domenica 22 settembre 2019

LA CRISI ANARCOIDE ED EGOISTICA DELL'EUROZONA: SI POTREBBE EVITARE?

1. Vi segnalo una meritoria rassegna compiuta da Maurizio Blondet sulle "crisi di vocazione" che, riguardo alla funzionalità dell'attuale paradigma di governo internazionalizzato dei mercati, e della sua forma più estrema, costituita dall'eurozona, stanno colpendo eminenti economisti ortodossi  (cioè neo-liberisti, oggi ben paludati nelle vesti ordoliberiste in €uropa e, nell'intero "mondo occidentale", neo-keynesiane), nonché commentatori economici che si esprimono sulle più prestigiose testate mainstream.

Il post di Blondet si può suddividere in due parti principali (per ciascuna fornirò alcuni links a chiarimento e giustificazione fenomenologica del riassunto che mi accingo a proporvi):
A - la prima parte, relativa a voci "liberali" (e quindi pro-mercati) che rilanciano l'idea di una fine ordinata della moneta unica, imperniata sulla preliminare uscita "dall'alto" della Germania; una certa qual novità, in questo campo, sarebbe l'intensificazione delle voci di economisti "ufficiali" tedeschi in tale direzione. 
Relativamente a questa prima parte, l'amico Musso saprebbe sicuramente come rielaborare uno schema coerente di interessi e obiettivi perseguiti, a breve termine (consiglio di leggere tutto il thread linkato), proprio dagli esponenti di vertice dell'establishment tedesco.
Vale la pena di sottolineare questo diverso punto di vista: in sostanza, tali interessi e obiettivi tedeschi, passerebbero piuttosto, secondo Musso, per una volontà tedesca di cacciare noi dall'euro, passando per un'anticamera costituita dalla c.d. segregazione italiana, in modo da regolare a proprio favore (di super-creditori essenzialmente finanziari, e ormai non più commerciali) la questione dei saldi attivi Target-2 (fortemente negativi per l'Italia, terra di esportatori di capitali in cerca di rifugio dal naufragio dell'EZ). 
Ed infatti, nella visione di Sinn, economista eminente e forse il più rappresentativo dei falchi tedeschi, questi saldi costituirebbero delle riserve attive, e fruttifere di interessi perpetui, a favore della Banca centrale tedesca; il che è la negazione in termini della natura politica "sovrana/sovranazionale" dell'UE e della qualificazione del diritto europeo come fonte inserita al vertice della gerarchia delle fonti di ogni singolo Stato-membro: ma sappiamo come la negazione di ciò, per la Germania, sia un punto irrinunciabile. 
La pretesa "Target2 = credito attivo esigibile a favore della Bundesbank-Germania federale", giuridicamente, è fortemente dubbia  (v. anche qui) e può essere avanzata solo sulla base di rapporti di forza che apprestino una lettura del tutto peculiare del regime attuale dei poteri e del ruolo istituzionale della BCE; cioè sfruttandone il bias interpretativo nel senso dell'autoconservazione, a qualunque costo, della moneta unica. Ovvero, come mostra anche la modifica del trattato ESM attualmente in dirittura d'arrivo, nel senso della costrizione d'imperio dell'Italia a rimanervi, aggiungendo previsioni non contenute negli originari trattati UE, mediante la creazione di costi vertiginosamente crescenti per un'eventuale uscita italiana;

B - la seconda parte, più ampiamente dedicata al tema generale, potremmo dire, della crisi dell'attuale fase della globalizzazione, si richiama a un articolo di Wolf sul Financial Times (che peraltro si è attestato su questa linea almeno dal tempo della campagna elettorale perduta dalla Clinton), e al mutamento apparente di rotta della "Scuola di Chicago", esternato dalla (prestigiosa) voce di Zingales.
In entrambi i casi si pone l'accento sull'inversione del rapporto strumentale tra finanza e economia reale (il cui fulcro però è incentrato su fattori istituzionali, cioè di diritto pubblico, volontariamente accettati dai parlamenti dei singoli Stati interessati: a) liberalizzazione globalizzata della circolazione dei capitali; b) BC indipendenti dai governi nazionali ma esponenziali degli interessi del settore bancario a cui garantire, questa la pensata originale, tassi reali positivi anzitutto nei confronti degli Stati nazionali "debitori"). 
Conseguentemente a tale (ormai notoria) inversione, si constata (da parte di Wolf) il calo diffuso della produttività nei principali paesi OCSE, la natura dannosamente speculativa del capitalismo dei rentiers (o anche CEO capitalism, definizione che ne costituisce l'altra faccia della medaglia), condita da un (ormai sempre più diffuso) richiamo al recupero della (mitologica) libertà di concorrenza, in contrapposizione all'affermarsi di una struttura monopolistica, e quindi "patologica", dei mercati globali (che trova la sua massima espressione nei giganti della c.d. economia digitale). 
A questo punto della vicenda della globalizzazione, free-trade e iper-finanziarizzata, si dice, la struttura monopolistica sarebbe da correggere con un rilancio dell'azione antitrust, (che per la verità è già stato attivato), addirittura in un rivisto paradigma che supererebbe quello degli ultimi decenni, pro-concentrazione industrial-finanziaria e basato sull'indulgenza implicita nel concetto dominante di workable competition
Questo concetto risulta tipicamente elaborato, e rafforzato, allorché si è andata formando l'idea guida, monetarista, delle banche centrali indipendenti e quindi della mitologia einaudiana e hayekiana (ante e post la rottura del sistema monetario mondiale di Bretton Woods) della moneta stabile, connessa ad una generale adozione forzata (TINA) delle politiche deflattive, - fiscali e relative al regime del mercato del lavoro-, imposte a livello globale dal Washington Consensus.

2. Con quest'ultimo link alle vicissitudini del Washington Consensus mi fermo e tento di trarre una breve conclusione a questo commento "annotato" (dai links).

