sabato 25 maggio 2013

DE REDITU

DE REDITU

Intendendo il "ritorno", prima ancora che alla valuta nazionale, al buon senso e alla democrazia.

E naturalmente sperando in un esito ben più positivo di quello del viaggio di Claudio Rutilio Namaziano. Di cui però ci piace ricordare una definizione, riferita al tipo di uomini che intendeva combattere: "lucifugi viri", "uomini che fuggono la luce", nei versi del Rutilio storico. E se qualcuno ha avuto la pazienza, e la passione civile, di seguire questo blog e Goofynomics, non gli sarà difficile capire chi siano oggi "coloro che fuggono la luce".

In questa prospettiva di "illuminazione", riproduciamo qui il "Manifesto" per una nuova configurazione monetaria in Europa come tradotto dallo stesso Alberto Bagnai.
Questo manifesto, e questo è un punto che non deve sfuggire, può condurre all'enorme risultato della "rimessa in discussione" di tutte le questioni che all'euro si connettono, in un groviglio di regole economiche e di  meccanimi istituzionali che hanno schiacciato la democrazia costituzionale dei paesi che hanno aderito alla unione monetaria.
Quali siano queste questioni lo si può ritrarre da questo dialogo con Alberto stesso: "la governance della Banca centrale, l'interpretazione dell'inflazione e del conflitto distributivo, il ruolo dello Stato nell'economia, la diagnosi della crisi".
Non inserirò neppure i links relativi ai post con cui abbiamo affrontato queste stesse questioni. Prossimamente ripubblicherò il post sulla "dottrina delle banche centrali indipendenti" aggiornato con le "versioni" di Ciampi e Andreatta sul divorzio tesoro-bankitalia. Perchè in tale post si tratta proprio di questo insieme di questioni.
Intanto, poniamo i nostri sforzi, ideali e pratici, affinchè sia riaperto lo spazio per rimettere in discussione un assetto, quello del "vincolo esterno", che ha creato un'apnea di 30 anni nella democrazia costituzionale: avere un inizio serve a sapere che la via è percorribile.
La via della ragione e della democrazia dei diritti fondamentali. E non è poco. Il "tanto" di cui siamo "creditori" arriverà solo se sapremo essere tenaci fino in fondo, vigilando sempre sulle mosse del potere oligarchico. 

Solidarietà europea di fronte alla crisi dell’Eurozona

La segmentazione controllata dell’Eurozona per preservare le conquiste più preziose dell’integrazione europea.

La crisi dell’Eurozona mette a rischio l’esistenza dell’Unione Europea e del Mercato Unico.

La creazione dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo si colloca fra le maggiori conquiste dell’Europa post-bellica in campo politico ed economico. Il notevole successo dell’integrazione europea è scaturito da un modello di cooperazione che beneficiava tutti gli stati membri, senza minacciarne alcuno.
Si era ritenuto che l’euro potesse essere un altro importante passo avanti sulla strada di una maggiore prosperità in Europa. Invece l’Eurozona, nella sua forma attuale, è diventata una seria minaccia al progetto di integrazione europea.
I paesi meridionali dell’Eurozona sono intrappolati nella recessione e non possono ristabilire la propria competitività svalutando leproprie valute. D’altra parte, ai paesi settentrionali si chiede di mettere arischio i benefici delle proprie politiche finanziarie prudenziali, e ci si aspetta che in quanto “benestanti” finanzino i paesi del Sud attraverso infiniti salvataggi. Questa situazione rischia di portare allo scoppio di gravi disordini sociali nell’Europa meridionale, e di compromettere profondamente il sostegno dei cittadini all’integrazione europea nell’Europa settentrionale. L’euro, invece di rafforzare l’Europa, produce divisioni e tensioni che minano le fondamenta stesse dell’Unione Europea e del Mercato Comune.

Una strategia nel segno della solidarietà europea

Riteniamo che la strategia che offre le migliori possibilitàdi salvare l’Unione Europea, la conquista più preziosa dell’integrazione europea, sia una segmentazione controllata dell’Eurozona attraverso l’uscita, presa di comune accordo, dei paesi più competitivi. L’euro potrebbe rimanere –per qualche tempo – la moneta comune dei paesi meno competitivi. Ciò potrebbe comportare in definitiva il ritorno alle valute nazionali, o a differenti valute adottate da gruppi di paesi omogenei. Questa soluzione sarebbe un’espressione di vera solidarietà europea. Un euro più debole migliorerebbe la competitività dei paesi dell’Europa meridionale e li aiuterebbe a uscire dalla recessione e tornare alla crescita. Ridurrebbe anche il rischio di panico bancario e il collasso del sistema bancario nei paesi dell’Europa meridionale, che potrebbe verificarsi se questi fossero costretti ad abbandonare l’Eurozona o decidessero di farlo per pressioni dell’opinione pubblica nazionale, prima di un abbandono dell’Eurozona da parte dei paesi più competitivi.
La solidarietà europea sarebbe ulteriormente sostenuta trovando un accordo su un nuovo sistema di coordinamento delle valute europee, volto alla prevenzione di guerre valutarie e di eccessive fluttuazioni dei cambi fra i paesi Europei.
Naturalmente sarebbe necessario, in almeno alcuni dei paesi meridionali, un abbuono (haircut) dei debiti. La dimensione di questi tagli e il loro costo per i creditori, tuttavia, sarebbero inferiori rispetto al caso in cui questi paesi restassero nell’Eurozona, e le loro economie continuassero a crescere al di sotto del proprio potenziale, soffrendo una elevata disoccupazione. Posta in questi termini, l’uscita dall’Eurozona non implicherebbe che le economie più competitive non debbano sopportare un costo per la diminuzione dell’onere deldebito dei paesi in crisi. Tuttavia, ciò accadrebbe in circostanze nelle quali il loro contributo aiuterebbe quelle economie a tornare a crescere, al contrario di quanto accade con gli attuali salvataggi, che non ci stanno portando da nessuna parte.

Perché questa strategia è così importante?

Non occorre dire che è nostro comune interesse che l’UnioneEuropea torni alla crescita economica – la migliore garanzia per la stabilità e la prosperità dell’Europa. La strategia di segmentazione controllata dell’Eurozona faciliterà il conseguimento di questo risultato nei tempi più rapidi.

I firmatari

Alberto Bagnai (@AlbertoBagnai) – Professore associatodi politica economica presso il Dipartimentodi Economia dell’Università Gabriele d’Annunzio a Pescara (Italia), e ricercatore associato al CREAM (Centro diricerca in economia applicata alla globalizzazione, Università di Rouen). Isuoi interessi di ricerca si concentrano sulla sostenibilità del debitopubblico ed estero nelle economie emergenti; ha lavorato come consulente per l’UNECA(Commissione Economica per l’Africa delle Nazioni Unite) su progetti relativialla convergenza macroeconomica delle unioni monetarie in Africa. Percontribuire alla divulgazione dei temi economici ha aperto nel novembre del2011 il blog goofynomics.blogspot.ite contribuisce a “IlFatto Quotidiano” come opinionista e blogger. Il suo ultimo libro “Iltramonto dell’euro”, pubblicato nel 2012, ha riacceso in Italia ildibattito su costi e benefici dell’Eurozona. Alberto Bagnai è cittadino italiano.

Claudio BorghiAquilini (@borghi_claudio)– Professore incaricato di Economia degli Intermediari Finanziari presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. La suaesperienza lavorativa lo ha portato a occupare posizioni manageriali di spicconel settore finanziario in Italia. Ha lavorato per Deutsche Bank Italia aMilano (2001-2008) e prima per Merril Lynch. Attualmente collabora con “Il Giornale” come opinionista. Claudio Borghi Aquilini è cittadino italiano.

