martedì 25 ottobre 2016

LA "LETTERA", IL POST-REFERENDUM E L'INCORPORAZIONE DEL FISCAL COMPACT

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1. Ci pare sufficientemente esaustivo del contenzioso tra Italia e UE relativo ai saldi della manovra per il 2017, questo articolo tratto da Forexinfo:

"Perché l’UE boccia la Legge di Stabilità di Padoan e Renzi

Nonostante la lettera dell’UE non sia ancora pervenuta, conosciamo già i punti critici della Legge di Stabilità 2017 agli occhi della Commissione. La lettera in questione ha il compito di sottolineare tutti i punti critici previsti dalla finanziaria di Renzi, invitando l’Italia a modificare quanto dovuto allo scopo di raggiungere l’obiettivo della parità dei conti dello Stato.
1 - Le coperture una tantum
Nei 7,6 miliardi di entrate stimate vi è troppo ottimismo secondo l’Unione Europea e le coperture una tantum non assicurano la solidità del bilancio.
2 - Il nodo sulla sicurezza antisismica
L’UE non accetta di scorporare dal deficit la spesa dello Stato per la messa in sicurezza delle zone del Paese a rischio terremoto ma dice Sì allo scorporamento delle uscite con il fine la ristrutturazione delle aree interessati dal sisma del 24 agosto.
3 - Il deficit 2017 non va
L’Italia avrebbe calcolato in modo troppo generoso lo sconto sul deficit concesso dall’UE in caso di circostanze eccezionali.
La Commissione UE non accetta il calcolo del deficit al 2.3% previsto dalla legge di Stabilità 2017: è troppo alto e deve essere tagliato di uno 0.1% - il che corrisponde a 1,6 miliardi di euro.
Renzi, tuttavia, non ha alcuna intenzione di rinunciarci.
4 - Troppa flessibilità
Lo scorso anno sono stati 19 i miliardi di euro concessi dall’UE all’Italia in flessibilità, per la Legge di Stabilità 2017 saranno 15.
5 - Il problema migranti
L’UE riconosce l’aumento del problema migranti ma non giustifica l’aumento del deficit a causa di questo fronte calcolato dalla Legge di Stabilità 2017.
Sotto la lente non solo la manovra dell’Italia ma anche gli sforzi di Spagna, Portogallo, Francia, Belgio e Olanda. Ma sono le tensioni Italia-UE a preoccupare l’Eurozona.

Italia contro UE: i prossimi passaggi sulla Legge di Stabilità
La lettera di “rimprovero” dall’UE deve ancora arrivare. Attendiamo per il 9 novembre le nuove previsioni sull’economia, pochi giorni più tardi una nuova opinioni sul testo della Legge di Stabilità 2017. Una bocciatura vera e propria, scenario che aumenterebbe di molto le tensioni tra Italia e UE e alimenterebbe la forza dell’antieuropeismo, potrebbe arrivare solo dopo Natale".

Bastano queste poche note di commento per capire il grado di "alterazione" che ha raggiunto l'€uropa ordoliberista rispetto alla normale percezione del buon senso minimo: relativamente al concetto macroeconomico di intervento anticiclico, come pure rispetto alle esigenze vitali e ai drammi di un'intera comunità sociale, 

2. Ecco un rapido schema del gioco che abbiamo di fronte nelle prossime settimane:




Tant'è che, infatti, l'Eurogruppo ha stabilito di valutare "definitivamente" la correttezza della manovra di stabilità, il 5 dicembre (!); o, sarebbe meglio dire, di innescare una concreta minaccia di procedura di infrazione, con tanto di trojka "snella" aleggiante, a partire da quella data.

3. Pressocché nelle stesse ore, Steinmeier, possibile successore della Merkel e attuale ministro degli esteri tedesco, ha dichiarato:
“La crisi finanziaria, l’ondata di rifugiati in Europa e lo shock del referendum sulla Brexit hanno portato l’Europa in una grave turbolenza”, ha detto Steinmeier, citando il sempre maggior numero di paesi che mettono in discussione la saggezza delle politiche definite a Bruxelles.
Gli eventi degli ultimi anni hanno reso chiaro che realtà politiche che potevano essere considerate permanenti sono invece oggetto di discussione, ha aggiunto precisando che a trarre vantaggio da queste paure sono i partiti populisti che denunciano anche il fallimento dell’Ue sulle questioni sociali.
“Anche i sostenitori più sfegatati dell’Europa riescono a vedere quello che bisogna fare: convincere di nuovo la gente e farlo fuori dalle torri d’avorio del sostegno incondizionato all’Europa. Se non sappiamo come apprezzare il valore dell’Ue, andrà a rotoli”, ha quindi concluso".

Ma questo discorso, un po' inquietante e piuttosto generico, può essere meglio compreso con la complementare posizione assunta dalla nostra vecchia conoscenza Otmar Issing, ordoliberista senza mai troppi peli sulla lingua, certamente meno rispetto a Steinmeier che, da capo della "diplomazia" parla con linguaggio c.d. "felpato", cioè allusivo. E che ci dice il "buon" Otmar?

Photo published for Ex Capo-Economista della BCE: “L’Euro è un Castello di Carte che Crollerà” (da A.E. Pritchard)

Parrebbe dedito alla "causa europea", ma, come correligionario (da ambienti di banca centrale) di Weidman, intende ben altro che un riequilibrio fiscal-federale dell'eurozona e una sua democratizzazione "per" i popoli in essa drammaticamente coinvolti.
Questo il passaggio fondamentale del suo pensiero (che dobbiamo ritenere disciplinatamente allineato alle "allusioni" di Steinmeier):
"L’intero impianto verrà messo quasi certamente alla prova dalla prossima crisi globale, ma questa volta ci sarà già in partenza un elevato livello di debito e di disoccupazione, nonché un maggiore logoramento politico.
Il prof. Issing ha poi sferzato la Commissione Europea, definendola una creatura delle forze politiche che ha ormai rinunciato a ogni tentativo di imporre delle regole in maniera sensata. “L’azzardo morale è schiacciante“, ha detto.
La BCE si trova su una “china scivolosa“, e secondo Issing avrebbe compromesso in modo fatale l’intero sistema salvando paesi in bancarotta, in evidente violazione dei trattati.
Il patto di stabilità e crescita è più o meno fallito. La disciplina di mercato è stata abolita dagli interventi della BCE. Non c’è quindi nessun meccanismo di controllo fiscale da parte dei mercati o della politica. Ci sono tutti gli ingredienti per il disastro dell’unione monetaria.
La clausola di non-salvataggio viene violata quotidianamente“, ha detto, rigettando come ottusa e ideologica l’approvazione della Corte Europea alle misure di salvataggio".

4. Insomma, Issing la mette sul piano della "morale"...dell'azzardo, essendo perciò "immorale" che il "patto di stabilità e crescita" non sia stato fatto rispettare dalla Commissione e dalla compiacenza della BCE, in modo tale che si fosse potuto verificare il "controllo fiscale da parte dei mercati": altro non è, questa, che una querula lamentela di non aver potuto vivere una lunga stagione di "fate presto", preferibilmente a carico dell'Italia, in nome dello "stato di eccezione" degli SPREAD.

