, più o meno rapidamente, raggiungere per allinearsi alla competitività (Costo del lavoro per unità produttiva-CLUP, come ribadisce Flassbeck)) del bench-mark tedesco

Il bench-mark tedesco, è infatti divenuto, per fatto compiuto, estremo di eccellenza della corsa alla competitività in danno degli altri euro-Stati, grazie alle riforme Hartz: a loro tempo, adottate non solo in violazione degli obblighi, gravanti sulla stessa Commissione, come sui singoli Stati, di coordinamento delle politiche economiche e del lavoro, ma anche dei limiti di bilancio al tempo vigenti; che furono allegramente sforati dai tedeschi, per finanziare il neo-welfare (hayekiano o ordoliberista, a scelta) legato ai circa 10 milioni di lavoratori super-precari (mini e midi-jobs), sotto-pagati e privati di future coperture previdenziali di minima dignità. Almeno rispetto agli standard del precedente ordinamento socio-economico comune ai paesi della Comunità europea, e, all'interno della stessa Germania, rispetto ai livelli, divenuti fortemente dualistici, degli addetti alla grande industria esportatrice, e tutt'ora tutelati dalla contrattazione collettiva sindacale tedesca.

3. Tale azione sindacale, a costo di instaurare un drammatico e irreversibile dualismo del mercato del lavoro tedesco, risultava già di per sé fortemente collaborativa col grande disegno mercantilista teutonico, per definizione anticooperativo nell'ambito di un trattato multilaterale di liberoscambio, che, invece, avrebbe dovuto giustificarsi ai sensi dell'art.11 Cost, cioè come volto alla pace e alla giustizia tra le Nazioni, in condizioni di parità. 
Tali condizioni, presupposto legale-costituzionale inaggirabile, per i nostri principi inderogabili della Carta (ma anche presupposto implicito di un "giusto" diritto diritto dei trattati secondo il diritto internazionale "generale" quale codificato dalla Convenzione di Vienna e conforme all'art.55 della Carta ONU),  sono alterate per definizione:
a) sia dai differenti oneri del debito pubblico tra i vari Stati, all'entrata e durante la vita della moneta unica, in relazione agli effetti macroeconomici della manovre fiscali rispettivamente rese necessarie dal criterio limitativo del deficit (fino all'estremo del pareggio di bilancio), - e quindi dall'iniziale verificarsi di gravi divergenze di out-put gap determinate, inevitabilmente, dal raggiungimento di diversi, e spesso distruttivi, livelli di saldo primario di bilancio pubblico;
b) sia dai differenziali di inflazione, originari e poi generatisi in conseguenza dell'unilaterale - e mai sanzionata- violazione tedesca delle norme teoricamente cooperative del trattato: i livelli di inflazione, per rendere minimamente funzionale (almeno inizialmente) e non portatrice di squilibri commerciali e finanziari privati, l'eurozona, avrebbero dovuto, PRIMA DELL'INTRODUZIONE DELLA MONETA UNICA, essere stabilmente collimanti, e non semplicemente divergenti entro un'amplissima forchetta del + o - 1,5%, quale prevista dai frettolosi e approssimativi criteri di convergenza verso la creazione dell'eurozona.

4. Senza dilungarsi su questi presupposti, che appaiono del tutto dimenticati dalle autorità comunitarie - come la stessa questione degli "aiuti di Stato" ai rispettivi sistemi bancari dopo la crisi del 2008, giunti a un sudden stop, come al solito, "su misura" per l'Italia-, dovrebbe essere chiaro che il nuovo organismo di tecnicizzazione della sorveglianza delle politiche di bilancio degli Stati, appare riguardare soprattutto l'Italia, il bersaglio grosso delle politiche "tecniche" di pareggio strutturale di bilancio, finalizzate dai controllori di fatto, cioè in base ai meri rapporti di forza commerciali e finanziari inevitabilmente creatisi (grazie anche alle segnalate gravi violazioni dei trattati sopra riassunte), alla eliminazione del principale concorrente, manifatturiero ed esportatore, della stessa Germania sul mercato interno dell'eurozona.

I rapporti di forza, così determinatisi a favore della Germania, fanno "andare in prescrizione" ogni violazione precedente dei trattati posta in essere dalla stessa Germania, e rendono, sempre di fatto, lecita la costante perpetuazione del mega-surplus della partite correnti tedesche.
Questi squilibri risultano esiziali per la sostenibilità della moneta unica,  ma nessuna istituzione UEM si azzarderebbe mai a sanzionarli come dovrebbe in base alle (molto blande e del tutto inadeguate, e non a caso) disposizioni vigenti e, infine, in base alle sempre più evidenti dinamiche proprie dei trattati liberoscambisti multilaterali, fanno risaltare come il Fiscal Board null'altro sarà che un organismo di (più) intransigente applicazione del "rigore dei conti" nei confronti essenzialmente dell'Italia. Dunque, servente l'obiettivo finale tedesco di destrutturazione industriale (e bancaria) italiana, fino all'esito della sostanziale colonizzazione, col passaggio in mani estere del controllo del sistema sia bancario che industriale nazionale.