Brigitte Granville – Professore di Economia Internazionale e Politica Economicaalla School of Business and Management dell’UniversitàQueen Mary di Londra, dove dirige il Centro di Ricerca sulla Globalizzazione (CGR). In diverse occasioni èstata consulente su temi economici – in particolare, politica monetaria – per varipaesi emergenti o in via di sviluppo, fra i quali la Russia, il Kazakistan, l’Ucraina,l’Uzbekistan e la Costa d’Avorio, per conto dei rispettivi governi, o diorganizzazioni pubbliche quali la Commissione Europea o la Banca Mondiale. Neltriennio 1992-1994 Brigitte è stata membro del team di consulenti economici delMinistero delle Finanze russo, diretto dal professor Jeffrey Sachs. Inquel periodo ha svolto un ruolo guida nel motivare la necessità di unosmantellamento dell’area del rublo, che comprendeva diverse repubblichesovietiche, in seguito al collasso dell’Unione Sovietica. Il suo ultimo libro, “Remembering inflation”,è stato pubblicato dalla Princeton University Press. Cittadina francese,Brigitte Granville ha ricevuto nel 2007 l’onorificenza di Chevalier des PalmesAcadémiques – accordata dal governo francese per onorare contributisignificativi allo sviluppo della cultura.

Hans-Olaf Henkel (@HansOlafHenkel)– Professore di ManagementInternazionale all’Università diMannheim, già presidente della Confindustria tedesca - BDI (1995-2000). Ha lavorato in IBM dal 1962, hadiretto IBM Germania (1987-1992), poi è stato amministratore delegato di IBMEuropa (1993-94). Dal 2001 al 2005 è stato presidente dell’associazione Leibniz. Commendatore dellaLegion d’onore nel 2002. Hans-Olaf Henkel è cittadino tedesco.

Stefan Kawalec – Amministratore delegato di CapitalStrategy, una società polacca di consulenza strategica. Dal 1989 al 1994 hasvolto un ruolo significativo nella preparazione e nell’implementazione delpiano di stabilizzazione e trasformazione dell’economia polacca come capo deiconsulenti del Vice primo ministro e Ministro delle Finanze Leszek Balcerowicz,e successivamente come sottosegretario alle Finanze. È stato membro attivo dell’opposizionedemocratica e del movimento Solidarność sotto il regime comunista in Polonia. Èco-autore dell’articolo “Smantellamentocontrollato dell’Eurozona: una strategia per salvare l’Unione Europea e ilMercato Unico Europeo”, GermanEconomic Review, Febbraio 2013. Stefan Kawalec è cittadino polacco.

Jens Nordvig – Amministratore delegato di Nomura, la bancadi investimento globale, dove dirige la Fixed Income Research, ed è capo dellastrategie valutarie globali. In precedenza ha lavorato come Senior CurrencyStrategist alla Bridgewater Associates, e come Senior Global Markets Economistpresso Goldman Sachs. Nel 2012 si è classificato primo nella categoria “ricercasui mercati valutari” nella rassegna InstitutionalInvestor. Jens Nordvig è cittadino danese.

Ernest Pytlarczyk – Economista capo alla Banca BRE (sussidiaria della Commerzbank, e terzabanca commerciale della Polonia), dove dirige il dipartimento ricerca. Hacominciato la propria carriera come analista finanziario alla BRE nel 2002, èstato assistente all’Università di Amburgo (Istituto per il Ciclo Economico) ericercatore presso la Deutsche Bundesbank. Coautore dell’articolo “Smantellamentocontrollato dell’Eurozona: una strategia per salvare l’Unione Europea e ilMercato Unico Europeo”, GermanEconomic Review, Febbraio 2013. Ernest Pytlarczyk è cittadino polacco.

Jean-Jacques Rosa – Professore Emerito di Economia e Finanza all’Institut d’Etudes Politiques (Parigi). Coordinatoree fondatore del dottorato in economia di Sciences Po a Parigi dal 1978 al 2004.Curatore della rubrica economica “Cheminement du Futur” su Le Figaro dal 1987 al 2001. Ha ottenuto nel 1995 il premio “Economistadell’anno” dal Nouvel Economiste.Jean-Jaques Rosa è cittadino francese.

JacquesSapir (@russeurope) –Professore di economia presso la Scuola di Alti Studi in Scienze Sociali (EHESS) e professore visitatore presso la MSE di Mosca. Hastudiato scienze politiche e economia all’IEPdi Parigi e ha scritto la sua tesi sulle politiche del lavoro nell’UnioneSovietica nel periodo fra le due guerre mondiali, e la tesi di dottorato sulciclo degli investimenti nell’Unione Sovietica nel periodo postbellico. Halavorato all’università di Nanterre prima di entrare all’EHESS dove è diventatodirettore del Centro di Studi sui Modi di Industrializzazione (CEMI) nel 1997.È stato fra i pochissimi economisti a prevedere il crac russo del 1998. Daallora si è specializzato sul modello economico russo e sulle conseguenzemacroeconomiche dell’Unione Economica e Monetaria. Conduce un blog piuttostofrequentato http://russeurope.hypotheses.org.I suoi ultimi libri: “Faut-il sortir de l’euro?”, Parigi: Le Seuil, 2012 (tradottoin italiano); “La transition vingt ans après” (con Ivanter, Kuvalin andNekipelov), Parigi-Ginevra, Les Syrtes, 2012 (in corso di traduzione in russo).Jacques Sapir è cittadino francese.

Juan Francisco Martín Seco – Docente universitario diIntroduzione all’economia, Teoria della Popolazione, e Finanza pubblica. Appartieneall’ordine dei Revisori dei conti (Ministero delle Finanze spagnolo) e allaservizio di vigilanza delle cooperative di credito del Banco de España. Haprestato servizio come Revisore dei conti dell’Amministrazione centrale e delMinistero delle Finanze. Opinionista per diversi giornali e riviste: “El Pais”,“Cinco Dias”, “Gaceta de los nogocios”, “Diario 16”. Ha fatto parte delcomitato di redazione di “El Mundo” e di “Publico”. Attualmente è editorialistaper “República”. Autore di numerosi libri, fra i quali: “Latrastienda de la crisis” (2010), “¿Para qué servimos los economistas? (2010), “Economía.Mentiras y trampas” (2012), “Contra el euro” (2013). Juan Francisco MartínSeco è un cittadino spagnolo.

AlfredSteinherr – Professore presso la facoltà di Economia e Management dellaLibera Università di Bolzano, della quale è stato fondatore (1998-2003). Inprecedenza, economista e direttore generale del dipartimento per l’economia e l’informazionedella Banca Europea degli Investimenti,Lussemburgo (1995-2001). Ha fatto parte del Dipartimento di ricerca del FondoMonetario Internazionale a Washington, e consulente economico della CommissioneEuropea. Alfred Steinherr è cittadino tedesco

venerdì 24 maggio 2013

LE VERE CAUSE DELLA SVENDITA DEL MADE IN ITALY

Ci sarebbe poco da aggiungere a questo commentario ragionato di Flavio sulla questione della "svendita all'estero" dell'industria italiana. Questione che, nei media italiani si tende ad affrontare continuando a dare la colpa alla eccessiva tassazione e dimenticando che essa è solo un corollario di una "verità" più ampia e, complessivamente, ben diversa.  Essa ha a che fare con il divorzio tesoro-Bankitalia, col legare il nostro cambio al marco (nelle varie forme partite con lo SME), con la competitività di prezzo regalata a concorrenti che "barano" e che addirittura additiamo a modello, con la assurda auto-preclusione della domanda estera, con una connessa debolezza della spesa pubblica, corrente e per investimenti: tutti elementi che hanno determinato la crisi da domanda in cui ora ci ritroviamo. Senza che i governanti lo vogliano riconoscere come tale e senza che, comunque, mostrino la benchè minima volontà di adottare i provvedimenti indispensabili per risolverla.

