mercoledì 21 ottobre 2015

IL MEZZOGIORNO E L'EURO: "CHE ME NE IMPORTA, NON E' MICA MIO!" (RELOADED E AMPLIATO)



1. Dunque, questo è il tema che, insieme con Cesare Pozzi, abbiamo prescelto per il convegno di cui vedete qui sotto la locandina:


Naturalmente, poichè in tempi non lontani nella Storia, - ma culturalmente ormai sepolti nell'oblio dal paradigma €uropeista neo-ordo-liberista-, l'ordinamento italiano è (o "sarebbe") caratterizzato dal principio dell'eguaglianza sostanziale (il mitico art.3, secondo comma, della Costituzione), la mia analisi partirà da questo principio e dai suoi sviluppi.

2. Non credo di fare un esercizio ripetitivo nel riprodurre ancora il passaggio del celebre discorso di Calamandrei sulle implicazioni della eguaglianza sostanziale:

"Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice:
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.
Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società. 
Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.
Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. 
La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. 
Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è -non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani- una malattia dei giovani.
La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. 
Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che me ne importa, non è mica mio!”
Questo è l’indifferentisno alla politica.
E’ così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. 
Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.
La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli (ndr; Calamandrei, al tempo, non poteva lontanamente immaginare quanto la "bruttezza" letteraria potesse dilagare all'interno della Costituzione "riformata"), ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo.
3. A queste parole vorrei aggiungere, come mera anticipazione di spunti relativi al tema, per i lettori del blog, un paio di concetti e di dati, che prefigurano un discorso sviluppabile sul tema qui introdotto.
Il primo lo traiamo da un famoso post di Alberto ed è un dato storico "secco", brutale, di quelli costantemente dimenticati per ragioni €uro-culturali (nella misura in cui l'euro è il liberoscambismo internazionalista nella sua forma "reale", quale imposta per sottomettere le democrazie costituzionali europee...in nome della lotta ai "nazionalismi"):
"La Fig. 1 riporta il saldo delle partite correnti del Sud Italia e il tasso di interesse reale nazionale. Visto che siete di palato fino, trovate in calce la definizione esatta delle variabili.
Al di là dei motivi delle oscillazioni, il saldo delle partite correnti del Sud oscilla, negli ultimi 50 anni circa, tra il -15 e il -20% del relativo PIL, con una media del 17,5%. Cui prodest? 
Non certo allo sviluppo del Sud, non certo alla forza lavoro del Sud. Basti dire che l'era dell'euro ha stabilizzato verso il basso (cioè verso un deficit oltre il 20% la già tragica situazione...)

4. Il secondo ragionamento, o meglio  che mi pare pertinente accennare è invece tratto da questo (più ampio) articolo del prof.Carmelo Petraglia, dall'eloquente titolo "Il Sud ferma il treno del nord. Massimo Cacciari e altri luoghi comuni":
Terzo luogo comune. Il peso che il Nord deve sostenere per i conti generali del Paese, è un dato oggettivo. È la riproposizione della tesi leghista dell’ingiustizia fiscale sofferta dal Nord, il cui surplus primario coprirebbe gli sprechi di un Sud beneficiario di un flusso sovrabbondante di risorse. A sostegno di questa tesi, vengono di solito portati i dati relativi ai residui fiscali pro capite delle regioni italiane. Questi ultimi vengono calcolati come differenza tra la partecipazione di un contribuente medio di una regione al finanziamento dell’azione pubblica (in primo luogo attraverso il pagamento delle imposte) e i benefici che lo stesso riceve da tale azione (soprattutto sotto forma di servizi pubblici)[6].
In effetti, da diversi lavori scientifici risulta univocamente che le regioni del Mezzogiorno beneficiano di notevoli trasferimenti interregionali, soprattutto dalle grandi regioni settentrionali. Ma questa evidenza non è di per sé sufficiente a dimostrare che la redistribuzione così realizzatasi sia «eccessiva». È solo l’ovvio riflesso del dualismo economico del Paese, la conseguenza del normale operare della funzione redistributiva dello Stato centrale che produce, fisiologicamente, un trasferimento di risorse da contribuenti a maggiore capacità contributiva a contribuenti meno abbienti ai quali deve essere assicurato lo stesso livello di servizi pubblici.
I residui fiscali negativi delle regioni meridionali, dunque, non sono altro che il riflesso della redistribuzione nell’azione pubblica diretta all’attuazione dei principi costituzionali della progressività del sistema tributario, dell’universalità della spesa pubblica e della perequazione dei territori in ritardo di sviluppo[7]. Strumentalmente, la redistribuzione interpersonale tra contribuenti a diversa capacità contributiva viene confusa con la redistribuzione tra i territori di residenza degli stessi. Ha poco senso affermare che il Sud ha dei residui fiscali «troppo alti» se non si specifica quale sia il valore di riferimento «giusto», rispetto al quale il giudizio viene espresso[8].
In definitiva, basare le proprie argomentazioni su questi luoghi comuni, equivale a (ri)proporre una visione tanto ingenerosa nei confronti dell’economia meridionale quanto parziale nel riconoscere, tra i diversi aspetti dell’integrazione economica tra Nord e Sud del Paese, solo quelli che penalizzerebbero il primo a vantaggio del secondo. Il che, cosa ancor più grave, coincide con una pericolosa banalizzazione della questione «nazionale» del declino. Ma l’integrazione tra le economie del Nord e del Sud implica reciproci legami che si sostanziano in corposi trasferimenti di risorse anche in direzione opposta. Basti ricordare il ruolo che svolge il Mezzogiorno come mercato di sbocco per la manifattura settentrionale. E che dire della perdita netta sofferta dal Mezzogiorno in termini di capitale umano a favore delle regioni settentrionali?
Il Nord vuole vivere ancora nell’illusione che liberandosi della zavorra possa tornare a crescere? E Cacciari è proprio convinto che valga la pena continuare ad alimentare questa illusione?
- See more at: http://www.economiaepolitica.it/primo-piano/il-sud-ferma-il-treno-del-nord-massimo-cacciari-e-altri-luoghi-comuni/#.VOIZQSzdMS5
Il Sud ferma il treno del Nord. Massimo Cacciari e altri luoghi comuni - See more at: http://www.economiaepolitica.it/primo-piano/il-sud-ferma-il-treno-del-nord-massimo-cacciari-e-altri-luoghi-comuni/#.VOIZQSzdMS5
Il Sud ferma il treno del Nord. Massimo Cacciari e altri luoghi comuni - See more at: http://www.economiaepolitica.it/primo-piano/il-sud-ferma-il-treno-del-nord-massimo-cacciari-e-altri-luoghi-comuni/#.VOIZQSzdMS5
"...Terzo luogo comune. Il peso che il Nord deve sostenere per i conti generali del Paese, è un dato oggettivo. 
È la riproposizione della tesi leghista dell’ingiustizia fiscale sofferta dal Nord, il cui surplus primario coprirebbe gli sprechi di un Sud beneficiario di un flusso sovrabbondante di risorse. A sostegno di questa tesi, vengono di solito portati i dati relativi ai residui fiscali pro capite delle regioni italiane. Questi ultimi vengono calcolati come differenza tra la partecipazione di un contribuente medio di una regione al finanziamento dell’azione pubblica (in primo luogo attraverso il pagamento delle imposte) e i benefici che lo stesso riceve da tale azione (soprattutto sotto forma di servizi pubblici)[6].
In effetti, da diversi lavori scientifici risulta univocamente che le regioni del Mezzogiorno beneficiano di notevoli trasferimenti interregionali, soprattutto dalle grandi regioni settentrionali. 
Ma questa evidenza non è di per sé sufficiente a dimostrare che la redistribuzione così realizzatasi sia «eccessiva»
È solo l’ovvio riflesso del dualismo economico del Paese, la conseguenza del normale operare della funzione redistributiva dello Stato centrale che produce, fisiologicamente, un trasferimento di risorse da contribuenti a maggiore capacità contributiva a contribuenti meno abbienti ai quali deve essere assicurato lo stesso livello di servizi pubblici.
I residui fiscali negativi delle regioni meridionali, dunque, non sono altro che il riflesso della redistribuzione nell’azione pubblica diretta all’attuazione dei principi costituzionali della progressività del sistema tributario, dell’universalità della spesa pubblica e della perequazione dei territori in ritardo di sviluppo[7]

