1. Dunque, questo è il tema che, insieme con Cesare Pozzi, abbiamo prescelto per il convegno di cui vedete qui sotto la locandina:

Naturalmente, poichè in tempi non lontani nella Storia, - ma culturalmente ormai sepolti nell'oblio dal paradigma €uropeista neo-ordo-liberista-, l'ordinamento italiano è (o "sarebbe") caratterizzato dal principio dell'eguaglianza sostanziale (il mitico art.3, secondo comma, della Costituzione), la mia analisi partirà da questo principio e dai suoi sviluppi.
2. Non credo di fare un esercizio ripetitivo nel riprodurre ancora il passaggio del celebre discorso di Calamandrei sulle implicazioni della eguaglianza sostanziale:
"Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice:
“E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.
Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società.
Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.
Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.
Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé.
La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove.
Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è -non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani- una malattia dei giovani.
La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove.
Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è -non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani- una malattia dei giovani.
”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante.
Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che me ne importa, non è mica mio!”.
Questo è l’indifferentisno alla politica.
Questo è l’indifferentisno alla politica.
E’ così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa.
Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.
La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli (ndr; Calamandrei, al tempo, non poteva lontanamente immaginare quanto la "bruttezza" letteraria potesse dilagare all'interno della Costituzione "riformata"), ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo."
3. A queste parole vorrei aggiungere, come mera anticipazione di spunti relativi al tema, per i lettori del blog, un paio di concetti e di dati, che prefigurano un discorso sviluppabile sul tema qui introdotto.
Il primo lo traiamo da un famoso post di Alberto ed è un dato storico "secco", brutale, di quelli costantemente dimenticati per ragioni €uro-culturali (nella misura in cui l'euro è il liberoscambismo internazionalista nella sua forma "reale", quale imposta per sottomettere le democrazie costituzionali europee...in nome della lotta ai "nazionalismi"):
"La Fig. 1 riporta il saldo delle partite correnti del Sud Italia e il
tasso di interesse reale nazionale. Visto che siete di palato fino,
trovate in calce la definizione esatta delle variabili.
Al di là dei motivi delle oscillazioni, il saldo delle partite correnti del Sud oscilla, negli ultimi 50 anni circa, tra il -15 e il -20% del relativo PIL, con una media del 17,5%. Cui prodest?
Non certo allo sviluppo del Sud, non certo alla forza lavoro del Sud. Basti dire che l'era dell'euro ha stabilizzato verso il basso (cioè verso un deficit oltre il 20% la già tragica situazione...)
Non certo allo sviluppo del Sud, non certo alla forza lavoro del Sud. Basti dire che l'era dell'euro ha stabilizzato verso il basso (cioè verso un deficit oltre il 20% la già tragica situazione...)
4. Il secondo ragionamento, o meglio che mi pare pertinente accennare è invece tratto da questo (più ampio) articolo del prof.Carmelo Petraglia, dall'eloquente titolo "Il Sud ferma il treno del nord. Massimo Cacciari e altri luoghi comuni":
Terzo luogo comune. Il peso che il Nord deve sostenere per i conti generali del Paese, è un dato oggettivo.
È la riproposizione della tesi leghista dell’ingiustizia fiscale
sofferta dal Nord, il cui surplus primario coprirebbe gli sprechi di un
Sud beneficiario di un flusso sovrabbondante di risorse. A sostegno di
questa tesi, vengono di solito portati i dati relativi ai residui
fiscali pro capite delle regioni italiane. Questi ultimi vengono
calcolati come differenza tra la partecipazione di un contribuente medio
di una regione al finanziamento dell’azione pubblica (in primo luogo
attraverso il pagamento delle imposte) e i benefici che lo stesso riceve
da tale azione (soprattutto sotto forma di servizi pubblici)[6].
In
effetti, da diversi lavori scientifici risulta univocamente che le
regioni del Mezzogiorno beneficiano di notevoli trasferimenti
interregionali, soprattutto dalle grandi regioni settentrionali. Ma
questa evidenza non è di per sé sufficiente a dimostrare che la
redistribuzione così realizzatasi sia «eccessiva». È solo l’ovvio
riflesso del dualismo economico del Paese, la conseguenza del normale
operare della funzione redistributiva dello Stato centrale che produce,
fisiologicamente, un trasferimento di risorse da contribuenti a maggiore
capacità contributiva a contribuenti meno abbienti ai quali deve essere
assicurato lo stesso livello di servizi pubblici.
I
residui fiscali negativi delle regioni meridionali, dunque, non sono
altro che il riflesso della redistribuzione nell’azione pubblica diretta
all’attuazione dei principi costituzionali della progressività del
sistema tributario, dell’universalità della spesa pubblica e della
perequazione dei territori in ritardo di sviluppo[7].