Le vere cause della svendita del “Made in Italy”.

Lo Stato colpevole, lo Stato che spreca, lo Stato che impedisce all’impresa di sopravvivere. Il luogo comunismo imperversa anche sul web. Noi, nel nostro piccolo, ci dedichiamo a correggere le “lievi imprecisioni” che da troppe parti falsificano la storia economica del nostro paese. Ci dedichiamo oggi ad un articolo di qualche tempo fa’. Partiamo dal pezzo: eccolo.
Prima di tutto suggeriamo di leggerlo completamente. Perché è molto utile: la prima parte, fatto salvo un passo non chiaro sulla politica, è sostanzialmente corretta, inoltre la tabella delle aziende italiane di proprietà straniera ci può aiutare a capire molte cose sui comportamenti ufficiali delle stesse imprese in questa crisi oramai divenuta di lungo corso. Che il liberoscambismo europeo sia un male per il nostro paese (cfr. ad esempio) non lo diciamo solo noi, ma numerosi altri economisti di fama internazionale tra cui Dani Rodrik.
Partire con il piglio giusto però non vuol dire, come in questo caso, giungere alle conclusioni corrette. Tutt’altro. Le parole: “mercato unico”, “libero mercato”, “adeguarsi all’Europa” possono risuonare dolci al lettore disattento ma, come sentenzia il famoso proverbio, il diavolo fa le pentole, non i coperchi. Il perché di queste nostre rimostranze? E’ presto detto.
Innanzitutto per dovere di informazione: farla nel modo corretto, senza urlare, né sparando dati o numeri a caso, in momenti di crisi come quello in cui stiamo vivendo, risulta essere quanto mai di fondamentale importanza. Indispensabile è inoltre focalizzare bene il cosiddetto “colpevole” che si vorrebbe andare a smascherare. Cerchiamo quindi di fare chiarezza.
Sostanzialmente l’incipit del post linkato è corretto: non è difficile dimostrare come, nella realtà, numerose aziende italiane siano di fatto di proprietà estera. Altro che Made in Italy quindi direte voi!! Calma, un passo per volta. Che ciò accada è purtroppo vero. Ma non dimentichiamoci di tutte quelle aziende che in Italia producono e mantengono viva l’occupazione ed il lustro dei nostri prodotti nel mondo. imprenditori e lavoratori encomiabili, che andrebbero premiati per il loro coraggio. Ma, ritornando a noi, davvero vogliamo credere che la colpa di quanto accade in Italia sia solo ed esclusivamente dello Stato italiano? Davvero vogliamo credere che a far fuggire gli imprenditori siano state solo le tasse, i sindacati comunisti e la Costituzione sovietica?

Dichiarare che l’impresa in Italia è ostaggio dalla Costituzione, che ne farebbe il nemico pubblico numero uno, non è assolutamente corretto. Affermando ciò, infatti, ci si pone in palese contrasto con quanto affermato nell’art.41 della nostra Carta: “L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”.
Vorremmo capire come questo articolo, ad esempio, ostacoli l’iniziativa privata e possa in qualche modo andare in contrasto con l’attività imprenditoriale, visto che la Costituzione definisce esplicitamente il ruolo “sociale” che essa deve avere: essere cioè fonte di lavoro, occupazione, reddito e quindi risparmio per i cittadini che si tramutano necessariamente, attenzione, in domanda per i beni delle imprese stesse. Dov’è quindi che la Costituzione uccide l’impresa? Perché mette dei paletti vincolandola ai “fini sociali”, che non sono nient’altro che i diritti al lavoro, al reddito dignitoso, alla sanità pubblica, alla previdenza, alla maternità dei cittadini e delle cittadine italiani/e? O forse, come afferma Kalecky, essa è scomoda perché intralcia qualcos’altro 
La figura dell’imprenditore, come ben sapete, è disciplinata inoltre nel Codice civile all’art.2082. Imprenditore è colui che “esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi”. Beni e servizi, non finanza quindi (sempre che non si voglia far rientrare nei servizi resi al pubblico l'attività di trading sui "nuovi" strumenti finanziari che le banche svolgono sostanzialmente "in proprio", sia operando direttamente come investitore-scommettitore, sia orientando, in conflitto di interessi, il risparmiatore che entra in rapporto con loro per "consulenze" di investimento).  
Il Codice civile definisce la figura dell’imprenditore e non quella dell’impresa, ponendo in primo piano la persona che esercita l’impresa e non l’organizzazione, in quanto l’economia è fatta per le persone, non le persone per l’economia. E le persone hanno doveri, certo, ma pure dei diritti.
La libertà economica riconosciuta dalla Costituzione si differenzia dalle altre libertà fondamentali anch’esse previste nella Carta in quanto non può essere esercitata tenendo conto dei soli interessi dell’imprenditore, ma deve tenere conto anche degli interessi di quei soggetti su cui si possono riflettere le scelte aziendali. Bene.
Il problema principale quindi è: quando un’azienda chiude, de-localizza o viene acquistata da una multinazionale straniera (come sta accadendo ad esempio or ora in Italia), essa tiene conto degli interessi “estranei” all’imprenditore?

Non pare. Dimenticare quindi il ruolo che certe scelte politiche ed economiche hanno avuto sull’economia italiana, e sulle scelte imprenditoriali nazionali, in questi ultimi trent’anni è errore grave. Non scomodiamo di certo Francesco Carlucci, che nel suo “L’Italia in ristagno”, Franco Angeli 2008, ben fotografa l’errore cardine: l’entrata in un sistema di cambi fissi insostenibile per la nostra economia. Che l’Euro sia per l’Italia una moneta sopravvalutata non è difficile da dimostrare: non credo servano molti esempi. Basterà per chi è già avvezzo, dare un rapido sguardo a due o tre cose :
 - il CLUP italiano al confronto con i concorrenti (cfr. pagina 64 bollettino Bankitalia) .

Cosa ci dicono questi tre dati? Che la moneta unica ha chiuso i nostri mercati di sbocco, strozzando la domanda estera. Infatti, a fronte di un conto di parte corrente negativo, che avrebbe quindi dovuto dare luogo ad una progressiva svalutazione della divisa nazionale (meno richiesta dai mercati), il sistema Italia si ritrova con cambio nominale (verso gli Usa ad esempio) in costante rivalutazione verso “l’esterno” dell’Eurozona, ed un andamento dei prezzi interni in aumento al confronto con quelli dei propri partner commerciali (in EU i principali sono infatti Germania e Francia). Un’enorme perdita di competitività quindi, sia all’interno dell’Eurozona (Clup), che all’esterno della stessa (Euro forte), che ha facilitato l’import ed ostacolato l’esportazione (deficit partite correnti), a danno delle imprese italiane e dell’occupazione nazionale.
C’è chi dice che senza l’Euro avremmo "fatto il botto"…ma, dopo aver visto questo terrificante grafico, possiamo davvero essere ancora sicuri di ciò?