[Dunque aggiungiamo: In pratica, correttamente, Petraglia, fa una distinzione tra:
1) "effetto redistributivo" strutturale proprio della universalità della spesa pubblica e quindi delle funzioni e servizi che essa tende ad assestare a un livello standard che dipende dalla distribuzione demografica (staticamente considerata: il discorso in termini dinamici, come insegna la realtà attuale, si fa più complesso: si pensi alla scuola pubblica-distribuzione dei plessi e del personale scolastico o alla sanità, o, ancora, alla semplice dislocazione di uffici periferici dello Stato, primi tra tutti quelli delle forze di polizia);

2) vere e proprie politiche territoriali di infrastrutturazione e di incentivazione dell'impiego di fattori della produzione. Basti dire al riguardo, che l'unità d'Italia ha agito in senso inverso rispetto al sud, in questa ottica; e, in termini finanziari, qualsiasi IPOTESI al riguardo cessa con l'adozione del modello Maastricht (basti ricordare che i "patti territoriali", anche se percentualmente allocati al sud in maggior misura, derivano da fondi europei, rispetto ai quali l'Italia è in un deficit contributivo in media dai 6 ai 7 miliardi all'anno, elemento che, unito ai vincoli fiscali, non può che determinare tagli progressivi della spesa universale).

Anzi, il progressivo venir meno del minimo fisiologico di cui al punto 1), determinato dalla diminuzione in termini reali dei principali aggregati della spesa universale, al netto dell'invecchiamento della popolazione, aggrava la situazione strutturalmente: il sud si svuota considerando anche se, come evidenzia Cesare Pozzi, i residenti "ufficiali" sono in parte fittizi e corrispondono in realtà a popolazione-lavoratori già trasferitisi), sicchè diviene inevitabile la "revisione" del numero di scuole, ospedali, uffici di Bankitalia e postali, inclusi.

E' l'altra faccia della polarizzazione territoriale, incentrata su Roma e Milano, anzitutto, e in inarrestabile corso con deindustrializzazione effettiva e potenziale (cioè desertificazione dei fattori della produzione).

Preciso ancora che l'effetto redistributivo della spesa universale agisce anche in senso non territoriale Nord-Sud, anche se dovrebbe apparire ovvio, quindi anche in senso sociale localizzabile tout court: Belluno, ad esempio, presumibilmente avrà un residuo fiscale rimpolpato dal maggiore di Treviso; e a Treviso, operai, magari immigrati, avranno un trasferimento di utilità dai contribuenti più abbienti (a titolo di esempio) quanto al mantenimento di strutture scolastiche, ospedaliere e di presidio del territorio.
E lo stesso, vale per gli effetti su un sistema previdenziale a ripartizione...]. E dunque, come prosegue il prof.Petraglia, con un passo che sottolineo:
Strumentalmente, la redistribuzione interpersonale tra contribuenti a diversa capacità contributiva viene confusa con la redistribuzione tra i territori di residenza degli stessi
Ha poco senso affermare che il Sud ha dei residui fiscali «troppo alti» se non si specifica quale sia il valore di riferimento «giusto», rispetto al quale il giudizio viene espresso[8].
In definitiva, basare le proprie argomentazioni su questi luoghi comuni, equivale a (ri)proporre una visione tanto ingenerosa nei confronti dell’economia meridionale quanto parziale nel riconoscere, tra i diversi aspetti dell’integrazione economica tra Nord e Sud del Paese, solo quelli che penalizzerebbero il primo a vantaggio del secondo. 
Il che, cosa ancor più grave, coincide con una pericolosa banalizzazione della questione «nazionale» del declino. [ndr; rienfatizzo questo importante passaggio]
Ma l’integrazione tra le economie del Nord e del Sud implica reciproci legami che si sostanziano in corposi trasferimenti di risorse anche in direzione opposta. Basti ricordare il ruolo che svolge il Mezzogiorno come mercato di sbocco per la manifattura settentrionale. E che dire della perdita netta sofferta dal Mezzogiorno in termini di capitale umano a favore delle regioni settentrionali?
Il Nord vuole vivere ancora nell’illusione che liberandosi della zavorra possa tornare a crescere? E Cacciari è proprio convinto che valga la pena continuare ad alimentare questa illusione?"