5. Per concludere l'analisi di questo fosco scenario, che sempre più incombe sull'Italia, sottolineiamo la "curiosa" concezione dell'indipendenza e dello "Stato di diritto" che contraddistingue l'UEM in genere e, in particolare, il sistema di istituzione e reclutamento dei componenti del Board

Questo dovrebbe essere "indipendente", ma l'indipendenza in senso organizzativo e istituzionale, è neutralità rispetto all'indirizzo politico della parte più forte delle istituzioni di governo della realtà sociale considerata (nel caso l'intera popolazione dell'eurozona). 
Dunque, l'indipendenza è indipendenza dai rapporti di forza che privilegiano la visione dell'Esecutivo: questo, nel caso dell'UEM, è ora inevitabilmente sotto il controllo della Germania, e per di più, completamente privo persino della legittimazione elettorale, (di tale "esecutivo") di cui, a maggior ragione, si dovrebbe evitare la visione necessariamente di parte. 
Evitando, quindi, di ampliare la logica dei bruti rapporti di forza che, come abbiamo tante volte evidenziato, governano la vita dei trattati economici (inevitabilmente neo-liberisti, cioè tesi a destrutturare ogni azione solidaristica degli Stati).
L'indipendenza, per essere quindi tale, implica una necessaria "insulation" dalla linea dell'Esecutivo, che, in UEM, per quanto riguarda le competenze attribuite dai trattati in materia di sorveglianza di bilancio, spettano alla Commissione.
Dunque, il Board dovrebbe essere garantito nella sua indipendenza mediante insulation dalla stessa Commissione, in modo da rendere (tecnicamente) neutrali, rispetto agli interessi incumbent che essa si trova di fatto e inevitabilmente a perseguire (quelli tedeschi, detto in soldoni), i pareri che dovrebbe rendere alla Commissione e la guida che dovrebbe esercitare rispetto agli indirizzi fiscali dei singoli Stati.

5.1. Invece: 
- la procedura è unilateralmente indetta proprio dalla Commissione europea, alla stregua di un qualsiasi reclutamento di propri funzionari;
- l'indipendenza è dichiaratamente connotata in partenza come "controbilanciamento" della eccessiva flessibilità della Commissione stessa, predeterminandosi non una neutralità, neppure tecnica, dell'organismo, sebbene una sua forte discrezionalità fortemente preorientata ad un più intenso rigore fiscale;
- la nomina che segue alla procedura indetta dalla Commissione (cioè il potere in senso lato politico da cui il Board dovrebbe essere "insulated") è effettuata dalla stessa Commissione;
- la procedura selettiva si limita alla fissazione di genericissimi e quasi del tutto arbitrari requisiti di nominabilità, apprezzati in totale discrezionalità dallo stesso esecutivo-Commissione. Infatti: per farne parte occorre avere almeno 15 anni di esperienza post-laurea, ci cui almeno 10 in ambiti pertinenti alla politica macroeconomica;
- lungi dal tentare, anche solo formalmente, di compiere la verifica, in senso meritocratico, imparziale ed oggettivato, di tali vaghi requisiti, - come ad esempio attraverso la valutazione di eventuali prove scritte e dell'attività scientifica e professionale dei candidati, in base a criteri e oggetti dettagliati e rigorosamente predeterminati già al momento dell'invito a proporre le varie "manifestazioni" di interesse-, ci si limiterà a un semplice colloquio da parte dei responsaibili della stessa Commissione: quanto di più corrispondente ad una sostanziale fiduciarietà con l'indirizzo discrezionale apertamente predeterminato (più austerità) della Commissione, e dunque, quanto di più contrario alla insulation e alla indipendenza correttamente intese.

Risultato pratico: il Board sarà un braccio armato della Commissione, e delle forze di fatto tedesche che ne dominano ogni policy.
In tal modo, risulterà inevitabilmente servente della cosmesi di far apparire "tecnico e neutrale" ciò che è invece un inasprimento dell'enforcement del fiscal compact che la Commissione stessa non riesce a svolgere in prima persona: per non far saltare l'eurozona sul piano politico, deresponsabilizzandosi in nome del tecnicismo di una discrezionalità...molto politica, e molto poco cooperativa, che inasprirà i caratteri asimmetrici dell'eurozona e la totale assenza di democraticità della sua folle gestione ordoliberista.



giovedì 21 aprile 2016

LA "MANO INVISIBILE" CHE AFFIDA LA SOVRANITA' AI LIBERI MERCANTI. IERI, OGGI, DOMANI




1. Abbiamo già citato la trilogia di romanzi, sul tema della guerra dell'oppio (contro la Cina) e della colonizzazione inglese in India, scritti da un autore indiano di cultura anglosassone, Amitav Ghosh.
Dal romanzo centrale della trilogia, traiamo alcune interessanti "conversazioni" che illustrano perfettamente la cultura dei tai-pan, cioè dei mercanti imbevuti della neo-religione del libero mercato seguita alla "rivelazione" di Adam Smith. Per lo meno nel modo in cui fu intesa nei decenni successivi alla sua opera maggiore, "La ricchezza delle nazioni": un modo, a rigore filologico e "scientifico", discutibile e controverso, ma che, non di meno, è divenuto poi una vulgata ampiamente diffusa e appunto circondata da un'adesione acritica e fideistica di tipo essenzialmente religioso (una religione, come evidenzia Galbraith, che si fonda sul supremo "piacere di vincere in un gioco in cui molti perdono").