Insomma sommando Issing con Steinmeier, i tedeschi ripetono stereofonicamente quello che preannunziava Weidman: l'ordoliberismo, cioè il mercato "sovrano" (imperial-germanico), col "sociale" come "semplice riempitivo", non tollera compromessi e non scorge alcuna ragione per rivedere i trattati, reflazionare e correggere il proprio surplus con l'estero (ammesso che questo sia un limite il cui mancato rispetto sia effettivamente sanzionabile; anche solo sul piano politico, in €uropa).
E dato che tutto questo, cioè le condizioni accettabili di partecipazione della Germania al festino dell'euro, (sempre più divenuto un festino sull'ital-tacchino), non si verifica esattamente come i tedeschi ritengono loro dovuto, inderogabilmente, tanto vale fare una minaccia: "chiudiamo l'UE e poniamo fine all'euro". Senza tanta tanta austerità, e senza altrettanti trasferimenti di redditi finanziari verso la Germania, dai paesi periferici, una moneta sottovalutata rispetto al marco pare non bastargli più.

La minaccia non appare tanto credibile (anche se come tutte le minacce, poi lega le mani a chi le formula, innescando un gioco pericoloso per chi le agita...).
E sappiamo perché; ma serve a tenere sulla corda gli USA, a cui vogliono mostrare che pensare di rimettere nel "corral" la Germania, secondo la loro mera convenienza geo-politica, - quando gli era stata, da decenni, concessa mano libera per "rieducare" il mediterraneo socialistoide, non è così facile come sembra.

5. Da ciò deriva però più o meno questo quadro:
"...Gli USA vogliono che la Germania "faccia qualcosa". Ma non ha modo di imporgli nulla senza contemporaneamente:
a) mettere a repentaglio la propria stabilità finanziaria, che cerca di garantire attenendosi a dottrine che non sa proprio come sottoporre a critica senza rimettere in discussione il precario equilibrio interno determinato dal dominio di Wall Street via Clinton family;
b) mettere in discussione il risultato a cui mira da decenni; cioè l'omogeneizzazione in senso neo-liberista dell'intera €uropa. Un risultato che sono molto vicini ad ottenere e che ha visto il successo dello "strumento" individuato da lungo tempo nella dominanza tedesca.

Bisogna perciò vedere quale calcolo costi/benefici faranno, circa una eventuale azione di ridimensionamento dell'arroganza tedesca.
Potrebbe essere un obiettivo simbolico ma ben poco pratico: e questo i tedeschi è da supporre che lo scontino nel prendersi i rischi che corrono nei confronti degli USA.

In fondo gli USA, più precisamente la sua elite oligarchico-finanziaria, non è MAI stati propensa ad agire drasticamente contro la Germania: mai.
Specialmente quando la partita in gioco include la tradizionale e preconcetta ostilità verso la Russia.
Quanto potrà contare ancora la Nazione americana, intesa come insieme di forze e di plurimi settori sociali non coincidenti con l'elite?

La partita "italiana" è chiaramente un gioco di rimbalzo in questo ambiguo e incerto scenario: per l'Italia, c'è sempre il conto da regolare per aver adottato una Costituzione "socialista".
Il loro massimo e unico obiettivo, rispetto a ciò, rimane "Constitutio italica delenda est".

E quello appena riportato è il sunto del discorso, che può essere più ampiamente visto qui, nelle sue integrali premesse politico-economiche.

6. Dunque, l'austerità fiscale e quindi il fiscal compact sono condizioni sine qua non affinché la Germania accetti di far parte dell'euro. Ciò, noi sappiamo, è un atteggiamento ben visto e condiviso in ampi ambienti del nostro Paese.
Nel 2017 viene in rilievo la questione della "incorporazione" del fiscal compact nel trattato dell'Unione, a cui naturalmente Dijsselbloem e Juncker sono superfavorevoli. Il nostro governo parrebbe invece, attualmente, intenzionato a svincolarsene.
Si dice pure che la vittoria del sì rafforzerebbe la posizione italiana in questo senso: ma come potrebbe essere ciò se in base al suo art.14, il fiscal compact si applica, allo stato, in pratica solo ai paesi la cui moneta è l'euro e la "riforma" non pone in discussione questa appartenza ma anzi costituzionalizza quella all'UE inclusiva dell'attuazione delle politiche derivanti principalmente...dall'appartenenza all'eurozona?

Alla linea oppositiva sul fiscal compact, peraltro, sul piano interno si muovono obiezioni circa gli effetti pratici di questa limitata "exit": "Brunetta gli ha ricordato però che, anche arrivando a quella conclusione, l’Italia resterebbe comunque vincolata alle altrettanto rigide regole previste dal Six Pack e dal Two Pack. «L’unico vincolo di cui ti libereresti – ha detto l’ex ministro di Forza Italia rivolgendosi al premier – sarebbe quello dell’equilibrio di bilancio, se non fosse che l’abbiamo inserito nella nostra Costituzione»."

7. Il testo allo stato reperibile del fiscal compact fa tuttavia pensare a una cosa diversa, sia da quella che sostiene il governo, sia da quella che obietta Brunetta. La previsione dell'art.16 del trattato FC, infatti, recita:
"Al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del presente trattato, sulla base di una valutazione dell'esperienza maturata in sede di attuazione, sono adottate in conformità del trattato sull'Unione europea e del trattato sul funzionamento dell'Unione europea le misure necessarie per incorporare il contenuto del presente trattato nell'ordinamento giuridico dell'Unione europea". 
In pratica, la norma "scommette" che, nei cinque anni di prima applicazione del fiscal compact, l'andamento economico degli Stati aderenti sarebbe divenuto così favorevole, con un solido ritorno alla crescita e all'occupazione, da indurre un'ondata di adesioni all'eurozona, sia da parte dei paesi "non euro" e "in deroga" firmatari dello stesso fiscal compact, sia da parte di tutti gli altri estranei al trattato
Insomma, la previsione era che la trionfale applicazione del FC, avrebbe unificato verso l'adesione all'euro economie sempre più convergenti, e rafforzate dall'adozione dei criteri automatici, ed ordoliberisti (v.p.5), di accresciuta austerità fiscale, al punto da farne l'unica "vera fede" del futuro comune dell'UE!
La cose sono andate, e in un "crescendo", esattamente nel senso opposto (anzi, come abbiamo visto, il fiscal compact è stato praticamente applicato solo all'Italia e nessuno vuole, oggi e meno che mai domani, porsi nei nostri scomodi panni).  