Se esaminiamo attentamente l'insieme delle politiche "codificate" nel WC (sempre qui, p.4), - senza darle per scontate e rendendosi conto di quanto le corrispondenti linee di azione fiscale ed economica, siano penetrate nel comune sentire "riflesso" (e non più cosciente) delle opinioni pubbliche e degli stessi elettorati occidentali-, possiamo scorgere che i ripensamenti e le perplessità che si manifestano oggi, e non solo da oggi, si muovono pur sempre entro i limiti di quella cornice.
Si tratta insomma del dibattito, e dell'apparente dissidio, che si sta manifestando all'interno di un blocco di potere "globale", e ad ovvio epicentro (quantomeno originario) negli Stati Uniti: ci sono dei conservatori illuminati e dei conservatori assolutamente rigidi nelle loro convinzioni
Come cercheremo di approfondire in futuro, inevitabilmente su questo blog. 
Entrambi questi fronti combattono una lotta contro il tempo; gli uni per cercare di prevenire la definitiva perdita di controllo politico, sociale e culturale, che deriverebbe dalla prossima recessione mondiale (che starebbe già manifestandosi), gli altri per massimizzare e consolidare, al più presto, i vantaggi già ottenuti
Questi ultimi, sfortunatamente tutti collocati all'interno degli Stati-membri dell'eurozona (in una formale quanto fragile, se non fanatica, professione di fede nelle regole che la governano) agiscono tatticamente, senza curarsi di una visione cooperativa di lungo termine (gli stessi trattati Ue sono proiezione di questa prospettiva oggettivamente antisolidaristica),  legati a una visione che il free-trade porta connaturalmente con sé: una tendenza morale, tipica dei tedeschi, per cui l'imperialismo sarebbe consentito in virtù di una primazia di popolo, di una "missione" che può assumere nel tempo molte forme, ma che, adeguandosi con enorme solerzia alla rivoluzione liberale, ha rigenerato, per così dire, la propria legittimità.

3. Ebbene, l'incapacità dei paesi dominanti dell'eurozona, almeno nelle sedi istituzionali Ue, di avere anche solo "un piede" nella fazione più moderata - specialmente quando è in gioco l'atteggiamento verso la congiuntura italiana-, fa pensare che l'approccio alla prossima fase recessiva mondiale non sia affrontato con la minima saggezza e che si sia destinati a una crisi anarcoide e egoistica dell'eurozona.
Una gestione improvvida e caratterizzata, appunto, da infiniti tatticismi puntigliosi, come è accaduto per la Brexit, che lasceranno sul campo i "caduti" della facciata cosmetica che ha finora dissimulato l'intera costruzione europea (il mito, incontratato e, sembra, incontrastabile della "purezza originaria").
La speranza è che ciò non accada.
Ma porterebbe molta chiarezza, rispetto agli intenti del vari protagonisti e alle rassicurazioni dei popoli coinvolti, se, invece di negare, addirittura, la sfumature conservative che si contrappongono (almeno nel resto del mondo), si facesse un salto di qualità che superasse del tutto un paradigma ormai irrecuperabile e disastroso (e qui tocca citare ancora Larry Summers, che è passato dalla "contesa" con Stiglitz, sopra linkata, addirittura a una critica radicale al paradigma compromissorio del liberismo neo-keynesiano).
L'aupicio (per la verità piuttosto disperato) è che se si rammentasse, almeno in Italia, la legalità costituzionale che, nella ormai "sconosciuta" Costituzione economica, appresta tutte le soluzioni che consentirebbero un rilancio della crescita e della democrazia sostanziale nel nostro Paese; in uno con una prospettiva che rilanci la pace e la giustizia tra le Nazioni, in condizioni di parità con i nostri vicini europei.

mercoledì 18 settembre 2019

QE2: IL MIGLIOR LASCITO DI DRAGHI (LA RANA E LO SCORPIONE LOOMING IN THE DARK)


1. Nei primi due post di questo "nuovo" inizio abbiamo, dapprima, sottolineato la "lunare" distanza tra il dibattito politico, e conseguentemente politico-economico, in Italia, rispetto ai problemi dell'attuale fase critica (o, per taluni, terminale), della globalizzazione e, successivamente, della estrema difficoltà, per un'Italia in fase di crescita zero (in correlazione alla crisi strutturale della stessa globalizzazione), di districarsi dalle regole fiscali e monetarie dell'eurozona, per evitare di finire in una (nuova) recessione fiscalmente indotta.

2. Nel corso della trattazione del secondo post, abbiamo inserito un riferimento alla ripresa del QE, decisa dal board BCE l'11 settembre scorso. E questo perché la vulgata più diffusa nel dibattito mediatico nazionale è che da questa misura, mai come in questo caso intestabile a Mario Draghi, discenderebbe la salvezza per la nostra crescita.
In realtà, come dovrebbe essere ormai noto, il Quantitative easing non ha né come effetto, né come obiettivo, la salvezza/crescita italiana. Al contrario, il suo obiettivo è la salvezza dell'eurozona, con limitati e persino controvertibili effetti per l'Italia.
Se infatti, da un lato, la caduta dei c.d. spread avrebbe, e ha in parte avuto, l'effetto di alleggerire la nostra posizione fiscale ai fini delle regole del fiscal compact, consentendo, in teoria, un maggior spazio per una (sia pur debole) espansione fiscale, - e quindi per la crescita della domanda aggregata che da ciò discende -, dall'altro, l'insieme delle regole vigenti nell'eurozona, ha molto attutito persino questo effetto fiscale e re-flattivo.

3. Si deve tenere conto, al riguardo, che durante il corso della vita dello stesso QE (marzo 2015-dicembre 2018), in Italia è subentrata la disciplina dell'Unione bancaria (propria dei soli paesi dell'eurozona).
Il mix tra requisiti di capitale richiesti alle banche, effetti dell'austerità nel determinare l'aumento vertiginoso delle sofferenze bancarie e la conseguente svalutazione delle garanzie sottostanti (autoritativamente esplicitata e prociclicamente aggravata), nonché il modo in cui la vigilanza bancaria, accentrata presso la BCE, è stata esercitata, hanno invece determinato un generale effetto depressivo della ricchezza e di stagnazione dei redditi.
3.1. A questi effetti negativi incidenti sulla  espansione di risparmio, credito e investimenti, è altresì corrisposto un aumento dell'intervento pubblico (definibile come...welfare bancario) che molto ha pesato, e continua a pesare, sui conti fiscali italiani successivamente al 2016 (anno dell'intervento di welfare bancario per oltre 20 miliardi deciso da Padoan al fine di scongiurare una nuova crisi di insolvenza bancaria simile a quella del 2015, che aveva portato, grazie anche alla illegittima posizione assunta dalla Vestager, a una vera e propria tragedia per i piccoli risparmiatori coinvolti nel crack "pilotato" delle 4 banche).
In sostanza, il preteso, (e ripetiamo: molto teorico), effetto espansivo delle politiche monetarie unconventional e centralizzate, - e perciò regolate dal capital key (quindi che avvantaggiavano l'Italia in modo non mirato, essendo gli acquisti anche, e principalmente, diretti a paesi con più ampie partecipazioni nel capitale BCE, come la Germania, che non avevano problemi di rendimenti dei titoli del debito pubblico e neppure una situazione di deficit, e rapporto debito/PIL, oggetto di minacciosa attenzione da parte della Commissione)-, è risultato molto ridotto, se non inesistente.

