giovedì 26 gennaio 2017

LA VEDO MOLTO DIFFICILE...LETTER FROM ITALIAN HELL


https://c1.staticflickr.com/6/5308/5629435526_dbbc1f5a00_b.jpg

Caro xxxx,
A- sono stati gli USA a creare il federalismo europeo, finanziandolo e infiltrando i loro uomini...(essenzialmente) hayekiani; qui un riassunto con fonti dirette e documentali:

B- ora, a quanto pare, sono sempre gli USA che paiono voler mollare l'euro e la stessa UE. Questa intervista (alla BBC!) mi pare lasci adito a pochi dubbi:
(pensa solo che sono usciti su wiki i cablogrammi dell'ambasciatore USA della fine degli anni '70, che indica chi è affidabile e invece sia da "rimuovere", fra i politici e i dirigenti italiani, in quanto favorevoli o meno allo SME e al divorzio tesoro-bankitalia; se vuoi ti linko anche questi. Insomma, i tempi stanno veramente cambiando e in fretta...).
[Esempi:



Possibile che ciò comportasse solo in Italia un problema, addirittura, di "ancoraggio alla democrazia"?

C- qui invece ti linko il libro di storia dell'economia (monetaria) dove emerge che la situazione 1919-1920 non possa, a rigore, essere assimilata a quella attuale (i problemi ci sono ma sono in buona parte diversi e in parte di diversa radice)

D- comunque sia, piaccia o no, per l'Italia sarebbe cosa saggia e prudente prepararsi: i processi decisionali, ora sul campo, non mi paiono minimamente all'altezza. Ormai sono stati superati "dagli eventi" non solo dal FMI (ad es; sugli effetti occupazionali della flessibilità del lavoro e sulla growth failure dei cambi fissi e del liberoscambismo globalizzato) ma, persino dal segretariato di Stato di una presidenza USA repubblicana.

E- Semmai, sarebbe da impostare in tempi rapidi (prima lo farebbero meglio è) un programma, serio e consapevole (della situazione effettiva delle filiere industriali residue e vitali), di investimenti pubblici in industria pubblica, nazionalizzando la gran parte del sistema bancario ancora in piedi; come comunque si rivelerà inevitabile proseguendo su questo piano inclinato generatore di NPL, nonché distruttivo dei valori patrimoniali posti a garanzia da famiglie e imprese esauste.
Ma coi tempi ristretti che hanno generato gli "stati di eccezione" creati da Unione bancaria e fiscal compact, la vedo molto difficile... 

mercoledì 25 gennaio 2017

DALL'EURO ALL'UNIONE BANCARIA: LO STUPRO SIST€MICO DELLA COSTITUZIONE (altro che referendum e "separazione bancaria")

https://i2.wp.com/scenarieconomici.it/wp-content/uploads/2016/01/respect.jpg

1. Dall'ultimo Bollettino EIR, riceviamo e volentieri pubblichiamo, il sottostante chiarimento fondamentale sui rapporti causa/effetto, che fanno spesso confondere la finanza cattiva con i problemi più direttamente provocati dall'euro.
E' invece, proprio l'euro in sé che si conferma lo strumento "vincente" e coattivo (pp.4-6), attraverso cui i "mercati" possono giungere a dichiarare lo "stato di eccezione" della crisi del debito pubblico, imponendo un'austerità fiscale che, indicata come rimedio (al debito pubblico, ma, in realtà agli squilibri finanziari e commerciali inevitabilmente creatisi all'interno dell'eurozona: e l'unico a non volerlo capire pare che sia rimasto solo Monti), ha portato all'effetto opposto: aumento del rapporto debito/PIL e connessa recessione con insostenibili restrizioni del credito (credit crunch) e le insolvenze che tutto ciò ha innescato.

