giovedì 19 dicembre 2013

UCRAINA E DENAZIONALIZZAZIONE DELLA MONETA. I "CARRI ARMATI" DI PUTIN vs. LA PROGRESSIONE VON HAYEK

Senza voler sovrapporre il mio al possibile ulteriore intervento di Riccardo sulla questione "Ucraina", vi offro qualche dato che ci dia un'idea concreta della mossa di Putin; che è poi una sorta di bail-out in forma di quantitative easing "eteronomo" (per quanto episodico) a carico della BC russa, se ci pensate bene.
Cioè esattamente quello che la BCE si rifiuta di fare in ogni caso, impedita dalla Germania, e comunque appesantita dall'idea della condizionalità e dai limiti della sua mission (art.123, 127 e 130 TFUE).
La quale significa: "ti salvo il corso (valore sul mercato) dei titoli, e sostanzialmente i bilanci delle banche, se accetti la riduzione dell'occupazione, dei salari e della domanda interna e quindi una recessione prolungata fino a che non si ottenga forse, un domani - che però si allontana di fatto sempre più per effetto della stessa condizionalità- la competitività sufficiente a rispristinare un attivo delle partite correnti del CAB".

Capite bene che la Russia ha una strategia imbattibile di fronte alla punitiva e colpevolizzante strategia Europea a "controllo" tedesco. Non c'è esitazione tra una rigida deflazione, e privatizzazione pro-estero degli assets di un paese, lasciato in preda di una disoccupazione che viene vista come strumento salvifico, (senza più neppure rendersene conto), e tentativo di salvare quantomeno una parvenza di interesse comunitario nazionale.

Per venire alle cifre: il debito pubblico ucraino, nelle stime del FMI relative al 2012, è pari al 35,24% del relativo PIL. A sua volta questo Prodotto interno lordo, sempre secondo le stime del FMI, ammonta (in proiezione) per il 2013 a 362,948 miliardi di dollari (342,917 nel 2012). A proposito, notate che, ancora una volta, i paesi entrano in crisi per via della posizione netta sull'estero, cioè essenzialmente per un debito privato, anche laddove il debito pubblico su PIL sia ben lontano dai limiti considerati dall'UE e dall'OCSE.

Quindi i 15 miliardi di acquisto concessi da Putin sono pari a quasi il 12% del totale (cioè 15 miliardi su 127,9). Come se il debito italiano fosse acquistato dalla BCE, senza condizionalità, per circa 245 miliardi.

Ma non solo, Putin ci guadagna pure.
Se infatti l'acquisto non è frutto di una dichiarazione di sostegno protratto nel tempo, esso si accompagna al contrario della condizionalità €uropea: infatti Putin ha anche "cut the price Kiev pays for Russian gas". Stabilendo il principio (detto da un vertice di governo, non da una banca centrale), "Now we see that Ukraine is in difficult straits ... if we really say that they are a brotherly nation and people then we must act like close relatives and help this nation".
Certo che il protrarsi di questa "contro-condizionalità", agli antipodi dell'ordoliberismo bancocentrico UEM, è mirato a incentivare l'adesione Ucraina all'unione doganale promossa da Putin coi vicini dell'Europa orientale. Ma, intanto, ha, con l'acquisto stesso e con il calo dell'onere dell'importazione di gas russo, posto le basi per un miglioramento della posizione debitoria ucraina. Che si risolve in un calo dei CDS swap sul debito sovrano ucraino e, quindi, in un aumento dei corsi del debito stesso che, ai rendimenti del momento di sottoscrizione da parte russa, significa realizzo di una plusvalenza sull'acquisto stesso.

Inutile dire che con una banca centrale indipendente "pura" alle spalle, Putin non avrebbe potuto realizzare nulla di tutto questo.
Ma nel frattempo si era preoccupato di ripulire la sua BC dagli emissari di deutschebank e di bundesbank, che tendevano a costruire una BC all'€uropea. Solo deflazionista e che, come il fatidico "lodo" Andreatta-Ciampi sul "divorzio", tendeva a vedere come fastidiosa superfetazione la mitizzazione della crescita e del livello di occupazione.

Voilà, il mondo cambia ma la cara vecchia €uropa ordoliberista rimane immutabile e ostinata, come dimostra la triste trattativa sull'Unione bancaria che "neutralizza" ancor più la già pallida funzione della BCE, separandola definitivamente da ogni policy anche lontanamente legata all'occupazione ed alla crescita.

Su quest'ultimo punto - i cui termini generali trovate trattati qui-, vi riporto per intero (per chi se lo fosse perso), l'importante commento fatto da Balduin:

La progressione, o meglio “regressione”, verso la moneta denazionalizzata è il possibile esito del distacco degli intermediari bancari dal sistema produttivo nazionale originario e dal “sovrano”, senza la realizzazione dell'unità politica (gli Stati Uniti d'Europa).
Schematizzando al massimo:
1) la BCE nasce come banca centrale anomala perché non fa da “tesoriere” ad un sovrano. Compito della politica monetaria di una BC tradizionale è infatti proprio quello di conciliare le esigenze di finanziamento del sistema produttivo (tramite il rifinanziamento/controllo del sistema bancario) e dello Stato, tendendo ad obiettivi di livello dei prezzi e di crescita/occupazione in naturale conflitto (trade-off);
2) il fine dichiarato dell'unione bancaria è quello di spezzare (definitivamente) anche il legame fra sistema bancario nazionale e sovrano nel vicendevole scambio finanziamento vs. copertura dal rischio di fallimento;
3) l'essenza e la novità del nuovo sistema di vigilanza europeo è il cd. “meccanismo unico di risoluzione” (in via di definizione a giorni), cioè di liquidazione accentrata degli attivi degli intermediari dichiarati in crisi (non si sa ancora da chi, forse Ecofin da proposta tedesca). Il costo della liquidazione è previsto principalmente a carico dei creditori (il famigerato bail-in), sdoganando la possibilità di fallimento delle banche. In teoria è sempre possibile per gli Stati intervenire con risorse di capitale per salvare gli intermediari dal fallimento, se compatibile con i limiti di finanza pubblica (in fase di avvio della vigilanza accentrata sono espressamente richieste agli stati risorse pubbliche, cd. backstop);
4) con queste regole e il mantenimento della mobilità dei capitali si attiveranno rapidi flussi finanziari verso gli intermediari ritenuti più sicuri (anche grazie a qualche sostegno pubblico), con grave nocumento per la stabilità di quelli radicati in territori con sistemi produttivi in recessione (es. per effetto della compressione della domanda interna) e, per la ridotta dimensione, senza la concreta possibilità di ricostituire il capitale;
5) il numero degli intermediari, seguendo la destrutturazione/ristrutturazione dei sistemi produttivi nelle macro regioni europee, si ridurrà di molto, come prevede il vice presidente della BCE. Estremizzando (è questa l'ipotesi forte del ragionamento) i maggiori potrebbero ridursi a 5-7 (in pratica saranno favoriti nella transizione quelli “sostenuti” da stati forti, il bail-out non è vietato: ma deve essere sempre nel rispetto del pareggio di bilancio, cioè, in pratica consentito solo a chi abbia un costante e consistente attivo del CAB, ndr.);
6) i pochi “player” rimasti (in oligopolio) potranno decidere di finanziare privati o entità pubbliche o intermediari minori (o di nicchia) assumendo i relativi rischi di credito e di essere “percepiti” più o meno affidabili nell'emissione di moneta-credito (potrebbero anche stabilirsi dei "cambi" fra monete in base al rischio percepito dagli utilizzatori). La situazione, a mio avviso, sarebbe del tutto simile a quella immaginata da F. Von Hayek. La banca centrale che non fa da tesoriere a un sovrano perde anche la sua essenza di governo della politica monetaria e resta solo una entità amministrativa (più o meno estesa) dello stato minimo hayekkiano. In questo senso il sistema BCE/SEBC potrebbe rivelarsi solo un passaggio intermedio (come ha espressamente sostenuto Otmar Issing, ex membro del board BCE, in atti ufficiali della BCE, ndr.).

Naturalmente il futuro non è scritto. L'esito dello scontro fra le istanze politiche determinerà se prevarrà il magico mondo “von hayek” o gli Stati Uniti d'Europa o il ritorno agli stati (democratici) con proprio “tesoriere”.

mercoledì 18 dicembre 2013

LA QUESTIONE MEDIATICA- 3. I CAN GET "SOME" DISAFFECTION

Eh sì, non c'è che dire: "loro", come ricorderete, non credono che "certi" fatti siano delle notizie. Quel che costituisce "notizia", cioè "fatto socialmente rilevante", lo decidono "loro" e lo dicono. E chissà come: principalmente, dicono, in base al fatto che hanno già tutto chiaro e sanno SEMPRE (beati "loro") separare il "bene dal male...a priori", come se questo fosse il problema del giornalismo. Quando invece è il problema della censura nei regimi autoritari.
Ragion per cui le ragioni effettive della crisi non solo gli sfuggono, a "loro", ma gli sfuggiranno anche in futuro, dato che esse sono fattibrutti, cioè non-notizie "eticamente" non divulgabili.

Peccato che, la crisi - che contrae i consumi, ma pare che non lo abbiano mai compreso "come"...limitandosi a CERTIFICARE che "adesso" si riprenderanno- e il numero dei lettori dei giornali, diano "loro" torto:
"Quel che più colpisce dei dati diffusi dall'Accertamento diffusione stampa è il netto calo rispetto alle copie vendute a ottobre 2012, un anno prima: La Repubblica perde 51 mila copie, il Corriere 40 mila, La Stampa 27 mila, la Gazzetta dello Sport 42 mila, il Corriere dello Sport 36 mila, Tuttosport 16 mila, Il Messaggero 33 mila, il Gazzettino 11 mila"

E non è che l'informazione televisiva se la passi meglio; diciamo che gli piace "vincere facile", sfruttando l'abitudinarietà di un pubblico assuefatto e sempre più condizionato a rinunziare a capire. Non di meno:
I dati di ascolto dei talk show confermano in modo inequivocabile la continua e progressiva disaffezione dei telespettatori per questo format. In particolare calano vistosamente gli ascolti dei dibattiti politici, meglio tra politici, spesso del tutto impreparati, incapaci di ascoltare, di non interrompere, di non gridare, di non offendere (persone e logica). Ma, intanto, le tv, tutte, continuano a riempire i palinsesti di talk show, nonostante il calo degli ascolti e della pubblicità. Perché si insiste nel percorrere una strada sbagliata? La spiegazione è semplice. I talk show costano poco. Uno studio, quattro poltrone, un tavolo, un conduttore (pagato), tanti invitati (non pagati) un pubblico generalmente passivo e plaudente, comandato a distanza. Tutto qui. Rapportata alle ore (a volte interminabili!) di trasmissione, la spesa è irrisoria, irrilevante. E in periodo di vacche magre, segnato dal crollo della pubblicità, si ricorre al facile mezzo di riempire i palinsesti con dibattiti, dibattiti,dibattiti non preoccupandosi del fatto che questi programmi fanno registrare ascolti (cioè televisori accesi!) sempre più bassi e quasi insignificanti. Ma non è solo un problema di costi; a ben vedere anche la “qualità” televisiva di moltissimi programmi contribuisce notevolmente all’insuccesso dei talk show. E se i telespettatori “scappano” dai salotti tv, vuol dire che hanno maturità e capacità critica. Un segnale positivo tra i tanti inquietanti e preoccupanti del rapporto tra tv e utenti.”