4. In pratica, l'irrompere dell'Unione bancaria ha impedito che il "meccanismo di trasmissione" monetaria beneficiasse l'economia reale italiana. 
E fermo restando che tale effetto è, in generale, piuttosto dubbio di per sé: la nuova base monetaria, infatti, tende a fermarsi nell'aumento delle riserve bancarie e non implica alcun automatico aumento del credito a imprese e famiglie, tendendo piuttosto a creare delle asset bubble, cioè una crescita di valore, imputabile all'eccesso di liquidità non altrimenti utilizzabile da parte del settore finanziario, di titoli azionari e obbligazionari, (nonché dei beni patrimoniali tradizionali, quali oggetti d'arte e immobili; almeno nei paesi non sferzati, d'imperio, dalla pressante esigenza di smaltire le sofferenze bancarie, generando ondate di cessioni di crediti garantiti e di sovraofferta di immobili residenziali e di complessi aziendali). 
Si assiste quindi, nella realtà effettuale, ad un fenomeno di trasmissione puramente finanziaria, e speculativa, della base monetaria di nuova creazione che, appunto, l'irrompere del regime dell'UB€ ha reso in Italia ancor più evidente ma che è rilevato in tutti i paesi, compresi gli USA, dove sia stato effettuato un programma di acquisti come il QE (si veda, qui, pagg. 107-108, come, a livello globale, nuovendo dall'azione della Fed, Larry Summers descriva le evidenze emerse dai vari QE).

Su tutti questi aspetti ci siamo già soffermati, via via che si manifestavano, e rinviamo perciò ai links inseriti.

5. Tentiamo di porre l'attenzione, piuttosto, sul quadro politico e macroeconomico in cui si colloca l'attuale "mossa" di Draghi.
Dal punto di vista degli equilibri politici interni all'eurozona, la ventilata nuova ondata di acquisti (entro il tetto dei 20 miliardi al mese, secondo il capital key di ordinanza, e non soggetta a limiti temporali prefissati, in funzione di un effettivo raggiungimento del target inflattivo del 2%) risulta obiettivamente piuttosto debole e operativamente instabile: cioè soggetta a revoca o revisione ad opera di una futura nuova deliberazione del board BCE, successiva al cambio della presidenza, e quindi nella imminente gestione Lagarde.
Risulta ormai trapelato che non solo i governatori delle banche centrali di Germania e Olanda fossero contrari, ma anche quello della Francia: difficilmente la Lagarde, una volta che fosse reinserito il punto all'ordine del giorno di un board sotto la sua direzione, avrebbe lo standing e la determinazione a resistere a questa forte volontà contraria proveniente da tutti i i paesi dominanti; questi ultimi, è ragionevole supporre che abbiano soltanto voluto evitare il trauma di un presidente BCE messo in minoranza (e probabilmente costretto a destabilizzanti dimissioni anticipate) e ha accettato perciò la decisione con la riserva mentale di poterla a piacimento rivedere.

6. Per la Germania, in particolare, azionista "di riferimento" dell'eurozona, il "danno" di interessi durevolmente negativi sui propri titoli di Stato, e in generale (per contagio), sugli impieghi obbligazionari di emissione nazionale, implica una diminuita redditività del proprio disastrato sistema bancario - col potenziale aggravarsi del volume dell'eventuale intervento pubblico di ricapitalizzazione su istituti coome Deutschebank e Commerzbank. 
In termini più ampi, la Germania accusa crescenti difficoltà, da un lato, a garantire rendimenti tali da non mettere in crisi le prestazioni pensionistiche (e in generale il risparmio delle solerti famiglie tedesche), dall'altro, a impedire il crearsi di una bolla immobiliare che, unita a quella azionaria (data la macroscopica diminuzione dei profitti in un paese ferocemente export-led), potrebbe indicare nella Germania uno dei paesi più indiziati a scatenare la prossima crisi recessiva globale a base finanziaria.
La Francia, in tutto questo, evidentemente, non ha convenienza a forzare la mano, cercando piuttosto un'opera di moral suasion - o di "complicità, più o meno concordata- nei confronti dei paesi più mercantilisti, come Germania e Olanda, affinchè (questi, non l'Italia), intraprendano politiche fiscali espansive che diano respiro alla domanda estera francese
Ma certo, anche la Francia ha ormai visto precipitare i rendimenti dei propri tdp decennali in territorio negativo (peraltro insieme a Belgio, Austria, Finlandia, Olanda; mentre la Spagna e il Portogallo si approssimano a tale livello di interesse: i rendimenti negativi pertengono ormai al 62% dei titoli emessi dentro l'eurozona).

7. Ma c'è di più: il QE, com'è noto, implica una svalutazione dell'euro: per ovvi motivi, tra cui, connaturalmente, l'inevitabile impiego in dollari della liquidità acquisita dai cedenti i titoli alla BCE; tanto più probabile in quanto, realizzata spesso una plusvalenza dalla vendita, si voglia fuggire dagli interessi negativi. E, sull'attuale annuncio, si sta già determinando un effetto svalutativo relativo al dollaro che ha visto il suo minimo ai primi di settembre (laddove a inizio 2019 si aveva un picco di 1,15) e che registra allo stato un interlocutorio assestamento intorno al (vantaggioso) cambio 1.10.
Questo è probabilmente il principale vantaggio che il QE apporta a quella macchina export-led che è l'eurozona; laddove la parte del leone preponderante, nel determinare il saldo attivo, la fa la Germania, mentre l'Italia si è difesa ma in misura notevolmente inferiore rispetto al PIL e pur sempre con un sacrificio eccessivo della domanda interna.