8. Essendo questa la disciplina della (meramente potenziale) incorporazione del fiscal compact nel TUE e nel TFUE - la questione dipende da dove sono collocate le norme maggiormente incise dall'inserimento delle più stringenti regole fiscali su deficit e indebitamento, nonché sulla legittimazione del relativo sistema sanzionatorio - ne discende che:
a) l'incorporazione nei trattati è adottabile, in base ad una valutazione dell'esperienza attuativa, in conformità del trattato UE e FUE. L'effetto di tale incorporazione è null'altro che il superamento dell'art.14 citato, con la scommessa della volontaria estensione delle regole di bilancio (debito e deficit in pareggio) a tutti gli Stati-membri dell'UE, a quanto parrebbe, a prescindere dalla loro appartenenza all'eurozona.

b) ergo, come abbiamo visto, trattandosi di una modifica (non indifferente) degli stessi trattati, occorre la "ratifica di tutti gli Stati membri", a fortiori dovuta in caso di trattato che non consente neppure la procedura di revisione semplificata, poiché il fiscal compact "estende le competenze assegnate all'Unione" in materia di sovranità o discrezionalità fiscale, che dir si voglia;

c) che una tale unanimità sia raggiungibile, in questo momento storico e proprio alla luce dell'esperienza maturata nell'applicazione del fiscal compact!, è altamente improbabile se non addirittura improponibile, a pena di acuire irreversibilmente le tensioni che già scuotono l'UE, così com'è (cioè  già "sconquassata" da discordie senza ulteriori cessioni di sovranità da parte di tutti, e in assenza di qualsiasi seria politica fiscale federale dotata di un adeguato bilancio).
Diverso discorso, però, è se l'incorporazione fosse limitata "all'ordinamento giuridico" UE senza modificare i trattati, ma ricorrendo ad altra fonte (un regolamento, come quelli del six packs, o una direttiva), sottoposte, tali fonti, alle semplici maggioranze qualificate con cui opera il Consiglio UE;

d) invece, "uscire" dal fiscal compact è un discorso ancora ulteriore e completamente diverso: come per l'Unione bancaria, come per il six pack, è praticabile in modo del tutto autonomo dalla scadenza dell'art.16, che ha la diversa ragion d'essere della incorporazione, (cioè della supposta estensione, non della riduzione delle parti aderenti); l'uscita è, in realtà una scelta politica nell'interesse nazionale, adottabile in qualsiasi momento in cui ne ricorrano i presupposti conformi alle regole del diritto internazionale dei trattati (v. p.3-4) (a fortiori per il fiscal compact che è un trattato non costitutivo dell'UE e ordinariamente concluso tra Stati sovrani secondo tali regole, per quanto in qualità di paese aderenti all'UE).

Non si vede dunque, rispetto alla sovrana decisione di non far parte di questo speciale trattato di diritto internazionale "comune", come possa influire l'essere o meno dotati di una cornice costituzionale monocamerale o bicamerale attenuata, dell'una o dell'altra legge elettorale e via dicendo.
Ammesso che gli effetti dichiarati della riforma siano..."effettivi", cioè rispondenti al vero,-  il che è oggetto di grande disputa tra il fronte del sì e quello del no-, la fiscal compact-exit è completamente indipendente dalla riforma costituzionale: era adottabile, seguendo le opportune procedure, anche ieri, anche oggi e ovviamente in un qualsiasi domani.
Certo, diverrebbe infinitamente più difficile, per le regole internazionali della "buona fede" nell'esecuzione dei trattati se l'Italia, se nel corso del 2017, si trovasse a esprimere un voto favorevole all'incorporazione.
Ma anche questa scelta controproducente sarebbe completamente autonoma dall'approvazione definitiva della riforma costituzionale.
Anzi, è in sé una dimostrazione di indipendenza sovrana e del proprio buon senso.

domenica 23 ottobre 2016

MA DI COSA SI STUPISCONO GLI €UROPEISTI ITALIANI? E SI RENDONO CONTO DI COSA STANNO COSTITUZIONALIZZANDO? WEIDMAN Sì


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1. Nel precedente post abbiamo posto in rilievo la contraddizione tra il volere la "flessibilità" di bilancio, o comunque una gestione nazionale più autonoma e discrezionale del livello del deficit, magari facendo leva sul "presunto" incoraggiamento di Obama, e l'atteggiamento invariabilmente intransigente delle istituzioni UE a trazione germanica, inserendo, simultaneamente in Costituzione "l'obbligo di attuare le politiche europee" come mission delle Camere e contenuto tipizzato della funzione legislativa.
Allo stesso modo, oggi, all'interno dei nuovi sviluppi del malcontento ostentato dal nostro presidente del Consiglio, sulla materia dell'immigrazione, verso l'atteggiamento €uropeo ("chiacchiere", porte chiuse e assenza di "civiltà").

In base a una realistica, e giuridicamente corretta, lettura del contenuto dei trattati €uropei e del contesto applicativo che i rapporti di forza, - che non possono più essere ignorati, oggi meno che mai-, quali potranno mai essere queste "politiche dell'Unione"?
La risposta ce la fornisce un documento di interpretazione autentica di provenienza germanica, cioè dallo Stato che ha (stra)vinto la "competizione" (commericiale, liberoscambista) che, come avevamo segnalato, e prima di me il prof.Guarino, si sarebbe instaurata tra gli ordinamenti dei paesi aderenti all'Unione disegnata da Maastricht, e che dunque, come in ogni organizzazione liberoscambista, avrebbe comportato un vincitore imperialista e dei "perdenti" in posizione del tutto analoga a quella dei paesi coloniali.

2. Segnalato da Marco, vi riproduco perciò il video della conferenza tenuta da Jens Weidman all'Istituto intitolato a Walter Eucken - ("The idea of ordoliberalism was introduced for the first time in 1937 in Ordnung der Wirtschaft, a periodical published by Walter Eucken, Franz Böhm and Hans Großmann-Doerth. From 1948 on it was further developed in the journal ORDO")
La conferenza verteva sul tema "management della crisi e politiche ordoliberiste". 
Era l'11 febbraio 2012: Weidman, in concreto, di fronte ai problemi posti dalla crisi dell'eurozona, ci dice che "ci vuole più €uropa", ma chiaramente non indica quello che intendono, tutt'ora (almeno nelle dichiarazioni mediatiche), gli €uropeisti italiani. 
Per Weidman, - e certamente la sua posizione è altamente indicativa della linea politica dell'interlocutore tedesco-  la costruzione €uropea è essenzialmente ispirata al paradigma ordoliberista (come ripete ossessivamente: ad es; minuto 14.10 14.40 ed altri "ordoliberalismus"), di cui Eucken è stato, sul piano della cariche e dell'azione come governante tedesco, uno degli esponenti più emblematici.

Sulla scorta di questa premessa, la democrazia, secondo Weidman, esiste nei limiti della realizzazione dell'ordoliberismo e, "ci vuole più €uropa", è una soluzione che non implica, paradossalmente (ma non troppo, nella visione costituzionalizzata dalla Germania), l'esautoramento dei parlamenti nazionali - per primo quello tedesco che rimane il giudice di ultima istanza della correttezza e dell'efficienza degli altri partners-, nell'attuare le politiche €uropee, cioè l'ordolibersimo tedesco, ma una forte aderenza alla visione del mercato e della competitività additata dai tedeschi..in nome dei trattati in quanto ordoliberisti.