2. Come conseguenza di questo doppio "stato di eccezione", in realtà, "a trazione" istituti tedeschi, francesi (mais oui) e britannici (solo che questi ultimi, non essendo nell'eurozona, non hanno preteso di imporre l'austerità distruttiva dell'economia reale ai paesi debitori), si registra, dunque,  poi l'ulteriore emergenza bancaria: questa è stata "curata" (si fa per dire), con l'Unione bancaria (pp.4-7), altro TINA generatore di una violazione sistematica, imposta dall'appartenenza all'eurozona, della clausola fondamentale, se correttamente intesa, dell'art.47 Cost. 
Una gross violation di norma fondamentale dell'ordinamento italiano sui diritti della persona, - perfettamente riconoscibile sia dalle autorità italiane che da quelle dei partners UEM.
Questa violazione dell'art.47 (che involge prerogative "personalistiche" umane, come il favor per la casa di abitazione e la possibilità di espletamento di un'attività economica espressione della specificità tutelata di talune di esse, in connessione all'art.2 Cost.), si aggiunge alle ancor più vaste e imponenti gross violations, determinate dall'austerità stessa e dai connessi più drastici limiti al deficit dello Stato, che riguardano i più importanti diritti fondamentali della persona umana: diritto al lavoro (artt.1, 4 e 35 Cost.), diritto alla salute (art.32 Cost.), diritto alla pubblica istruzione (art.33 Cost.) e diritto ad un adeguato sistema previdenziale (art.38 Cost.).

3. Speriamo dunque che il "deputato pentastellato" abbia compreso la risposta di Barbagallo e le dirette lesioni-violazioni dei principi fondamentali della nostra Costituzione, - che qui illustriamo, ancora una volta-, che discendono dall'appartenenza alla moneta unica e, in prima battuta, a un sistema di banca centrale indipendente (NON "PRIVATA": NON è QUESTO IL PUNTO!), che si lega al modello bancario "universale" - parliamo già della seconda direttiva bancaria, CE n. 646/89, cui più sotto fa riferimento Barbagallo-, e alla "vigilanza prudenziale" (v.p.2): tutte discipline imposteci dall'€uropa e irreversibili finché permaniamo all'interno di essa.
Questi punti dovrebbero essere chiari; se non lo fossero, sarebbe grave, a questo punto della crisi italiana.

4. E dovrebbe essere chiaro che se banca centrale indipendente, modello bancario e di vigilanza, e il fondamentale acceleratore "esecutivo" di tutto ciò, costituito dalla moneta unica, - quindi dal suo salvataggio deflattivo mediante austerità fiscale-, costituiscono una sistematica gross violation della nostra Costituzione, cioè uno stupro continuato e durevole nel tempo, allora non ha senso (sostanziale prima ancora che politico-costituzionale) fare un referendum...sullo stupro.
Ci si rimbocca le maniche, si studia e si cerca di capire a fondo, (ciò che in tutta €uropa è ormai evidente): e si agisce di conseguenza, assumendosene la responsabilità. E questo significa RIPRISTINANDO LA LEGALITA' COSTITUZIONALE, che è la prima è la più importante di tutte.
Quella senza la quale, ogni altro richiamo alla legalità, significa agitare una bandiera insanabilmente contraddittoria, e, sul piano morale e giuridico, rende privo di senso anche il richiamo alla "onestà". 

5. Sul presupposto consueto che il links inseriti siano effettivamente letti, quanto detto vale a maggior ragione per ogni altra forza politica; specialmente se "sovranista"...
Ecco il "chiarimento" fornito dal direttore della vigilanza in sede parlamentare, che, alla luce delle considerazioni che precedono, dovrebbe risultare più chiaro (proprio per consentire il raccordo ho inserito il neretto):
Bankitalia ammette: la separazione bancaria e l'UE non sono compatibili - Il direttore della Vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo, ha ricordato che l'Italia dovette abbandonare il sistema di separazione bancaria, vigente dal 1936, per obbedire a una direttiva europea. Parlando di fronte alle Commissioni Finanze riunite di Camera e Senato il 17 gennaio, Barbagallo ha risposto a una domanda del deputato pentastellato Alessio Villarosa, il quale gli ha chiesto se non sia il caso che la crisi bancaria italiana mostra il fallimento del modello di banca universale e se non fosse meglio tornare al vecchio sistema.