2. Sull'attendibilità delle conversazioni che vi riporterò, sotto il profilo della loro capacità di riflettere fedelmente questo "credo", aderendo in modo diretto al pensiero ed alle parole dei protagonisti del tempo, Ghosh ci rassicura, fornendo un'appendice poderosa sulle fonti utilizzate (pagg.383-386 de "Il fiume dell'oppio"): le conversazioni, infatti, sono riprese da dichiarazioni e "editoriali", a commento dei fatti storici narrati, pubblicati sui giornali inglesi editi a Canton in quegli stessi anni (nel 1838-39, alla vigilia e durante lo svolgimento stesso del conflitto, cioè la prima guerra dell'oppio, che vide l'Inghilterra attaccare con la sua flotta Canton). 

3. I brani che riporterò richiedono una certa premessa sul contesto in cui si collocano. 
La Compagnia (britannica) delle Indie Orientali (ne esistettero anche una francese e una olandese, che ebbero la peggio nello scontro, per il dominio colonial-mercantilista, con la prima),  aveva stabilito che la coltivazione dell'oppio in India, e in particolare nel Bengala (ma non solo), dovesse divenire il suo "core business". 
L'Inghilterra, infatti, si trovava nella scomoda posizione di essere in costante deficit degli scambi con la Cina, che produceva merci pregiate che erano effettivamente molto, troppo, richieste nel resto dei territori dell'Impero britannico.
Per non depauperare le proprie risorse finanziarie, dato che, adottando il gold standard, non poteva permettersi un costante saldo negativo (equivalente a un'emorragia di oro verso il paese creditore commerciale) con la più importante economia mondiale del tempo (appunto la Cina), stabilì di incrementare al massimo possibile la coltivazione e la lavorazione dell'oppio. Con conseguenze socio-economiche distruttive per i territori indiani sotto il loro dominio.
Tra queste conseguenze, la sistematica deportazione (oggi diremmo "arrivo di migranti"), a Sri-Lanka e nelle Mauritius - e servendosi delle navi già utilizzate per il traffico degli schiavi-, della manodopera agricola divenuta eccedente, una volta instaurata una monocultura con obbligo di una produttività "minima". Infatti,  accadeva che, ove non fosse raggiunta la quantità di prodotto prestabilita, e pagata a prezzi irrisori, all'agricoltore indiano venisse sottratta la proprietà del terreno, mediante una rapida escussione della garanzia del debito contratto forzatamente con la Compagnia. 
L'esecuzione forzata era assicurata sotto il controllo di giudici inglesi, che erano sostanzialmente dei dipendenti della Compagnia delle Indie, (dato che esercitava anche le funzioni sovrane di amministrazione di giustizia e ordine pubblico sui territori indiani). 
La Compagnia in tal modo estendeva notevolmente la diretta proprietà dei terreni utili e dediti alla coltivazione e, agendo da monopolista, tendeva a ridurre i salari e la stessa capacità di sopravvivenza dei contadini bengalesi (già resa critica dall'esistenza di una monocultura forzata). Da cui l'ulteriore ampliamento dell'ondata di deportazioni, ben controllata dal funzionamento strutturale dell'economia nel paese di partenza, e che doveva apparire come un evento quasi meteorologico nelle terre di arrivo...

3.1. L'oppio raccolto dai produttori veniva quindi raffinato nei giganteschi stabilimenti di proprietà della Compagnia e poi venduto in apposite aste a "liberi mercanti" inglesi, americani, olandesi e anche indiani; in particolare appartenenti all'etnia "parsi" (antichi mercanti persiani, ancora seguaci del culto di Zoroastro, trasferitisi, tra l'altro, nei territori indiani, in particolare nella zona di Calcutta).
I liberi mercanti erano anche armatori di navi che arrivavano principalmente a Canton (unico approdo ove era consentito il commercio in entrata dalle autorità imperiali cinesi e, tradizionalmente, un polo commerciale con "l'occidente" sviluppatosi per millenni).

4. Lo scrittore ci riporta (pagg. 191-192 di "Il fiume dell'oppio") questa sorta di resoconto fatto allo stesso Napoleone (in esilio a S.Elena), da uno dei mercanti di oppio parsi:
"Dalla metà del secolo scorso, in Gran Bretagna e in America, la domanda di tè cinese è cresciuta a tal punto che attualmente si tratta della principale fonte di profitto per la Compagnia delle Indie orientali. Le tasse sul tè sono pari a un decimo delle entrate complessive della Gran Bretagna. Se a ciò si aggiungono beni come la seta, le porcellane e gli oggetti in legno laccato, è chiaro che la domanda europea di prodotti cinesi è insaziabileIn Cina invece c'è scarso interesse per le esportazioni europee: i cinesi sono convinti che i loro prodotti, al pari del loro cibo e dei loro costumi, siano superiori a tutti gli altri. Negli anni passati ciò costituiva un grave problema per i britannici, perché una bilancia commerciale così squilibrata comportava per la Gran Bretagna un enorme salasso finanziario. Ecco perché hanno iniziato a esportare l'oppio in Cina....Il commercio dell'oppio era appena un rivolo fino a una sessantina di anni fa (siamo nel 1818, ndr.), quando la Compagnia delle Indie vi ricorse come mezzo per porre rimedio al deflusso di capitali...Il flusso monetario si è invertito e scorre ora dalla Cina verso la Gran Bretagna, l'America e l'Europa."