Strumentalmente, la redistribuzione interpersonale tra contribuenti a
diversa capacità contributiva viene confusa con la redistribuzione tra i
territori di residenza degli stessi. Ha poco senso affermare che il Sud
ha dei residui fiscali «troppo alti» se non si specifica quale sia il
valore di riferimento «giusto», rispetto al quale il giudizio viene
espresso[8].
In
definitiva, basare le proprie argomentazioni su questi luoghi comuni,
equivale a (ri)proporre una visione tanto ingenerosa nei confronti
dell’economia meridionale quanto parziale nel riconoscere, tra i diversi
aspetti dell’integrazione economica tra Nord e Sud del Paese, solo
quelli che penalizzerebbero il primo a vantaggio del secondo. Il che,
cosa ancor più grave, coincide con una pericolosa banalizzazione della
questione «nazionale» del declino. Ma l’integrazione tra le economie del
Nord e del Sud implica reciproci legami che si sostanziano in corposi
trasferimenti di risorse anche in direzione opposta. Basti ricordare il
ruolo che svolge il Mezzogiorno come mercato di sbocco per la
manifattura settentrionale. E che dire della perdita netta sofferta dal
Mezzogiorno in termini di capitale umano a favore delle regioni
settentrionali?
Il
Nord vuole vivere ancora nell’illusione che liberandosi della zavorra
possa tornare a crescere? E Cacciari è proprio convinto che valga la
pena continuare ad alimentare questa illusione?
- See more at:
http://www.economiaepolitica.it/primo-piano/il-sud-ferma-il-treno-del-nord-massimo-cacciari-e-altri-luoghi-comuni/#.VOIZQSzdMS5
Il
Sud ferma il treno del Nord. Massimo Cacciari e altri luoghi comuni -
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http://www.economiaepolitica.it/primo-piano/il-sud-ferma-il-treno-del-nord-massimo-cacciari-e-altri-luoghi-comuni/#.VOIZQSzdMS5
Il
Sud ferma il treno del Nord. Massimo Cacciari e altri luoghi comuni -
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http://www.economiaepolitica.it/primo-piano/il-sud-ferma-il-treno-del-nord-massimo-cacciari-e-altri-luoghi-comuni/#.VOIZQSzdMS5
"...Terzo luogo comune. Il peso che il Nord deve
sostenere per i conti generali del Paese, è un dato oggettivo.
È la
riproposizione della tesi leghista dell’ingiustizia fiscale sofferta dal Nord,
il cui surplus primario coprirebbe gli sprechi di un Sud beneficiario di un
flusso sovrabbondante di risorse. A sostegno di questa tesi, vengono di solito
portati i dati relativi ai residui fiscali pro capite delle regioni italiane.
Questi ultimi vengono calcolati come differenza tra la partecipazione di un
contribuente medio di una regione al finanziamento dell’azione pubblica (in
primo luogo attraverso il pagamento delle imposte) e i benefici che lo stesso
riceve da tale azione (soprattutto sotto forma di servizi
pubblici)[6].
In effetti, da diversi lavori scientifici risulta
univocamente che le regioni del Mezzogiorno beneficiano di notevoli
trasferimenti interregionali, soprattutto dalle grandi regioni settentrionali.
Ma questa evidenza non è di per sé sufficiente a dimostrare che la redistribuzione così realizzatasi sia «eccessiva».
È solo l’ovvio riflesso del dualismo economico del Paese, la conseguenza del normale operare della funzione redistributiva dello Stato centrale che produce, fisiologicamente, un trasferimento di risorse da contribuenti a maggiore capacità contributiva a contribuenti meno abbienti ai quali deve essere assicurato lo stesso livello di servizi pubblici.
Ma questa evidenza non è di per sé sufficiente a dimostrare che la redistribuzione così realizzatasi sia «eccessiva».
È solo l’ovvio riflesso del dualismo economico del Paese, la conseguenza del normale operare della funzione redistributiva dello Stato centrale che produce, fisiologicamente, un trasferimento di risorse da contribuenti a maggiore capacità contributiva a contribuenti meno abbienti ai quali deve essere assicurato lo stesso livello di servizi pubblici.
I residui fiscali negativi delle regioni
meridionali, dunque, non sono altro che il riflesso della redistribuzione
nell’azione pubblica diretta all’attuazione dei principi costituzionali della
progressività del sistema tributario, dell’universalità della spesa pubblica e
della perequazione dei territori in ritardo di sviluppo[7].