3. Dunque, non un governo federale di trasferimenti, ma la germanizzazione di ogni linea di governo e di politica economico-fiscale rispetto alle rispettive comunità nazionali
E Weidman, in un crescendo di dure, se non sprezzanti, critiche ai vari principali paesi membri dell'UE, sostiene una (singolare) concezione della cooperazione politico-economica €uropea che si riduce all'obbedienza incondizionata ai desiderata tedeschi e al rimprovero per non essere abbastanza ordoliberisti; e infatti redarguisce il Regno Unito, la Francia e soprattutto l'Italia. 
Il problema dell'eurozona, per Weidamn, è l'eccesso di debito pubblico e l'enorme debito pubblico italiano, secondo lui, è imputabile all'eccesso di spesa dovuto alla condizione di "matrimonio" tra Tesoro e Bankitalia, dimenticando, con grande negligenza, irridente i fatti e i dati, che è invece proprio il "divorzio" tra questi due, e l'applicazione delle teorie monetariste esplicitamente insite nell'ordoliberismo (ben prima dell'arrivo della US-wave guidata da Milton Friedman), ad aver determinato lo spaventoso decollo della spesa degli interessi e l'ammontare record del debito italiano, all'interno del ben diverso "matrimonio" con la Germania determinato, inizialmente, dallo SME.
Il moderatore, nel commentare, subito dopo, l'applauditissimo intervento di Weidman, al minuto circa 39', accosta ad Eucken anche le idee di Hayek e Miksch (l'ordoliberista che, in vista del Colloque Lippmann, inventa il termine "neo-liberismo", come sanno i lettori de "La Costituzione nella palude").
https://youtu.be/nG2Drc0dm2w 


4. Questo video, con abbondanza di esplicitazioni, ci avrebbe risparmiato tanti post e tante discussioni fondate sulla (altrui) "mancanza di risorse culturali" (rammento un antieuro, giornalista "moderato", esperto di economia, su twitter, che di fronte al termine ordoliberismo da me indicatogli come paradigma dei trattati mi rispose: "che c'entra l'ordoliberismo?").
L'ordoliberismo o ordoliberalismo, com'è noto la discussione è oziosa, secondo Roepke (qui, p.2) e lo stesso Einaudi (che usa sul punto argomentazioni del tutto simili a quelle, più famose, di Hayek), escogita la formula "economia sociale di mercato", e a sinistra, in Italia, ciò è stato ritenuto sufficiente per considerare tale paradigma una "terza via" (ma v. qui, p.6), una sorta di neo-liberismo dal volto umano. 
Ma i fatti, rivelano che non è così; le difficoltà di "dialogo" con le istituzioni UE dell'attuale classe politica italiana derivano proprio da questa idea malcompresa.

5. Ma, sul piano di quel fatto culturale di indubbia rilevanza che è l'espressione programmatica delle idee fondanti (di un'oscura utopia, come segnala Rosa Luxemburg, anticipando i tempi, p.6), Einaudi ci aveva già delineato, nelle sue "Prediche inutili", gli effetti auspicati dell'ordoliberismo come paradigma-guida della costruzione federalista €uropea e l'aveva fatto riportandosi il pensiero di Ludwig Erhard, di cui Eucken fu ascoltato consigliere economico in plurime sedi di governo, come modello ottimale a cui fare riferimento: ne abbiamo già lungamente parlato ma ve ne riposto alcuni passaggi salienti, in tema di ordine naturalistico del mercato ed effetti sociali dell'adozione di una moneta regolata che equivalesse al gold standard:
"La politica di mercato diventa «sociale» grazie al mezzo adoperato all’uopo. Mezzo è la concorrenza e basta questa, senz’altri amminicoli, ad ottenere l ’effetto «sociale». Siccome i politici si contentano dell’aggettivo, l’Erhard volontieri indulge all’innocuo vezzo linguistico (p. 2):
"Attraverso la concorrenza si consegue una socializzazione del progresso e del guadagno e per di più si tiene desto lo spirito di iniziativa individuale.”
“Il sistema di una economia sociale di mercato inspirata ai principii liberali ha avuto un successo di gran lunga superiore a qualunque specie di dirigismo (pp. 54-55):
La riuscita di un triplice accordo che dovrebbe essere l’ideale di ogni economista di moderno stampo liberale: aumentando la produzione e la produttività e in proporzione con essa anche i salari nominali [mi auguro non vi sfugga che questa è esattamente quella che Paolo Pini ha chiamato la “regola di piombo” sui salari di Mario Draghi], l’accrescimento del benessere, grazie a prezzi stabili o magari decrescenti, va a beneficio di tutti...
...Il beneficio della liberalizzazione e il maleficio del controllo delle divise vanno d’accordo come il fuoco e l’acqua. Il controllo delle divise è per me il simbolo del male quale che sia la veste sotto la quale appare; dal controllo delle divise traspirano la maledizione e l’odore della preparazione bellica e della guerra, dal cui disordine distruttore esso è nato.
Le sanzioni automatiche valgono più di quelle concordate fra stati. Ai tempi del regime aureo la cattiva condotta economica e finanziaria di un paese dava luogo senz’altro, senza uopo di accordi internazionali, alle necessarie sanzioni (p. 169)...".
Al tempo della valuta aurea non venivano impartiti ordini né da istituzioni né da persone. Esisteva il comando anonimo, impartito dal principio regolatore, dal sistema. Esso però non era gravato da idee di sovranità nazionale, né dalle fisime di una possibile autonomia politico economica, né da preconcetti o suscettibilità di qualunque genere.”.10. E, nel prosieguo dell'esposizione, si comprende anche come, se poi invece del comando anonimo servono i memoranda del MES, come la Corte di Giustizia ci insegna, va bene lo stesso. 


6. Prosegue l'esposizione di Einaudi sull'ordoliberismo da lui condiviso:
 ...“La stabilità della moneta non vive da sé. Viga il sistema aureo o quello della moneta regolata, affinché ad esempio il principio del mercato comune europeo duri, occorre (p. 172), come in passato per il regime aureo, non ricchezza o forza, ma solo la modesta nozionc che né uno stato né un popolo possono vivere al disopra delle «proprie condizioni ».Se si vuole che la moneta sia stabile, importa innanzitutto mettere in ordine la propria casa. Perciò l’Erhard è scettico rispetto al toccasana dell’europeismo se questo non è preceduto ed accompagnato dall’ordine interno (p. 169)
O il mercato comune sarà liberista o correrà rischio di cadere nel collettivismo (p. 208):
Nel mercato comune... o si fa strada lo spirito del liberismo ed avremo allora un’Europa felice, progressiva e forte, o tentiamo di accoppiare artificiosamente sistemi diversi ed avremo perduta la grande occasione di una integrazione autentica. Una Europa dirigisticamente manipolata dovrebbe, per sistema, lasciar paralizzare le forze di resistenza contro lo spirito del collettivismo e del dominio delle masse, e illanguidire il senso di quel prezioso bene che è la libertà.
La politica di armonizzare, uguagliare, compensare è (p. 208): quanto mai pericolosa
Conclusioni di Einaudi... 
“Gli estratti da me insieme cuciti nelle pagine precedenti chiariscono il significato sostanziale dell’aggettivo «sociale» ficcato in mezzo alle parole « politica di mercato », che sono il vero sugo della dottrina di Erhard...anche il qualificativo «sociale» è un semplice riempitivo. A differenza di quello del Martini, che è di gran peso per la persistenza dell’aggregato umano, il riempitivo «sociale» ha l’ufficio meramente formale di far star zitti politici e pubblicisti iscritti al reparto «agitati sociali».”