La cosa grottesca è che ormai vivono sulla propria pelle prepensionamenti ed esuberi- ma senza "esodati", date le specifiche regole molto più favorevoli di accesso al trattamento pensionistico- e pure la deflazione salariale, che si realizza anche attraverso l'assunzione di pochi giovani, a livello iniziale di retribuzione, in luogo di tanti "vecchi" ai livelli più elevati.

Naturalmente i vertici aziendali non vengono toccati da questi problemi, in fondo generati proprio da errori di gestione che, ormai, dovrebbero anche fare i conti con la (non)qualità della informazione imposta (?) ai giornalisti.
Ma a loro piace così; allineati e coperti, proseguono a fare crociate contro la spesa pubblica e contro la Casta che hanno inventato, accuratamente tralasciando di parlare dei propri stessi rappresentanti. Quelli che vanno ancora, instancabili, in TV a redarguire gli italiani sul fatto che, essenzialmente, "hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità" e che senza il taglio della spesa pubblica non si può "risanare". A questi benpensanti salottieri e sentenziosi si deve l'equazione "spesa pubblica, tutta e sempre= clientelismo-corruzione.
Equazione alla radice della "madre" di tutte le "riforme strutturali": la Banca centrale "divorziata
", "sediziosamente", dal 1981 (senza colpo ferire).

Il mio stupore (sono un pò naif) è che nel M5S non si accorgano che, invece, di criticarli, potrebbero tranquillamente fare fronte comune con la gran parte dei giornalisti, visto che, al fondo, questa idea alligna rigogliosa in entrambi gli "ambienti" ed è, per entrambi, condizione necessaria e sufficiente a giustificare la crisi e la stessa militanza politica...O giornalistica (che poi il PUD€ "omnia parificat").
Mi auguro che i primi se ne rendano conto: essere dalla stessa parte del PUD€ sul problema più importante significa "essere" PUD€.
Non dico a tutti, ma ad una parte il fatto pare proprio non disturbare.

Che è poi un argomento su cui sono perfettamente in linea Alfano, Stefano Feltri e Report.
Ma allora nel PUD€, tutto, perchè continuano a litigare?
Per un mero assestamento nella lotta per il "pot€r€?
Il 25 luglio non fu una grande trovata per chi lo pose in atto: quando si perde una guerra e si porta una nazione al disastro, occorrre assumersi delle responsabilità e togliere il disturbo. Non fare maquillage ambigui verso la potenza estera che ci impone strategia e tattica.

ADDENDUM: per chi avesse l'occhio frattalico raffinato, capace di scorgere le forme "autosimili" (omotetia) nel "sistema dinamico caotico" italiano, vedesse come, sul caso Spinelli-Scalfari, la predetta lotta di potere stia conducendo a quella "frattura", tutta interna al regime del PUD€, che è tipica del rompete le righe prima del collasso finale...

martedì 17 dicembre 2013

SEBASTOPOLI, "ULTIMA SPIAGGIA A SINISTRA...O A DESTRA?": LA STALINGRADO FRATTALICA (dell'ordoliberismo)




Pubblichiamo questo poderoso post di Riccardo Seremedi. La ricchezza e autorevolezza delle fonti citate, con meticolosa accuratezza, rende ancora più impressionante il quadro che ne viene tratteggiato.
Un'indagine su un "mondo al di sotto di ogni sospetto".
Ma la vittima, già sul campo, è un'idea di democrazia. Quella stessa idea che da noi si fatica a resuscitare con la terapia intensiva...in mancanza di una chiara diagnosi, purtroppo.
Ove si vede che una democrazia ridotta a "procedura" - elettiva e stracondizionabile, a tavolino, dagli "investitori esteri"- ma AVULSA DALLA SOSTANZA DEI SUOI VALORI, mette ormai a repentaglio quella stessa "pace" che tanto viene agitata come "furbesca" giustificazione dell'internazionalismo ordoliberista.

Ma l'ordoliberismo internazionalista - E QUESTO LO DICO AGLI AMICI DEL M5S, IN ESITO AL FEEDBACK DEL CONVEGNO DI IERI- non si limita ad un uso vuoto e strumentale della democrazia come "procedura" - accuratamente manipolata dal sondaggismo e dal condizionamento mediatico a suggestione moralistica-, AGITANDO ANCHE LO SPETTRO DELLA CORRUZIONE.
E INVENTANDO CONCETTI COME LA CASTA, in modo da sviluppare un riduzionismo grottesco della democrazia nei suoi fisiologici punti deboli e, attraverso di essi, disattivarla del tutto.
UN COSTO UN PO' TROPPO ALTO PER NON DESTARE SOSPETTI negli interessati: la corruzione è un fenomeno insopprimibile e che si cura con gli strumenti del controllo democratico sull'attività amministrativa, strumenti che l'ordoliberismo si premura di disattivare a bella posta per agevolare i propri affari e, in definitiva "depenalizzarla" in modo conforme alle "nuove" leggi di "riforma". Mentre qualsiasi "classe politica" democratica, autoregolandosi (cosa in certa misura altrettanto inevitabile), può essere a un certo punto tacciata di essere casta.
Un giochino facile facile: ma talmente scontato che, negli ultimi decenni, induce, grazie a un pianificato inganno mediatico, il popolo sovrano addirittura a cooperare all'autodistruzione delle proprie garanzie costituzionali.