"È molto interessante quanto ha detto sulla legge bancaria del '36", ha risposto Barbagallo, ricordando che essa "fu modificata [dalla legge Draghi-Amato, ndr.] per recepire una direttiva comunitaria. Separatezza tra banca e industria, breve e lungo termine, banca d'interesse pubblico non sono concetti dell'Europa. Già a meta degli anni Ottanta non erano concetti dell'Europa. Se l'Italia sta in Europa" deve obbedire alle leggi europee, ha affermato, aggiungendo: "Si può avere un parere personale diverso ma questo è un dato di fatto".

Ripetendo che sarebbe interessante discutere se la separazione bancaria avrebbe preservato le banche dalla crisi, Barbagallo ha però osservato che "il problema oggi è legato soprattutto ai crediti deteriorati perché (…) posto che 18% dei crediti sono deteriorati", si tratta di "un problema della banca commerciale, non della banca universale".
Se l'economia va male, vanno male sia le banche universali sia quelle commerciali. "È naturalmente un tema aperto su cui si possono avere opinioni…. Poi le farò avere privatamente una risposta", ha concluso Barbagallo.

Barbagallo ha ragione quando afferma che la crisi delle banche italiane, a parte qualche eccezione, è una crisi dei crediti commerciali; tuttavia, le sofferenze sono il prodotto della politica di austerità imposta dall'UE dopo i salvataggi delle banche universali nel 2008.
Se in quella congiuntura i Paesi dell'UE avessero reintrodotto la separazione bancaria, i governi non si sarebbero sobbarcati quell'enorme passività e i fondamentalisti di bilancio non avrebbero avuto il pretesto per imporre l'austerità.

Inoltre, la crisi che minaccia il contagio europeo, quella di MPS, è dovuta principalmente alla folle acquisizione di Antonveneta nel 2008, un atto che, fosse MPS rimasta banca commerciale, non avrebbe potuto verificarsi sotto la vecchia legge. Barbagallo dovrebbe saperlo bene, dato che fu proprio il suo ufficio, allora presieduto da Anna Maria Tarantola, a scoraggiare l'acquisizione nel 2007.

lunedì 23 gennaio 2017

1- LA N€O-LINGUA PER DISATTIVARE LA COSTITUZIONE LAVORISTICA: E L'EURO E' IL SUO PROFETA (METAMORFICO)

DALL’OCCUPAZIONE ALL’OCCUPABILITA’. LA METAMORFOSI PROGRAMMATA DEL DIRITTO COSTITUZIONALE AL LAVORO (E DELLA PERSONA) (Parte I)
http://www.rodoni.ch/KAFKA/KafkaSilentMovie.jpg