Prima guerra dell'oppio in Cina. Apertura di nuovi porti per il commercio con l'Europa e cessione di Hong Kong all'Inghilterra- 1839
4.1. Il libro (pag.246), riporta pure una relazione all'Imperatore cinese, pubblicata sui giornali in lingua inglese, fatta dai mandarini che si occupavano della gestione dell'economia. Ne estraggo i passi salienti:
"...il paese subisce ogni anno un salasso (ndr; in importazione di oppio, pagata attraverso valuta principalmente in argento: all'epoca la più pregiata ed accettata era il dollaro d'argento spagnolo, il famoso "pezzo da otto" dei romanzi dei pirati) di trenta milioni di tael d'argento (valuta cinese del valore grosso modo corrispondente al dollaro spagnolo, ndr.), se non di più. Il valore del commercio legale, sotto forma di importazione di lane e orologi e di esportazione di tè, rabarbaro e seta, ammonta a meno di dieci milioni all'anno e il profitto che se ne ricava (saldo positivo di tale partita di scambio con l'estero) non supera i pochi milioni all'anno. Il valore complessivo del commercio legale (in termini di attivo delle partite correnti con l'estero) equivale dunque a un decimo o a un dodicesimo degli introiti del traffico di oppio. Questo fiume di ricchezze si riversa fuori dalla Cina...".

fumatori d'oppio cinesi

5. I mercanti "occidentali" (prevalentemente inglesi e americani) trasportavano l'oppio sulle navi di cui erano armatori: questo poi veniva "ceduto" a intermediari cinesi, organizzati in corporazioni di grandi mercanti (Co-hong), che provvedevano a prelevarlo dalle stesse navi ancorate al largo di Canton, mediante una rete di veloci barche a remi (chiamate granchi); formalmente, dunque, i liberi mercanti occidentali non erano gli effettivi importatori illegali della droga proibita.
Ma tali mercanti sorvegliavano le operazioni e concludevano i necessari accordi con la Co-hong, stando a Canton, in particolare in un "enclave", detta Fanqui Town (città degli stranieri, in senso spregiativo), dove erano state edificate delle "factories", dei magazzini che funzionavano anche da "Camere di commercio" e residenze degli occidentali: queste camere di commercio governavano, di fatto, medianti comitati auto-eletti, le rispettive comunità straniere, stabilitesi per ogni principale nazione mercantile (Olanda, Gran Bretagna, naturalmente, Olanda, Francia, Belgio, Stati Uniti ecc.): i tai-pan (mercanti nel gergo franco di Canton) non potevano però oltrepassare i confini dell'enclave ed entrare nelle mura di Canton, e nel territorio cinese in generale (come e perché si giunse a tale drastica soluzione, alla fine del '600, è oggetto di un'altra interessante storia narrata nel libro).

6. In questo contesto, l'imperatore Manchù (e già questo era, in quell'epoca, un problema che si rivelò fatale nella seconda guerra dell'oppio), non aveva dunque molta scelta nel tentare di fermare il traffico illegale di oppio, distruttivo dell'altrimenti florida economia cinese (per via di "vincolo esterno" della bilancia dei pagamenti in situazione di moneta-merce pregiata, allora prevalente).
A tal fine, nominò un nuovo governatore con poteri straordinari per la città di Canton e iniziò a far effettivamente applicare le leggi proibizioniste, inizialmente arrestando gli intermediari e i trafficanti cinesi, ma agendo con perquisizioni e irruzioni anche all'interno dell'enclave.


7. L'allarme che ciò portò nell'ambiente dei liberi mercanti divenne ben presto una sdegnata rivendicazione delle leggi del libero mercato, accusando di ipocrisia e, naturalmente, corruzione e tirannia, il governo cinese.
Alla vigilia dello scoppio delle ostilità, i mercanti, impegnati a reclamare l'intervento militare della Corona inglese a tutela del "libero mercato", si esprimono in termini che appaiono assolutamente coincidenti con le argomentazioni odierne pro-mercato degli espertologi filo-europeisti e delle stesse istituzioni europee
Sempre rammentando che, in base alle fonti accuratamente indicate, l'autore assume di aver trasposto in dialoghi dei personaggi (storicamente esistiti), quanto dagli stessi dichiarato o scritto sui giornali in lingua inglese di Canton.

9. Un convinto seguace di Smith, ad esempio (pag.260), si mostra perplesso circa la soluzione militare:
"...parlano di libero mercato ma hanno intenzione di chiedere l'intervento armato di Sua Maestà. A me non sembra solo una contraddizione, ma un farsi beffe dei principi del libero mercato...ogniqualvolta i governi cercano di imbrigliare la Mano Invisibile, ogniqualvolta cercano di piegare al proprio volere l'andamento del mercato, è allora che gli uomini liberi devono temere per le proprie libertàIn simili circostanze, sappiamo infatti di trovarci in presenza di un potere che pretende di trattarci come dei bambini, di una forza che pretende di usurpare la sovranità che Dio ha conferito in ugual misura a tutti noi". 
Notare: questa è la premessa da cui esplicitamente muove la mission che si è prefissa la Trilateral nel diffondere il mondialismo free-trade...
Prosegue il libero mercante (mr Dent), inizialmente diffidente verso la necessità dell'intervento militare del governo britannico (come vedremo, poi cambierà idea):
"Il mio piano è confidare nell'Onnipotente e lasciare il resto alle leggi di natura. Non ci vorrà molto perché la naturale cupidigia del genere umano riprenda il sopravvento. A mio avviso si tratta del più potente e nobile fra gli istinti dell'uomo, nulla può contrastarlo. E' solo questione di tempo, ma farà piazza pulita di chi cerca di governarlo dall'alto" (ndr: sia questi l'imperatore cinese o la stessa Regina d'Inghilterra...).