Alla domanda estera stagnante, aggiungiamo quanto afferma Giarda nel suo famoso report sulla spesa pubblica :
Per un lungo periodo il peso degli interessi passivi sul totale della spesa è progressivamente aumentato, passando al 3,8% nel 1951 al 10,7% nel 1980, al 12,7% nel 1993. Si è gradualmente ridotto fino all’8,8% nel 2010. Nel corso del periodo in esame, si è drasticamente ridotto il peso delle componenti tradizionali dell’intervento pubblico, la fornitura di servizi pubblici, le spese per trasferimenti di sostegno alle famiglie e gli investimenti pubblici; complessivamente queste tre categorie di spesa assorbivano l’81,9% del totale nel 1951, il 59,8% nel 1980 e il 57% nel 2010. La quota dei consumi pubblici nella spesa complessiva è scesa dal 54,4% nel 1951 e si è stabilizzata a partire dal 1980 nell’intorno del 41% del totale; la quota degli investimenti pubblici è scesa dal 15,4% del totale nel 1951 al 10,8% nel 1980 e al 6,8% nel 2010. I numerosi programmi di sostegno di individui, lavoratori e famiglie assorbivano il 12,1% del totale della spesa nel 1951, il 8,1% nel 1980 e il 8,8% nel 2010.”.
Cosa ci dicono questi dati? Che, oltre la domanda estera, manca anche quella pubblica.
Quest’ultima ha dovuto nell’ultimo trentennio far fronte ad un imprevisto di non poco conto: gli interessi.
Lo dice lo stesso Giarda: negli ultimi anni si sono letteralmente regalati, perché di elargizione a titolo gratuito si tratta, miliardi e miliardi di interessi alle banche, a cui lo Stato italiano si deve rivolgere, non potendo, prima a seguito del "divorzio", e poi da trattato UE-Maastricht, avere più Bankitalia come prestatore di ultima istanza, per ottenere la liquidità necessaria per le proprie spese. Omettere questo dato di non poco conto, significa sostanzialmente fare informazione NON corretta. 80, 90, 100 miliardi trasferiti l’anno alle banche, private, quante manovre sono?
Quanti investimenti si possono fare con tutti quei soldi, nostri, per rimettere in moto i NOSTRI ospedali pubblici, le NOSTRE ferrovie, le NOSTRE scuole fatiscenti, la NOSTRA fibra ottica per aiutare le NOSTRE imprese. Ecco, partiamo da qui. Partiamo dal fatto che 90 miliardi l’anno di soldi, NOSTRI, vanno alle banche tedesche, americane, francesi, italiane e non finiscono nelle nostre tasche sotto forma di servizi pubblici al cittadino, o domanda aggiuntiva per i beni ed i servizi delle NOSTRE imprese.
Tralasciando le enormità trasferite all’UE per i salvataggi dei paesi in difficoltà. Pensiamoci bene quando parliamo di spesa pubblica da ridurre, come da troppe parti a sproposito si continua a fare, dato che lo Stato italiano da oltre vent’anni fa AVANZO PRIMARIO . Pensiamoci, e pensiamo a tutte le cose che si potrebbero mettere a posto ed a come la nostra economia ripartirebbe. Dire che la spesa pubblica italiana va ridotta perché strozza le imprese, è dire un’emerita stupidaggine se non si specificano le parole “per interessi”. Perché? Perché Giarda il debito pubblico lo studia da 30 anni. E dire che lui non ci capisce nulla è cosa grave… da bocciatura all’esame di economia del primo anno.

Chiusa la doverosa digressione, ci chiediamo quindi: e se manca la domanda, gli investimenti in ottica futura, dal lato dell’imprenditore, si fanno oppure no? Domanda retorica.
Studi dimostrano che, a fronte di questi “intoppi” accade che “In Italia anche l’andamento della formazione del capitale risulta più basso, per tutto il periodo considerato, rispetto alla Francia e alla media europea, mentre risulta superiore a quello della Germania per buona parte del periodo a partire dall’inizio del nuovo secolo, fino al 2009, evidente indizio che non conta solo il volume, ma anche la qualità degli investimenti. Con la crisi, dopo il 2007, questa variabile assume in Italia un andamento drammaticamente decrescente, molto più accentuato rispetto agli altri paesi. Il problema degli investimenti si presenta quindi particolarmente acuto nel nostro paese durante la crisi e l’effetto delle politiche di austerità è quello deprimere gli investimenti, cioè proprio una dei fattori essenziali su cui puntare per uscire dalla crisi.  In conclusione i dati sembrano supportare l’ipotesi che una parte considerevole, anche se, a parere di chi scrive, non esaustiva, delle cause delle difficoltà attuali dell’Italia, anche in rapporto agli altri paesi europei, sono legate all’andamento della domanda aggregata. Ad esempio, è difficile negare che una scarsa dinamica della domanda domestica non abbia conseguenze molto negative per le micro imprese, che difficilmente, a differenza delle medie, possono essere orientate all’esportazione. Basti pensare che nella manifattura in Italia, secondo dati Eurostat, prima della crisi era impiegato nelle micro imprese (da 1 a 9 occupati) il 25% dell’occupazione totale del settore, mentre in Germania appena il 6% e in Francia il 12%. Inoltre in ciascuna micro-impresa in Italia sono impiegati in media 2,8 lavoratori. Ignorare questo aspetto significa entrare in una spirale recessiva da cui è onestamente difficile vedere l’uscita.”.

Aggiungiamoci inoltre un altro drammatico dato, il ristagno dei salari reali  : “L’accordo del luglio 1993 raggiunge il suo principale obiettivo ovvero la moderazione salariale, contribuendo così alla stagnazione dei salari a livello nazionale... In seguito, sotto la pressione delle novità legislative introdotte nel mercato del lavoro, la flessibilità del lavoro, in particolare quella “in entrata”, è aumentata in modo consistente: il lavoro a termine, il lavoro a progetto e tutte le forme atipiche di lavoro sono esplose. Il processo è stato completato di recente con una legge del giugno 2012 che ha introdotto alcune forme di flessibilità del lavoro “in uscita”. Tuttavia, la flessibilizzazione del mercato del lavoro non è stata accompagnata da un livello più elevato livello di spesa pubblica per la dimensione sociale, per l’occupazione e più in generale per le politiche del lavoro (come è spesso il caso nei paesi che hanno introdotto un cosiddetto modello di “flexicurity” come la Danimarca o la Svezia). In realtà, si è verificato tutto il contrario poiché anche il salario indiretto (ovvero la spesa pubblica per le politiche sociali) è diminuito. La disuguaglianza del reddito è aumentata e il potere d’acquisto dei lavoratori è diminuito.”.