[Dunque aggiungiamo: In pratica, correttamente, Petraglia, fa una distinzione tra:
1) "effetto redistributivo" strutturale proprio della universalità della spesa pubblica e quindi delle funzioni e servizi che essa tende ad assestare a un livello standard che dipende dalla distribuzione demografica (staticamente considerata: il discorso in termini dinamici, come insegna la realtà attuale, si fa più complesso: si pensi alla scuola pubblica-distribuzione dei plessi e del personale scolastico o alla sanità, o, ancora, alla semplice dislocazione di uffici periferici dello Stato, primi tra tutti quelli delle forze di polizia);
2) vere e proprie politiche territoriali di infrastrutturazione e di incentivazione dell'impiego di fattori della produzione. Basti dire al riguardo, che l'unità d'Italia ha agito in senso inverso rispetto al sud, in questa ottica; e, in termini finanziari, qualsiasi IPOTESI al riguardo cessa con l'adozione del modello Maastricht (basti ricordare che i "patti territoriali", anche se percentualmente allocati al sud in maggior misura, derivano da fondi europei, rispetto ai quali l'Italia è in un deficit contributivo in media dai 6 ai 7 miliardi all'anno, elemento che, unito ai vincoli fiscali, non può che determinare tagli progressivi della spesa universale).
Anzi, il progressivo venir meno del minimo fisiologico di cui al punto 1), determinato dalla diminuzione in termini reali dei principali aggregati della spesa universale, al netto dell'invecchiamento della popolazione, aggrava la situazione strutturalmente: il sud si svuota considerando anche se, come evidenzia Cesare Pozzi, i residenti "ufficiali" sono in parte fittizi e corrispondono in realtà a popolazione-lavoratori già trasferitisi), sicchè diviene inevitabile la "revisione" del numero di scuole, ospedali, uffici di Bankitalia e postali, inclusi.
E' l'altra faccia della polarizzazione territoriale, incentrata su Roma e Milano, anzitutto, e in inarrestabile corso con deindustrializzazione effettiva e potenziale (cioè desertificazione dei fattori della produzione).
Preciso ancora che l'effetto redistributivo della spesa universale agisce anche in senso non territoriale Nord-Sud, anche se dovrebbe apparire ovvio, quindi anche in senso sociale localizzabile tout court: Belluno, ad esempio, presumibilmente avrà un residuo fiscale rimpolpato dal maggiore di Treviso; e a Treviso, operai, magari immigrati, avranno un trasferimento di utilità dai contribuenti più abbienti (a titolo di esempio) quanto al mantenimento di strutture scolastiche, ospedaliere e di presidio del territorio.
E lo stesso, vale per gli effetti su un sistema previdenziale a ripartizione...]. E dunque, come prosegue il prof.Petraglia, con un passo che sottolineo:
[Dunque aggiungiamo: In pratica, correttamente, Petraglia, fa una distinzione tra:
1) "effetto redistributivo" strutturale proprio della universalità della spesa pubblica e quindi delle funzioni e servizi che essa tende ad assestare a un livello standard che dipende dalla distribuzione demografica (staticamente considerata: il discorso in termini dinamici, come insegna la realtà attuale, si fa più complesso: si pensi alla scuola pubblica-distribuzione dei plessi e del personale scolastico o alla sanità, o, ancora, alla semplice dislocazione di uffici periferici dello Stato, primi tra tutti quelli delle forze di polizia);
2) vere e proprie politiche territoriali di infrastrutturazione e di incentivazione dell'impiego di fattori della produzione. Basti dire al riguardo, che l'unità d'Italia ha agito in senso inverso rispetto al sud, in questa ottica; e, in termini finanziari, qualsiasi IPOTESI al riguardo cessa con l'adozione del modello Maastricht (basti ricordare che i "patti territoriali", anche se percentualmente allocati al sud in maggior misura, derivano da fondi europei, rispetto ai quali l'Italia è in un deficit contributivo in media dai 6 ai 7 miliardi all'anno, elemento che, unito ai vincoli fiscali, non può che determinare tagli progressivi della spesa universale).
Anzi, il progressivo venir meno del minimo fisiologico di cui al punto 1), determinato dalla diminuzione in termini reali dei principali aggregati della spesa universale, al netto dell'invecchiamento della popolazione, aggrava la situazione strutturalmente: il sud si svuota considerando anche se, come evidenzia Cesare Pozzi, i residenti "ufficiali" sono in parte fittizi e corrispondono in realtà a popolazione-lavoratori già trasferitisi), sicchè diviene inevitabile la "revisione" del numero di scuole, ospedali, uffici di Bankitalia e postali, inclusi.
E' l'altra faccia della polarizzazione territoriale, incentrata su Roma e Milano, anzitutto, e in inarrestabile corso con deindustrializzazione effettiva e potenziale (cioè desertificazione dei fattori della produzione).