8. Ma, come rivelano i successivi svolgimenti, questa sovranità ("conferita da Dio", attraverso l'azione naturale della Mano Invisibile) aveva comunque bisogno di un decisivo "aiutino" militare-navale del deprecato "governo". 
Per potere conciliare ciò con la divina e superiore "sovranità" attribuita ai "liberi mercanti", occorre uno strumento, naturalmente conforme alla "volontà di Dio" che la innesti nel regime parlamentare britannico del tempo.
Ecco che l'occasione è fornita dal ritorno in Gran Bretagna del presidente della Camera di commercio-factory inglese a Canton, Mr Jardine: 
"..la presenza di Mr Jardine a Londra sarà per noi un grosso punto di forza. E' dotato di un tatto straordinario, saprà senz'altro farsi ascoltare da Lord Palmerston (ministro degli esteri britannico dell'epoca, ndr.). E saprà esercitare la sua influenza sul governo anche in altri modi: Jardine sa come spendere i suoi soldi e ha molti amici in Parlamento"
E con queste pragmatiche osservazioni, sono ben indicati il ruolo di governo e parlamento secondo i "sovrani" del free-trade internazionale (anglosassone). 
La risposta a tale auspicio di intervento presso governo e parlamento è una delle più folgoranti ed eloquenti descrizioni della democrazia idraulica:
"La democrazia è una cosa magnifica...E' un magnifico "tamasha" (show, spettacolo) che tiene occupata la gente comune in modo che le persone come noi possano occuparci di tutte le questioni importanti...".

10. Prevalsa l'ipotesi di invocare e mobilitare la forza militare imperiale, seguono trionfali enunciazioni di augurio e di auto-legittimazione in base alle leggi naturali, stabilite dalla Divina Ragione, nei termini più espliciti:
"Molto si è detto sul fatto che la Compagnia delle Indie orientali ci abbia indicato la via della Cina; ciò è senz'altro vero, ma è stata una mera questione di tempo, di epoca; qualcuno vuol forse affermare che se la Compagnia non fosse mai esistita lo spirito del libero mercato non avrebbe trovato la sua strada fin qui? No!...Perché lo spirito del libero mercato si espande, cresce e fiorisce in modo autonomo e autosufficiente!"
Segue il brindisi (è lo stesso che libero mercante che in precedenza confidava nella Mano Invisibile, id est. nell'Onnipotente, ma poi cambia evidentemente idea): 
"Al libero mercato, signori! E' la corrente purificatrice che spazzerà via tutti i tiranni, grandi e piccoli!"

11. Ed ecco gli effetti della "corrente purificatrice" dello "spirito" del libero mercato affidato alla volontà superiore dell'Onnipotente, che poi trova il suo concreto agire nella Mano Invisibile, sospinta dal "più nobile degli istinti umani" (la cupidigia). 
La "Mano", come lo Spirito Santo, riafferma l'ordine e la volontà divina che legittima la vera "sovranità dei mercati". Come testimoniano queste, tra le prime foto di guerra (in occasione della seconda guerra dell'Oppio: ma gli effetti della prima, data la superiorità tecnologica delle artiglierie e delle navi occidentali non era stata da meno...):

Soldati cinesi uccisi nella presa del forte Taku

martedì 19 aprile 2016

IL MONDIALISMO ANTISOLIDALE DEL FATTO COMPIUTO E L'IMMIGRAZIONE: I RIMPATRI CHE NON CI POSSIAMO PERMETTERE



Avvertenza: per problemi con la piattaforma questo post è stato ripubblicato una seconda volta. Risulta perciò leggermente diverso, in alcune parti, dalla prima versione andata perduta. Ci scusiamo coi lettori che avessero avuto la ventura di aver tentato di leggerlo e si fossero trovati di fronte a una "pagina non trovata".

1. La questione dell'immigrazione non è ovviamente solo €uropea. Certo, la progressione dei numeri degli ultimi anni è impressionante: ma solo perché, come abbiamo visto, è gestita attraverso un sostanziale lassez-faire, in cui l'emergenza umanitaria dei rifugiati è utilizzata per "scudare", nel teatrino mediatico, la ristrutturazione sociale e del mercato del lavoro progettata nella €uropean-way
Abbiamo infatti visto come persino secondo i trattati i vari Stati avrebbero potuto e, anzi, avendo tutt'ora una riconosciuta sovranità di policies in tema di immigrazione, "dovuto" gestire il problema in tutt'altro modo: cioè, a fronte di un'immigrazione essenzialmente economica, ogni Stato, proprio in base al principio di sussidiarietà operante negli stessi trattati, avrebbe potuto concludere opportuni trattati bilaterali con gli Stati "di partenza", non troppo difficilmente individuabili in base alla conoscenza della composizione dei flussi migratori effettivi.

2. La conclusione dei trattati bilaterali, infatti, risponde anche a espresse previsioni dei trattati europei oltre che al sistema più razionale e consensuale seguito in passato all'interno dell'Europa (pre-federalismo e liberoscambismo), e non solo:
"Va infatti ricordato che l'art.78 TFUE  sopra citato, se letto in buona fede, si riferisce chiaramente a flussi peculiari, cioè determinati da eccezionali e imprevedibili eventi circoscritti a uno "Stato terzo" manifestamente in stato emergenziale, e non coinvolgenti in modo stabile e prolungato, data l'evidente ratio di eccezionalità della normativa, intere aree continentali o addirittura interi continenti.