8. Questa la situazione seguita da uno degli interrogativi più rilevanti (ma non il solo, come vedremo):
"The highest surpluses were observed in Germany (+€67.2 bn), the Netherlands (+€18.1 bn), Sweden (+€6.0 bn), Austria (+€5.4 bn) and Italy (+€4.5 bn), and the largest deficits in the United Kingdom (-€37.1 bn),France (-€15.9 bn), Spain (-€5.5 bn) and Greece (-€3.7 bn)What happens after Brexit when the country with the largest intra European Union trade deficit leaves?"
EU Current Account data by country Q1 2019
8.1. In questa situazione, e ferma la difficoltà estrema di fermare e resettare la macchina mercantilista dell'eurozona a German dominance, sia pure in relativa crisi (connessa a quella della globalizzazione e alle conseguenti guerre daziarie e valutarie), la Francia - appunto elemento decisivo nel determinare una maggioranza favorevole o sfavorevole al QE - pare indirizzata ad avere una convenienza geopolitica che non includa la (ulteriore) svalutazione dell'euro: 
a) per evitare di dare un segnale di guerra valutaria agli USA (che Trump ha già deplorato, in uno con la critica all'atteggiamento prudente della Fed nell'abbassare i tassi), i quali sono il paese di maggior destinazione delle esportazioni francesi e, quindi, per prevenire e attutire la minaccia di aumenti di dazi su vini e altri importanti prodotti alimentari, ribadita con forza da Trump proprio alla vigilia del G7 di Biarritz  di fine agosto (ondata daziaria che, peraltro, colpirebbe anche i nostri omologhi prodotti);
b) anche l'effetto Brexit congiura in questo senso, dato il possibile allineamento (certamente non svantaggioso) del Regno Unito all'atteggiamento USA, specie nel caso in cui si innescasse una hard Brexit;
c) alla Francia, dati anche i rapporti commerciali e industriali privilegiati instaurati con la Germania, conviene maggiormente puntare sull'espansione fiscale che i tedeschi, forse, saranno indotti a intraprendere per uscire rapidamente dall'attuale fase di stagnazione e produzione industriale negativa: e tale espansione tedesca, sarà tanto più favorevole alle importazioni dalla Francia quanto meno la spesa fiscale tedesca sia vincolata dalla prospettiva di un salvataggio pubblico del loro sistema bancario
E tutto ciò pone i francesi nella posizione di cointeressati, sia diretti che indiretti, all'aumento della redditività dei rispettivi sistemi bancari, tedesco e francese; profilo su cui gioca un ruolo essenziale il livello dei rendimenti dei titoli del DP, in quanto sia non intaccato ulteriormente dagli effetti del QE.

9. Certo, questi sono solo alcuni dei (tra loro contrastanti) fattori in gioco nella partita del nuovo QE: al settore industriale manifatturiero tedesco, ragionevolmente, non può dispiacere del tutto una svalutazione, tanto che persino Isabel Schnabel, una dei 5 membri del notorio German Council of Economic Experts, ha invitato politici e media tedeschi a moderare i toni critici nei confronti della BCE e di Draghi (così il Financial Times di ieri, pag.4).

9.1. Rimane il fatto, che deve ormai essere chiaro, che il QE, nell'attuale struttura istituzionale dell'eurozona - regime della moneta; poteri della stessa banca centrale nelle sue, comunque, politiche centralizzate e impedite al rifornire liquidità al di fuori dello stretto sistema finanziario; regime, in sostanziale inasprimento, dei c.d. aiuti di Stato; e non ultimo, regime iper-flessibile del mercato del lavoro, con un favor, appena politicamente schermato, per l'immissione di forza lavoro immigrata a fronte di un crisi demografica che non si sa/vuole risolvere; vincolo della crescita "reale" imposto all'aumento della spesa pubblica,- non può sortire rapidi effetti reflattivi.
Il primo QE ha obiettivamente fallito i suoi obiettivi in tal senso, insufficienti e peraltro, come s'è visto nel corso del 2018-2019, rapidamente scemati; il prossimo (e giuridicamente instabile) QE, potrebbe non avere che effetti trascurabili
I sottostanti i grafici sono relativi all'inflazione e alla più ristretta ed endogena (cioè non dipendente dai prezzi internazionali di prodotti petroliferi e commodities) inflazione core dell'eurozona:

Euro Area Inflation Rate
Risultati immagini per eurozone core inflation rate to 2019
9.2. E il quadro appena descritto ha determinato immediati effetti deflattivi, di (mancata) crescita reale e occupazionale "vera" (cioè non precaria),  sociali, e politici, non indifferenti, per l'Italia:
Italy core inflation rate
Italy Inflation Rate Ticks Up to 0.5% in August

9.3. Tanto più che, la Germania, anche sotto questo profilo del livello inflattivo, da anni sopra la media dell'EZ, è più che tentata dalla ripresa delle politiche salariali di svalutazione interna:

Germany Inflation Rate
Risultati immagini per germany inflation rate 2019
E tale tentazione, forte, avrebbe dei vantaggi, come abbiamo visto, che potrebbero trasmettersi, ma proprio in assenza di QE alla redditività reale (positiva, o almeno meno negativa) bancaria e finanziaria: ovvio che la via maestra, per realizzare una strategia del genere, sarebbe l'aumento, non la stabilità o la ulteriore flessione, dei tassi fissati dalla BCE
E la forte tentazione vale anche come reazione riflessa automatica alla prospettiva di una guerra daziaria con gli Stati Uniti
La recente crescita reale dei salari, cioè al netto dell'inflazione, in Germania, vede comunque un'attenuazione, sia pure a comprensibili fasi alterne, determinate da un'obiettiva esigenza di non comprimere brutalmente la domanda interna simultaneamente al rallentamento della domanda estera, a partire dalla seconda metà del 2017, onde evitare di andare in recessione:

Germany Real Wage Growth YoY

Germany Real Wage Growth YoY

10. Cerchiamo allora di trarre, con la prudenza del caso, qualche deduzione che ci illustri le evoluzioni possibili della situazione economico-politica (specificamente dell'eurozona):
- il QE attualmente deliberato presenta un bilancio costi/benefici non del tutto vantaggioso, o decisamente svantaggioso, per i paesi core. Ciò, in presenza di un quadro normativo apertamente non solidaristico dei trattati (artt. 123-125 TFUE), rende la stessa deliberazione politicamente "instabile";
- l'avvenuta deliberazione ha tuttavia un peso, poiché finché non sia revocata è pur sempre operativa. Essa pone un'ipoteca, una sfida a tutti i componenti dell'eurozona: "cooperate sul piano delle politiche espansive fiscali e, per tale via, eviterete sia problemi di destabilizzazione dei rispettivi sistemi bancari a causa della prolungata fase di tassi negativi, sia una guerra valutaria e daziaria con gli USA (almeno entro certi limiti di oggettiva rigidità teutonica dell'eurosistema...). In un certo senso, si potrebbe dire che questa mossa del QE2 sia obiettivamente il miglior lascito di Mario Draghi...;
- l'Italia, forse, in tutto questo, riacquista uno spazio negoziale sulla politica fiscale, gravata dall'alto debito pubblico e dalla connotazione di condanna morale che gli viene attribuita dai paesi del Nord €uropa, per cui può (sempre, forse) evitare di doversi piegare all'applicazione della (discriminatoria) regola dell'eurozona per cui il debito si "cura" mediante il taglio del deficit;
- ed infatti, offrendo la stessa Italia un appoggio concorde alla "revoca" del QE, potrebbe dar luogo  ad un inedito trade-off nei negoziati sullo spazio fiscale in deficit per tentare politiche anticicliche:  in sostanza, rinuncia italiana al QE, in cambio di un maggior deficit fiscale (ampiamente derogatorio delle regole del FC). Sullo sfondo di una "transazione" di tal genere, rimarrebbe comunque, come assolutamente indispensabile, la implicita garanzia di un atteggiamento di sostegno, da parte della BCE, nel riacquisto del nostro debito pubblico, via via che i titoli  italiani, detenuti in virtù del precedente QE, vengono a scadenza (e sappiamo come ciò, appunto, sia oggetto di vari livelli di discrezionalità, in atto esercitabile, che costituisce la sfera "politica" del fondamentale ruolo BCE all'interno dell'eurozona)