Ma davvero pensano che la "Casta", invenzione dei media ordoliberisti al potere de facto, sia la titolare della potestà decisionale responsabile di questa crisi? O anche solo capace di concepirne strategie e strumenti di intervento?
La Casta è solo un piccolo esercito di "garzoni mandati dal droghiere (ordoliberista) a riscuotere i sospesi".

Allo stesso modo, la corruzione è l'aspetto "minore" dell'appropriazione della ricchezza e dei beni pubblici, laddove l'ordoliberismo ne predica l'eliminazione: cioè sia della corruzione, sia proprio, ma sistematicamente e non episodicamente (come accade nel caso della corruzione), della stessa titolarità popolare di beni e ricchezza pubblici. Per intestarli a pochi insospettabili al di sopra delle leggi. Che dominano spietati dall'alto delle "classifiche" della corruzione, da essi stessi create ad arte, moralistiche e manipolatorie, sovvertendo la sostanza della democrazia nei paesi democratici o che lottano per divenirlo.
Come un tempo era l'Italia.
E la vicenda Ucraina, nella sua brutale e plateale schematicità, dovrebbe far riflettere. Molto.


GIOCO SPORCO A KIEV
Era il 25 gennaio 1904 quando alla Royal Geographical Society venne presentato un articolo intitolato “The Geographical Pivot of History” (Il Perno geografico della Storia) destinato a provocare grande sensazione nella comunità scientifica per le acute e ardite analisi geopolitiche; HALFORD MACKINDER , stimato geografo e politico inglese, vi elaborava la teoria di HEARTLAND – nuovo nome dato alla zona centrale del continente Eurasia, corrispondente alla Russia e province limitrofe – secondo cui “chi controlla l'Europa orientale domina l'Heartland, chi controlla l'Heartland domina l'isola-mondo ( il blocco eurasiatico-africano), chi controlla l'isola-mondo domina il Mondo”.

Dalla Guerra Fredda fino alle ultime pseudo Rivoluzioni colorate nelle ex repubbliche sovietiche è questo il fil rouge della grande strategia che ispira i politologi e le amministrazioni statunitensi, dove i mantra di Mackinder hanno sempre avuto molti proseliti.
Continuatore delle idee dello studioso inglese è il famigerato politologo Zbigniew Brzezinski (Trilateral) che nel suo libro “La Grande Scacchiera” (1997)() scrive: “Gli Stati che meritano il più forte sostegno geopolitico americano sono l'Azerbaijan, l'Uzbekistan e l'Ucraina, in quanto tutti e tre sono pilastri geopolitici. Anzi è l'Ucraina lo Stato essenziale, in quanto influirà sull'evoluzione futura della Russia[...] Tra il 2005 e il 2010 l'Ucraina dovrà essere pronta per un confronto serio con la NATO. Dopo il 2010, il principale nucleo della sicurezza in Europa consisterà in Francia, Germania, Polonia e Ucraina”.

Questa volontà di integrare l'Ucraina è stata successivamente confermata nel 2007 dal Congresso americano che ha approvato una risoluzione con la quale autorizza “l'aiuto USA per assistere l'Ucraina nella preparazione di una possibile adesione alla NATO” e da George Bush al vertice di Bucarest nel 2008, dichiarando di “offrire un 'forte sostegno' alla richiesta dell'Ucraina di ricevere dalla NATO un Piano d'azione per l'adesione”.

La principale strategia sottesa a queste nemmeno tanto velate pressioni su Kiev è legata all'indebolimento strategico della Russia; a tal proposito ci aiuta ancora Brzezinski: “Senza l'Ucraina, la Russia non è altro che una grande potenza asiatica. Se la Russia riprende il controllo dell'Ucraina, dei suoi 52 milioni di abitanti, delle ricchezze del sottosuolo e del suo accesso al Mar Nero, essa ritornerà ad essere una grande potenza che si estende su Europa e Asia”.

Ecco perché il vertice dell'Unione Europea per il Partenariato orientale tenutosi a Vilnius (Lituania) il 28 e 29 novembre scorsi, che era visto come una formalità, si è trasformato per Washington e Bruxelles in uno psicodramma; dei sei paesi invitati per firmare i protocolli relativi all'Accordo di Libero Scambio (DCFTA) solo due (Georgia e Moldavia) hanno firmato e l'Ucraina non è tra questi.
Qualche giorno prima il Primo Ministro ucraino Mykola Azarov aveva già anticipato che il suo paese non avrebbe firmato tale accordo e avrebbe invece rilanciato l'Unione Doganale Euroasiatica con la Russia e i paesi della CSI.
Dall'Occidente, come era lecito attendersi, sono arrivate reazioni grottesche alla decisione del presidente Yanukovich: JOSE' BARROSO (Pres. CE) “In Europa è finito il tempo della sovranità limitata (...???). Il veto di un altro Paese su un accordo bilaterale è inaccettabile per il diritto internazionale” ; CATHERINE ASHTON (capo diplomazia UE): “La porta dell'UE è aperta, è importante per noi e per loro che lo sia. Spero si vada avanti il più presto possibile, vogliamo una relazione forte con l'Ucraina”.

Piccola postilla: dato che l'UE brilla per democraticità e per un'alta considerazione delle opinioni altrui, fategli fare un bel referendum, possibilmente plurimo, fino all'inevitabile SI per sfinimento.
Anche l'Uomo dei Sogni euro-parnassiani Letta ha ammonito “a non fermare il riavvicinamento tra UE e Ucraina[...]congelare le relazioni sarebbe un errore storico”.