Tutto ciò, ragionando per assurdo, avrebbe dovuto in qualche modo stimolare la competitività della nostra economia, ed invece: “Appare chiara una forte diminuzione del livello della domanda aggregata italiana causata da una diminuzione drammatica dei consumi che a sua volta è generata dalla sensibile riduzione della quota dei salari sul Pil, dalla marcata diminuzione del salario indiretto, vale a dire la spesa pubblica, in particolare nelle dimensioni sociali, dall’aumento della disuguaglianza e dalla pressione sul lavoro e sui salari causata da una forte flessibilità del lavoro e dalla conseguente creazione di posti di lavoro precari. Il calo della domanda aggregata è la causa principale della riduzione del PIL e, più generalmente, della recessione…
Le imprese, a causa dei costi del lavoro relativamente più bassi (garantiti appunto dalle pressioni della flessibilità), e delle protezioni di cui possono godere nel mercato dei beni, preferiscono una strategia di investimenti “labour intensive” piuttosto che una strategia di innovazione tecnologica (in contraddizione con quanto stabilito negli accordi di luglio del 1993)... 
L’analisi dei dati rivela che la dinamica di crescita delle principali componenti del PIL è sistematicamente al di sotto di quella dei principali partner (Francia e Germania). In particolare, il contributo alla crescita del consumo - elemento cruciale della domanda aggregata - è pari solo allo 0,3% nell’ultimo decennio; il valore più basso tra quelli registrati dai paesi OCSE ed una delle peggiori performance dalla Seconda Guerra Mondiale in poi. Una dinamica simile riguarda il contributo degli investimenti alla crescita e il contributo della spesa pubblica alla crescita.
La scarsa dinamica di crescita delle principali componenti del PIL può confermare la nostra ipotesi: il crollo della domanda è una conseguenza di un calo dei consumi e degli investimenti. La dinamica delle esportazioni ha registrato una crescita cumulativa nel periodo 1990-2011 superiore rispetto alle altre componenti, ma ancora inferiore a quella di Francia e Germania. La politica economica negli ultimi 15-20 anni non ha sostenuto la domanda interna, e la competitività internazionale ha mirato solo a tagliare i costi del lavoro attraverso la flessibilità del lavoro e una pressione sui salari che ha portato alla loro stagnazione. Alla fine, tuttavia, le esportazioni non erano più sufficienti per sostenere la domanda aggregata e mantenere una dinamica positiva del PIL; la produttività del lavoro non è cresciuta anche perché non si è investito.
 Nell’Unione Europea, Italia compresa, fino a prima della crisi del 2007-08, si è avuto un aumento di occupazione nel settore terziario, frammentato e disorganizzato, scarsamente motivato e poco retribuito. La conseguenza è stata la bassa produttività dell’economia europea, e di quella italiana in particolare. Alla fine, l’unico dato parzialmente positivo, cioè il relativo aumento di occupazione, è stato negativamente compensato dall’andamento negativo della produttività, dalla riduzione della percentuale dei salari sul Pil, dalla riduzione del potere di acquisto dei lavoratori e dalla scarsa dinamica del Pil. La mancata crescita economica e l’attuale crisi hanno riportato l’occupazione sui bassi livelli iniziali, soprattutto in Italia.
I minori salari reali, hanno portato, un aumento dei profitti, i quali non si sono trasformati in maggiori investimenti. Il sistema economico non ha ottenuto effetti positivi in termini di produttività e crescita economica.”.

Ancora convinti che l’Italia non sia un paese per imprenditori a causa “dell’arretratezza culturale e dall’aspirazione a divenire dipendenti pubblici”?
Nel caso non foste ancora persuasi, Vi chiediamo: alla luce di quanto sopra affermato, e dovendo avere a che fare con concorrenti così, che praticano dumping salariale (qui alla Daimler, ed i famosi minijobs teutonici salvati dal sussidio statale) e dumping fiscale (i casi irlandesi per Apple  ed inglesi della FIAT,  sono all’ordine del giorno, per non parlare di quello, ben noto, tedesco ), sommati a tutti i problemi di domanda estera ed interna, e di calo dei consumi causa salari reali stagnanti se non calanti, possiamo ancora dire che la colpa sia SOLO ed esclusivamente dello Stato e della Costituzione sovietica, oppure le svendite agli stranieri di aziende italiane, produttrici del Made in Italy, esaurite da una tassazione assurda, derivano piuttosto dall’assenza per lo Stato di un prestatore di ultima istanza e da una domanda aggregata in continuo calo, entrambe generate dai trattati di Maastricht e dalle direttive UE?
Per questi due motivi gli imprenditori italiani vendono agli stranieri: perché produrre in queste condizioni, con tasse sempre più alte, per ripagare via avanzi primari costanti il debito alle banche ed avendo a che fare con clienti senza soldi,  non ha senso!!!
Mettendoci dalla parte dell’imprenditore: che senso ha investire e produrre, se nessuno compra? Tanto meglio vendere la propria attività alle multinazionali, almeno si ha un ritorno economico e si evitano numerosi problemi al fegato.

Chi non ricorda infine lo SME  (in cui confluì l’Alivar), l’azienda pubblica italiana “incubatore” del settore agricolo-alimentare italiano? Provate a cerca in rete quante, delle aziende menzionate nella tabella dell’articolo, facevano parte di quel gruppo. Quando venne smembrato? Nel 1993… Vi ricorda qualcosa, come poi ha stimato la Corte dei conti, il lo “vuole l’Europa” ?
Ecco, pure lo SME fu parte della svendita coatta che diede il via alla prima vera ondata di privatizzazioni italiane degli anni ’90.
Dare uno sguardo alla galassia IRI 1992 di pagina 21, figura 4, del documento della Corte dei Conti è istruttivo. E’ bello infatti notare quanti, dei gruppi indicati nella tabella dell’articolo da cui prendiamo le mosse, e inizialmente linkato, facevano al tempo parte dello SME o dello stesso Istituto per la Ricostruzione Industriale.
Ecco il motivo per cui furono privatizzate: per fare cassa, per tentare di rispettare i vincoli fiscali di deficit al 3% e debito pubblico al 60% del trattato di Maastricht, nella speranza di poter aderire definitivamente alla moneta unica negli stessi tempi degli altri partecipanti. Finendo, alla fin dei conti, in mano estera.

Vi ricordo, nel caso non fosse ancora chiaro, quanto si afferma in un bel documento Deutsche Bank: “Il rinnovato concentrarsi sull'economia di mercato in seguito al declino del socialismo, ed i concomitanti stimoli delle istituzioni europee, hanno svolto un ruolo importante. Da un verso, la legislazione che richiedeva l'apertura dell’economia ai mercati ha comportato una notevole pressione sui vari governi per sciogliere i loro attuali monopoli… privatizzando attività e strutture pubbliche. Dall’altro…i Paesi membri dell'UE hanno utilizzato le privatizzazioni per… migliorare la posizione dei loro bilanci pubblici nel periodo di poco precedente al lancio dell'Unione…e quindi… soddisfare i criteri di convergenza fiscale del Trattato di Maastricht. I governi si sono focalizzati principalmente sulla cessione di partecipazioni delle imprese statali nei settori delle telecomunicazioni e della fornitura di energia…la maggior parte dei Paesi dell'UE hanno registrato le loro entrate più alte dalle privatizzazioni in questo periodo.”.

Eccolo il vero motivo che strozza l’impresa: il trattato di Maastricht!! E’ questa la causa! Allora, che senso ha dire che la colpa è dello Stato, se non si capisce che il vero punto di partenza di un’analisi corretta deve essere la moneta unica ed i trattati di Maastricht e di Lisbona!?!
Basta dare uno sguardo su Wikipedia e cercare il nome di una azienda delle tante citate, a caso: Avio, Fastweb, Buitoni, San Pellegrino, Parmalat, Carapelli, Standa,  Coin, Ducati   (in mano ad Audi, gruppo Volkswagen, Germania). Segni particolari di queste aziende? Tutte italiane, pubbliche o private che fossero, tutte vendute agli stranieri, e tutte, caso strano, cedute negli anni del declino economico italiano iniziato negli anni ’80 e continuato fino ai giorni nostri.
Colpa dello Stato o colpa delle vicissitudini che lo Stato e l’economia italiana hanno dovuto subire in questo trentennio di adesione alla “zona del marco allargata”? Dopo la lettura di questi due post, qual è per Voi, tra le due, la soluzione più plausibile?










mercoledì 22 maggio 2013

I NIPOTINI DI VON HAYEK: ESORCISTI DARWINISTI.