Preciso ancora che l'effetto redistributivo della spesa universale agisce anche in senso non territoriale Nord-Sud, anche se dovrebbe apparire ovvio, quindi anche in senso sociale localizzabile tout court: Belluno, ad esempio, presumibilmente avrà un residuo fiscale rimpolpato dal maggiore di Treviso; e a Treviso, operai, magari immigrati, avranno un trasferimento di utilità dai contribuenti più abbienti (a titolo di esempio) quanto al mantenimento di strutture scolastiche, ospedaliere e di presidio del territorio.
E lo stesso, vale per gli effetti su un sistema previdenziale a ripartizione...]. E dunque, come prosegue il prof.Petraglia, con un passo che sottolineo:
Strumentalmente, la redistribuzione interpersonale tra contribuenti a diversa capacità contributiva viene confusa con la redistribuzione tra i territori di residenza degli stessi.Ha poco senso affermare che il Sud ha dei residui fiscali «troppo alti» se non si specifica quale sia il valore di riferimento «giusto», rispetto al quale il giudizio viene espresso[8].
In definitiva, basare le proprie argomentazioni su
questi luoghi comuni, equivale a (ri)proporre una visione tanto ingenerosa nei
confronti dell’economia meridionale quanto parziale nel riconoscere, tra i
diversi aspetti dell’integrazione economica tra Nord e Sud del Paese, solo
quelli che penalizzerebbero il primo a vantaggio del secondo.
Il che, cosa ancor più grave, coincide con una pericolosa banalizzazione della questione «nazionale» del declino. [ndr; rienfatizzo questo importante passaggio]
Il che, cosa ancor più grave, coincide con una pericolosa banalizzazione della questione «nazionale» del declino. [ndr; rienfatizzo questo importante passaggio]
Ma l’integrazione tra le economie del Nord e del Sud implica reciproci legami che si sostanziano in corposi trasferimenti di risorse anche in direzione opposta. Basti ricordare il ruolo che svolge il Mezzogiorno come mercato di sbocco per la manifattura settentrionale. E che dire della perdita netta sofferta dal Mezzogiorno in termini di capitale umano a favore delle regioni settentrionali?
Il Nord vuole vivere ancora nell’illusione che
liberandosi della zavorra possa tornare a crescere? E Cacciari è proprio
convinto che valga la pena continuare ad alimentare questa illusione?"
5. Ma per completezza espositiva, occorre anche una prospettiva storico-economica che abbracci l'intero quadro della questione meridionale. Ne abbiamo parlato qui, diffusamente.
Dal dibattito che ne è seguito, traggo le sintesi più interessanti.
In risposta alle dettagliate fonti di storia economica illustrate da Arturo, e relative alla contestata questione dell'autonomo e (probabilmente) autosufficiente processo di industrializzazione del sud ante-unificazione, (un processo che comunque era incontestabilmente presente), mi pare indicativa questa ricostruzione di uno storico dell'economia come Flavio, (oltretutto del Nord-est):
"..i terroni, avevano prima dell'annessione al Regno un'industria metalmeccanica e siderurgica importante, la cantieristica navale più grande dell'allora Italia, e una ottima industria alimentare e tessile, per non parlare di vetro, porcellana et alia.
Già al tempo, poi, vigeva il mito del "fogno", che ben presto si rivelò incubo:
“La prospettiva unitaria non era solo nelle aspettative del ceto dirigente sabaudo e dell’industria del nord, penalizzata quest’ultima dalle barriere doganali che, lungo la penisola, deprimevano la circolazione delle merci. Veniva reclamata dal mondo intellettuale, che si riconosceva in una lingua comune e in un secolare patrimonio di tradizioni, scientifiche, letterarie e non solo. Correlata a istanze di tipo federalistico, veniva presa in considerazione da sicilianisti come Domenico Scinà, Pietro Lanza di Scordia, Isidoro La Lumia, Michele Amari. Fu tenuta in debito conto da Ruggero Settimo e dagli altri capi rivoluzionari del ‘48 palermitano, prima della inevitabile sconfitta. Su tale prospettiva, rivendicata pure dai locali padroni del vapore, dai Florio agli inglesi Woodhouse e Ingham, convergeva altresì, negli anni cinquanta, il radicalismo democratico che, lungo i tracciati mazziniani e garibaldini, andava diffondendosi fra i ceti medi e popolari dell’isola, sotto l’egida di personalità come Francesco Crispi e Rosolino Pilo.”
“Come in altre aree del sud, in Sicilia il nocciolo della questione continuava ad essere la terra.
Le strutture del latifondo, che avevano retto alle leggi del 1812, con cui il parlamento dell’isola aveva abolito formalmente il feudalesimo, erano rimaste pressoché intatte, mentre le terre confiscate agli ordini religiosi finivano nelle mani del ceto agrario più spregiudicato.