Fatto sta che per gli zombies con le stellette gialle la querelle non è ancora chiusa ed è tutto un blandire gli ucraini; PAT COX (ex presidente Europarlamento) : “Un accordo con l'UE è un'occasione unica di invertire il calo degli investimenti esteri diretti in Ucraina e dare slancio ai negoziati con il Fondo Monetario Internazionale” ;STEFAN FULE (comm.rio alla politica di vicinato) : “A mettere la grossa cifra per aiutare Kiev sarebbe l'FMI, con dietro il sostegno dell'UE”.
Si tratta di posizioni chiaramente faziose e abborracciate che mancano l'analisi reale del problema; i motivi sono soprattutto di natura economica, con la crisi del 2008 che ha colpito il Paese molto duramente; ( ) guardando i dettagli della transazione è chiaro perché Kiev non ha scelto di mettere volontariamente la testa nel cappio.

Mentre Bruxelles pretendeva dagli ucraini impegnative concessioni politico-economiche, non riteneva di fornire – di contro – nessuna garanzia finanziaria; ignorando la preoccupazione del governo ucraino per una perdita di 8 miliardi di dollari entro la fine di quest'anno, l'UE ha offerto all'Ucraina 1 miliardo di euro, cifra definita “ridicola” dal deputato polacco Pawel Zalewski, aggiungendo al postutto la (consueta) richiesta di diminuzione del deficit dai risvolti sociali potenzialmente letali.
“La posizione dell'FMI presentata nella lettera del 20 novembre è stata l'ultima goccia”, secondo il Primo Ministro Mykola Azarov.

Le dolorose condizioni di credito dettate dall'FMI avrebbero significato il raddoppio delle bollette, così come il congelamento degli stipendi.
Abbiamo capito che non ci possiamo aspettare aiuto da nessuna parte, non possiamo lasciare la nostra gente senza salari e pensioni”, ha detto Azarov.

Inoltre se l'Ucraina diventasse una zona di libero scambio con l'UE, la Russia dovrebbe considerare la chiusura dei confini con il vicino per il timore di un'invasione di prodotti europei, non gravati dai dazi, sui mercati dell'Unione Doganale, rendendo necessaria l'introduzione di misure protezionistiche nei confronti di Kiev.
Le perdite dovute alle sanzioni si quantificherebbero in circa 15 miliardi di dollari, una mazzata per il Paese che nel “favorevolissimo” Accordo di Libero Scambio con l'UE vedrebbe esclusi proprio i prodotti agricoli, uno dei maggiori comparti destinati all'esportazione; nella UE l'Ucraina sarebbe condannata ad essere una seconda Grecia, mentre la sua collocazione storica nell'Eurasia la renderebbe un attore importante nel nuovo assetto geopolitico russo.

La commistione tra gas e politica è uno dei problemi del Paese. La Naftogaz, la società nazionale degli idrocarburi nonché la maggiore azienda del Paese, è fortemente indebitata con Gazprom, anche a causa di quei contratti sfavorevoli al Paese sottoscritti nel 2009 dalla Tymoshenko quando era ancora Primo Ministro: Kiev paga a Mosca prezzi esorbitanti per il suo gas (400 dollari ogni 1000 metri cubi), e a fine ottobre Gazprom ha richiesto alla controparte ucraina un pagamento di ben 882 milioni di dollari per le forniture di gas di agosto, portando così il debito della compagnia a 1,4 miliardi.

Il fallimento delle trattative tra l’Ucraina e l’FMI ha avuto senza dubbio un ruolo cruciale nell’allontanare Kiev da Bruxelles e nel riavvicinarla a Mosca. Un riposizionamento che ha già iniziato a dare i propri frutti: il 24 novembre, infatti, il Cremlino ha annunciato la propria disponibilità a una revisione dei termini dei contratti sul gas con l’Ucraina.

Accanto alle questioni del gas e dei debiti, va ricordata quella della bilancia commerciale del Paese.
Per la Russia un eventuale ingresso dell’Ucraina nell’Unione Doganale rappresenterebbe senza dubbio un grande successo geopolitico e morale, ma dal punto di vista economico i benefici sono più limitati, sebbene consentirebbe al mercato eurasiatico una maggiore autosufficienza.
Assai cospicui sarebbero invece i vantaggi per l’Ucraina: secondo alcune stime, infatti, gli sconti sul gas, l’abolizione delle misure protettive e delle barriere tecniche e la rimozione delle tasse sulle esportazioni garantirebbe al Paese esteuropeo guadagni pari a 11-12 miliardi annui.

Ben diverso, invece, è il discorso nei riguardi dell’Accordo di Associazione con l’UE.
L’industria ucraina, malgrado il suo potenziale, non è competitiva con quella dei Paesi europei, e si prevede che la stipula dell’accordo provocherebbe un peggioramento del 5% della bilancia commerciale del Paese. L’impatto sarebbe particolarmente pesante nelle regioni orientali, polmone industriale del Paese nonché roccaforte elettorale di Yanukovich, e agli inizi di novembre Azarov ha dichiarato che il Paese necessiterebbe di 150-160 miliardi di euro per allineare agli standard europei l’industria nazionale.

Quali sono le reali motivazioni per l'interesse occidentale in Ucraina?
Oltre al già citato piano di accerchiamento strategico della Russia mediante l'uso di basi militari e postazioni missilistiche NATO, è il mercato ucraino ad essere uno dei bocconcini prelibati su cui si concentrano gli appetiti di numerosi “investitori” internazionali.
Come rivelano gli archivi resi pubblici da Wikileaks, nel 2006 l'ambasciatore USA in Ucraina aveva suggerito – per migliorare “il clima per gli investimenti” - che il paese dovesse piegarsi all'FMI, ridurre le spese statali, deregolamentare il mercato, riformare il sistema bancario e privatizzare i beni pubblici.
Ecco spiegata tutta questa uniformità di vedute tra Washington e Bruxelles: le ricette ordoliberiste sono sempre le stesse e l'Unione Europea avrebbe anche l'indiscutibile vantaggio di “allargare la base imponibile” su cui socializzare le perdite e una nuova massa di neo-mugik da sfruttare.