7. Tutti concetti che ben avrebbero potuto essere enunciati da Weidman nella sua conferenza qui riportata. 
Insomma, solo una miopia e difetto di comprensione di un processo che dura da sei decenni, inalterato nella sue linee guida irrinunciabili, e molto ben accette in importanti ambienti economico-culturali italiani, potrebbero giustificare il disappunto e la delusione da parte del nostro presidente del consiglio, come se le reazioni degli interlocutori UE fossero qualcosa di imprevedibile e sorprendente, e non invece un comportamento assolutamente coerente.
 
Ma, una volta che i fatti obblighino a prendere atto di questa coerenza immutabile e della precisa connotazione che implicano, in termini di politiche economico-fiscali e del lavoro (che coincidono con quelle di gestione degli immigrati, inutile fare le belle statuine e negare questa realtà), a maggior ragione, che senso ha costituzionalizzare l'adesione all'€uropa e l'obbligo di attuare le politiche €uropee?

8. Volendo, "politicamente", lo si può fare; è, nella sua sostanza, una scelta già implicita nello SME e in Maastricht
Però poi occorre assumersene la responsabilità e non soprendersi di esiti, nefasti per l'Italia, che sono esattamente quelli ripromessi dalla costruzione €uropea e sui quali, da tanto tempo, gli ordoliberisti tedeschi, ma anche Einaudi e i suoi epigoni italiani, (che non sono mai mancati, prima a destra poi a sinistra), avevano fornito spiegazioni chiarissime e inequivocabili.
Stupirsi e sollevare questioni, a questo punto, è solo questione di inconsapevolezza: e di non aver studiato, quando si era ancora in tempo...

venerdì 21 ottobre 2016

LE CONSEGUENZE ECONOMICHE DELLA CRASì


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1. Di questi tempi, negli anni passati, passavamo in rassegna le annuali (e più o meno chiare) linee della manovra finanziaria, detta significativamente "di stabilità" (perché in €uropa la stabilità dei prezzi e finanziaria sono il valore supremo, secondo il principio neo-liberista, o marginalista, dell'equilibrio paretiano raggiunto con l'efficiente allocazione di risorse "date" per definizione).
Ogni anno, con una certa esattezza, il cui margine di errore era dichiaratamente legato alle condizioni di realizzo di un attivo del conti correnti con l'estero, abbiamo previsto l'impatto della manovra di volta in volta formulata: e sempre approvata dall'€uropa con un rinvio agli esami di riparazione dopo il primo trimestre di esercizio, rimanendo ogni anno la minaccia dell'imposizione di una manovra aggiuntiva di "correzione" dei saldi pubblici, conseguente al fatto che, come molti NON sanno, il DEF è prima esaminato e monitorato dalla Commissione UE e poi, già oggi, passato al parlamento come una mera comunicazione, e quindi ai fini di una sua mera presa d'atto
E questo perchè così prevedono le innumerevoli e oscuramente formulate postille al fiscal compact, integrate da "comunicazioni" della Commissione che dimostrano, semmai ce ne fosse bisogno, che Bruxelles è la "casa delle libertà"; cioè delle libertà che l'UE si prende essenzialmente nei confronti dell'Italia e della sua ridicolizzata sovranità (democratica, fiscale e monetaria).

2. Ognuno dei passaggi descritti porterebbe a molti altri links a precedenti post, dove tutte queste questioni sono state illustrate in vari stadi dell'applicazione del "paradigma di Maastricht": e ciò sempre in base alla fondamentale considerazione che, appunto, che non c'è mai stata, se non nell'immaginazione propagandistica degli spaghetti-europeisti, un'€uropa buona e solidaristica, e che lo stesso fiscal compact, cioè "svaluto il lavoro non potendo - più precisamente non volendo affatto- svalutare la moneta", è la conseguenza, da lungo tempo programmata (ne abbiamo, in un Einaudi degli anni '40, la diretta ed esattta prefigurazione, riferita proprio agli effetti della "indispensabile" moneta unica), di una progressione applicativa dei trattati €uropei (rigorosamente ordoliberisti a trazione tedesca "guidata" dagli USA).

3. Queste cose le sapete, ma fa bene ripeterle per lettori nuovi, saltuari e distratti.
Dunque, €uropeismo è una crasi concettuale, (non esattamente linguistica, precisiamo), che sta per "restaurazione del neo-liberismo ("ordo...") tramite trattati economici europeistici" (avremmo più esattamente una formula ellittica che implica, nell'unico termine, l'intero concetto dinamico di costruzione-restaurazione: ma "crasi" ci piace anche per l'allitterazione con la parola "crisi" e per il finale in "sì", che abbiamo posto nel titolo del post, a sottolineare gli esiti istituzionali ultimi di questa restaurazione neo-ordo-liberista).

Ammettiamo pure che, in virtù di una propaganda culturale e mediatica ultradecennale, la classe politica italiana non sia neppure più in grado di riconoscere questa origine e questa finalità della "costruzione €uropea" e si accontenti, in modo molto pratico, di capire che se si è allineati all'€uropeismo, ed alle sue politiche monetarie, fiscali ed enomico-sociali, si gode della stabilità del potere, mentre avversando l'€uropeismo insorgono grandi difficoltà a mantenere le proprie cariche.

4. Questo spirito "pratico" non è però senza conseguenze economiche
Decenni di output-gap, cioè di sottoimpiego delle forze e delle risorse produttive italiane ne sono conseguiti e, alla prima crisi finanziaria esterna all'eurozona, ne è discesa una recessione che è stata curata, secondo i parametri dell'economia liberista neo-classica, gettando il paese, per vincolo fiscale €uropeo all'austerità, in una irrisolvibile stagnazione. Che si sta rivelando la migliore delle conseguenze economiche derivanti dall'appartenenza all'UE-M poiché, comunque, è sempre posta sul crinale di un ritorno alla recessione, laddove le regole €uropee fossero fatte rispettare, ad onta di ogni discrezionalità sovrana nazionale in materia fiscale, secondo il parametro discrezionale che le istituzioni UE prediligono per l'Italia.

5. L'attualizzazione di questa prospettiva di politiche €conomiche distruttive si ripresenta quest'anno, in occasione della manovra per il 2017, dato che la Commissione UE non pare disposta a dare la "flessibilità" richiesta dall'Italia sul saldo del deficit. Ballerebbero 0,1 punti di PIL (2,2 contro il 2,3 ipotizzato dal governo). Ma anche, e questo aspetto dell'€-sindacato appare ben più devastante nelle sue conseguenze in termini di "correzione" imposta alla manovra:
 "E poi è la qualità della legge di bilancio a non piacere, troppe una tantum e una richiesta di compensare le spese sostenute dai migranti troppo alta. Messo tutto insieme, la manovra non passerebbe al vaglio dei governi (Eurogruppo) e dunque mette Juncker nella complicata posizione di rompere con l' Italia o con le grandi capitali rigoriste.