5. Ma per completezza espositiva, occorre anche una prospettiva storico-economica che abbracci l'intero quadro della questione meridionale. Ne abbiamo parlato qui, diffusamente.
Dal dibattito che ne è seguito, traggo le sintesi più interessanti.
In risposta alle dettagliate fonti di storia economica illustrate da Arturo, e relative alla contestata questione dell'autonomo e (probabilmente) autosufficiente processo di industrializzazione del sud ante-unificazione, (un processo che comunque era incontestabilmente presente), mi pare indicativa questa ricostruzione di uno storico dell'economia come Flavio, (oltretutto del Nord-est):
"..i terroni, avevano prima dell'annessione al Regno un'industria metalmeccanica e siderurgica importante, la cantieristica navale più grande dell'allora Italia, e una ottima industria alimentare e tessile, per non parlare di vetro, porcellana et alia.

Già al tempo, poi, vigeva il mito del "fogno", che ben presto si rivelò incubo: 

“La prospettiva unitaria non era solo nelle aspettative del ceto dirigente sabaudo e dell’industria del nord, penalizzata quest’ultima dalle barriere doganali che, lungo la penisola, deprimevano la circolazione delle merci. Veniva reclamata dal mondo intellettuale, che si riconosceva in una lingua comune e in un secolare patrimonio di tradizioni, scientifiche, letterarie e non solo. Correlata a istanze di tipo federalistico, veniva presa in considerazione da sicilianisti come Domenico Scinà, Pietro Lanza di Scordia, Isidoro La Lumia, Michele Amari. Fu tenuta in debito conto da Ruggero Settimo e dagli altri capi rivoluzionari del ‘48 palermitano, prima della inevitabile sconfitta. Su tale prospettiva, rivendicata pure dai locali padroni del vapore, dai Florio agli inglesi Woodhouse e Ingham, convergeva altresì, negli anni cinquanta, il radicalismo democratico che, lungo i tracciati mazziniani e garibaldini, andava diffondendosi fra i ceti medi e popolari dell’isola, sotto l’egida di personalità come Francesco Crispi e Rosolino Pilo.”
“Come in altre aree del sud, in Sicilia il nocciolo della questione continuava ad essere la terra.  
Le strutture del latifondo, che avevano retto alle leggi del 1812, con cui il parlamento dell’isola aveva abolito formalmente il feudalesimo, erano rimaste pressoché intatte, mentre le terre confiscate agli ordini religiosi finivano nelle mani del ceto agrario più spregiudicato. 
In sostanza, con il rifiuto di una riforma della proprietà rurale, che avrebbe potuto rimescolare le carte nelle politiche del Regno, equilibrando le opportunità e le risorse dei diversi territori, abortiva in quei decenni il disegno di una coesistenza equa di nord e sud. Sulla traccia di Cavour, contrario alle autonomie regionali, i governi sabaudi della Destra, da Ricasoli a Minghetti, convennero altresì su una linea centralistica, autoritaria, che, destinata a perpetuarsi pure dopo del 1876, quando il governo passò alla Sinistra, avrebbe annichilito ogni autentica aspirazione democratica. Lo scollamento nell’isola fu avvertito dalle popolazioni a tutti i livelli: anche dal ceto aristocratico-terriero, che pure da decenni aveva perduto il privilegio di un parlamento a propria misura.".


5.1. Continua (sempre Flavio), per dare un'idea del tradimento, a mio sindacabile avviso, subito dal Meridione:
"Agli esordi dell’impresa siciliana, Garibaldi e i suoi referenti dell’isola presero in seria considerazione l’argomento della terra

Nel vivo dei combattimenti, il 2 giugno 1860, un decreto firmato da Francesco Crispi ne prometteva infatti l’assegnazione ai contadini, a partire da coloro che si sarebbero battuti “per la patria”. 
In realtà, i fatti di Bronte, Alcara, e altri centri, che per la loro gravità hanno gettato ombre sul garibaldismo di quei frangenti, testimoniano come andarono le cose.  
L’anno clou, che aprì realmente la questione meridionale fu comunque il 1862, quando, in un contesto del tutto diverso, sullo sfondo del nuovo regno sabaudo, il radicalismo democratico, che avrebbe potuto sorreggere le istanze civili nel sud, con l’attuazione di una riforma agraria e non solo, venne sbaragliato... 
La resa dei conti venne quando Garibaldi mosse dalla Sicilia per risolvere militarmente la questione romana, giacché il capo del governo Rattazzi, apparso di primo acchito interlocutorio, non esitò a proclamare nell’isola lo stato d’assedio, conferendo il comando delle truppe a Raffaele Cadorna. Ne seguirono rastrellamenti e repressioni, a Girgenti, Racalmuto, Alcamo, Bagheria, Siculiana, Grotte, Casteltermini, culminanti in autunno con l’eccidio di Fantina. In tutto il Mezzogiorno, attraversato dalla guerriglia legittimista, l’anno si chiudeva d’altronde, come veniva espresso in un rapporto della Camera, con oltre 15 mila fucilazioni e circa mille uccisi in combattimento. Entrava così nel vivo l’offensiva di Cadorna, che avrebbe avuto un momento decisivo nel 1866, quando la rivoluzione detta del Sette e Mezzo sarebbe stata repressa con il cannoneggiamento di Palermo.