Un altro significativo dispaccio diplomatico 10KYIV278 del 2010 tratta del colloquio tenuto dall'ambasciatore USA a Kiev, John F. Tefft, con l'ex Ministro delle Finanze Viktor Pynzenyk, in cui quest'ultimo propone alcune “riforme” ritenute “indispensabili”: aumento dell'età pensionabile da 2 a 3 anni; soppressione dei prepensionamenti; triplicazione del prezzo del gas per le famiglie; aumento dei prezzi dell'elettricità del 40%; privatizzazione di tutte le miniere di carbone ecc.

Alla luce di queste informazioni non destano quindi nessuna sorpresa le “spontanee” proteste di questi giorni in Piazza Maidan a Kiev, con Nato e UE che soffiano sul fuoco .
A ottobre la costruzione del South Stream è stata avviata anche in Serbia e la Turchia ha aderito al progetto.

Inoltre il vertice Europa centro orientale-Cina tenutosi a Bucarest è ancora più irritante; il desiderio della Cina di discutere di investimenti con gli Stati dell'Europa centro-orientale bypassando Bruxelles ha gettato l'UE sull'orlo di una crisi di nervi.
Il commissario europeo Karel de Gucht ha dichiarato che la Cina pratica la tattica del “divide et impera”. Bruxelles ha emesso due direttive che precettano i 16 paesi della regione a concludere accordi economici separati con la Cina; l'azione non ha tuttavia sortito effetto alcuno, poiché tali Stati hanno firmato () un numero record di accordi, con molti politici che hanno colto l'occasione per rinfacciare a Bruxelles che la vuota retorica dei “valori europei” non è mai sostenuta da denaro reale. Questo è il risultato delle politiche di austerità: compressione dell'economia e “cinesizzazione” del lavoro che ha portato proprio la Cina, colei contro cui si vorrebbe rivaleggiare, nell'anticamera del “salotto buono” europeo.

lunedì 16 dicembre 2013

TOUR SETTIMANALE. ALLE SOGLIE DI UN NUOVO PARADIGMA?

Piaccia o meno ai folli €urocrati in frenesia da squalo, Krugman scodella con essenzialità il succo del problema che, maturato negli USA, finirà, come sempre è accaduto finora, per trasporsi in UEM:
In the years before the crisis, there was a remarkable bipartisan consensus in Washington in favor of financial deregulation - a consensus justified by neither theory nor history. When crisis struck, there was a rush to rescue the banks. But as soon as that was done, a new consensus emerged, one that involved turning away from job creation and focusing on the alleged threat from budget deficits.

What do the pre- and postcrisis consensuses have in common? Both were economically destructive: Deregulation helped make the crisis possible, and the premature turn to fiscal austerity has done more than anything else to hobble recovery. Both consensuses, however, corresponded to the interests and prejudices of an economic elite whose political influence had surged along with its wealth

Queste parole riassuntive hanno il tono di un epitaffio, che ha il pregio di abbracciare una vicenda che, per quanto riguarda l'Italia (e non solo) si snoda lungo 30 drammatici anni.
E, infatti, persino l'Italia - dico, L'Italia!, il paese bunga-bungato dove l'anestesia castadebitopubblicospesapubblicaimproduttivacorruzionebrutto pareva aver sedato ogni possibile consapevolezza- si sta "infiammando".

Questa settimana mi confronterò di persona con gli umori diffusi di questa realtà sociale in (apparente) sommovimento. E mi auguro che non si "inveirà" solo contro le tasse, facendo emergere una maggior consapevolezza che lo "smascheramento" sia (più) vicino:
E dunque:
1) questo pomeriggio alle 16,00, Palazzo dei Gruppi, via Campo Marzio 74, sarò al convegno "Europa e Euro: opportunità o schiavitù", organizzato dal gruppo parlamentare del M5S: interverrano, oltre al sottoscritto, Borghi Aquilini, Brancaccio, Galloni e Rinaldi;
2) mercoledì 18 dicembre, ore 18,00, sarò a Fano, Teatro di Fano- Sala Verdi, e, insieme con Antonio Maria Rinaldi, parleremo di "Europa e democrazia: quali alternative alla crisi?"
3) giovedì 19 dicembre, sarò invece a Pescara, Museo delle Genti d'Abruzzo, via della Caserme, h.17,00. Parteciperò a un incontro su "Euro e (o?) democrazia costituzionale", presentando il libro con l'intervento di Carlo Costantini (che ringrazio per la cortesia e l'entusiasmo), Gennaro Varone e lo stesso "grande" Antonio Maria Rinaldi.

Keep in touch...very much!

sabato 14 dicembre 2013

OPERAZIONE "OVERLORD", RICAPITALIZZAZIONI "FRANK-DODD" E L'ESTATE FRATTALICA DEL 2015...