Dunque sarà ancora battaglia, la prossima settimana Bruxelles invierà a Roma una lettera di chiarimenti sulla manovra
Ieri dal Tesoro confermavano che la finanziaria non sarà modificata prima del suo arrivo in Parlamento previsto per lunedì prossimo e dunque dopo la missiva arriveranno i giudizi negativi e una prima bocciatura formale da parte di Bruxelles.
Ma la procedura d'infrazione, mossa irreversibile che assomiglierebbe ad un commissariamento in politica economica, quella non arriverà prima del referendum, lasciando aperta la porta ad un accordo in extremis se Roma effettivamente modificherà la manovra alle Camere seguendo le indicazioni di Bruxelles. Un quadro al centro dell'incontro che il premier, di rientro da Washington, ha avuto ieri mattina a Roma con il ministro Padoan."

6. A questo quadro, ci fornisce un contrappunto una serie di dichiarazioni recenti, e collegate, rilasciate dal nostro Presidente del Consiglio.
A settembre, aveva infatti dichiarato che "se vince il no non ci sarà la fine del mondo", lamentando gli "eccessi di toni" sull'argomento riforma costituzionale ed anche ammettendo l'errore della eccessiva "personalizzazione" del tema.


Tuttavia, in esito al vertice, a quanto pare "festoso" (sebbene con qualche problemino), con Obama, lo stesso Presidente del Consiglio è tornato di recente in argomento dicendo che "se vince il sì Italia più forte in Europa":
"Roma, 18 ott. - 'Se vincono i SI'' al referendum del 4 dicembre 'per l'Italia sara' piu' facile la battaglia per cambiare l'Europa, quindi l'unica conseguenza a parte le riforme costituzionali per il dibattito politico con la vittoria dei SI' e' che se vinceremo l'Italia sara' piu' forte' per portare avanti le battaglie in 'Europa'. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, dopo il bilaterale con Barack Obama alla Casa Bianca".
Al preannunzio di questo sviluppo, è stata accoppiata la tesi, da più parti riferita, che l'endorsement di Obama sulla stessa riforma e sulla linea politica seguita anche in sede fiscale, lo avrebbe agevolato nei rapporti con la Commissione UE sulla flessibilità, data la inequivoca enfasi posta dallo stesso Obama sulla "domanda" e sulla necessità di "investimenti" per promuovere la crescita (è sempre La Repubblica a fornirci questa interpretazione):  
"Senza l'enfasi sulla domanda, insiste Obama, "la crescita, gli investimenti che creano lavoro, la fragilità economica in Ue tornerà ed avrà impatto sul mondo e sugli Stati Uniti". Renzi risponde lodando lo "straordinario supporto degli Stati Uniti per affermare un paradigma di crescita e non di austerity a tutti i livelli. Gli Stati Uniti sono un modello in questo".
Addirittura, il premier ha già ringraziato (titolo riassuntivo riportato in caratteri molto grandi): "Grazie a Obama per il suo sostegno nella lotta contro l'austerity".
7. Ma...passano tre giorni e questo "aiuto", così gradito e ritenuto decisivo, risulta invece alquanto contraddetto dall'atteggiamento della Commissione €uropea e dei "partners" insediato nelle "grandi capitali rigoriste". 
Leggi: Germania e i suoi satelliti, tipo Olanda e Austria; la Finlandia, peraltro, avrebbe problemini non indifferenti, ma non rinuncia alla posizione "rigorista"...dopo i "tempi supplementari"...ovverosia dopo il quarto anno consecutivo di recessione!
 Ma, nelle "capitali rigoriste", c'è anche la partecipazione, a corrente alternata, della Francia che, in realtà, non avrebbe una grande convenienza a sostenere le ragioni dell'austerità, ma vive di Grandeur riflessa, ignorando di essere molto più vicina, nella congiuntura economica, all'Italia che non alla Germania: solo che tutti conosciamo la burletta o vaudeville galliche del fiscal compact (e del deficit al mero 3% che rientrerà...quanno je pare). 

Insomma, a quanto pare, Obama non ha funzionato
In soli tre giorni "il sostegno" si è dissolto come neve al sole (ad ogni effetto pratico).
Il massimo che può ottenere l'Italia,  è che la procedura di infrazione non arrivi "prima del referendum", come abbiamo visto sopra. Notare il terroristico accostamento col termine "irreversibile" dell'effetto di assoggettamento alla procedura di infrazione; che sarebbe l'unico caso mai registrato in €uropa per violazione degli obiettivi intermedi di bilancio previsti dal fiscal compact, laddove Spagna (molto se non moltissimo) e Francia (quanto je pare) veleggiano ben al di sopra persino del 3%.

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8. Ma la vittoria del "sì" porterebbe maggior forza all'Italia in questo genere di trattative con l'€uropa?
Se mi privo della principale arma (o spazio "utile") di trattativa, autolegandomi alla dissoluzione della sovranità, come potrei mai rafforzarmi verso le capitali rigoriste che impongono i loro diktat alla Commissione Ue, che ne è solo un passacarte e un nuncius, sul piano decisionale?  

8.1. Non è che, invece, si è commesso un errore, per difetto di compresione e di ponderazione della riforma costituzionale che si vuole ad ogni costo?
Non è che la situazione, dopo la vittoria del sì, sarebbe in realtà degenerata al punto da rendere irragionevolissimo privarsi di ogni spazio di negoziazione realistico, eccedendo nella "fedeltà" alla crasi €uropeistica e togliendo alla comunità nazionale ogni residuo spazio di resistenza alla restaurazione neo-liberista, (quale invocata da Einaudi agli albori della costruzione €uropea), e che, invece, l'Italia non si può permettere, per motivi di modello produttivo e di crescita sempre più incompatibili con l'ordoliberismo dei trattati?
Per comprendere questo "imbarazzante" errore occorre però avere delle competenze e un senso della democrazia sostanziale, a favore della Nazione, che non può essere ricavato dal modello USA. 
E neppure dall'illusione che assecondando il progetto restauratore neo-liberista €uropeo, l'ordine internazionale dei mercati, che ne fonda il "diritto internazionale privatizzato", abbia una qualche clemenza verso il nostro Bel Paese.
 

mercoledì 19 ottobre 2016

OLTR€ L'AUTUNNO-INVERNO, OLTR€ IL Sì E IL NO. TRA MONTI E LA GLOBALIZZAZIONE CREPUSCOLARE


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1. Chi ci legge sa che le ragioni del "no" che prevalgono nel dibattito referendario sono in questa sede considerate "periferiche". 
PoggioPoggiolini ci aveva dato lo spunto per questa precisazione che sintetizza il punto:
"Le ragioni del NO sono e rimangono un epifenomeno assolutamente equivoco sconfinante nel mainstream di pensiero del "costituzionalismo politico". Basta vedere che molti dei suoi sostenitori si abbandonano:
a) alla promessa di fare una riforma ben più "liberale" e rivoluzionaria, a cui l'attuale sarebbe di ostacolo;
b) all'idea che le oligarchie siano collocate all'interno delle nomenklature dei partiti (!), dimenticando la struttura dei rapporti di forza economica che fa di tali nomenklature solo dei più o meno efficienti esecutori dell'indirizzo politico promanante dall'ordine dei mercati €uropeo (v.dibattito con Bazaar, sopra).