Ogni ordine sociale si basa su un'ideologia
[F. Hayek, Legge, legislazione e libertà. Critica dell’economia pianificata]
PREMESSA INTRODUTTIVA- Con questo pregevole post, Francesco Maimone apre un filone che si dimostrerà particolarmente fecondo.
Anzitutto, perché consente di fare il punto riassuntivo, di quanto detto nel blog, sul quadro generale della ideologia-distopia che domina l'Unione europea. 
In secondo luogo, perché si raccorda con immediatezza a tutte quelle diffuse, quanto inesatte, "credenze" che si possa "attuare la Costituzione", combattendo l'epifenomeno, o effetto attuativo, della finanza-cattiva, ovvero della finanziarizzazione ordinamentale ed economica, senza aver presenti gli scopi e gli strumenti essenziali del disegno perseguito.
Senza questa chiarezza di visione dei fatti che ci occorre di subire, infatti, si arriva facilmente a un dissenso generico, quanto vago e inoperativo, sull'UE(M), e quindi a predicare che la costruzione €uropea possa essere "salvata" con "altri" trattati; e financo a voler mantenere l'euro, senza aver mai capito che esso è lo strumento principe, necessario e sufficiente, della finanziarizzazione (a favore di ristretti interessi finanziario-bancari) e la giustificazione principale della disattivazione della Costituzione: una disattivazione gravemente illegale (extraordinem!), perché incide sui suoi principi fondamentalissimi e non soggetti a revisione, mentre instaura uno "stato di eccezione" che si basa su un malinteso "primato della politica" (laddove tale primato dovrebbe essere della Costituzione)
Si tratta dello "stato di eccezione", (dichiarato dai "mercati"), che, come ormai dovrebbe essere noto (se non lo fosse: studiate!), ridisloca la sovranità mutandone la titolarità rispetto alla previsione costituzionale: cioè l'euro è non solo il "motore" della concreta finanziarizzazione privata che stiamo subendo, ma distrugge la (tipologia di) sovranità democratica popolare prevista dall'art.1 Cost. connessa, nello stesso articolo, al fondamento "sul lavoro" (per quelli che "credono nelle Costituzioni", ovviamente: non per quelli che le vogliono sabotare e distruggere, ovvero che non sono più in grado di capire cosa siano e si prestano, forse inconsapevolmente, al disegno dei primi). 
Consiglio ai neofiti del blog, pertanto, di leggere i links inseriti fin da questa introduzione.


1. Obiettivo: la ristrutturazione totalitaria
Il neo-liberismo “(…) teorizza e attua, come prassi politica, un sistema di controllo sociale autoritario del conflitto. 
Questo sistema di controllo, che pone capo una "diversa", ma non meno intensa programmazione economica, come bene evidenzia Robbins, si realizza in varie forme, di cui le principali, contemporanee, sono il sistema mediatico e quello monetario.
Ma, su un piano più strettamente "finalistico" - a carattere "bio-antropologico-, questo sistema è funzionale ad una DEFINITIVA MUTAZIONE dell'orientamento psicologico e esistenziale dell'essere umano (cioè vuole invertire la sua autopercezione di essere capace di autodeterminarsi, sia pure entro limiti storicamente "convenzionali"). 
Questa utopia-distopia, ben evidenziata da Orwell, fornisce alla Storia un formidabile paradosso: per strutturare la naturalità (scientifica) delle Leggi del mercato, e le loro conseguenze di gerarchizzazione sociale definitiva (come già nelle teorie teocratiche del medio-evo, da parte dell'aristocrazia terriera che, pure, svolgeva, in origine, una funzione difensiva del minimo di sopravvivenza delle comunità territoriali), il neo-liberismo ritiene indispensabile modificare la "natura" degli esseri umani, rendendoli propensi ad accettare la schiavitù come fatto normativo "fondante" [1].

1.1. A chi sia digiuno dell’argomento (e quindi, a questo punto, colposamente incosciente), dette conclusioni sembreranno poco famigliari. 
Assumendo come particolare tema di studio quello del diritto fondamentale al lavoro, si tenterà tuttavia di dimostrare, con rigoroso approccio fenomenologico, come il neoliberismo non sia soltanto un modello di gestione economica ma che lo stesso è finalizzato in modo prioritario ad una specifica regolazione sociale nonché ad una ristrutturazione bio-psicologica degli uomini (assunta come necessità etica e morale) in tutti gli ambiti e con il rigoroso “consenso degli aventi diritto”.
Nella trattazione, ed al fine di comprendere come sia stato possibile in Italia assistere nell’arco di qualche decennio ad un ribaltamento di 180° dell’intero paradigma giuridico-costituzionale (e socio-culturale), si darà per acquisito proprio quest’ultimo, fondato sulla inscindibile sinapsi giuridica tra gli artt. 1, 3, comma II, e 4 Cost. con gli articoli della “costituzione economica” di indiscutibile ispirazione keynesiana.