- tutto ciò avrebbe non solo il vantaggio di diminuire il rischio, appunto, di una guerra commerciale con gli USA, ma anche quello di reflazionare (leggermente) la nostra economia, con alcune importanti conseguenze:
a) far ripartire la domanda interna e, nella sostanza, rilanciare così gli investimenti privati, consentendo di coadiuvarli con investimenti pubblici che, a loro volta, se aventi un moltiplicatore fiscale superiore al rapporto inverso tra debito e PIL (sicuramente inferiore a 1), possono portare a un livello nominale di crescita superiore al deficit stesso e quindi a una diminuzione del rapporto debito/PIL (sul punto, v. qui e, più ampiamente, qui; e ringraziamo il professor Nuti per la sua lezione kaldoriana);
b) rinforzare, sul languente mercato interno italiano, la stessa domanda estera per i beni tedeschi, non secondariamente per le auto ibride e elettriche (peraltro anche francesi), una volta che, evitando una guerra valutaria, la Germania stessa intraprendesse politiche fiscali espansive interne (in infrastrutture e ricerca), - di sollievo per tutta l'eurozona -, e dovesse puntare nuovamente alla domanda sul mercato di prossimità dell'eurozona. Sempre che i tedeschi si siano persuasi che l'attuale struttura economica italiana non è ormai più quella del 2011 e non incorrerebbe più (dati i livelli di inflazione registrati costantemente da anni) nella mancanza di competitività e nell'accumulo di debito commerciale con l'estero che hanno caratterizzato la prima fase della vita dell'eurozona.

11. Ma queste finora svolte al p.10, sono solo deduzioni logico-razionali; poco più dell'esplorazione probabilistica di uno scenario, ove gli operatori interessati fossero veramente "razionali": E non, piuttosto, preda della follia della loro natura: come la rana e lo scorpione.





lunedì 16 settembre 2019

PATTI CHIARI E AMICIZIA LUNGA. IL MISTERO DELLA MANOVRA "NON RESTRITTIVA"




1. Una riflessione sintetica sui saldi prevedibili della manovra per il 2020.
Partiamo dalla situazione attuale che, entro poche settimane, dovrebbe essere resa nota attraverso la nota di aggiornamento al DEF.
Il deficit tendenziale per il 2019, scaturente dalla trattativa per l'uscita (peraltro temporanea; cioè, espressamente definita "at this stage" nella nota del 3 luglio scorso dalla Commissione) dalla procedura di infrazione per violazione della regola del DEBITO (non del deficit-disavanzo), viene accreditato dalla Commissione, sempre salva ulteriore attenta sorveglianza, al 2,04
Ciò esattamente in linea con il saldo dichiarato in sede di approvazione condizionale della manovra a dicembre 2018; questo risultato di millimetrica compliance, come sottolinea sempre la Commissione, è dovuto all'adozione da parte dell'allora governo del decreto-legge di assestamento di bilancio, implicante una correzione fiscale "for 2019 amounting to €7.6 billion or 0.42% of GDP in nominal terms".

2. Quanto tale consolidamento, sia pure a legislazione vigente, possa incidere (negativamente) sulla crescita nella seconda parte dell'anno, ancora non sappiamo. Quel che sappiamo è che il secondo trimestre ha registrato per l'Italia una crescita pari a 0, che peraltro si riflette in un decremento del PIL anno su anno (su base giugno) dello 0,1% (così il bollettino Istat pubblicato il 30 agosto).
Il trend espansivo dell'azione fiscale, dunque, sia in termini di spesa pubblica che di prelievo tributario nel loro complesso, risulta perciò "certificato", per l'esercizio in corso, come nullo, ovvero, a rigore, come orientato a un leggero consolidamento; essendo il deficit per il 2018 ormai assestato a 2,1 (un trend 2019 oggettivamente pro-ciclico, sia pure in misura lieve, in una fase di stagnazione manifestatasi almeno a partire dall'ultimo trimestre del 2017).

3. Anzi, la solerzia fiscale nell'attenersi ai saldi e alle correzioni imposte dalla trattativa con la Commissione (sia a dicembre che a giugno), secondo le "fonti" del MEF riprese da Reuters il 2 settembre scorso, farebbe attestare il deficit per il 2019 (addirittura) all'1,9%.
Se tale stima informale sarà confermata lo sapremo appunto con il NADEF il 27 settembre; ma in quella sede si forniranno altri dati, tra cui, non secondario, quello relativo alla misteriosa crescita stimata per il 2019; stimata ma non necessariamente ottenuta e, tantomeno, giustificabile con evidenza lineare, a fronte di un aggiustamento fiscale di 0,42% del PIL, rispetto agli stanziamenti effettuati con la manovra approvata a dicembre.
Circostanze, queste ultime, che, a rigore di logica elementare, potrebbero rompere il fragile equilibrio della crescita prossima allo zero del primo semestre, e far registrare un inizio di leggera (ulteriore) recessione già negli ultimi trimestri del 2019. Visti anche i dati negativi sulla produzione industriale acquisiti fino a luglio, e il contributo zero alla crescita dato, almeno fino al primo semestre dalle varie componenti del PIL (incluse le esportazioni e i consumi e con un +0.3 degli investimenti fissi lordi, compensato però da un pari contributo negativo delle scorte...); ma ciò fotografa la situazione prima del suddetto consolidamento di "tregua" con la Commissione.