Lo statuto, mutuato da quello albertino del 1848, al sud venne violato da allora regolarmente, con un uso metodico della forza. In tutto il Mezzogiorno, proposta dal deputato della Destra Giuseppe Pica, dal 15 agosto 1863 veniva resa operativa, e sarebbe durata oltre due anni, la legge marziale, che prevedeva la sospensione dei diritti costituzionali, la punizione collettiva per i reati dei singoli e la rappresaglia contro i centri abitati. 

Precisi atteggiamenti culturali, con o senza cautele, intervenivano a legittimare intanto, pure in sedi ufficiali, ogni eccesso repressivo. Il generale Giuseppe Govone, i cui metodi, quando ebbe conferiti in Sicilia i pieni poteri, furono denunciati già allora come criminosi, non esitò a sostenere che i meridionali andavano considerati inferiori per natura."... 

Ecco, direi che ogni analisi dovrebbe prendere come minimo in considerazione questi aspetti
Non servono quindi dazi interni, diversa divisa fra Nord e Sud, gabbe salariali. Sarebbe bastato agire democraticamente, ed anche oggi credo che questo, come minimo, potrebbe dare quella sussistenza che manca. Un politica industriale vera, per il Sud, è chiedere troppo?".

5.1. Dati questi ragguagli storico-economici, certamente tanto significativi quanto dimenticati (oggi più che mai), mi permetto di riprodurre una sintesi finale di raccordo al presente, che credo possa servire come base per un'utile riflessione:
"Questo è un dibattito che può incartarsi facilmente: la verità è che, come dimostra più di un intervento, i dati su cui ragionare significativamente partono dal 1871 - e quindi già sono falsati da elementi politici determinanti- o tutt'al più aggregano dal 1861: il che non consente di cogliere i trend di espansione pregressi, che pure sono determinanti.
Ma il punto è un altro ancora: condizioni concrete di sviluppo del sud, in senso industriale autonomo dall'Unità d'Italia, c'erano o no?
La risposta è, in termini ragionevoli e prudenti, "".
Condizioni geo-politiche perchè questo avvenisse a lungo termine, come in effetti era necessario, invece, altrettanto ragionevolmente, "no".
Ora: supponendo una certa affidabilità di questa aporia (apparente, si tratta di fatti riconoscibili a posteriori), l'unità ha portato certamente più giovamento al nord che al sud


Era tutto ciò rimediabile con il raggiungimento della piena democrazia (pluriclasse e redistributiva)?
Anche qui la risposta potrebbe essere positiva: ma al tempo stesso, dobbiamo ammettere che nel secondo dopoguerra, la golden age dello Stato interventista, e non ancora "disciolto" nella irresistibile vena neo-liberista globale, lo stesso Stato fu costretto ad agire in modo rapido e imperfetto.
Qualsiasi serio discorso ora è stato interrotto sotto l'imperio dell'euro-modello. Chi avesse dubbi su ciò, fermandosi ad una presunta realtà antropologica, si troverebbe nella stessa posizione attuale dei tedeschi verso i Med.
Insomma, alla fine dei giochi, anche il riprendere un cammino risulta difficile per il profondo radicamente "autoctono" della vulgata neo-liberista. E l'ordoliberismo, cioè la capture delle istituzioni democratiche da parte delle forze liberoscambiste, costituisce uno schermo molto più insidioso a qualsiasi soluzione operativa di quanto non si creda.
Contrariamente a quanto con disappunto rabbioso o disperato si creda nel senso comune, le forme di corruzione e di criminalità territoriale meridionali sono molto più effetti che cause del problema

Personalmente, ritengo che non ci sia formula di "libera" accumulazione capitalista che sia compatibile con la legalità "pro tempore", senza un intervento programmatico dello Stato: e ciò vale a maggior ragione per l'altissimo livello implicito nella legalità costituzionale post 1948. 
Ciò implica che repressione delle mafie e risanamento non possano che andare di pari passo con un intenso programma di intervento pubblico (cioè su apparato della legalità INSIEME con politiche industriali COORDINATE col primo aspetto).
In apparenza la via intrapresa nei primi anni '80, assomigliava a questa tenaglia; ma aveva il semplice inconveniente di essere "emergenziale", cioè finanziata a tempo, e, al tempo stesso, anche insufficiente nel volume, una volta intrapresa la via della banca centrale indipendente "pura".
E torniamo sempre allo stesso punto: l'espansione del mercato interno, l'adeguamento infrastrutturale, esigevano un riequilibrio fiscale dal lavoro alle attività "autonome", per rendere ciò praticabile.
NON FU FATTO PROPRIO PERCHE' SI SCELSE LA VIA DEL VINCOLO ESTERNO E DELLA BC INDIPENDENTE (che esigeva la deflazione ad ogni costo, e quindi la crescente disoccupazione, funzionale alla "grande panacea" del vincolo esterno: la moderazione salariale imposta dalla brutalità dei fatti. Specialmente al sud): l'interesse nazionale unitario era già minato da tutto ciò.
La stessa via del trasferimento fiscale ne risultò alterata concettualmente: questo aspetto si legò, per sempre, a uno standard "morale" che anche le discussioni qui in parte registrate confermano. 