2. L’irruzione del concetto di “occupabilità” come inconfondibile impronta della revanche neoliberista
Pietro Barcellona, giurista e filosofo, ci ricorda che “… Il problema dell’influenza del sistema mediatico e della propaganda, gestita nell’interesse di chi ne ha il controllo, non può essere affrontato senza un attento studio delle parole e della loro potenza conformativa. Sono convinto che oggi siamo quello che siamo perché siamo "parlati" da un linguaggio che non è espressione della nostra autonomia e della nostra consapevolezza[2].
Il pensiero riportato non potrebbe meglio adattarsi, come vedremo, alla presente indagine. La messa in circolazione, anche in campo lavoristico, di una specifica terminologia (sapientamente inoculata per anni ai cittadini ed avallata acriticamente anche da molti giuristi) dà il senso di come, attraverso una strategia neurolinguistica di tipo orwelliano, sia stato possibile giungere a radicali mutamenti giuridici-culturali con il fine programmatico di una completa trasvalutazione dei valori consensualmente accettata [3].

2.1. Innanzi tutto, come correttamente ci ricorda il giurista Riccardo Del Punta, l’analisi da cui prendere le mosse per comprendere la controriforma “tolemaica” approntata in Italia in campo giuslavoristico deve essere focalizzata

“…sulla tesi secondo cui il diritto del lavoro sarebbe un fattore diretto di disoccupazione, impedendo al mercato del lavoro di riaggiustarsi su un equilibrio di piena occupazione. Tale tesi è una discendente diretta del pensiero economico dominante, quello della c.d. scuola neoclassica, che tende a riassorbire le spiegazioni del funzionamento del mercato del lavoro all’interno della teoria dell’equilibrio concorrenziale, la quale a sua volta sostiene la tendenza dei mercati perfettamente competitivi a trovare naturalmente un livello di equilibrio fra domanda e offerta, attraverso il meccanismo dei prezzi. Le implicazioni che ne derivano sul piano della politica economica sono, evidentemente, liberistiche, tanto che tali teorie si possono considerare come l’espressione economica di quell’ideologia del mercato autoregolato che ha avuto il suo maggiore fautore, nel XX secolo, in Hayek[4].
2.2. Come sappiamo, il mercato del lavoro, nell’analisi neoclassica ottocentesca, è infatti un mercato alla stregua di tutti gli altri, nel quale la funzione equilibratrice è assolta dalle oscillazioni elastiche del salario.
Pertanto, qualsiasi intervento esterno si risolverebbe in un turbamento competitivo che impedisce al sistema di riordinarsi sul proprio equilibrio di efficienza. In tale prospettiva