Gli esorcisti si inferociscono. Non gli basta che la situazione italiana, ovviamente rimanendo nell'euro, porterebbe a un recupero del PIL antecrisi solo nel 2040: ma, attenzione, se crescessimo di 2,5 punti all'anno, cosa francamente impossibile continuando a ignorare il moltiplicatore e quindi a tagliare la spesa pubblica (magari pe fare semicomici sgravi fiscali, dimenticando Haveelmo e il moltiplicatore della spesa pubblica in pareggio di bilancio, cioè pari a 1: diminuisco le tasse di 100, tagliando le spese di 100? Il PIl diminuisce di 100).
Pensate che l'output gap dal 2008 ad oggi, dovuto alla crisi, è di 287 miliardi di euro.
Bazzecole se si calcolasse il ben maggiore out-put gap dovuto a Maastricht prima e all'euro poi, cioè all'aver costantemente seguito politiche pro-cicliche imposte dall'ossessione antinflazionistica e anti-deficit che anima l'UEM: prima politiche fiscali di intelligentissima "convergenza", incluso rientro nello SME ristretto nel 1996, e poi, in aggiunta, vincolo valutario dell'euro. Il tutto mirando al mantenimento di un avanzo primario di pubblico bilancio che, in situazione di debolezza della domanda e degli investimenti, nonchè, a maggior ragione, di deficit prolungato della bilancia dei pagamenti (a partire dal 2001) è in sè garanzia di compressione della domanda.
Pure squisitezze neo-classiche, urlateci in faccia, ancor oggi, persino con il tono da "arrabbiati", cioè provocando il problema con teorie deliranti e poi accusando gli altri di "vivere al di sopra delle loro possibilità": le possibilità di vivere che questi nipotini di Von Hayek hanno loro stessi sottratto a due intere generazioni (dal 1992 al 2040, ma ad essere molto ottimisti).

Non contenti, i nipotini di Von Hayek si assicurano che la loro follia provochi i maggiori danni possibili quanto prima e senza tralasciare nessun dettaglio.
Intanto si lamentano dello stallo sulla riforma dei "tribunalini". Milioni di livorosi con la bava alla bocca, gli occhi strabuzzati fuori dalle orbite, vengono prontamente incitati a "odiare" le forze politiche (corrotti!) che non stanno procedendo all'attuazione della seguente furbata:
"Si dice «proroga» ma molti pensano «azzeramento». Sono stranote le fortissime resistenze politiche, campanilistiche, corporative che il taglio dei piccoli Tribunali scatena ad ogni stormir di fronde. E con l'approvazione della riforma (che chiude 31 tribunalini e 220 sezioni distaccate, con un risparmio di 17 milioni di euro per ciascun anno) le resistenze si sono scatenate.
Avvocati in sciopero, comuni in fibrillazione (ieri l'Anci ha chiesto a Cancellieri un incontro per la «ricaduta economica per i bilanci dei Comuni interessati all'accorpamento»), numerosi magistrati in trincea (si moltiplicano le questioni di costituzionalità alla Consulta che deciderà il 2 luglio). Eppure, l'Anm ha sempre fatto della riforma un cavallo di battaglia, salvo l'opposizione di Magistratura indipendente, guidata da Cosimo Ferri prima della nomina a sottosegretario alla Giustizia.
...Del resto, oltre a Pdl, Pd, e M5S persino Scelta civica di Monti è favorevole alla proroga, sia pure di sei mesi."
Livorosi, odiate e marciate compatti verso..l'autodistruzione.
Insomma, avendo capito tutto, con la stessa esattezza logico-economica che può animare solo un neo-classico di "risulta" (cioè, un profano che non sa di cosa parla, con la logica del giapponese che non ascolta più contrordini e continua a perseverare nell'errore a costo del sacrificio della vita...altrui), ritengono che tagli per 17 milioni - li chiamano risparmi ma sono tagli-, farebbero bene a 251 comuni.
Ma come no!
Questi comuni vedrebbero diminuire la popolazione occupata, il traffico e gli scambi indotti, mentre si costringerebbero diverse centinaia di migliaia di persone a spendere di più di benzina, e in trasporti in genere (da tagliare anche quelli, se pubblici perchè sempre "perimetro dello Stato", cioè spreco, è), per arrivare a sedi giudiziarie sempre più distanti, accentrate e caotiche.
Naturalmente, sabbero questi cittadini a rinunciare del tutto alla domanda di giustizia (che frutta corposi contributi tributari per l'iscrizione delle cause), ovvero, in base alle tariffe, a dover pagare di più gli avvocati che, a loro volta, avrebbero, nella situazione attuale, ancora più difficoltà a farsi pagare, continuando a licenziare il personale ausiliario e a rinunciare ad assumere e retribuire praticanti. Questo tanto per dire alcuni degli effetti invocati a gran voce dai nipotini di Von Hayek . 
Dunque un taglio di 17 milioni, che si riflette su centinaia di migliaia di persone, peggiorandone le condizioni di vita, ha un moltiplicatore di 1,8, secondo il FMI (probabilmente anche superiore, trattandosi di spese strutturali, cioè equivalenti a quelle in conto capitale): quindi il PIL, semmai ne avesse bisogno, diminuirà, per questa bella furbata, di 30,6 milioni.
Il gettito fiscale, data la pressione tributaria effettiva, diminuirebbe di 13,8 milioni rispetto alle entrate attese e provocherebbe, a consuntivo di "furbata", ulteriori esigenze di copertura: come se mancassero, e proprio a titolo di caduta delle entrate complessive, le stime errate sul gettito e il pareggio di bilancio, a obbligare a ripristinarne il livello atteso, inventando inasprimenti mascherati di vecchie tasse o, perchè no, nuove tasse sostitutive di vecchie, meno incisive.
Ma questo è solo un esempio.
L'idea dei nipotini di Von Hayek è che occorra "ridurre il perimetro dello Stato", "liberare risorse" per l'investimento privato, che è tanto efficiente ma ha il piccolo difetto di non comparire all''orizzonte.
Usando le loro stesse astutissime strategie deduttive: perchè dovrei effettuare investimenti se so che le politiche economiche imposte dall'Europa di Von Hayek, COI TAGLI DELLA SPESA PRO-CICLICI, fanno cadere la domanda e quindi le prospettive di sopravvivere come impresa all'effettuazione dell'investimento? Perchè dovrei se, in più, in presenza del pareggio di bilancio, ho la sicurezza giuridico-costituzionale che non solo le tasse non diminuiranno, ma che, da qualche parte (vedrete cosa combineranno con le rendite catastali!) saranno persino innalzate?
Eh sì perchè il meraviglioso pareggio di bilancio, non può consentire sforamenti rispetto al 2015. Quindi l'obiettivo, va raggiunto e per raggiungere l'obiettivo devo costantemente trovare nuove entrate che sostituiscano il calo del gettito provocato dalla recessione...provocata dall'obiettivo di pareggio di bilancio. O anche solo da quello, sempre in recessione, di dover comprimere il bilancio pubblico per far rimanere il deficit al di sotto del 3%. La direzione non cambia; cambia solo l'intensità della recessione che inevitabilmente verrà provocata. Più ciclico di così!

Ma naturalmente recessione significa disoccupazione: quindi, gnam gnam, i nipotini di Von Hayek, gongolano. L'esercito di riserva dei disoccupati aumenta, diminuisce la resistenza del fattore lavoro, diminuiscono i salari reali e anche quelli nominali (preferibilmente), aumenta la competitività (ullalà), e quindi potremmo persino vedere accrescere il potere del capitalismo finanziario di condizionare governi imbelli e senza alcuna autonomia.
Che se qualche barlume di resistenza lo avessero, sarebbe accusati di essere...clientelari (clientelari!), che è poi l'anticamera della "corruzione": cioè quella cosa che fa sì che, prendendo un compenso personale, i pubblici ufficiali decidano sempre quello che vogliono gli operatori economici. Razionali.
Com'è razionale il darwinismo sociale. Per i nipotini di Von Hayek. 

martedì 21 maggio 2013

COSTITUZIONI, BANCHE E SOVRANITA'



 Raccordo disavanzo/debito in percentuale del Pil per i principali Paesi dell’UEM – Anni 2012-2013

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 Debito pubblico in percentuale del Pil per i principali Paesi dell’UEM – Anni 2012-2013
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 (Effetti finanziari pubblici della "austerità espansiva".)