Ce lo conferma lo stesso trattato: al successivo art.79, infatti, l'Unione nel configurare una "politica comune" di gestione dei flussi migratori:
a) si pone, al par.1, l'obiettivo prioritario del "contrasto rafforzato alla immigrazione illegale e alla tratta degli esseri umani". 
E dov'è tale azione comune di contrasto rafforzato, che è evidentemente diversa dal principio del "non respingimento" e della protezione sussidiaria e dei rifugiati, che riguarda situazioni eccezionali e imprevedibili?;
b) enuncia il seguente fondamentale principio (par.5): "Il presente articolo non incide sul diritto degli Stati membri di determinare il volume di ingresso nel territorio dei cittadini di paesi terzi, provenienti da paesi terzi, allo scopo di cercarvi un lavoro indipendente o autonomo";
c) infine, volendo attribuire alla normativa europea una certa previdenza sugli esiti emergenziali dei principi dell'art.78, lo stesso art.79, al par.3, mostra come la degenerazione, fuori dai suoi presupposti giustificativi nel trattato, di una fase emergenziale non si risolva con la permamente apertura delle frontiere che, anzi, fuori dalla condizione di imprevedibiltà, origine circoscritta ed eccezionalità, (caratteri che la dimensione e la durata attuale del fenomeno ormai smentiscono), deve considerarsi non consentita e da correggere. 
Ed infatti, il par.3 così prevede:
"L'Unione può concludere con i paesi terzi accordi ai fini della riammissione, nei paesi di origine o di provenienza, di cittadini di paesi terzi che non soddisfano o non soddisfano più le condizioni per l'ingresso, la presenza o il soggiorno nel territorio di uno degli Stati membri". 
E dove sono, dopo anni e anni di incremento vertiginoso del fenomeno della immigrazione illegale (ce lo dicono le statistiche) questi accordi, coi ben identificabili paesi terzi, per il rimpatrio di coloro che non soddisfano ora e poi le condizioni di ingresso in €uropa?" 

3. Ben si potevano considerare, infatti, quei dati agevolmente accessibili che, al di là della retorica del "fuggono dalla guerra, dalla fame, e dalla distruzione", ci raccontano di un travaso migratorio essenzialmente dovuto al tentativo de facto di aprire le frontiere del mondo intero, in particolare europee, per realizzare una mobilità della forza lavoro che funzioni da acceleratore della deflazione salariale e della destrutturazione del welfare dei paesi "riceventi", in modo da equalizzare la "competitività" del costo del lavoro tra ex-paesi ricchi e paesi del terzo mondo o, comunque, in via di sviluppo.

In proposito riportiamo alcuni dati salienti riguardanti la realtà italiana, riferita al 2014:
Si consideri che, quanto al 2014, ad esempio"su 36.270 stranieri richiedenti lo status di rifugiato (circa il 20% del totale degli immigrati annuali), il 10% (3.641) l'ha ottenuto, il 23% ha ricevuto protezione sussidiaria, il 28% quella umanitaria. Pari al 39% le domande respinte". 
E questa statistica, quindi, esclude dal computo quegli immigrati che non hanno inoltrato alcuna domanda di asilo o assimilabile, che sono la grande maggioranza, considerando che, nello stesso 2014, gli arrivi sono ammontati a circa 170.000 persone. Dunque, l'80% non chiede neppure di esperire una procedura che si richiami ai "motivi umanitari", già più ampi dello status di rifugiato; e, anche avendo esperito tali procedure, circa l'88% risulta essere immigrato illegale, cui attribuire una prevalente giustificazione di mera immigrazione economica.

NB: I dati della tabella sottostante riguardano, nei vari Stati interessati, l'esito delle pratiche attivate dai richiedenti uno status di profugo o similare, non il numero totale degli immigrati in arrivo, che è molto maggiore: quelli che non fanno richiesta, infatti, sono, per loro stessa ammissione, degli immigrati "illegali" ai sensi dell'art.79 TFUE, cioè espressione del fenomeno che tale norma imporrebbe all'Unione di contrastare:




4. Ma da dove nasce il sistema, o meglio la strategia, dell'immigrazione illegale di massa, cioè della tendenza al fatto compiuto nella "dimenticanza" di difendere le frontiere mediante tutti gli strumenti delle leggi già vigenti (compresa la Costituzione)? 
Da dove nasce il fenomeno dell'immigrazione mediante assalto alle frontiere (illegale per definizione) volutamente non regolato, instauratosi in base a circostanze considerate "emergenze imprevedibili" ed epocali, ma in realtà in atto da decenni? 
Da dove nasce l'assenza di qualunque tentativo di affrontare e risolvere le cause degli squilibri economici e sociali nei paesi di origine,  e la volontà di trasformare la pressione demografica dei paesi impoveriti nella imposizione della forza lavoro "importata" alle comunità sociali statali
Da dove nasce questa tecnica dell'occultamento dell'idea - autenticamente solidale sul piano della comunità internazionale- della risolvibilità delle cause della migrazione economica mediante politiche di promozione del benessere nei paesi d'origine (p.8-9)? 
Dalla ovvia considerazione che i cittadini, una volta colpevolizzati, da orchestrate campagne mediatiche, posti di fronte al manifestarsi del "fatto compiuto", costituiscono un elettorato a cui non si può dire apertamente la verità su questo punto.
Perché non gli si può dire quella verità che emergerebbe, nel pubblico dibattito e nella trasparenza, se si dovesse votare, e, forse, far effettivamente rispettare, una legge di cui fossero comprensibili gli obiettivi di mutamento demografico e dell'assetto dell'offerta del lavoro e, ancor più, i presupposti obiettivi, derivanti dalla rilevazione e dalla stima di un'effettiva esigenza di sopperire a carenze di disponibilità di determinate tipologie di lavoratori.