4. Ciò premesso, esaminiamo la situazione politico-negoziale emersa dall'ultimo Ecofin informale con riguardo alla situazione di bilancio italiana: il succo conclamato, sia da parte italiana che degli interlocutori europei è che "l'Italia rispetta e rispetterà le regole".
Ora, le regole hanno, anzitutto, come riferimento de facto, un deficit tendenziale 2020 - cioè "inerziale", in quanto a legislazione vigente, che notoriamente include l'applicazione dell'aumento dell'IVA per 23 miliardi, sulla carta, a partire dal 2020 - all'1,6.
Ebbene: la prima e più certa regola che si dovrà applicare, in assenza di condizioni e circostanze di eccezionale concessione della flessibilità, è quella di una correzione del deficit di almeno 0.6% del PIL, in ottemperanza al percorso verso l'obiettivo di medio termine di saldo strutturale (per il raggiungimento del pareggio). 
Questa è la regola principale, applicativa del patto di stabilità e crescita (fiscal compact) quale risultante dalla Comunicazione della Commissione del 13 gennaio 2015, ampliata (per certi versi, in questa sede secondari) dalla Posizione Comune del Consiglio Ecofin del febbraio 2016: per quanto ci riguarda, infatti (v. tabella riassuntiva nel documento linkato), essendo considerato sostanzialmente colmato l'ouput-gap, siamo nella situazione di "congiuntura normale", e, in particolare, sotto la duplice condizione di "divario tra prodotto effettivo e potenziale < 1,5" e di "debito superiore al 60 o rischio di sostenibilità", a cui corrisponde appunto una correzione fiscale > 0,5% del PIL.

5. Muovendo dunque da un deficit stimato a 1,9 per il 2019, il corrispondente saldo per il 2020 dovrebbe essere posto (almeno) all'1,3.
Quindi, "rispettare le regole", - serenamente o meno che sia (trattasi di scelte circa l'atteggiamento psicologico con cui si conduce il negoziato e si giustifica poi davanti al Paese la propria scelta di negoziazione)-, implica l'applicazione della "clausola IVA" e, aggiuntivamente, di un consolidamento fiscale di 0,6% (attenzione: se benevolmente la Commissione non si impunta sulla violazione della regola del debito e non richiede, legittimamente secondo le regole, uno "sforzo" ulteriore, minacciando una procedura di infrazione). 
Le due voci in gioco, nella misura del consolidamento fiscale, ammontano all'incirca a totali 33 miliardi (23 per la clausola IVA e oltre 10 miliardi di aggiustamento "minimo dovuto"). Quasi 2 punti di PIL. L'effetto recessivo di un simile consolidamento fiscale in una condizione di crescita 0, o di lieve recessione già in atto, è facilmente immaginabile.

6. Occorre poi rammentare che la stessa Comunicazione del gennaio 2015 (che con humor involontario si intitola “Sfruttare al meglio la flessibilità consentita dalle norme vigenti del patto di Stabilità e Crescita”), ammette la c.d. flessibilità ma a rigorose e non ripetibili condizioni: 
"il Vademecum della Commissione europea sul PSC(6) chiarisce che questa ipotesi, definita di adeguamento del percorso di consolidamento di bilancio, secondo la disciplina del Six pack del 2011, non si traduce in una sospensione a tempo indefinito del consolidamento delle finanze pubbliche, bensì nella riprogettazione del percorso di avvicinamento, su basi specifiche per il singolo Paese, al fine di tener conto delle circostanze eccezionali di una grave crisi economica nell’area euro o nell’Unione, ovvero di un evento inconsueto al di fuori del controllo dello Stato.
In tali circostanze, dunque, le descritte deviazioni temporanee possono essere consentite ex ante oppure possono non essere prese in considerazione ex post."
Questa è la limitata operatività della "flessibilità" per "eventi eccezionali", che, in quanto tali, non sono considerati legittimamente ripetibili e riutilizzabili, essendo tale il senso della "eccezionalità" e della ristretta temporaneità della deviazione ammessa (in un singolo esercizio e salvo percorso di pronto recupero). 
Questo è allora il senso della supposta "apertura" alla flessibilità per il nuovo governo, nel quadro del "rispetto delle regole", su cui, appunto, molto formalmente si dichiara una generica disponibilità da parte della Commissione e dei vari "responsabili" della fiscalità dell'EZ, inclusi i c.d. paesi "core" in sede di Ecofin, ad es; Bruno Le Maire, ha ribadito l'attualità delle regole e delle condizioni di loro rispetto, esortando semmai la Germania ad effettuare politiche di investimenti per il rilancio della propria crescita, ma senza aprire ad alcun flessibilità extra-regole per l'Italia; e così, nella sostanza, si sono schierati sia Centeno che Dombrovskis che la Von Der Leyen. 

7. Dunque, allo stato, il rispetto delle regole non consentirebbe la ulteriore concessione di flessibilità per i titoli, praticamente tutti quelli previsti, già utilizzati dall'Italia negli anni passati
I media riportano che l'attuale ministro dell'economia, conterebbe su una flessibilità concessa per investimenti "verdi" e nell'economia digitale per "contrastare il cambiamento climatico": ma tali voci, secondo le regole, non sono legittime condizioni eccezionali di concessione della flessibilità. 

Ed infatti, poiché entrambe tali voci (economia verde ed economia digitale) sono da anni nell'agenda delle politiche industriali dei paesi Ue, ed anche oggetto di numerose direttive di imminente recepimento obbligatorio, - negoziate ed accettate dall'Italia senza sollevare particolari riserve e senza muovere obiezioni sulla sostenibilità economica e fiscale della loro applicazione-, risulta quantomeno forzato, se non improprio, che questi obblighi di recepimento, ben noti e in tal guisa (de plano) negoziati, possano essere addotti come "basi specifiche per il singolo Paese, al fine di tener conto delle circostanze eccezionali di una grave crisi economica nell’area euro o nell’Unione, ovvero di un evento inconsueto al di fuori del controllo dello Stato".
Poche cose sono più certe del recepimento delle direttive Ue che si sono per anni negoziate: e qualificarle come "evendo inconsueto al di fuori del controllo dello Stato", senza aver sollevato in alcuna fase e sede obiezioni circa il loro impatto, è una pretesa logicamente debole, giuridicamente contraddittoria e che, semmai, indica una preventiva impossibilità ad adempiere gli obblighi di cui ci si assume il vincolo nella fase ascendente, cercando di prevenire una serie inevitabile di future procedure di infrazione.

8. La conclusione interlocutoria (cioè salvi colpi di scena puramente "politici" e quindi extra-regole) a cui si può pervenire, dunque, è che, tenuto conto del contesto, quand'anche considerato politicamente più amichevole, l'applicazione delle regole, così concordemente richiamata sia da parte del nostro governo che dai più fondamentali interlocutori con cui si troverà a trattare, implica un consolidamento fiscale di 33 miliardi in condizione di sempre più probabile (lieve...per ora) recessione. Nell'ambito del rispetto delle regole, a questa prospettiva, come direbba la Thatcher, non ci sono, all'orizzonte, alternative (TINA). 