1. C'è un solo caso in cui è vera la vulgata che uno Stato è come una famiglia e non deve "vivere al di sopra delle proprie possibilità"
E' il caso in cui questo Stato debba finanziarsi sui "mercati", cioè presso il sistema bancario: verso questi creditori, e verso questi soltanto, in relazione al proprio fabbisogno non coperto da entrate, è un debitore qualsiasi. E come tale non deve accumulare ulteriore debito creando nuove passività di gestione dei suoi affari, perchè altrimenti si troverà a pagare troppi interessi (aumentati per crescita della propria domanda di credito dovuta, a un certo punto, esclusivamente al maggior accumulo degli interessi da pagare). Si tratta dunque di un'affermazione ontologicamente "relativa", che assume senso solo se rapportata a una categoria sociale ben delimitata e solo nei termini della sua convenienza.

2. Ma questa non è una situazione che gli Stati siano costretti ad affrontare per loro natura e funzione: è una scelta politica che essi "possono" fare, se lo desiderano in quanto ritengano di beneficiare, col pagamento dei crescenti interessi, il sistema bancario (dato che questo è normalmente il "prestatore" operante e organizzato che dispone dei relativi capitali per tale tipo di operazioni).
Nessuno, in teoria, può obbligare gli Stati a farlo, ove conservino la sovranità monetaria.
Gli Stati, normalmente, hanno il potere di stamparsi la moneta necessaria, ordinandolo ad un soggetto pubblico creato ed organizzato per farlo: il "tesoriere" (v. par.5). Che è colui che ha il "potere" conferitogli dallo Stato (cioè delegatogli dal titolare "a titolo originario" della integrale sovranità, intesa come capacità incontestabile di suprema decisione per l'interesse generale, esercitata su una certa comunità di un certo territorio) di stampare la moneta "ufficiale", riconoscibile come tale e quindi, sempre in base a regole che lo Stato detta in autonomia, "avente corso legale".

3. Normalmente, il debito dello Stato, o meglio il suo indebitamento annuale, è determinato dalle minori entrate rispetto alle maggiori spese nello stesso periodo.
Solo che questa situazione che sembra così negativa, è in realtà, in termini di crescita della ricchezza della comunità che quello Stato rappresenta, esattamente invertita: tale ricchezza collettiva sarà esattamente accresciuta di tutta la spesa effettuata e diminuita di tutte le tasse prelevate.
E la spesa aumenta la ricchezza collettiva, il PIL, anche NELLA PARTE  che eccede le entrate pubbliche, cioè che costituisce deficit.
Questi elementi, quindi, assumono un senso diverso e di segno opposto sempre e solo dal punto di vista di un eventuale creditore "professionale" dello Stato.
Ma questo, come abbiamo visto, non ha bisogno di avere un creditore, perchè può benissimo emettere moneta in quantità esattamente corrispondente al fabbisogno determinato dalla differenza tra entrate e spesa.
Non dovendo corrispondere così interessi a nessuno. Se decide di consentire a taluno di prestargli la moneta invece di stamparsela è perchè ritiene di doverlo premiare attribuendogli degli interessi corrispettivi che potrebbe trovarsi, se lo volesse, a non pagare mai, ma che rispondono, appunto, ad una sua visione politica, cioè a come decide di redistribuire la ricchezza nazionale in un determinato momento storico.

4. Questo non significa che uno Stato può spendere quanto vuole e partire per la conquista di Marte per sfruttarne tutte le possibilità minerarie senza preoccuparsi dei costi dell'operazione.
La moneta di quello Stato, al di là della quantità stampata in un determinato anno, avrà un valore (variabile e relativo, cioè rapportato alle monete di altri Stati), correlato alla domanda che ne faranno sia l'insieme dei cittadini, provvedendo a regolare le transazioni che intervengono tra di loro, sia gli appartenenti agli altri Stati (operatori pubblici e specialmente privati). Tale domanda sarà, nel periodo considerato, corrispondente ai valori, cioè prezzi, dei beni e servizi oggetto delle complessive transazioni effettuate in quella moneta.
Cioè la quantità e il valore della moneta, saranno conseguenziali a "fatti" propri dell'economia reale (produzione, in base ai costi dei fattori della produzione, e scambio) di quello Stato, inclusivi del "quanto" vendono, agli operatori residenti in diversi Stati, i cittadini (imprese) residenti. (Nel caso di...Marte, è evidente che tecnologie, expertise e materie prime indispensabili potrebbero non essere disponibili in quello Stato, e che la quantità di moneta necessaria per procurarsele all'estero potrebbe essere in una misura ingentissima e tale da distruggerne il valore di cambio una volta emessa).
5. Se i cittadini con le loro attività, dimensionate per i più vari motivi, demografici, strutturali-tecnologici, politico-contingenti, danno luodo ad un'economia che non esige la quantità di moneta (aggiuntiva) stampata dallo Stato, questa sarà in eccesso di offerta e perderà di valore: notate è, grosso modo, il principio monetarista di Friedman, solo che considera il punto di partenza effettivo del fenomeno, cioè l'insieme della transazioni reali e le sue ragioni (costi di produzione, vicende socio-culturali, storiche e etno-demografiche), e non un astratto punto di vista istituzionale, cioè la creazione esclusivamente pubblica di moneta, da parte della banca centrale (che non può di per sè automaticamente trasmettersi all'economia reale e creare il predicato eccesso di offerta).
Analogamente, se i pagamenti invece sono prevalentemente verso l'estero, quella moneta sarà offerta e non domandata e il suo valore diminuirà, secondo una, ben nota, legge naturale dell'economia.
Solo che a tale fenomeno di sovraofferta, essenzialmente, non si accompagna automaticamente l'indebitamento dello Stato, ma quello "privato" dei cittadini che richiedono all'estero merci e servizi che non sanno o non trovano conveniente prodursi da soli. Mentre all'evenutale eccesso di moneta emessa rispetto alla domanda nazionale, non si accompagna automaticamente, di per sè, alcun debito, neppure privato, ma semmai la svalutazione della moneta e, in qualche misura, la crescita nominale dei prezzi.

6. Precisati questi aspetti generali, e senza volerne fare una esauriente cornice teorica, emerge che la quantificazione del livello di emissione monetaria di uno Stato dipende dalla sue capacità di previsione delle dinamiche dell'economia reale, e dalla sua capacità di influirvi, stimolando quei meccanismi sociali, storicamente identificabili in un certo momento, che inducano certi o tutti i consumi, sostenendo la produzione, nonchè investimenti che la aumentino e la modulino sui bisogni diffusi storicamente presenti.
E come fa uno Stato a capire quali siano questi elementi su cui agire, modulando i livelli della spesa pubblica che, se ben calibrata, è sempre fattore di crescita della ricchezza collettiva?
Come tutte le organizzazioni: segue un modello.
E dove lo rinviene, non potendo, per ragioni pratiche di "pace sociale", rimetterlo in discussione ogni anno, e ad ogni evenienza sopravvenuta in una realtà complessa, legata anche al sistema internazionale in cui lo Stato naturalmente si colloca?
Dalla Costituzione.
Questa delinea in modo stabile quali siano le ragioni, prima di tutto etiche, cioè di valore umano condiviso, che possono giustificare l'intervento dello Stato, i settori sociali in cui questo deve verificarsi, nonchè il loro livello "minimo" e anche il criterio, caratterizzante la forma stessa della comunità sociale, di massima espandibilità degli stessi. 
In definitiva, la stessa "quantità" e il valore "relativo" della moneta, conformi a una buona politica di uno Stato, dipendono da questo meccanismo: il perseguimento di un modello di società, dinamicamente imperniato sui suoi valori costituzionali.