In sostanza, con il rifiuto di una riforma della proprietà rurale, che avrebbe potuto rimescolare le carte nelle politiche del Regno, equilibrando le opportunità e le risorse dei diversi territori, abortiva in quei decenni il disegno di una coesistenza equa di nord e sud. Sulla traccia di Cavour, contrario alle autonomie regionali, i governi sabaudi della Destra, da Ricasoli a Minghetti, convennero altresì su una linea centralistica, autoritaria, che, destinata a perpetuarsi pure dopo del 1876, quando il governo passò alla Sinistra, avrebbe annichilito ogni autentica aspirazione democratica. Lo scollamento nell’isola fu avvertito dalle popolazioni a tutti i livelli: anche dal ceto aristocratico-terriero, che pure da decenni aveva perduto il privilegio di un parlamento a propria misura.".
5.1. Continua (sempre Flavio), per dare un'idea del tradimento, a mio sindacabile avviso, subito dal Meridione:
"Agli esordi dell’impresa siciliana, Garibaldi e i suoi referenti dell’isola presero in seria considerazione l’argomento della terra.
Nel vivo dei combattimenti, il 2 giugno 1860, un decreto firmato da Francesco Crispi ne prometteva infatti l’assegnazione ai contadini, a partire da coloro che si sarebbero battuti “per la patria”.
In realtà, i fatti di Bronte, Alcara, e altri centri, che per la loro gravità hanno gettato ombre sul garibaldismo di quei frangenti, testimoniano come andarono le cose.
L’anno clou, che aprì realmente la questione meridionale fu comunque il 1862, quando, in un contesto del tutto diverso, sullo sfondo del nuovo regno sabaudo, il radicalismo democratico, che avrebbe potuto sorreggere le istanze civili nel sud, con l’attuazione di una riforma agraria e non solo, venne sbaragliato...
La resa dei conti venne quando Garibaldi mosse dalla Sicilia per risolvere militarmente la questione romana, giacché il capo del governo Rattazzi, apparso di primo acchito interlocutorio, non esitò a proclamare nell’isola lo stato d’assedio, conferendo il comando delle truppe a Raffaele Cadorna. Ne seguirono rastrellamenti e repressioni, a Girgenti, Racalmuto, Alcamo, Bagheria, Siculiana, Grotte, Casteltermini, culminanti in autunno con l’eccidio di Fantina. In tutto il Mezzogiorno, attraversato dalla guerriglia legittimista, l’anno si chiudeva d’altronde, come veniva espresso in un rapporto della Camera, con oltre 15 mila fucilazioni e circa mille uccisi in combattimento. Entrava così nel vivo l’offensiva di Cadorna, che avrebbe avuto un momento decisivo nel 1866, quando la rivoluzione detta del Sette e Mezzo sarebbe stata repressa con il cannoneggiamento di Palermo.
Lo statuto, mutuato da quello albertino del 1848, al sud venne violato da allora regolarmente, con un uso metodico della forza. In tutto il Mezzogiorno, proposta dal deputato della Destra Giuseppe Pica, dal 15 agosto 1863 veniva resa operativa, e sarebbe durata oltre due anni, la legge marziale, che prevedeva la sospensione dei diritti costituzionali, la punizione collettiva per i reati dei singoli e la rappresaglia contro i centri abitati.
Precisi atteggiamenti culturali, con o senza cautele, intervenivano a legittimare intanto, pure in sedi ufficiali, ogni eccesso repressivo. Il generale Giuseppe Govone, i cui metodi, quando ebbe conferiti in Sicilia i pieni poteri, furono denunciati già allora come criminosi, non esitò a sostenere che i meridionali andavano considerati inferiori per natura."...
Ecco, direi che ogni analisi dovrebbe prendere come minimo in considerazione questi aspetti.
Non servono quindi dazi interni, diversa divisa fra Nord e Sud, gabbe salariali. Sarebbe bastato agire democraticamente, ed anche oggi credo che questo, come minimo, potrebbe dare quella sussistenza che manca. Un politica industriale vera, per il Sud, è chiedere troppo?".
5.1. Dati questi ragguagli storico-economici, certamente tanto significativi quanto dimenticati (oggi più che mai), mi permetto di riprodurre una sintesi finale di raccordo al presente, che credo possa servire come base per un'utile riflessione:
"Questo è un dibattito che può incartarsi facilmente: la verità è che, come dimostra più di un intervento, i dati su cui ragionare significativamente partono dal 1871 - e quindi già sono falsati da elementi politici determinanti- o tutt'al più aggregano dal 1861: il che non consente di cogliere i trend di espansione pregressi, che pure sono determinanti.
Ma il punto è un altro ancora: condizioni concrete di sviluppo del sud, in senso industriale autonomo dall'Unità d'Italia, c'erano o no?
La risposta è, in termini ragionevoli e prudenti, "sì".
Condizioni geo-politiche perchè questo avvenisse a lungo termine, come in effetti era necessario, invece, altrettanto ragionevolmente, "no".