"Caposaldo" fa un commento su questo post sul blog dell'amica Carmen.
Insomma rammenta la posizione delle banche tedesche sui derivati, che rende i loro bilanci delle discutibili groviere, data la loro ancora enorme esposizione...e nonostante siano ora "libere" dai rischi del debito sovrano PIIGS. Ma anche alacremente impegnate ad alimentare la bolla immobiliare casalinga, che non promette nulla di buono se si guarda ai precedenti causali della crisi dei sub-prime, a fronte di redditi che salgono meno della produttività, nonostante qualche concessione contrattuale recente, a macchia di leopardo, e che non ha nulla a che vedere con la cooperazione nella crisi euro.
Per tutti voi, riproduco il mio commento-risposta all'intervento di Caposaldo, ispirato a un supervisitato post di questo giugno:
"Non solo le banche tedesche sono messe molto peggio, ma sono messe molto male con la Fed, che non è controllabile a piacimento come la BCE...Caposaldo hai la memoria corta? :-)

"Le autorità di regolamentazione bancaria americana: Deutsche Bank e altre banche estere con importanti controllate negli Stati Uniti sono sotto la lente della FED, che tenta di costringerle a soddisfare gli standard di capitale locali causando, a detta loro, maggior propensione al fallimento. La Fed richiede infatti che tali banche stabiliscano delle holding intermedie a capo delle loro filiali statunitensi, come indicato dal Dodd-Frank Act del 2010.
Alla pari delle banche degli Stati Uniti, tali holding dovrebbero soddisfare gli standard di capitale e sottostare agli stress test a cui verrebbero sottoposte. La regolazione entrerebbe in vigore 1 luglio 2015 e, viste le esposizioni e le scarne capitalizzazioni degli istituti tedeschi, (tale regolazione) danno il mal di testa a DB e soci, visto che per la sola Taunus mancherebbero ben 12 miliardi di euro..."

"...Gli Usa hanno praticamente salvato le terga della Germania all’indomani dello scoppio del bubbone Lehman, ed ora pretendono, a ragione o torto non sta a noi dirlo, di poter in qualche modo avere voce in capitolo anche nelle questioni dell’Eurozona. Se non altro assistiamo a una pressione USA anti-austerity, che non passa certo, come da certi commentatori italiani si vorrebbe indurre, per la richiesta all'Italia di riforme strutturali che involgano, in questa fase, drastici tagli della spesa pubblica (si invocano 73 miliardi di tagli, senza sapere bene quale sia l'attendibilità del calcolo effettuato dall'Istat rispetto alla variazione comparata dei costi e senza sapere bene quali siano i volumi del bilancio statale su cui operare la comparazione: ma sul punto torneremo prossimamente). Gli USA, col fiscal cliff, stanno sperimentando senza ombre di dubbio, da parte loro, quali siano gli effetti di tagli alla spesa come più "violenta" misura PRO-ciclica e non vogliono certo contraddirsi chiedendo a noi di peggiorare le cose (a parte la fattibilità contabile-finanziaria della misura e la sua dimensione in base a criteri tecnicamente corretti)."

Ne abbiamo parlato in http://orizzonte48.blogspot.it/2013/06/lo-scenario-bancario-frattalico.html (è tutt'ora uno dei post più letti)"

Ora un'aggiunta "frattalica" che il citato estratto dal megapost di Flavio ci consente di formulare.

Flavio fa riferimento ad una "nuova Casablanca", primo contatto diretto tra truppe USA e panzer tedeschi (e, mai rammentato abbastanza, forze francesi di Vichy!). Questa operazione, detta "Torch", frattalicamente dovrebbe essere già avvenuta, risalendo lo sbarco all'8 novembre 1942. Quindi qualcosa gli USA devono aver fatto, nei confronti della Germania proprio nel novembre del 2013...
Qualcuno ha delle idee, non necessariamente legate alla questione intercettazioni della "Kulona", ma magari, toh!, alla questione "eccesso di surplus estero tedesco", (posizione ufficiale USA conclamata nel novembre 2013), ad esempio?

Ma insomma, segniamoci la data del 15 luglio 2015, una volta ricalibrata l'ipotesi frattalica (2014=1943), dato che l'Operazione Overlord", si concretizzò, guarda un pò, il 6 giugno 1944 (e Parigi fu liberata il successivo 25 agosto).
Voi direte: ma questa data è mooolto lontana. Sì, ma conferma implicitamente che, nel frattempo, ci sarà stato l'8 settembre 1943 (2014). Chè, se non ci fosse nemmeno quello, cioè l'inizio di una Liberazione, saremmo messi molto, ma molto peggio, nel luglio 2015...

venerdì 13 dicembre 2013

L'ITALIA HA SUFFICIENTI RISORSE CULTURALI PER USCIRE DALLA CRISI?

Mi pare sempre più evidente che ormai l'andamento della crisi sia puramente inerziale. E, per lo stesso motivo, le sue stesse conseguenze si manifestano in modo meccanicistico.
Un moto uniformemente accelerato che non muterà a meno che non intervenga una forza-vettore "esterna", in senso divaricato e con effetti tanto più imprevedibili quanto più tale moto avrà sviluppato la sua crescente forza cinetica.

Facciamo un esempio; parlando con un esponente di una parte politica che non esclude una posizione anti-euro, mi sono imbattuto nella simultanea pervicace idea che tagliando la spesa pubblica, presunta per la maggior parte come "improduttiva" (l'esempio fatto era quello dei 30.000 -?- forestali calabresi), si potevano tagliare le tasse e rilanciare l'economia.
Al che obietto che:
a) tagliare le tasse si può fare anche senza tagliare la spesa pubblica, basta avere la piena sovranità, monetaria e fiscale, conforme a Costituzione;
b) il taglio della spesa pubblica, per effetto del suo moltiplicatore (pressocchè doppio di quello dei tagli dell'imposizione tributaria) è più recessivo e non viene compensato dalla simultanea ed equivalente riduzione fiscale;
c) che tale misura in fase di recessione (e stagnazione) è pro-ciclica e rallenta soltanto il calo (o la stasi sostanziale) della domanda aggregata, pur essendo prevedibile espressione di una facile "illusione finanziaria"

A quel punto, mi viene sciorinato, in modo anche non del tutto pertinente al discorso, una serie di concetti in progressione: a) la svalutazione competititiva è pericolosa, ma non per l'inflazione (che il mio interlocutore ammette non essere ora un problema), quanto perchè disincentiva investimenti e innovazione b) la riduzione della spesa pubblica è comunque sempre positiva perchè conduce all'effetto del crowding-out, cioè allo spiazzamento dalle risorse pubbliche improduttive a quelle private allocate in modo molto più efficiente.