7. Perciò ogni ragionamento sulla razionalità e "idoneità", cioè poi "sostenibilità", di un intervento pubblico, di un bilancio pubblico e della politica fiscale che esso presuppone (nel tempo), dipende, come in tutte le verifiche di razionalità, dalle premesse da cui si parte.
E quindi, affermatosi il valore normativo "supremo" proprio delle Costituzioni moderne, dipende dai fini istituzionali, irrinunciabili e fondativi del legame tra i cittadini, che si rinvengono nella Costituzione.
Non c'è spazio perciò per valutazioni in termini di "vivere al di sopra delle proprie possibilità" demandato alla mera logica contabile del "si spende più di quanto si incassa": primo, perchè questo fenomeno (deficit) non obbliga lo Stato a porsi nella condizione di debitore, secondo perchè se scegliesse di farlo non sarebbe per necessità, ma in seguito a una determinazione politica volta a beneficiare coloro che vengono legittimati alla condizione di creditori.
8. Talvolta, uno Stato, esponenziale di una società priva di un pregresso sviluppo di infrastrutture industriali e generali, può stabilire che, - invece di alimentare con emissione monetaria transazioni a prezzi crescenti, con incrementi puramente nominali in quanto superiori alla variazione della domanda storica di quella comunità statale-, sia più conveniente ed opportuno a prendere in prestito capitali stranieri (espressi in una moneta, dunque, diversa dalla propria). Ma ciò contando sull'ipotesi che lo sviluppo consentito dalla erogazione mirata di quei capitali ai propri citaddini, sblocchi il sub-strato produttivo e consenta di perseguire un modello auspicato (se effettivamente condiviso e non imposto per interessi esteri, cioè di "mercati" alla ricerca di sbocchi).
Il capitale straniero, in questo caso (teorico) consente di ottenere un "nuovo assetto" produttivo e sociale, non altrimenti raggiungibile, che aumenti la capacità di creare valore dell'economia locale, consentendo di restituire quel capitale e gli interessi normalmente garantiti ai prestatori esteri. Questo è un problema di vastissima portata, soggetto a variabili storico-politiche cui il capitalismo e la comunità internazionale hanno dato, negli ultimi due secoli (almeno), varie soluzioni.

9. Ma tralasciando questo aspetto, rimane il fatto che la valutazione delle politiche di bilancio pubblico, compresa la produzione di un deficit annuale, può essere legittimamente compiuta solo in termini di modello costituzionale perseguito da una determinata società. Non conta cioè se il livello della spesa pubblica, comunque produttiva di crescita, sia "eccessivo" rispetto alle entrate, proposizione che, abbiamo visto, è per definizione a validità "relativa", - cioè necessariamente completabile solo sul presupposto della scelta (redistributiva) di ricorrere al finanziamento da parte del sistema bancario e non mediante l'esercizio della sovranità monetaria: conta solo se ciò consente alla società, di cui lo Stato è ente "esponenziale" generale, di perseguire i suoi fini, sacralizzati in una Costituzione.
10.Il che ci consente anche di estrarre un corollario: la scelta politica di ricorrere al finanziamento privato per attribuire interessi, e cioè risorse pubbliche (normalmente procurate attraverso il resto delle entrate di bilancio), ai privati banchieri, deve essere compatibile, e anzi teoricamente giustificabile nel quadro del perseguimento degli interessi fondamentali sanciti nel modello costituzionale di società
Se la scelta in questione fosse, in parte o, come sempre più si sta ora manifestando, del tutto incompatibile con tali fini costituzionali vincolanti, avremo avuto un MUTAMENTO COSTITUZIONALE EXTRA ORDINEM.
Cioè una frattura della legittimazione delle stesse istituzioni, non più fondata sul "Potere costituente" originario che valida la Costituzione nelle sua sostanza di modello socio-economico democratico, ma su altre basi non più democratiche
E "non democratiche" le si può anzitutto qualificare in senso formale-giuridico, perchè non giustificabili in nessuna forma di deliberazione consentita dalla Costituzione che, all'art.139 Cost., vieta che la forma repubblicana, inclusiva dei diritti fondamentali (compresi i diritti umani sociali), sia soggetta allo stesso procedimento di revisione costituzionale.

11. Quello che abbiamo enunciato, d'altra parte, è un principio consolidato del "costituzionalismo" moderno, cioè una acquisizione della civiltà giuridica che assume un valore considerato incontestabile per tutti i paesi che si fondino sulle Costituzioni democratiche in senso moderno.
In cui la "sovranità" è vista come un mezzo vincolato di tutela e PERSEGUIMENTO ATTIVO dei diritti umani e i diritti umani includono, senza arretramenti, i diritti di prestazione sociale di "seconda" e anche di terza generazione.
Cioè includono sia le prestazioni sociali di sostegno ai bisogni primari individuati nelle stesse Costituzioni (sanità, previdenza, tutela del lavoro, del risparmio, della famiglia in proiezione di filiazione e abitazione), con una uniformità che si compendia con parallele enunciazioni del diritto internazionale generale, sia le prestazioni che implicitamente ma necessariamente ne sono considerate uno sviluppo storico legato all'evoluzione tecnologica ("cultura" in relazione alla evoluzione tecnologica dei mezzi di espressione del pensiero, "ambiente" in relazione alla sua consumazione, specialmente dovuta alla crescente pressione antropica caratterizzata dallo sviluppo industriale e tecnologico).
Sia chiaro: questa prevalenza dei bisogni individuati come "a soddisfazione primaria" nelle Costituzioni, è una prevalenza sulla economia e sulla sua intrinseca logica di perseguimento del profitto.
Non esiste, nella legittimità costituzionale, un livello di profitto che possa dirsi prevalente sul perseguimento di tali fini fondamentali
E questo eppure in via strumentale: nel senso che non si può affermare che l'espansione del profitto porti alla sua automatica distribuzione e quindi alla crescita del benessere, consentendo di raggiungere progressivamente tutti quegli obiettivi sociali a perseguimento costituzionalmente obbligatorio, proprio una volta che si siano ottenute le risorse necessarie.
Questo modello sociale non solo non è accolto nelle Costituzioni, e certamente non in quella italiana, ma non è neppure altro che una mera aspirazione teorica del capitalismo liberista.
Mai, però registratasi nella Storia; priva cioè non solo di riscontro nella realtà effettuale della storia del capitalismo, - che segnala costantemente le disastrose crisi dovute alla irrealizzazione pratica del presunto crescente beneficio collettivo ottenuto attraverso la "mano invisibile del mercato", cioè della ricaduta collettiva dell'egoismo individuale-, ma, sopratutto, privo di riscontro positivo nelle regole fondamentali del "patto sociale" che consente la pacifica convivenza.
Solo i trattati europei recano tracce evidenti -seppur deliberatamente disseminate con ambiguità- di questa ideologia "liberista" ma essi, come abbiamo più volte visto, non sono altro che trattati internazionali, e non possono prevalere sulle Costituzioni.
Per ora, finchè siamo in grado di ricordarcelo. E finchè la Costituzione sia quella che oggi conosciamo e dovremmo amare.