Ora: supponendo una certa affidabilità di questa aporia (apparente, si tratta di fatti riconoscibili a posteriori), l'unità ha portato certamente più giovamento al nord che al sud.
Era tutto ciò rimediabile con il raggiungimento della piena democrazia (pluriclasse e redistributiva)?
Anche qui la risposta potrebbe essere positiva: ma al tempo stesso, dobbiamo ammettere che nel secondo dopoguerra, la golden age dello Stato interventista, e non ancora "disciolto" nella irresistibile vena neo-liberista globale, lo stesso Stato fu costretto ad agire in modo rapido e imperfetto.
Qualsiasi serio discorso ora è stato interrotto sotto l'imperio dell'euro-modello. Chi avesse dubbi su ciò, fermandosi ad una presunta realtà antropologica, si troverebbe nella stessa posizione attuale dei tedeschi verso i Med.
Insomma, alla fine dei giochi, anche il riprendere un cammino risulta difficile per il profondo radicamente "autoctono" della vulgata neo-liberista. E l'ordoliberismo, cioè la capture delle istituzioni democratiche da parte delle forze liberoscambiste, costituisce uno schermo molto più insidioso a qualsiasi soluzione operativa di quanto non si creda.
Contrariamente a quanto con disappunto rabbioso o disperato si creda nel senso comune, le forme di corruzione e di criminalità territoriale meridionali sono molto più effetti che cause del problema.
Personalmente, ritengo che non ci sia formula di "libera" accumulazione capitalista che sia compatibile con la legalità "pro tempore", senza un intervento programmatico dello Stato: e ciò vale a maggior ragione per l'altissimo livello implicito nella legalità costituzionale post 1948.
Ciò implica che repressione delle mafie e risanamento non possano che andare di pari passo con un intenso programma di intervento pubblico (cioè su apparato della legalità INSIEME con politiche industriali COORDINATE col primo aspetto).
In apparenza la via intrapresa nei primi anni '80, assomigliava a questa tenaglia; ma aveva il semplice inconveniente di essere "emergenziale", cioè finanziata a tempo, e, al tempo stesso, anche insufficiente nel volume, una volta intrapresa la via della banca centrale indipendente "pura".
E torniamo sempre allo stesso punto: l'espansione del mercato interno, l'adeguamento infrastrutturale, esigevano un riequilibrio fiscale dal lavoro alle attività "autonome", per rendere ciò praticabile.
NON FU FATTO PROPRIO PERCHE' SI SCELSE LA VIA DEL VINCOLO ESTERNO E DELLA BC INDIPENDENTE (che esigeva la deflazione ad ogni costo, e quindi la crescente disoccupazione, funzionale alla "grande panacea" del vincolo esterno: la moderazione salariale imposta dalla brutalità dei fatti. Specialmente al sud): l'interesse nazionale unitario era già minato da tutto ciò.
La stessa via del trasferimento fiscale ne risultò alterata concettualmente: questo aspetto si legò, per sempre, a uno standard "morale" che anche le discussioni qui in parte registrate confermano.
Ma nella eradicazione delle differenze strutturali non c'è alcuna indulgenza moralistica alla presunta debolezza (morale) di alcuno: si tratta solo di capire o meno in che consista la proiezione fiscale, INEVITABILE, della EGUAGLIANZA SOSTANZIALE (quella cui fa variamente riferimento Rawls)".
5. Ma per completezza espositiva, occorre anche una prospettiva storico-economica che abbracci l'intero quadro della questione meridionale. Ne abbiamo parlato qui, diffusamente.
Dal dibattito che ne è seguito, traggo le sintesi più interessanti.
In risposta alle dettagliate fonti di storia economica illustrate da Arturo, e relative alla contestata questione dell'autonomo e (probabilmente) autosufficiente processo di industrializzazione del sud ante-unificazione, (un processo che comunque era incontestabilmente presente), mi pare indicativa questa ricostruzione di uno storico dell'economia come Flavio, (oltretutto del Nord-est):
"..i terroni, avevano prima dell'annessione al Regno un'industria metalmeccanica e siderurgica importante, la cantieristica navale più grande dell'allora Italia, e una ottima industria alimentare e tessile, per non parlare di vetro, porcellana et alia.