8.1. Certo, si può ottenere una moratoria di un anno (come da taluni riportato) nell'applicazione della regola dell'aggiustamento dello 0,6%: ma sarebbe una sostanziale e vistosa violazione delle regole (peraltro, non inusuale per altri paesi membri dell'EZ, come dimostrano gli annosi casi dei deficit consentiti alla Francia, alla Spagna e al Portogallo...ai quali però, per vari motivi non sempre coerenti, non si imputa la sistematica violazione della regola del debito). 
Una violazione concordabile a livello politico, elargibile per una (inusitata, almeno finora) amicizia praeter legem.
Ma di cui, sinceramente, non si vedono le premesse nell'atteggiamento delle istituzioni e dei principali partners dell'eurozona; che infatti sono particolarmente attenti a separare il tema dell'attuale rispetto delle regole di bilancio e di sorveglianza sui paesi dell'EZ da quello dell'eventuale loro riforma...non necessariamente in senso meno restrittivo:...anzi, privilegiante un'assistenza Ue, in caso di recessione, crisi bancarie e difficoltà legate ai corsi delle varie emissioni di titoli pubblici, che prevede il default-ristrutturazione del nostro debito pubblico (e prevedibilmente delle esiziali voragini nei bilanci delle banche italiane, con un conseguente pericolo di bail-in per milioni di correntisti e risparmiatori).
E anche qui, non risulta che l'Italia, nella c.d. fase ascendente, abbia almeno tentato di fermare il percorso di adozione che, cominciato negli anni scorsi, è stato praticamente definito tra la fine di novembre e l'inizio di dicembre del 2018 (senza obiezioni di merito da parte dei rappresentanti del governo italiano) e portato alla sua imminente deliberazione preliminare di adozione nello scorso giugno.

giovedì 12 settembre 2019

L'ITALIA LUNARE E L'€UROPA NELLA NOTTE...(PRIMA DELLA TEMPESTA)


1. Proviamo a ricominciare, insieme, il discorso interrottosi per motivi di "opportunità" durante la mia esperienza di governo.
La situazione dinnanzi alla quale si trova la società italiana è abbastanza evidente; direi materialmente percettibile a ciascuno di noi.
Sintetizzando: a seguito dell'adesione alla moneta unica, - che, come abbiamo più volte detto, è la punta di diamante della globalizzazione, una colossale istituzione (= costruzione normativa che organizza e condiziona i comportamenti umani), derivante da trattati e fonti di diritto internazionale (privatizzato)-, e avendo subito la conseguente ristrutturazione del proprio modello industriale e sociale derivante dalla "correzione Monti" (in poi), l'Italia registra una crescita zero (ultimo dato Istat). Con lievi (per ora) sconfinamenti in una vera e propria recessione.

Italy GDP Growth Rate

2. Questa attuale fase risulta susseguente a un lungo periodo di stagnazione - ovverosia di crescita bassa o di pochi decimali- che, a sua volta, è seguito a un periodo di doppia caduta in una fase recessiva.
La prima recessione va considerata globale, ed esauritasi peraltro alla fine del 2009; la seconda, invece, è stata fiscalmente indotta, a partire dalla fine del 2011: cioè determinata dall'unico modo di correzione del debito commerciale esterno predicato ab initio all'interno della moneta unica.
La stessa recessione (inesattamente definibile come double dip, dovendo essere considerata la seconda, e più distruttiva, fase, come il fisiologico ed indipendente agire normativo del regime della moneta unica a fronte di prevedibili shock esogeni), seguiva peraltro alla debole crescita, accompagnata da perdita di competitività, - e quindi dalla trasformazione del surplus delle partite correnti in un prolungato deficit -, che si è accompagnata all'introduzione della moneta unica e del suo vincolo di cambio. Questa nuova è più intensa forma di "vincolo esterno" aveva infatti simultaneamente imposto il venir meno della domanda estera, - a causa di un tasso di cambio reale inevitabilmente sfavorevole e non correggibile nel breve periodo, se non a costi sociali e politici insostenibili per qualsiasi governo-, e della domanda pubblica, repressa fin dall'era della "convergenza" verso la stessa moneta unica, come conferma l'impressionante serie di avanzi primari di bilancio che l'Italia, più di ogni altro paese al mondo, ha registrato a partire dal 1992. 

2.1. Riporto, qui sotto, i grafici rappresentativi della serie storica del PIL e del saldo Bdp elaborati dal Dipartimento apposito della Presidenza del Consiglio dei ministri, con l'avvertenza che dal dicembre 2018 non risultano aggiornati:

 Il tasso di crescita italiano ha toccato il picco del 3,7% nel 2000, subendo successivamente un calo più pronunciato rispetto a quello della media dell’UE27, pur rimanendo positivo fino al 2007. Si sono poi verificate due fasi durante le quali il PIL è diminuito in valore assoluto, nel 2008-2009 e nel 2012-13
Il saldo della Bilancia commerciale era in pareggio o in surplus fino al 2005. Successivamente l’Italia ha sperimentato un peggioramento del saldo fino ad un deficit massimo di 4 miliardi di euro nel mese di dicembre 2010. A seguito della nuova recessione, della contrazione dei consumi interni e dunque delle importazioni si è svolto un processo di riaggiustamento che ha ridotto molto rapidamente il deficit commerciale trasformandolo nella primavera del 2012 in un surplus consistente.

Italy Fiscal Balance and Primary Balance

Italy fiscal balance and primary balance
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3. L'intreccio tra globalizzazione destatualizzatrice, - cioè il free-trade istituzionalizzato, che determina una spinta, più o meno intensa (dipende dai tempi e dai modi di adesione a trattati come il WTO e dalle riserve che in questa o altre sedi vengono imposte dai negoziatori nazionali), verso la piena libertà della circolazione dei capitali, dei beni e servizi, e anche della forza lavoro-, e moneta unica - che, ancor più intensamente, obbliga, nella macroregione economica denominata Eurozona, a tale libertà di movimento (di capitali, lavoro, merci e servizi) -, ha trasformato l'Italia in un paese export-led e vincolato a un incessante "rigore fiscale", indipendente da qualsiasi considerazione ciclica: un rigore essenzialmente finalizzato alla "stabilità monetaria". 
Quest'ultima, vera e propria Grund-Norm dell'intera eurozona, non tollera scostamenti, se non discrezionali e circondati da moniti "minacciosi". 
La stabilità monetaria (id est; l'autoconservazione della moneta unica, a vantaggio di chi ne trae un beneficio tutt'altro che cooperativo, in quanto a scapito delle controparti del trattato),  è divenuta, a sua volta, il perno di un inestricabile assetto normativo (molto rigido) che considera il "lato dell'offerta" come l'unico ad avere una qualsiasi rilevanza per la (modesta e sempre più aleatoria) crescita.