2. Siccome fenomenologicamente i fatti ci danno ragione, il senatore Monti ci fornisce prontamente un'ampia conferma di questo frame, uscendosene con un discorso a favore del "no" che ci ha già dato modo di dibattere nei commenti all'ultimo post. 
A parte il "cui prodest" inevitabile di quest outing, - così sintetizzato da Mauro Gosmin: "Penso che la scelta del no di Monti abbia come obiettivo preminente quello di privare anticipatamente in caso di vittoria del No ogni connotato anti UE/UEM al voto contrario alla deforma Costituzionale. Poi certamente con la sua impopolarità toglierà di sicuro qualche voto al fronte del No"-, ci piace sottolineare come Monti abbia giustificato la sua opzione in termini rigorosamente hayekian-einaudiani, solo usando un linguaggio più pop, (e vedremo per quali ragioni).
 "A sentire alcuni ormai sembra improponibile qualunque sistema in cui non si conosce il vincitore la sera stessa. Eppure in Germania non solo non lo si conosce la domenica sera, ma a volte bisogna aspettare mesi. Eppure poi si arriva a un programma chiaro, ben definito e tale da limitare patti fra arcangeli o nazareni. 
Per quanto mi riguarda mi sono gradualmente convinto sempre più che i problemi dell'Italia non dipendono tanto dalla forma costituzionale e dalla legge elettorale, ma da alcuni connotati fondamentali: l'evasione, la corruzione e una classe politica che usa il denaro degli italiani di domani come una barriera contro la propria impopolarità".

2.1. Così Hayek (che non avrebbe mai sospettato di riscuotere un così ampio riverbero cultural-pop in un paese come l'Italia):
"La discriminazione per assistere i più sfortunati non sembrava vera discriminazione. (Recentemente si è coniato il termine senza senso di "meno privilegiati" per mascherare tale discriminazione.) Per mettere in una posizione materiale più eguale gente inevitabilmente molto diversa nelle condizioni dalle quali in gran parte dipende il loro successo nella vita, è necessario trattarle in modo ineguale.
Tuttavia, rompere il principio di eguale trattamento sotto l'impero della legge anche per motivi caritatevoli, aprì inevitabilmente le porte all'arbitrio, e per mascherarlo ci si affidò alla formula "giustizia sociale"; nessuno sa precisamente a cosa si riferisca tale termine, ma proprio perciò servì da bacchetta magina per spezzare tutte le barriere, in favore di misure parziali. Dispensare gratifiche a spese di qualcun altro che non può essere identificato facilmente, divenne il modo più facile per comperare l'appoggio della maggioranza
Tuttavia, un governo o un Parlamento che diventi un'istituzione benefica si espone inevitabilmente al ricatto
Spesso non è più un "compenso" ma diventa esclusivamente una "necessità politica" determinare quali gruppi devono essere favoriti a spese di tutti.
Questa corruzione legalizzata non è colpa dei politici; essi non possono evitarla se vogliono guadagnare posizioni in cui poter fare qualcosa di buono; diventa una caratteristica intrinseca di ogni sistema in cui l'appoggio della maggioranza autorizza misure speciali per soddisfare particolari malcontenti."
(Hayek, Legge, legislazione e libertà, EST (Il Saggiatore), Milano, 2000, pag. 477).

3. Facciamo il punto, in base ad una realistica ricognizione della situazione politica: alla inevitabile premessa implicita della "corruzione legalizzata" insita nell'esistenza stessa dei parlamenti e del processo elettorale, Monti aggiunge una nota ben studiata di ammiccamento alla "nuova politica": la "classe politica che usa il denaro degli italiani di domani come una barriera contro la propria impopolarità" aggancia oggettivamente un cavallo di battaglia (di una parte consistente) della principale forza di opposizione.
Quest'ultima, purtroppo, tranne felici eccezioni che alimentano qualche speranza, coltivando l'idea del conflitto intergenerazionale, non si accorge di aderire all'ideologia €uroimposta della perdita di sovranità democratica (monetaria e fiscale, che ne sono l'essenza) e di propugnare la teoria restauratrice del capitalismo neo-classico (o "sfrenato") imperniata sulla "efficienza allocativa delle risorse limitate" e, dunque, sulla "parodia dell'incubo del contabile" quale stigmatizzata da Keynes:
"Il "circuito monetario" è già idea di una super-etica che pone la creazione di valore, nello svolgimento di qualsiasi attività socio-economica, (in realtà, ormai, anche del mero atto di"consumo") alla mercé di chi ha accumulato, in precedenza e con qualunque mezzo (senza alcuna esclusione, in termini di, pur mutevole, sua liceità) "oro e terra" e tenderà sempre a farne un uso rafforzativo della sua posizione (di "proprietario" allo stato più puro e tradizionale: cioè esattamente il punto di partenza di Hayek di tutto il resto della sua analisi economica e ordinamentale).

Attraverso l'elargizione della fiducia (creditizia) -che contiene in sé sia il concetto di scarsità di risorse (l'accumulo di oro-terra, per quanto enorme è pur sempre un "dato"), che quello di allocazione "efficiente" delle stesse (il fine conservativo è insito nell'equilibrio micro-economico del singolo affare, che diviene parametro unico dell'equilibrio generale dell'economia)-, decisa dal concedente (la fiducia) - si costruisce in profondità, sul piano etico-sociale, il perno morale (praticamente incontestato) di ogni altro valore concepibile (persino la Chiesa vi si è sempre sottomessa e lo stesso rapporto socio-biologico uomo-donna viene posto su questo piano).


La moneta fiduciaria comunitaria (cioè sovrana) è già in sé una leva scardinante di questo modello,, introiettato automaticamente da "noi", per via di quel controllo culturale totalitario "di tutti i mezzi" (di comunicazione) che predica Hayek: ed è scardinante sia perché ri-disloca nello Stato la titolarità originaria del potere di concedere la fiducia (cioè di avviare ogni processo creativo di ricchezza senza dover perseguire un equilibrio allocativo intrinsecamente conservativo della "data" distribuzione della ricchezza e del potere connesso),, sia perché inevitabilmente abolisce la legittimazione data dal possesso di "oro e terra" rispetto alla titolarità privata ed esclusiva, del potere di concedere la fiducia

L'effetto naturale di questa soluzione sovrana, e pubblicistica nella sostanza economica, al problema monetario, è la funzionalizzazione pubblica dell'intermediazione bancaria, come prescriverebbe l'art.47 della nostra Costituzione.
I banchieri cercheranno sempre di eliminare, istituzionalmente o fisicamente, chi propugni una simile idea...".


4. Solo accettando queste premesse ideologico-economiche - che ricalcano la vetusta visione della "Hazard Circular", quella per cui il mercato del lavoro-merce, in termini di costi e dunque di efficienza allocativa, è preferibile alla schiavitù (sempre qui, p.6)- è possibile parlare di "conflittto intergenerazionale" e di propugnare, anche involontariamente, anche per mancanza di "risorse culturali", l'idea del conflitto intergenerazionale. 
Idea, purtroppo, accettata acriticamente anche dalla nostra Corte costituzionale, che non si accorge, fin dai tempi in cui lo denunciava Caffè, di aver "ipostatizzato" il paradigma ordoliberista €uropeo del razionamento della moneta da parte dei "mercati". 
Tutti questi richiami, che proponiamo ai lettori come ricapitolazione dello scenario in cui ci troviamo, ci dicono una cosa: che vinca il sì o vinca il no, (come dimostra il "tentato" cappello €uropeista di Monti su quest'ultima soluzione), la soluzione della crisi economica, e della democrazia costituzionale, in corso, rimane ancora lontana.