Ma nella eradicazione delle differenze strutturali non c'è alcuna indulgenza moralistica alla presunta debolezza (morale) di alcuno: si tratta solo di capire o meno in che consista la proiezione fiscale, INEVITABILE, della EGUAGLIANZA SOSTANZIALE (quella cui fa variamente riferimento Rawls)".
Il Sud ferma il treno del Nord. Massimo Cacciari e altri luoghi comuni - See more at: http://www.economiaepolitica.it/primo-piano/il-sud-ferma-il-treno-del-nord-massimo-cacciari-e-altri-luoghi-comuni/#.VOIZQSzdMS5

lunedì 19 ottobre 2015

FOUCAULT, HAYEK E LA STATO-FOBIA BIPARTISAN


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"Quando negli anni Novanta citavo l'Italia quale esempio di come i Paesi avanzati possano sopportare pesanti debiti pubblici, non ero naif. All'epoca l'Italia aveva una propria moneta, e il suo debito era denominato in tale valuta, è vero che era ancorata al marco tedesco, ma c'era sempre la possibilità di sganciarsi. Con l'adesione all'euro, l'Italia di fatto si è trasformata macro-economicamente in un Paese del terzo mondo, con i debiti in valuta straniera, e si è esposta a crisi del debito. (Paul Krugman)"

Riceviamo a pubblichiamo questa mail di "Mula".
Il tema è interessante per il suo valore emblematico: l'importanza del pensiero di Hayek come indispensabile cornice ideologica che vincola, attraverso un'idea fondante dell'economia, - cioè il libero mercato e il sistema dei prezzi che da esso procederebbe come insindacabile e unica "razionalità"-, ogni possibile soluzione istituzionale
Il che significa, che un ordine superiore, la Legge (come fenomeno naturalistico osservato in un contesto storico non soggetto ad alcuna verifica propria delle scienze sociali), vincola e delimita ogni possibile legittimazione della presenza e della dimensione dello Stato, sostanzialmente negandogli una discrezionalità nel determinare qualunque soluzione di tutela della comunità sociale di fronte al problema distributivo dei costi provocati dal sistema dei mercati.

Sarebbe probabilmente inutile rammentare come questo tema trovi, in questo blog, una sua originaria riemersione nel dibattito "culturale"; di un certo conforto, sempre peraltro nell'ambito di una nicchia estranea al totalitarismo ideologico imperante sui media, è che, negli anni successivi, queste analisi siano state riprese anche da altre voci, sulla base delle stesse premesse "filologiche".
Il tema Foucault ci racconta di un fenomeno singolare: si procede, in certi livelli di analisi, per meccanismi transitivi di tipo nominalisitico (in senso stretto): se si "nomina" Hayek, ci si contamina della sua visione. Ma dei contenuti del pensiero hayekiano è intrisa, in modo decisivo, la vulgata pop del neo-liberismo (più precisamente, la versione strategica attualizzata che ne è l'ordolberismo) che governa l'€uropa. 
E l'€uropa è, invece, una ipostatizzazione della pace e dell'antipopulismo (e nazionalismo) non suscettibile, nel suo complesso, di alcuna critica legata all'effettiva conoscenza delle norme dei trattati e dei loro effetti programmatici!
Il risultato sarebbe che Hayek non possa essere analizzato esplicitamente, a pena di "contaminazione", mentre, invece, la sua fondamentale descrizione del paradigma socio-economico a scopo normativo, ormai costituzionalizzata (in modo più o meno cosciente ed esplicito) mediante i trattati, non può di conseguenza essere focalizzata e sottoposta a critica.
Per effetto di ciò si può, in pratica, proseguire a ritenere che la costruzione europea abbia una qualche radice nel cooperativismo, nella dimensione sociale e nella solidarietà, predicando che, i suoi attuali effetti, siano solo il frutto di una degenerazione, o alterazione, non voluta, da coloro che hanno concepito e negoziato i trattati europei (!): il che, come sappiamo, è un modo contraddittorio di negarne le radici storiche e il complessivo disegno originario, allontanando ogni realistica soluzione (con le conseguenze che ci rivela questo ottimo post di Lameduck).

Buongiorno,
sono il ragazzo che ha pubblicato tempo fa un suo video su youtube (sul canale "decostruendo").
Oggi le scrivo per proporle una brevissima analisi del rapporto tra Foucault e Hayek, analisi che ho scritto per rivelare indirettamente l'ottusità di una certa sinistra di oggi, ossia il tabù che riguarda lo studio di Hayek e che porta ingiustamente a definire Foucault “anti-statalista” (sulla scia dell'ostracizzazione accademica di tutti i "post-strutturalisti", generalizzazione a sua volta disastrosa...)
Riassumendo: dicono che Foucault confondeva Keynes con Hitler, ma dicendolo non fanno altro che confondere Foucault con Hayek, fondandosi semplicemente sul fatto che il primo... studiava Hayek!
...
Uno scandalo si aggira tra i filosofi “sinistri”: l'interesse di Foucault per Hayek.
Alcuni noti professori di filosofia affermano persino che tale interesse ha condotto Foucault, spesso presentato come un grande filosofo di sinistra, a paragonare ed equiparare qualsiasi forma di stato interventista, ossia a screditare lo stato sociale keynesiano o il socialismo paragonandoli al sistema nazista.
Sono d'accordo con questi autori quando affermano che questa demonizzazione dello Stato rende impossibile una sinistra al passo con i tempi, ossia una sinistra in grado di opporsi all'attuale distruzione dello stato sociale in paesi come l'Italia.
Non sono invece d'accordo con tali autori quando affermano che tale demonizzazione dello stato è stata esplicitamente proposta da Foucault, in particolare nelle sue ultime opere: ritengo anzi che proprio tali opere siano nate anche per criticare tale demonizzazione.
Per capire cosa intendo è sufficiente leggere anche solo le prime 7 pagine della lezione del 7 marzo 1979, contenuta nell'opera "Nascita della biopolitica": come indica il titolo, in tale corso Foucault intendeva approfondire il concetto di biopolitica (che ha avuto un grande successo nella filosofia successiva, in particolare per alcune correnti di “sinistra”), ma questo argomento viene rimandato e le prime lezioni vengono dedicate allo studio degli autori neo/ordoliberali (tra i quali troviamo molti nemici dello stato sociale come Hayek).
Quindi, all'inizio di tale lezione, situata circa a metà del corso, Foucault si scusa per essersi soffermato troppo su questi argomenti (è banale dirlo, ma non nel senso che si scusa di leggere Hayek, ma nel senso che si scusa di non aver ancora mantenuto la promessa fatta all'inizio del corso di trattare il tema della biopolitica, soffermandosi invece sulle premesse storico-politico-economiche di tale tema, ossia, appunto, le principali svolte del liberalismo) e cerca di spiegare le ragioni di tale studio.