“… le rigidità regolamentari nell’impiego del fattore lavoro ed i conseguenti costi economici del sistema di sicurezza sociale – che dilata progressivamente la platea dei soggetti protetti e l’intensità delle tutele – costituirebbero un ostacolo decisivo alla crescita economica ed allo sviluppo dell’occupazione, e pertanto si propugna una deregolamentazione generalizzata delle relazioni di lavoro ed una riforma del welfare in senso minimalista, quale ricetta privilegiata per competere sui mercati internazionali e sconfiggere la disoccupazione di massa. Solo eliminando le rigidità normative che impediscono alle imprese di variare liberamente le condizioni di impiego in aderenza alle fluttuazioni del mercato, sarebbe insomma possibile acquisire nuove quote di produzione, ristabilire un equilibrio virtuoso nel mercato del lavoro e realizzare un adeguato contemperamento degli interessi complessivi del mondo del lavoro …[5].
2.3. L’ideologia neoliberista, nella convinzione secondo cui ciò che conta è offrire agli imprenditori quante più opzioni possibili nell’organizzazione dell’attività produttiva all’interno del libero mercato globalizzato, propugna in definitiva 
“… una deregolamentazione radicale DEL MERCATO DEL LAVORO E DELLE RELAZIONI INDUSTRIALI attuata attraverso una esaltazione dell’autorità imprenditoriale …” [6]
Trattasi, a ben vedere, di argomenti datati e che anche in Italia hanno trovato illustri teorici.
Già negli anni ’30, infatti, Luigi Einaudi, nell’elogiare il “prezzo di equilibrio di mercato” – definito come il “re del mondo economico” – e nell’esaltare gli imprenditori, sosteneva che “… resta il problema delle trincee che gli imprenditori hanno scavato attorno a sé per difendersi contro il tormento dell’ansia continua di intuire ed ubbidire alle segnalazioni del re prezzo. Costui equilibra il mercato, obbliga i produttori a modificare i piani produttivi per adattarli alle variazioni degli ostacoli e dei gusti; ma a quanta fatica sfibrante costringe gli imprenditori! Non questi soltanto tendono ad asserragliarsi per creare attorno a sé uno specchio di acque tranquille in un mare in tempesta. Le altre categorie produttive non stanno paghe alla stipulazione del contratto a prezzo fisso. L’operaio teme che alla scadenza il salario sia ribassato, il proprietario e l’inquilino vorrebbero garantirsi un reddito o un onere fisso anche oltre il tempo della locazione, il risparmiatore paventa il fallimento del debitore. Ognuno cerca garanzie e tranquillità per il proprio reddito, difesa contro i soprusi dei più forti, i quali dalle munite trincee dei dazi, dei cartelli, dei brevetti, dei marchi impongono prezzi troppo superiori a quelli che sarebbero i prezzi di mercato in condizioni di concorrenza perfetta.
L’irrigidimento dei prezzi, dei salari, dei fitti, che fu proprio di epoche storiche trascorse, è ritornato ad essere uno dei fenomeni caratteristici del dopo guerra. L’irrigidimento impedisce il formarsi di un equilibrio, di quel cangiante mobile equilibrio fra sforzi e risultati, fra costi e prezzi, fra produzione e consumo, che solo ha ragione di chiamarsi veramente equilibrio[7]

2.4. Un'ideologia, quella suddetta, ormai fulcro degli odierni mercati sovranazionali, che, affinché potesse però essere restaurata, aveva necessità di attingere ad un nuovo armamentario linguistico, creato per l’occasione.
Ed infatti, nel novero dei termini invalsi ed ormai comunemente accolti con valore tutt’altro che innocuo, appartiene sicuramente quello di “occupabilità[8], concetto che in origine nasceva con finalità descrittive, intendendosi con ‘occupabile’ una persona adatta e disponibile al lavoro. 
Solo negli anni ’50 si affermò quella che taluni studiosi battezzano “seconda stagione” del termine occupabilità [9], prevalendo quella di “flusso di occupabilità(Flow employability), che poneva l’accento sulla problematica relativa alla domanda di lavoro e sull’accessibilità a quest’ultimo nell’ambito delle economie (locali e nazionali). 
In sostanza, l’occupabilità così intesa aveva il compito di calcolare quali fossero le “reali probabilità oggettive[10] di occupazione per una persona in cerca di lavoro [11].
E’ negli anni’80, tuttavia, che ha trovato definitivo ingresso nel vocabolario comune la “terza generazione” del termine occupabilità, stavolta generalmente intesa in senso “interattivo” (Interactive employability), definizione che è tuttoggi in auge e che si concentra in modo pressochè esclusivo, perché considerate di primaria importanza, sulle attitudini e abilità dei lavoratori. In questa direzione, “…conoscenza, abilità, tecnologia e impresa sono le parole chiave per la competitività e la creazione di lavoro, NON LA REGOLAMENTAZIONE RIGIDA E L’INTERVENTISMO ANACRONISTICO ... OCCUPABILITÀ ... È CIÒ CHE CONTA[12].
http://images.slideplayer.it/11/3104634/slides/slide_19.jpg
 (vi pare "come fosse antani" e brematurata? Tranquilli, nella neo-lingua è del tutto normale. Questa è la tecnica prediletta del neo-liberismo..."situazionale" e "progettuale", what else?).