5. Non è difficile affermare che tale tecnica di variazione demografica e di incremento di fatto dell'offerta di lavoro (cosa che ne deprime naturalmente il prezzo-compenso retributivo, secondo una ben nota legge del mercato che i decidenti di fatto conoscono benissimo e fanno finta di ignorare appellandosi "sorpresi" al dramma umanitario, debitamente provocato), nasca negli USA.
L'ammissione di ciò l'avevamo avuta esaminando l'analisi dell'offerta politico-partitica degli stessi Stati Uniti compiuta da un autentico esperto del globalismo economico: Martin Wolf. Egli così ci descrive il mercato politico USA, senza nascondere che si tratti di un paradigma, sempre più, valido per il più ampio "mondo occidentale":

"Risulta estremamente interessante la sua definizione di ala destra e ala sinistra delle "elites": primo perché ci indica i termini sostanzialmente omogenei delle due versioni di politica economicapoi perché ribadisce ciò che al lettore non deve mai sfuggire e che abbiamo appena illustrato. Cioè che il governo della società, al di là del processo elettorale, spetta comunque alle elites.
Perché termini sostanzialmente omogenei?
Chiederselo, e capirlo, è estremamente utile, anche in termini di comprensione della situazione italiana ed €uropea.
Dunque, la destra (delle elites) perseguealiquote fiscali basse, apertura all'immigrazione, globalizzazione, limitazione dei costosi programmi di welfare, deregolamentazione del mercato del lavoro e massimizzazione del valore per l'azionista.
La sinistra (delle elites) invece:  apertura all'immigrazione (di nuovo), multiculturalismo, laicismo, diversità, libertà di scelta sull'aborto e uguaglianza di razza e di genere.
La differenza tra queste due versioni è particolarmente sfuggente in termini di interessi materiali del popolo che costituisce la maggioranza schiacciante del corpo elettorale
Wolf stesso evidenzia particolarmente che entrambe le fazioni sono sostenitrici dell'apertura alla immigrazione. Almeno, parrebbe, negli USA: questo implica necessariamente, diremmo indefettibilmente, una particolare concezione del mercato del lavoro, cioè l'instaurazione del lavoro-merce caratterizzato dalla perfetta flessibilità, che, a sua volta, ha il suo punto di appoggio necessitato, cioè creativo dello "stato di eccezione" che ne impone la necessità, nella globalizzazione finanziaria, che equivale a dire la liberalizzazione della circolazione dei capitali.

6. Questo schema, dunque, lega indissolubilmente la liberalizzazione dei capitali al mercato del lavoro e, a sua volta, alla immigrazione di fatto non regolamentata dal fisiologico sistema dei trattati internazionali bilaterali. 

Tale sistema viene abbandonato  rigorosamente "all'insaputa" dei rispettivi elettorati: e ciò considerando che, appunto, l'attuale sistema dell'assalto alle frontiere, ripetiamo, non passa per le deliberazioni dei parlamenti e della loro legislazione ma per la "registrazione" di una serie di "stati di eccezione" extraordinem. 
Questo far subire alle popolazioni di tutto il mondo gli effetti di eventi definiti inevitabili e incontrollabili, ma solo celandone le precise cause economiche e geopolitiche, è perfettamente in linea con le strategie del governo globale dei mercati e con l'abolizione della sovranità statale che esso si prefigge

Una serie di trattati conclusi da uno Stato che voglia regolare l'aspetto demografico del proprio assetto sociale e del mercato del lavoro, implica infatti il rinnovato riconoscimento della sovranità di tale Stato e, per simmetria, di quella degli Stati controparte di questi stessi trattati, individuati in modo trasparente e legalitario
Tale riaffermazione di sovranità, sempre de facto, va invece accuratamente evitata: 
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7. Il problema della destrutturazione de facto della sovranità si propone in termini relativamente semplici: si attribuisce all'Esecutivo una discrezionalità nell'applicazione della legge in materia di immigrazione, che sia tanto più ampia quanto più lo "stato di eccezione " (programmato), sia conseguente alla vastità del fenomeno di fatto
Poi, di fronte, appunto, alla vastità del fenomeno (che è il fatto compiuto extra ordinem) si pone l'attenzione non sulle sue cause generatrici - cosa che implicherebbe l'individuazione di originarie e permanenti responsabilità politiche sull'applicazione passata della legge- ma sui limiti finanziari dell'applicazione effettiva della legge stessa
Si pone cioè l'attenzione sul costo dell'enforcement: lo stato di eccezione diviene così privo di alternative, un TINA, perché applicare la legge sull'immigrazione e, in modo indiretto ma implicito, quelle sulla tutela del lavoro e sulla sostenibilità del welfare, nella loro originaria portata e finalità di tutela dell'interesse della comunità-elettorato, "non ce lo possiamo permettere"