4. Ed infatti, per vincolare e monitorare le politiche economico-fiscali degli Stati dell'eurozona, ci si fonda su un'idea, anzi un'ideologia, in cui l'equilibrio macroeconomico si rapporta alla mera funzione della produzione: tutt'al più, integrata dal mito dello spontaneo e costante progresso tecnologico, (molto) ipoteticamente generato (esclusivamente) dalle forze del mercato (c.d. residuo di Solow). 
Ogni altra interferenza dell'intervento pubblico viene normativamente vista come un danno, un'inefficiente allocazione del capitale e della forza lavoro. E ogni deviazione viene duramente sanzionata dalle istituzioni dell'EZ e dai "mercati"...il che introdurrebbe al tema del ruolo della banca centrale e dei limiti "antisolidali" che deliberatamente gli impone il trattato, conferendogli una discrezionalità tanto assoluta, quanto ormai giunta alla quasi-impotenza...come evidenzia, ex multis, Larry Summers.
Tutto questo assetto normativo, internazionale e proprio dell'eurozona, per definizione, può ascriversi a un modello di crescita profit-led, in cui le politiche distributive sono utilmente svolgibili solo a favore del capitale (come argomentano Marc Lavoie e Engelbert Stockhammer in questo approfondito lavoro), risultando invece controproducenti politiche non solo di incremento, ma anche di mantenimento, del welfare (cioè di redistribuzione del prodotto a favore del lavoro, attraverso salario indiretto, cioè sanità, assistenza e istruzione pubbliche, e salario differito, cioè il sistema pensionistico pubblico).

5. Ora, già l'aver fatto questo schematico riassunto in premessa (essendo però, in base ai links, svolgibili gli opportuni approfondimenti), fa comprendere come, a voler essere benevoli, a partire dal Trattato di Maastricht, il modello costituzionale non sia stato rispettato: per espressa previsione delle norme inviolabili, e non soggette a revisione, della nostra Costituzione (artt.1, 4, 36, 38, 32, 33...quantomeno), l'economia italiana segue un modello keynesiano che sarebbe, evidentemente, wage-led, come direbbero Lavoie e Stockhammer sopra citati, perché "fondato sul lavoro"; sicchè esso non tollererebbe (cioè, non contemplerebbe come costituzionalmente legittime) politiche che, sempre per attenersi alle classificazioni e schematizzazioni di questi ultimi, implichino apertamente la (ormai estrema) flessibilizzazione del mercato del lavoro, la moderazione salariale, la conseguente discesa della quota salari su PIL, la riduzione (sia pure graduale ma inesorabile) dello Stato sociale, il costante indebolimento della contrattazione collettiva e l'aumento della dispersione salariale (che, tra l'altro, come abbiamo spiegato, si accompagnano, e non a caso, a misure complementari, e di loro "cristallizzazione", come il reddito di cittadinanza e il salario minimo).

6. Ora che l'Italia registri una fase, abbastanza prolungata da risultare allarmante, di crescita zero, è manifestamente dovuto al congiurare di queste due condizioni, appena tratteggiate: 
a) la crisi strutturale della stessa globalizzazione (rinviamo ancora all'analisi di Summers per la sua tempestività e completezza), -  non dovuta alle contingenze politiche del commercio internazionale che sono la conseguenza inevitabile del problema strutturale-;
 b) l'impedimento sempre più stringente, all'interno dell'eurozona, allo svolgimento di quelle politiche della crescita e dello sviluppo che sono dettate dalle norme fondamentali della nostra Costituzione. Tali politiche, a livello strutturale, sono preventivamente volte a limitare il fallimento del mercato determinato dalla creazione di monopoli e posizioni di rendita private; mentre, a livello anti-ciclico, conducono all'oculato intervento diretto dello Stato nell'investimento industriale, secondo le linee dell'effetto "sostituzione" (ci produciamo ciò che siamo capaci di produrre e che altrimenti saremmo costretti a importare in misura squilibrata), e della "rimozione delle strozzature" (investiamo "su" e potenziamo ciò che oggi costituisce una filiera in cui ancora si dispone di un vantaggio competitivo, aumentandone le capacità di consolidarsi sul mercato interno e internazionale).  
Ciò che è l'esatto opposto delle privatizzazioni che, dopo una funesta stagione impostaci negli anni '90 (qui, p.5), per la "convergenza", si vorrebbe proseguire fino allo sfacelo di ogni vitalità, e possibilità di ripresa, dell'economia industriale di un paese il cui "successo" dipende dall'abilità nella creazione di valore nel settore manifatturiero.

7. Ebbene, per quanto ci siano molte cose da aggiungere e da approfondire (avrei voluto parlarvi di come e perché non "funzioni" più la Curva di Phillips, problema strettamente connesso alla crisi strutturale della globalizzazione...ma lo farò), mi limito a segnalarvi l'aspetto più eclatante che, come si suol dire, "a contrario", emerge da queste riflessioni: tutta la problematica, - così importante, così annosa, così drammatica per la vita dei cittadini italiani -, che vi ho segnalato, e che per la verità agita in modo sempre più evidente il dibattito mediatico-economico di tutto l'Occidente a capitalismo "maturo", è completamente assente dalle dichiarazioni programmatiche e dal dibattito politico attuale...Si ha come l'impressione di essere in una realtà parallela, fatta di miopi polemiche di parte e di slogan ripetuti senza comprenderne appieno il significato.

8. L'Italia, questo grande paese democratico (in ragione della sua Costituzione, sempre attualissima e viva nelle soluzioni che offre a chi...la studia, specialmente dal punto di vista politico-economico) e industriale, non sta sulla Luna...e l'eurozona, peraltro, non è l'astro della notte, tutt'altro (al limite è nella "notte" della Ragione...). E l'Italia non può permettersi di essere raccontata e guidata ignorando la sua natura, la sua vocazione, ben collocata in questa Terra, interconnessa con i problemi di una globalizzazione che è stata guidata dai progettisti di Elysium, da spietati Malthusiani, e che ora, nella sua fase discendente, rischia di trascinarci nel suo "cupio dissolvi"...
Parliamone: non lasciamo che discorsi "lunari", ipostatizzati su un pensiero unico e irresponsabile verso il popolo sovrano, ci facciano suonare, come comprimari, nell'orchestra del Titanic...