La prima è una ragione "di metodo", ossia una dimostrazione delle sue teorie precedenti sul potere: è infatti impossibile dedurre da un astratto concetto di potere le sue determinazioni attuali, mentre, al contrario, è necessario partire da uno studio dell'evoluzione storica delle modalità di esercizio del potere (e la storia delle teorie relative) per comprendere realmente le premesse dei problemi attuali (ossia Foucault spiega in modo formale l'operazione che sta portando avanti in relazione al contenuto “potere biopolitico”).
Ma è la seconda ragione, che Foucault definisce di "moralità critica", a dimostrare in modo inconfutabile l'insensatezza delle accuse sopra citate: egli infatti spiega che con questo studio intende criticare a fondo proprio la "fobia dello Stato", definendola esplicitamente come fondata su un "luogo comune" che ha ormai strutture e conseguenze negative precise, che quindi egli descrive all'inizio di questa lezione.

Tale fobia si basa su due filoni argomentativi spesso legati tra loro: 
1) lo Stato come "una sorta di potenza in espansione" che tende ad assorbire la società civile e 
2) la “parentela” tra tutte le forme di stato, da quello keynesiano a quello nazista.
Tale fobia conduce, proprio per questa sua struttura, a tre conseguenze negative:
a) rende le analisi dei differenti stati interscambiabili, quindi porta a ignorare o dimenticare la specificità di tali sistemi statali a favore di una generalizzazione.
b) Conduce quindi a dichiarare "fascista" qualsiasi meccanismo statale, in quanto in ogni suo intervento, considerato a partire dall'idea espansionistica del potere statale, viene concepito come simile al (o diretto verso un potenziale) totalitarismo.
c) Queste due caratteristiche conducono alla terza: generalizzando e fascistizzando ogni stato si perde l'occasione di comprendere l'attualità, ossia il frutto dei mutamenti storici delle modalità di esercizio del potere.

Infine dice, Foucault, tale critica dello stato non critica mai le proprie origini: è proprio questo che invece egli intende fare in questo corso, mostrando che tali origini si possono trovare nei testi di autori neo-ordoliberali come Hayek (riassumendo: per comprendere il modo in cui il potere di oggi si fonda sempre di più sul “controllo della vita” - ed è quindi “biopolitico” - è fondamentale comprendere le premesse storiche e teoriche di tale controllo, quindi anche studiare le teorie che intendono ridurre l'intervento statale nell'economia attuato tramite “leggi”, spostando l'azione del potere in direzione della vita, attraverso un sistema di “norme”).

Quindi Foucault conclude affermando che:
1) lo Stato assistenziale non può essere paragonato a quello totalitario.
2) Anzi, lo Stato totalitario non nasce da un eccesso di stato, ma da un eccesso di governo della forma "non statale" del "partito".
3) Il problema attuale non è quindi l'eccesso di Stato, ma la sua riduzione: ossia la diffusione e l'applicazione del pensiero di Hayek; ad es. in questo passaggio dallo Stato al partito: quindi chi partecipa di questa fobia dello Stato deve almeno ammettere che sta andando "nel senso della corrente" (riferendosi ovviamente a tutti i rivoluzionari anti-statalisti che credono di opporsi al potere attuale, ma che per le ragioni appena citate non lo conoscono realmente e rischiano quindi di riproporre le sue strutture, come appunto la fobia dello Stato).

Mi sembra quindi evidente che con questo corso di lezioni Foucault non intende diffondere una sfiducia verso lo Stato, ma, al contrario, proprio perché ritiene importante comprendere (molto prima di tanti altri autori di sinistra) i rischi della “riduzione del potere statale” e del governo di forme “non statali” (come egli definisce il “partito”), è un importante precursore di chi oggi critica il potere “non statale” degli organismi internazionali (ad es. la commissione europea) finalizzati a potenziare il mercato e sé stessi attraverso una “riduzione del potere statale”.

Non a caso oggi esistono blog come “Orizzonte48” che si fondano su una critica dell'attuale struttura giuridica ed economica dell'Unione Europea anche e proprio a partire da un attento studio critico del pensiero di Hayek.
Insomma, conoscere Hayek non solo non è uno scandalo per un autore di sinistra, ma è fondamentale.
O è forse lo stesso studio della storia ad essere diventato uno scandalo?
Nel caso mi scuso per essere stato scandaloso.

sabato 17 ottobre 2015

LA MANOVRA "ESPANSIVA" ALL'INTERNO DELL'AUSTERITA' "ESPANSIVA": PRESERVARE L'EURO

https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/912589/index.html?stampa=si&part=dossier_dossier1-sezione_sezione5-h1_h14

1. Per capire se la legge di stabilità sia espansiva ricorriamo alla nota di aggiornamento del DEF approvata il 18 settembre 2015. Da essa traiamo i dati essenziali rilevanti, che sono riportati nella seguente tabella riassuntiva:

Tavola I.1: indicatori di finanza pubblica (in percentuale del PIL) (1)
2014 2015 2016 2017 2018 2019
QUADRO PROGRAMMATICO
Indebitamento netto (1) -3,0 -2,6 -2,2 -1,1 -0,2 0,3
Saldo primario 1,6 1,7 2,0 3,0 3,9 4,3
Interessi 4,7 4,3 4,3 4,1 4,1 4,0
Indebitamento netto strutturale (2) -0,7 -0,3 -0,7 -0,3 0,0 0,0
Variazione strutturale 0,0 0,3 -0,4 0,4 0,3 0,0
Debito pubblico (lordo sostegni e debiti PA) (3) 132,1 132,8 131,4 127,9 123,7 119,8
Debito pubblico (netto sostegni) (3) 128,4 129,3 127,9 124,6 120,5 116,6
Debito pubblico (netto sostegni e debiti PA) (3) 126,2 126,8 125,5 122,3 118,3 114,6
Obiettivo per la regola del debito (4) 123,8
Proventi da privatizzazione programmati 0,4 0,5 0,5 0,5
QUADRO TENDENZIALE
Indebitamento netto -3,0 -2,6 -1,4 0,0 0,7 1,0
Saldo primario 1,6 1,7 2,9 4,1 4,8 5,0
Interessi 4,7 4,3 4,2 4,1 4,0 4,0
Indebitamento netto strutturale (2) -0,7 -0,4 0,1 0,8 1,0 0,9

2. E' evidente, che in esecuzione degli obblighi di perseguimento del pareggio di bilancio, assunti col fiscal compact, prosegua il "consolidamento" fiscale, cioè la riduzione dell'indebitamento netto - cioè del deficit, destinato, in termini contabili, al pagamento degli interessi sul debito pubblico - e l'aumento del c.d. saldo primario, cioè della misura in cui le entrate superano le spese al netto dell'ammontare annuale degli stessi interessi sul debito pubblico.
Quello che, con evidenza, ha fatto il governo, nel corso del 2015, è ridurre l'indebitamento (deficit) di 0,4 punti di PIL (perlomeno come stima "ufficializzata" e, peraltro, da sottoporre alla verifica della Commissione UE), e mantenere il saldo primario più o meno allo stesso livello del 2014, con un lieve incremento di 0,1 punti (di PIL).

La legge di stabilità attualmente proposta, invece, segna un inasprimento del consolidamento stesso, dato che l'abbattimento del deficit nel 2016 sarà nella stessa misura dello 0,4%, mentre però il saldo primario passerà dall'1,7 al 2% del PIL a fronte di un onere per gli interessi sul debito pubblico INVARIATO tra il 2015 e il 2016: in entrambi gli anni è stimato al 4,3.(nonostante il debito pubblico lordo per il 2016 sia stimato in diminuzione dal 132,8 al 131,4 del PIL e nonostante, dunque, gli effetti sui tassi di collocamento dei titoli pubblici del QE della BCE, previsto anche per il 2016, allo stato).
L'aumento del saldo primario potrà pure essere dovuto a maggiori entrate determinate dalla relativa crescita del PIL, ma ciò, necessariamente, cioè aritmeticamente, implica che la pressione fiscale complessiva, sia invariata, se non in aumento.
Infatti, sempre in base del DEF, ecco le previsioni relative all'andamento delle entrate ed alla pressione fiscale (entrambi in aumento) :
http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2015/04/tabella-tasse.png


3. Dunque si può senz'altro dire che:
a) la legge di stabilità avrà un effetto non espansivo, considerate le misure di cui è composto nel loro saldo complessivo e non selezionandone e isolandone alcune, di maggior "suggestione" (tipicamente l'abolizione della TASI sulle prime case e su altri immobili), ma riduttivo. Questo se alla manovra fiscale attribuiamo effetti sulla crescita del PIL, come nessuno nega, certamente non al governo (nonostante i media abbiano generato l'idea che solo le tasse abbiano effetto depressivo ma non anche i tagli della spesa pubblica);
b) questo effetto complessivo di "austerità" è indubbiamente minore di quello richiesto dall'applicazione del fiscal compact, cioè dai parametri europei quali fissati dalla Commissione in sede di monitoraggio dei conti pubblici italiani. 
In sostanza, la manovra è "meno" depressiva di quanto avrebbe voluto imporci la Commissione, ma non per questo può considerarsi espansiva, cioè capace di generare crescita aggiuntiva di per sè. Questo obiettivo, come dovrebbe essere noto, è escluso in presenza del fiscal compact e del pareggio di bilancio stesso, ormai costituzionalizzato.
Questo articolo di Giorgio La Malfa rammenta questi elementari principi che la grancassa mediatico-televisiva nega senza alcun ritegno.

4. La Commissione (e con essa il governo italiano, che ha aderito prontamente al fiscal compact, ratificandolo nel 2012 e introducendone i principi in Costituzione), segue il paradigma, di correzione degli squilibri finanziari e commerciali conseguenti al funzionamento strutturale dell'euro, insito nel fiscal compact: perciò, ritiene che la crescita si ottenga attraverso la compressione della domanda interna, cui è funzionale la riduzione dell'indebitamento pubblico, da cui deriva, da un lato, la riduzione delle importazioni e, dall'altro, un'alta disoccupazione strutturale (conseguente) che avrebbe il "vantaggio" di ridurre il costo del lavoro (cioè il salario reale), stimolando le esportazioni.
Nel corso degli anni seguenti al 2011, anno di imposizione per via di diktat europei, - cioè la lettera BCE "estiva" e, successivamente, l'applicazione del six packs, culminante nel fiscal compact-, e fino a tutto il 2014, si è visto come tale paradigma di correzione sia sostanzialmente fallito, generando una costante recessione: almeno in Italia, essendo l'unico paese che tale correzione per via fiscale ha almeno tentato di rispettare, riducendo costantemente il deficit sotto il livello del 3% per (tentare di) adeguarsi ai vari parametri del fiscal compact.
Altri paesi, in testa la Francia e la Spagna, hanno ignorato qualsiasi approssimata applicazione dei parametri stessi, registrando sì una crescita, ma con deficit costantemente superiori non solo ai vari obiettivi intermedi di pareggio strutturale di bilancio, ma anche allo stesso 3% in precedenza applicabile all'eurozona.