La piena conferma di questo schema di "governo della ristrutturazione", delle sovranità e delle stesse comunità sociali che questa dovrebbe tutelare, l'abbiamo da un articolo dell'International New York Times odierno (pag.11, Immigration Law and Obama); tenendo appunto presente che la stampa anglosassone, pur svolgendo lo stesso ruolo di legittimazione del frame mondialista di quella italiana, lo fa in maniera più discreta e più fedele nella esposizione dei fatti rilevanti. 
Vale a dire, i fatti non scompaiono completamente dall'esposizione a favore di slogan che assurgono, come in Italia, al ruolo di fattoidi incontestabili e circondati da un moralismo ricattatorio che colpevolizza il cittadino di ogni pulsione di naturale autodifesa del proprio benessere e di aspettativa fondata sulla conformità alle leggi dell'azione dei pubblici poteri.

8. La questione, nell'articolo citato, viene subito affrontata nei suoi termini legali: 
"La controversia legale che investe le politiche di enforcement delle leggi sull'immigrazione dell'amministrazione Obama, sarà risolta dai giudici della Corte Suprema, nell'udienza programmata il 18 aprile, pronunciandosi sul caso Stati Uniti vs. Texas. Il Texas sostiene che le decisioni dell'esecutivo presidenziale difettino della "sanzione legale" del Congresso ed abbiano danneggiato o Stato (del Texas).Obama...ha comunque operato nell'ambito di risalenti e perduranti previsioni della legge che conferiscono all'Esecutivo una discrezionealità nell'enforcement. Una prerogativa presidenziale già riconosciuta dalla Corte Suprema. Inoltre, la natura dell'enforcement in tema di immigrazione e le risorse (o la mancanza di esse) apprestate dal Congresso esigevano esattamente le scelte che il Presidente ha compiuto.Il Congresso ha ripetutamente accordato all'Esecutivo un ampio potere nell'applicazione delle leggi sull'immigrazione. La legge del 2002, istitutiva del Dipartimento della Sicurezza Interna (Homeland Security), afferma esplicitamente che l'Esecutivo debba stabilire "le politiche e le priorità nazionali di enforcement dell'immigrazione". La Corte Suprema ha riconosciuto gli spazi che il Congresso lascia all'Esecutivo nelle "deportazioni" (ndr: ciò che in UE viene denominato "rimpatri"). La Corte Suprema...ha rilevato che "una caratteristica centrale del sistema di rimpatri (removal) è l'ampia discrezione esercitata dai funzionari dell'immigrazione" inclusa la decisione "se sia ragionevole (finanziariamente, come vedremo, ndr.) la stessa effettuazione del rimpatrio".
...La Corte Suprema riconosce da lungo tempo tale discrezionalità, non potendo il Congresso prevedere ogni tipo di situazione. Già nel 1950 ha affermato che le leggi sull'immigrazione sono un'area dove "la flessibilità e l'adattamento delle politiche del Congresso a condizioni infinitamente variabili, costituiscono l'essenza del programma".Le immense conseguenze morali e legali di una campagna di deportazioni che abbia a bersaglio gli 11 milioni di immigranti privi di documenti sono ovvie. Persino gli americani la cui frustrazione per tale stato di cose ha superato la "compassione", portandoli a sostenere le più drastiche applicazioni coattive della legge, sarebbero propensi a riconsiderarle se assistessero effettivamente al compimento delle operazioni da intraprendere.Un gigantesco rastrellamento come quello necessario richiederebbe un'eccezionale espansione delle capacità di "polizia-enforcement" e risulterebbe in una massiccia intrusione nel tessuto sociale americano.Ma (ed è questo il punto cruciale della connessione tra discrezione crescente a posteriori dallo stato di fatto compiuto, e mancato enforcement come soluzione TINA, cioè che "non ci si può più permettere", ndr.) non c'è prospettiva per una tale campagna di enforcement, perché il Congresso non ha reso disponibile che una frazione del finanziamento necessario della spesa necessaria.Questo è il perché, per sua natura, l'enforcement in materia di immigrazione, richiede la discrezionalità dell'Esecutivo".

9. E così il cerchio si chiude: gli squilibri strutturali, economici e sociali, dei paesi più poveri sono un remoto problema affidato alla logica delle "riforme" (ferocemente neo-liberiste) previamente imposte da FMI e World Bank. 
L'irrompere di fatto delle masse dei migranti sono, allo stesso modo, un acceleratore dei presupposti per poter giustificare le riforme stesse nei paesi d'arrivo.
L'emergenza occupazionale, già creata dai vincoli esterni sui paesi delle democrazie europee, si sposa con lo stato di eccezione migratorio, sfruttando la sovraofferta di lavoro a basso costo: nonostante la sua illegalità, questa situazione consente di arrivare a rendere indubitabile l'onerosità del mantenimento di qualunque forma di welfare, che "non ci possiamo più permettere" in una tale situazione di emergenza programmatica.

L'idea è più Africa per tutti (o più Messico per tutti).
Senza la sovranità, obsoleto retaggio del mondo dei cittadini per un attimo divenuti popolo sovrano di lavoratori: end of democracy.
Benvenuti nel mondo della globalizzazione denazionalizzata e anti-statuale: a vostra insaputa, ma è questo che vi potete permettere...