Non ho fatto in tempo a spiegargli a fondo, anche perchè non ne avevo il tempo, che senza domanda interna, cioè "pubblica" (che è la spesa deprecata) e consumi (allorchè occupazione e livelli salariali diminuiscono, per la carenza di sostegno pubblico indotto dal rigore fiscale sul lato della spesa) e senza flessibilità del cambio, cioè senza domanda estera, la propensione agli investimenti diviene necessariamente molto bassa, ammesso che si crei un risparmio che non si concentri nel solo settore finanziario.
Gli ho accennato frettolosamente che questi sono effetti fisiologici, se la crisi da domanda sopravviene inevitabilmente - in tutto il mondo e a causa della connessa iperfinanziarizzazione dell'economia-, dopo un periodo di stagnazione dovuto proprio all'universale applicazione di queste politiche, oppure a una crescita sostenuta da consumi alimentati dall'indebitamento privato col settore finanziario; quadro "ideologico" (di cui il mio interlocutore non pareva avere chiari i confini) che arriva inevitabilmente a determinare, da un lato l'ostinazione nelle supply side - a cui si può ascrivere lo sgravio fiscale in pareggio di bilancio-, dall'altro la vanificazione delle stesse grazie alla "trappola della liquidità" connessa alla fase deflattiva così innescata.

Questa storiellina ci mostra l'inerzialità della crisi italiana: anche un "albore" di ravvedimento sull'euro si innesca su un "ambiente" concettuale, in tema di economia, che è ormai cristallizzato, radicato, insestricabilmente legato alla stessa psicologia degli individui. Anche se esperti, o anche politicamente impegnati in buona fede.

Di conseguenza anche i forconi sono un effetto inevitabile. Neanche loro sanno esattamente denunziare questi meccanismi, però li subiscono, ne denunciano i danni e...non troveranno risposte (se non quelle che si procureranno da soli, divenendo magari un partito politico). Di sicuro non troveranno risposte politiche nell'immediato. Non per opera della "offerta" politica che possono incontrare oggi, in qualsiasi formazione, gruppo o aspirante tale.
E quindi la "rabbia" non potrà altro che sfogarsi nelle piazze. Inascoltata da una classe politica, di governo e non, sorda alla comprensione esatta di tutto quanto sta accadendo, chiusa alla capacità di prevedere gli effetti non solo di ciò stanno ancora facendo, ma anche di quello che hanno in programma come "GRANDE SOLUZIONE".
Allo stato, con qualche piccola variazione, delimitata dalla ellittica comprensione del fatto che "l'euro non va bene", manca la coscienza che se l'euro è in effetti una potente sintesi di un'ideologia economica che ha deciso di impadronirsi dello Stato per destrutturarne la funzione di "intervento", questa medesima ideologia "mainstream" è insufficiente, disastrosamente inadeguata IN OGNI SUA PARTE, E, PER DI PIU', ORMAI "IN ROTTA" IN TUTTO IL MONDO C.D. AVANZATO.

Ma, nello stesso giorno, per dirvela tutta, ho avuto modo di chiacchierare con dei "carbonari" del partito liberista (il partito, non i miei interlocutori) che afferma di voler tutelare il lavoro; questi interlocutori, invece, avevano dei ben fondati dubbi sulla compatibilità dell'€uroliberismo con lo Spirito della Costituzione. E in essa ancora credevano con autentica e profonda convinzione. E che non avevano fatto la scissione "paralogica" tra euro (brutto perchè anti-nazionale) e supply side-Stato minimo (belli perchè rilanciano l'economia). Solo che i miei interlocutori erano delle mosche bianche del tutto isolate.
Mentre quelli della predetta "scissione paralogica" erano abbastanza compatti nel loro insieme di gruppo.

Forse i primi potrebbero diventare delle voci ascoltate dai loro consorti politici (di cui ammettevano la "prevalente" ignoranza sostanziale economico-costituzionale dei problemi).
E i secondi potrebbero riflettere sul fallimento della macroeconomia neo-classica...in tutto il mondo.
Magari cominciando a comprendere ciò che sta succedendo in Giappone, senza i filtri dei media financially-driven controllati dai sostenitori dello "small government gold-standard constrained laissez faire capitalism". Magari, visto che l'argomento gli piaceva molto.

O magari ci vorrà "lo sbarco in Sicilia"...
A proposito, questo articolo del Daily Mail
sulla posizione del Nobel Christopher Pissarides, tradotto su "Voci dall'estero", se letto in controluce nei suoi passaggi salienti, conferma, nella sostanza, quanto detto, nell'ultimo aggiornamento frattalico, sul fattore "intervento USA": "questo pare connettersi, ormai, alla conclusione del trattato di libero-scambio transatlantico, ma potrebbe risultare mitigato, rispetto alla linea puramente ordoliberista instauratasi in UEM, per esigenze...connesse alla diversa consapevolezza che negli USA si sta (ri)affermando circa il legame tra fine della crisi UEM e rilancio della domanda interna, e quindi dell'occupazione , se non dei livelli salariali, (ma proprio qui è il punto irrisolto della attuale linea USA)".

La domanda allora è: l'Italia, in definitiva, ha sufficienti risorse culturali e potenzialità politico-sociali per reagire?
La risposta non può essere confortante, rebus sic stantibus.

Quel che è certo è che il moto uniformemente accelerato porta dritti al crash finale e che l'euro è clinicamente morto. E che gli "spaghetti-€urofili" sono solo degli inconsapevoli (neanche tutti) distruttori della residua idea di un'Europa dei popoli...