2.5. Sono queste le parole del primo ministro Tony Blair (ispirato dal sociologo Antony Giddens) il quale, nel 1998, annunciava urbi et orbi la propria politica “progressista”, ma che in realtà rifletteva un più ampio cambiamento culturale affermatosi già alla fine degli anni ’90 e che, non a caso, coincideva con un crescente disimpegno degli Stati nelle politiche attive del lavoro:  

“… Le politiche per il lavoro a livello sovranazionale, nazionale, regionale e locale hanno individuato l’occupabilità come base per lo sviluppo e l’implementazione dell’intervento statale. A livello europeo… l’occupabilità è definita come uno dei quattro pilastri, anche se, nella revisione della Strategia del 2003, l’occupabilità è stata inserita all’interno di quattro obiettivi generali: pieno impiego, qualità e produttività del lavoro, coesione sociale e un mercato del lavoro inclusivo …[13].
In effetti, con il Consiglio Europeo Straordinario di Lussemburgo (20-21 novembre 1997), l’Unione Europea avviava un progressivo coordinamento delle politiche del lavoro degli Stati membri mediante l'elaborazione di una c.d. Strategia Europea per l'Occupazione (SEO) basata sull'adozione di Piani di Azione Nazionali per l'occupazione sottoposti ad un esercizio di sorveglianza multilaterale. 
La strategia fu articolata retoricamente in quattro “pilastri” sulla cui base la Commissione europea avrebbe poi incentrato i propri orientamenti per “l’occupazione” rivolti agli Stati membri. 
Il termine “occupabilità” si avviava perciò ad essere declinato nelle sue più chiare specificazioni.

2.6. Il primo di tali pilastri coincide guarda caso con l’occupabilità - intesa come astratta e potenziale “capacità delle persone di essere occupate” - ed è diretto a migliorare le capacità delle stesse di trovare un impiego e mantenerlo. Al primo pilastro, si accompagna il secondo che si identifica con l’imprenditorialità, termine che “fa riferimento all'esigenza di creare nuovi e migliori posti di lavoro, attraverso politiche per l'occupazione che tengano in debito conto le esigenze delle imprese ed incoraggino la cultura del fare impresa”. 
Ai due pilastri nominati, si aggiunge poi l’adattabilità, termine che “esprime l’obiettivo di fornire alle imprese e ai lavoratori i mezzi per adeguarsi alle nuove condizioni del mercato e adottare le nuove tecnologie”. 
Il quarto pilastro, infine, è costituito dalle pari opportunità, concetto che riassume l'intento di garantire uguali condizioni e prospettive di vita a tutti i cittadini, attraverso la definizione di politiche e iniziative finalizzate alla rimozione degli ostacoli che impediscono un'effettiva parità [14].

https://s-media-cache-ak0.pinimg.com/564x/c0/81/5b/c0815b7131d4074442272e72395e067d.jpg

2.7. La politica dei quattro pilastri era già lucidamente contenuta nei suoi tratti essenziali in un Libro Bianco di Delors presentato dalla Commissione europea nel dicembre 1993 [15]. E con riferimento specifico al terzo pilastro (“adattabilità”), la dottrina ci informa che 