Già al tempo, poi, vigeva il mito del "fogno", che ben presto si rivelò incubo:
“La prospettiva unitaria non era solo nelle aspettative del ceto dirigente sabaudo e dell’industria del nord, penalizzata quest’ultima dalle barriere doganali che, lungo la penisola, deprimevano la circolazione delle merci. Veniva reclamata dal mondo intellettuale, che si riconosceva in una lingua comune e in un secolare patrimonio di tradizioni, scientifiche, letterarie e non solo. Correlata a istanze di tipo federalistico, veniva presa in considerazione da sicilianisti come Domenico Scinà, Pietro Lanza di Scordia, Isidoro La Lumia, Michele Amari. Fu tenuta in debito conto da Ruggero Settimo e dagli altri capi rivoluzionari del ‘48 palermitano, prima della inevitabile sconfitta. Su tale prospettiva, rivendicata pure dai locali padroni del vapore, dai Florio agli inglesi Woodhouse e Ingham, convergeva altresì, negli anni cinquanta, il radicalismo democratico che, lungo i tracciati mazziniani e garibaldini, andava diffondendosi fra i ceti medi e popolari dell’isola, sotto l’egida di personalità come Francesco Crispi e Rosolino Pilo.”
“Come in altre aree del sud, in Sicilia il nocciolo della questione continuava ad essere la terra.
Le strutture del latifondo, che avevano retto alle leggi del 1812, con cui il parlamento dell’isola aveva abolito formalmente il feudalesimo, erano rimaste pressoché intatte, mentre le terre confiscate agli ordini religiosi finivano nelle mani del ceto agrario più spregiudicato.
In sostanza, con il rifiuto di una riforma della proprietà rurale, che avrebbe potuto rimescolare le carte nelle politiche del Regno, equilibrando le opportunità e le risorse dei diversi territori, abortiva in quei decenni il disegno di una coesistenza equa di nord e sud. Sulla traccia di Cavour, contrario alle autonomie regionali, i governi sabaudi della Destra, da Ricasoli a Minghetti, convennero altresì su una linea centralistica, autoritaria, che, destinata a perpetuarsi pure dopo del 1876, quando il governo passò alla Sinistra, avrebbe annichilito ogni autentica aspirazione democratica. Lo scollamento nell’isola fu avvertito dalle popolazioni a tutti i livelli: anche dal ceto aristocratico-terriero, che pure da decenni aveva perduto il privilegio di un parlamento a propria misura.".
5.1. Continua (sempre Flavio), per dare un'idea del tradimento, a mio sindacabile avviso, subito dal Meridione:
"Agli esordi dell’impresa siciliana, Garibaldi e i suoi referenti dell’isola presero in seria considerazione l’argomento della terra.
Nel vivo dei combattimenti, il 2 giugno 1860, un decreto firmato da Francesco Crispi ne prometteva infatti l’assegnazione ai contadini, a partire da coloro che si sarebbero battuti “per la patria”.
In realtà, i fatti di Bronte, Alcara, e altri centri, che per la loro gravità hanno gettato ombre sul garibaldismo di quei frangenti, testimoniano come andarono le cose.
L’anno clou, che aprì realmente la questione meridionale fu comunque il 1862, quando, in un contesto del tutto diverso, sullo sfondo del nuovo regno sabaudo, il radicalismo democratico, che avrebbe potuto sorreggere le istanze civili nel sud, con l’attuazione di una riforma agraria e non solo, venne sbaragliato...
La resa dei conti venne quando Garibaldi mosse dalla Sicilia per risolvere militarmente la questione romana, giacché il capo del governo Rattazzi, apparso di primo acchito interlocutorio, non esitò a proclamare nell’isola lo stato d’assedio, conferendo il comando delle truppe a Raffaele Cadorna. Ne seguirono rastrellamenti e repressioni, a Girgenti, Racalmuto, Alcamo, Bagheria, Siculiana, Grotte, Casteltermini, culminanti in autunno con l’eccidio di Fantina. In tutto il Mezzogiorno, attraversato dalla guerriglia legittimista, l’anno si chiudeva d’altronde, come veniva espresso in un rapporto della Camera, con oltre 15 mila fucilazioni e circa mille uccisi in combattimento. Entrava così nel vivo l’offensiva di Cadorna, che avrebbe avuto un momento decisivo nel 1866, quando la rivoluzione detta del Sette e Mezzo sarebbe stata repressa con il cannoneggiamento di Palermo.
Lo statuto, mutuato da quello albertino del 1848, al sud venne violato da allora regolarmente, con un uso metodico della forza. In tutto il Mezzogiorno, proposta dal deputato della Destra Giuseppe Pica, dal 15 agosto 1863 veniva resa operativa, e sarebbe durata oltre due anni, la legge marziale, che prevedeva la sospensione dei diritti costituzionali, la punizione collettiva per i reati dei singoli e la rappresaglia contro i centri abitati.
Precisi atteggiamenti culturali, con o senza cautele, intervenivano a legittimare intanto, pure in sedi ufficiali, ogni eccesso repressivo. Il generale Giuseppe Govone, i cui metodi, quando ebbe conferiti in Sicilia i pieni poteri, furono denunciati già allora come criminosi, non esitò a sostenere che i meridionali andavano considerati inferiori per natura."...