5. Al riguardo, una ricerca compiuta sui post agli albori di questo blog, eravamo al 25 aprile 2013 (!), conduce a riproporre questo avvertimento:
"(Dovremmo...) capire come il PUD€ intenda mantenere la sua presa facendo le concessioni minime indispensabili per lasciare intatto il suo disegno: cioè l'euro, lo smantellamento "emergenziale" dello Stato sociale, la deflazione salariale.
Le "concessioni" saranno chiaramente il fulcro dei "buoni risultati", nel senso di un ingannevole "cambiamento di rotta" che sarà sbandierato dai media in modo da concedere il tempo al nuovo governo per rimuovere l'ostacolo più grande: la Costituzione.
Questa con la sua impalcatura di diritti fondamentali incentrati sulla tutela del lavoro, vede il pareggio di bilancio al suo interno come un corpo spurio incompatibile, inoculato come un virus distruttivo dalla logica dei trattati e dei suoi corollari, cioè il fiscal compact. Per ora.

Quindi nei prossimi mesi assisteremo al massimo sforzo congiunto della grancassa mediatica PUD€ per raccontarci: a) che la crisi è superabile e che l'euro è in sè, sostenibile, utilizzando con ragionevolezza...le regole disfunzionali e ideologicamente connotate che lo caratterizzano; b) che nel frattempo, la Costituzione deve comunque essere cambiata, perchè il paese ha bisogno di "ammodernamento" e nuovi principi istituzionali devono essere introdotti come indispensabili".


Il risultato sarà quello di adeguare definitivamente la Costituzione all'ideologia von Hayek, modulando le istituzioni costituzionali sull'idea che l'intervento dello Stato nell'economia sia da limitare in nome dell'efficienza del settore privato.

La filosofia del mutamento costituzionale, per compiere il quale è appunto indispensabile prendere tempo, sarà quella di spostare, come sempre, l'attenzione sulla ingegneria istituzionale, in nome della riduzione del numero dei parlamentari, dei "costi della politica" e dell'adeguamento di fondamentali istituti che sarà proposto, come un'apparente coerente conseguenza; anzi come rafforzamento della "tutela" di posizioni sociali, ma in realtà volto alla mera cosmesi, che dissimula la sua disattivazione, autonomamente derivante dai meccanismi di Maastricht di per sè".

6. Non so a voi, ma a me ha fatto una certa impressione rivedere queste righe. Eravamo agli albori del primo governo derivato dalle "strane" elezioni del 2013 e quello attuale non pareva certo all'orizzonte. Ma il "congegno" è andato avanti esattamente come previsto.
Il 16 febbraio 2014, poi, avevamo riassunto così il suo "stato di avanzamento", parlando della Costituzione democratica del 1949 come "vaso di coccio" tra esortazioni riformatrici dall'oltreoceano e la pressione esercitata dalla "mandataria" Germania, la cui imposizione ordoliberista dei trattati funziona automaticamente come potente e inesorabile sistema di svuotamento della Costituzione stessa:
"Intanto possiamo dire che la Germania non ha realisticamente alcun interesse a "uscire" dall'euro (la sua "dote" nel commercio mondiale drang nach ost), quanto, piuttosto può puntare a tirare tatticamete la corda per costringere "altri" a farlo.

Se mai avessero il coraggio (oligarchico nazionale) di farlo; cosa molto improbabile - e su questo puntano anche gli stessi tedeschi per tenere aperta la difficile partita "mondiale"- visto che l'euro stesso è il presupposto emergenziale continuo, badate bene, per fare le riforme strutturali gradite "anche" agli USA in prospettiva Ttip. 
Il che ci indurrebbe a pensare "siamo fritti!", almeno come democrazia costituzionale...basterà infatti accelerare le riforme costituzionali, che a questo punto diventano una partita in progressione: dall'aspetto "istituzionale-deliberante" (monocameralismo e legge elettorale per maggioranze "stabili") a quello successivo abrogatore-manipolatore, dei principi fondamentali dello Stato sociale, consentito da un assetto deliberativo più snello ed "efficiente"

Insomma, nel nome della logora parola d'ordine della "governabilità" si punta al "bersaglio grosso" indicato da JP Morgan e Wall Street Journal".

7. In coerenza con ciò, ci è parso più di recente, nella tarda estate del 2016, necessario ribadire questo concetto:
"Spero sia ormai chiaro quanto sia irrealistico credere che, siccome l'economia dell'eurozona non si riprende, e la deflazione appare irrisolvibile (anzi, in riacutizzazione, nonostante qualsiasi QE immaginabile), ciò debba, necessariamente e immediatamente, condurre a qualche forma di allentamento della presa neo-liberista, monetarista e anti-Stato sociale, sulle società occidentali. 

Un indicatore ce lo danno le questioni Wolkswagen, Deutschebank e Monsanto-Bayer. Dopo anni di lambiccate analisi sulla prospettiva di un riesplodere delle ostilità tra la Germania e gli USA, dovremmo prendere atto che si tratta di episodi sempre e comunque da contestualizzare.

E il contesto è, come ci ricorda Bazaar, quello della solidarietà di classe, - rafforzata da decenni di recenti inarrestabili successi-, tra gli "operatori razionali" del capitalismo finanziario e oligopolista sovranazionale.

Per cui, in questo contesto, tutto sommato: "...sono segnali contraddittori nel complesso.
E confermano che, negli USA, si ha una prevalente visione non "destabilizzante" dei rapporti con la Germania: perchè ci sono fin troppe questioni intrecciate, e convergenti visioni prevalenti, rispetto ai motivi di dissapore.
In particolare, gli USA non possono non considerare l'enorme utilità della Germania per disciplinare il resto dei paesi UEM, quelli con le "Costituzioni antifasciste", ed eliminare una volta per tutte la tutela del lavoro, flessibilizzandolo e privandolo del welfare (salario indiretto di "resistenza" alla durezza del vivere), e liquidare anche solo una parvenza di senso del sindacato".

 
8. Né la sensibilità attuale di Obama, nè, tantomeno, la prospettiva di una Clinton come POTUS, paiono scalfire queste prospettive.
Una soluzione "dignitosa" a questo piano inclinato potrebbe scaturire solo da una visione consapevole di queste pesantissime ipoteche sulla democrazia italiana: in base alla chiara rivendicazione della natura e del senso profondo della nostra Costituzione, che sia abbracciato con chiarezza e con forza da forze sociali e politiche rimpolpate nelle proprie "risorse culturali"; e non chiuse nell'inconsapevole gioco "periferico" di spartizione della politica nazionale: un gioco interno al globalismo neo-liberista che, però, è nella sua più pericolosa fase terminale
Senza che in Italia ci sia un significativo risveglio capace di cogliere questo momento di transizione così eccezionale.
(Se mai ciò si manifestasse, potremmo ridiscutere della "ipotesi frattalica").