5. Dunque, in termini di "ritorno alla crescita", nessuna prova si può registrare nell'eurozona (incluso il caso dell'Irlanda) che l'austerità espansiva funzioni: chi era tornato alla crescita (appunto, Irlanda o Spagna o Portogallo, o, in diversa situazione, la Francia) lo aveva fatto e lo fa, tutt'ora, mediante forti deficit pubblici e mediante il costante peggioramento del rapporto debito PIL. 
Quest'ultimo è notevolmente peggiorato anche in Italia, ma a causa del calo recessivo del PIL connesso alla drastica riduzione del deficit pubblico, che si è rivelato pro-ciclico e non espansivo (cosa che la Corte costituzionale, nella nota sentenza sulle pensioni, non è stata in grado di rilevare, limitandosi a censurare un mero difetto di motivazione della natura di "misure per la crescita" della riforma pensionistica "Fornero").

6. Va peraltro detto che il ritorno alla crescita italiano nel corso del 2015, è dovuto essenzialmente a due fattori, uno principale e uno "secondario"
Quello principale è il QE, che ha determinato, già con il suo mero annuncio nel corso del 2014, sia il deprezzamento relativo del corso dell'euro rispetto al dollaro (valuta principale degli scambi internazionali), - aumentando, anche in concorso col notorio calo dei prezzi petroliferi, la competitività di prezzo delle merci europee e, dunque, italiane-, sia la caduta dei c.d spread, facendo risparmiare l'Italia sull'ammontare degli interessi del debito publbico (pur aumentato in termini assoluti) e, così, consentendo al governo un certo margine di "minore" austerità, potendosi cioè rispettare l'obiettivo di deficit annuale concordato con la Commissione senza ricorrere a manovre correttive, aggiuntive e depressive, in corso d'anno.

7. In questa situazione "eccezionale" (cioè non strutturale e proprio dell'ordinario funzionamento del fiscal compact), il miglioramento del saldo delle partite correnti, dovuto non solo al calo delle importazioni ma anche all'aumento incrementale delle esportazioni, è stato maggiore dell'effetto depressivo della manovra fiscale 2015: nelle nostre previsioni, al netto degli effetti del QE, la crescita del 2015 sarebbe stata pari a 0 o su valori (anche negativi) prossimi ad esso. 
Ma, allo stato, e finchè regge la capacità di assorbimento dei mercati extra-UE (e l'effetto positivo dei prezzi petroliferi), il QE ha funzionato come "svalutazione competitiva" e alleggerimento "relativo" della spesa per interessi e ha consentito all'Italia una crescita, senza investimenti, quale tipicamente legata a politiche monetarie "non convenzionali" (cioè non legate alla fissazione dei tassi, da parte della Banca centrale, già ai minimi storici e non utilmente manovrabili, specie in concomitanza di politiche fiscali, nell'eurozona, completamente contraddittorie con gli effetti sperati dei tassi "zero").

8. Potremmo poi, irresponsabilmente, ritenere che gli effetti (valutari e fiscali), intrinsecamente transitori, del QE non siano decisivi e pensare di perseguire una politica fiscale espansiva "reale". Ma questo, permanendosi nell'eurozona, non lo crede probabilmente nessuno in Italia
Il jobs act, al netto della sua "droga" fiscale consistente nella defiscalizzazione dei nuovi assunti, è, e rimane, una riforma di precarizzazione ulteriore del lavoro e quindi di sua deflazione; il vero dato sulla disoccupazione, correttamente inclusiva di lavori a singhiozzo, scoraggiati, cassaintegrati, e part-time involontari, rimarrà strutturalmente molto elevato. 
Quindi la domanda interna sarà caratterizzata da debolezza e, una volta che sia cessato il QE, da contrazione (dei consumi, per l'ampia disoccupazione e il calo dei redditi degli occupati...rimasti); i risparmi e gli investimenti nazionali rimarranno in fase negativa e il gettito fiscale, e quindi i conti pubblici, sono destinati a peggiorare, imponendosi, - sempre in un futuro "fisiologico" dell'eurozona una volta concluso il QE- la consueta rincorsa tra manovre di consolidamento fiscale, sempre più aspre e destabilizzanti, e il dato dei "conti che non tornano".

9. Rimane il fatto che l'attuale manovra è obiettivamente depressiva: solo lo è in misura compromissoria al ribasso. Si cerca di non aggiustare i conti nella misura voluta dalla Commisione (per ogni anno, infatti, la riduzione del deficit era stata stabilita in 0,7 punti di PIL) e non nelle direzioni (deflattive) da essa indicate: questa linea consegue alla famosa flessibilità che la stessa Commissione consente a condizioni ampiamente discrezionali e di volta in volta da negoziare, in un continuo braccio di ferro tra i responsabili economici del governo e i tecnocrati €uropei, entrambi consapevoli, in un balletto grottesco, che maggiore o minore che sia il consolidamento comunque perseguito, questo non funziona per la crescita

10. La crescita non è proprio raggiungibile e stabilizzabile all'interno dell'euro e il sistema di correzione dell'austerità (non espansiva ma "competitiva-deflattiva" mediante alta disoccupazione strutturale), serve solo a mantenere in vita l'euro
Al più, in questa ottica, si può traccheggiare invocando, appunto, qualche decimale di tolleranza sulla misura del consolidamento fiscale (e dello smantellamento del sistema del welfare), per via delle "riforme" (cioè della precarizzazione-deflazione definitiva del mondo del lavoro), degli "investimenti", purchè si accompagnino al taglio della sanità e delle pensioni, e magari delle "spese per l'emergenza immigrati", purchè, anch'essa, si risolva nella immissione di nuova forza lavoro che spinga verso la deflazione salariale. Cosa di cui i tedeschi si mostrano perfettamente coscienti, ma che in Italia una rigida censura mediatica tiene accuratamente nascosta.

Ma sempre implicando che queste debbano trovare copertura in pareggio di bilancio, cioè mediante l'introduzione di nuove o più pesanti imposte su altri soggetti, ovvero il taglio della spesa pensionistica e sanitaria (misure che in genere li vedono plaudenti).