Ecco, direi che ogni analisi dovrebbe prendere come minimo in considerazione questi aspetti.
Non servono quindi dazi interni, diversa divisa fra Nord e Sud, gabbe salariali. Sarebbe bastato agire democraticamente, ed anche oggi credo che questo, come minimo, potrebbe dare quella sussistenza che manca. Un politica industriale vera, per il Sud, è chiedere troppo?".
5.1. Dati questi ragguagli storico-economici, certamente tanto significativi quanto dimenticati (oggi più che mai), mi permetto di riprodurre una sintesi finale di raccordo al presente, che credo possa servire come base per un'utile riflessione:
"Questo è un dibattito che può incartarsi facilmente: la verità è che, come dimostra più di un intervento, i dati su cui ragionare significativamente partono dal 1871 - e quindi già sono falsati da elementi politici determinanti- o tutt'al più aggregano dal 1861: il che non consente di cogliere i trend di espansione pregressi, che pure sono determinanti.
Ma il punto è un altro ancora: condizioni concrete di sviluppo del sud, in senso industriale autonomo dall'Unità d'Italia, c'erano o no?
La risposta è, in termini ragionevoli e prudenti, "sì".
Condizioni geo-politiche perchè questo avvenisse a lungo termine, come in effetti era necessario, invece, altrettanto ragionevolmente, "no".
Ora: supponendo una certa affidabilità di questa aporia (apparente, si tratta di fatti riconoscibili a posteriori), l'unità ha portato certamente più giovamento al nord che al sud.
Era tutto ciò rimediabile con il raggiungimento della piena democrazia (pluriclasse e redistributiva)?
Anche qui la risposta potrebbe essere positiva: ma al tempo stesso, dobbiamo ammettere che nel secondo dopoguerra, la golden age dello Stato interventista, e non ancora "disciolto" nella irresistibile vena neo-liberista globale, lo stesso Stato fu costretto ad agire in modo rapido e imperfetto.
Qualsiasi serio discorso ora è stato interrotto sotto l'imperio dell'euro-modello. Chi avesse dubbi su ciò, fermandosi ad una presunta realtà antropologica, si troverebbe nella stessa posizione attuale dei tedeschi verso i Med.
Insomma, alla fine dei giochi, anche il riprendere un cammino risulta difficile per il profondo radicamente "autoctono" della vulgata neo-liberista. E l'ordoliberismo, cioè la capture delle istituzioni democratiche da parte delle forze liberoscambiste, costituisce uno schermo molto più insidioso a qualsiasi soluzione operativa di quanto non si creda.
Contrariamente a quanto con disappunto rabbioso o disperato si creda nel senso comune, le forme di corruzione e di criminalità territoriale meridionali sono molto più effetti che cause del problema.
Personalmente, ritengo che non ci sia formula di "libera" accumulazione capitalista che sia compatibile con la legalità "pro tempore", senza un intervento programmatico dello Stato: e ciò vale a maggior ragione per l'altissimo livello implicito nella legalità costituzionale post 1948.
Ciò implica che repressione delle mafie e risanamento non possano che andare di pari passo con un intenso programma di intervento pubblico (cioè su apparato della legalità INSIEME con politiche industriali COORDINATE col primo aspetto).
In apparenza la via intrapresa nei primi anni '80, assomigliava a questa tenaglia; ma aveva il semplice inconveniente di essere "emergenziale", cioè finanziata a tempo, e, al tempo stesso, anche insufficiente nel volume, una volta intrapresa la via della banca centrale indipendente "pura".
E torniamo sempre allo stesso punto: l'espansione del mercato interno, l'adeguamento infrastrutturale, esigevano un riequilibrio fiscale dal lavoro alle attività "autonome", per rendere ciò praticabile.
NON FU FATTO PROPRIO PERCHE' SI SCELSE LA VIA DEL VINCOLO ESTERNO E DELLA BC INDIPENDENTE (che esigeva la deflazione ad ogni costo, e quindi la crescente disoccupazione, funzionale alla "grande panacea" del vincolo esterno: la moderazione salariale imposta dalla brutalità dei fatti. Specialmente al sud): l'interesse nazionale unitario era già minato da tutto ciò.
La stessa via del trasferimento fiscale ne risultò alterata concettualmente: questo aspetto si legò, per sempre, a uno standard "morale" che anche le discussioni qui in parte registrate confermano.
Ma nella eradicazione delle differenze strutturali non c'è alcuna indulgenza moralistica alla presunta debolezza (morale) di alcuno: si tratta solo di capire o meno in che consista la proiezione fiscale, INEVITABILE, della EGUAGLIANZA SOSTANZIALE (quella cui fa variamente riferimento Rawls)".
Il
Sud ferma il treno del Nord. Massimo Cacciari e altri luoghi comuni -
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