… non è soltanto il libro Bianco di Delors il padre nobile del terzo pilastro. Jeff Kenner (1999) sostiene che il filo d'Arianna - che collega flessibilità e sicurezza, non solo nel lavoro, ma nella società in generale - è costituito dalla c.d. TERZA VIA tra liberismo e socialdemocrazia che ha in Antony Giddens (1999) il mentore, ed in Tony Blair (1999) il più tenace e convinto eseguitore. La c.d. terza via non è semplicemente un filo conduttore, ma, probabilmente la fibra ottica sottesa all'intero network teorico su cui poggia il pilastro dell'adattabilità …[16].
Venivano sapientemente gettate le basi massive della ristrutturazione, da intendersi come 

strumento comunicativo estremamente efficaceun insieme di interventi programmati e sistematici, miranti al cambiamento del comportamento[17].
___________________________________
NOTE
[1] http://orizzonte48.blogspot.it/2016/07/ue-eurss-no-totalitarismo-neo-liberista.html
[2] Così P. BARCELLONA, Parolepotere, Il nuovo linguaggio del conflitto sociale, Castelvecchi, Roma, 2013, 23
[4] Così R. DEL PUNTA, Ragioni economiche, tutela dei lavori e libertà del soggetto, in Rivista italiana di diritto del lavoro, Milano, 2001, 407
[5] Così G. FERRARO, La flessibilità in entrata alla luce del Libro Bianco sul mercato del lavoro, in Rivista italiana di diritto del lavoro, Milano, 2001, 427
[6] Così G. FERRARO, La flessibilità in entrata alla luce del Libro Bianco sul mercato del lavoro, cit., 428
[7] Così L. EINAUDI, Trincee economiche e corporativismo, in “La Riforma Sociale”, novembre-dicembre 1933, 633-656
[8] Per una ricostruzione storica del termine, si vedano R. MCQUAID - C. LINDSAY, The Concept of Employability, Urban Studies, 42, 2005
[9] R. MCQUAID - C. LINDSAY, The Concept of Employability, cit., 197-219
[10] Si veda R. LENDRUT, Sociologia du chômage, Puf, Paris, 1966
[11] Si veda R. MCQUAID-J. PECK-N. THEODORE, Beyond Employability, Cambridge Journal of Economics, 24, 2000, 729-749
[12] Così J. PECK-N. THEODORE, Beyond Employability, cit., 730
[13] M. JASPEN-A. SERRANO PASCUAL, Unwrapping European Social Model, The Policy Press, University of Bristol, 2006, 230
[14] Reperibile all’indirizzo www.lavoro.gov.it/Lavoro/Europalavoro/SezioneEuropaLavoro/Utilities/Glossario/PilastriSEO.htm; la SEO è stata formalmente riformata e in sostituzione dei quattro pilastri iniziali sono stati individuati “in modo cosmetico” tre nuovi obiettivi (COM 6/2003): raggiungere la piena occupazione, migliorare la qualità e la produttività del lavoro, rinforzare la coesione e l'inclusione sociale
[15] J. GOETSCHY, The European Employment Strategy: Genesis and Development, in EJIR 5, II, 130 http://www.eucenter.wisc.edu/OMC/Papers/Archive/goetschy99.pdf. Per una ricostruzione di tale politica, si veda anche M. BARBERA, A che punto è l'integrazione delle politiche dell'occupazione nell'Unione Europea?, in Dir. relaz. ind., fasc.2, 2000, 161
[16] Così B. CARUSO, Alla ricerca della “flessibilità mite”: il terzo pilastro delle politiche del lavoro comunitarie, in Dir. relaz. ind., fasc.2, 2000, 141. Si tratta, non a caso, della stessa “terza via” come dottrina economica respinta in Costituente; sulla terza via, si veda l’intervista rilasciata da A. Giddens al quotidiano Repubblica il 4 dicembre 2014 reperibile all’indirizzo http://www.repubblica.it/esteri/2014/12/04/news/giddens_una_nuova_terza_via_nell_era_di_internet_cos_la_sinistra_batter_i_populismi-102085534/
[17] Così R. BANDLER – J. GRINDER, La ristrutturazione - La programmazione neurolinguistica e la trasformazione del significato, Astrolabio, Roma, 1983, 9